2 I CENTRI IN ITALIA
5 LA COMUNE
“IN VIAGGIO VERSO LA MEDITAZIONE”
10 IL MONDO
Al Festival
di Cannes un importante film di produzione indiana, girato con 80 sannyasin
dell'Osho Commun
16 LA MENTE
17 LA MENTE
Ultima
puntata dei ritratti scapigliati di Ma Prem Kiya.
18 IL CUORE
Un madre
sannyasin accetta che la propria figlia viva lontano da lei.
20 IL CUORE
Ma Nirda
condivide delle riflessioni su due ricercatori, due maestri e una sola ricerca.
22 IL MAESTRO
La
vita è fatta di piccole cose
Osho parla
della creatività, della fiducia e di come non serva arrabbiarsi con lui.
32 IL MAESTRO
Osho ci
aiuta a scoprire la direzione della nostra creatività.
38 IL CORPO
Dalla
sensualità alla meditazione.
40 MEDITAZIONE
Tecniche di
meditazione per il qui e ora.
44 IL MONDO
Non
preoccuparti: l'inaspettato ti raggiunge dovunque.
42 IL MONDO
Schumacher;
supercampione di inconsapevolezza?
46 LA MENTE
Un antico
metodo di divinazione, rivisitato in chiave Zen, diventa strumento di
autoconoscenza.
50 TUTTE LE STELLE
Il tuo oroscopo di aprile
52 VETRINA
Tutti i
libri di Osho in italiano, video di Osho, musiche per la meditazione e il
rilassamento.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
“in
viaggio verso la meditazione”
Ecco i vincitori
del concorso a premi
Cari Buddha di tutto il mondo,
Tanti saluti da Puna! Il sole picchia
forte in questi giorni e tutto sembra succedere sul bordo della piscina. È un
vero “fare senza fare”. Ho sentito dire che basta stare sdraiati in piscina senza
far nulla e accadono cose di ogni tipo… arriva la primavera, la rana salta, il
cuculo canta e molte, moltissime persone si trasformano, alcune anche troppo
(si ustionano!).
Dal punto di vista delle presenze,
l’Ashram è ancora bello pieno, (ci sono tre ristoranti aperti a mezzogiorno e a
volte anche quattro, quando Sarjano si mette in testa di fare la Presenta - è
così che chiamiamo la Pizza, per chi non lo sapesse - ma non è più
sovraffollato.
Penso che dopo il festival di marzo
siano proprio cominciate le partenze.
È stato un festival dolcissimo!
Per quelli che hanno lavorato durante
i festival invernali è stato una specie di festival “premio”. Mi è piaciuto
moltissimo: molto intimo, spontaneo e al tempo stesso ricco di eventi.
Il 19 c’è stato un concerto di sitar
nel Samadhi. La stessa sera abbiamo avuto i Sufi in Buddha Hall. Con abiti
bianchi da dervishi hanno danzato e girato creando un’atmosfera magica e densa
di silenzio.
Io intanto mi preparavo per uno
spettacolo di danza “Dance masala” che abbiamo presentato il 20 e il 21.
Si trattava, come dice il nome, di un
pot-pourri di danze diverse messe insieme con gusto: jazz, danza del ventre,
danza afro-cubana, danza accompagnata da canti taiwanesi e danza folkloristica
indiana.
Il 20 sera c’è stato un party
generale, un’occasione per ballare sulla pista di marmo più grande, pulita e
senza fumo del mondo: la Buddha Hall!
Swami Sharan e Ma Navanita erano i dj,
e hanno fatto un lavoro meraviglioso. Ho ballato e ballato, sentendomi leggera,
viva, giocosa, intima e felice… questo per me significa celebrazione.
A mezzanotte Vimal e Neelam hanno
fatto l’estrazione del concorso internazionale In viaggio verso la meditazione.
Vimal, come al solito, è stato molto divertente e abbiamo tutti riso a
crepapelle. Ha cominciato cercando le cartoline da estrarre, che non si
trovavano più. All’improvviso, dal tetto della Buddha Hall è sceso uno
scatolone. Neelam e Vimal l’hanno aperto per trovare un altro scatolone che a
sua volta ne conteneva un altro, finché si è arrivati a… un bel nulla. Ma alla
fine hanno trovato la scatola giusta e, accompagnata dalle battute di Vimal e
dalle nostre risate, Neelam ha estratto i nome dei cinque vincitori.
Eccoli: I° Premio Meri Kukkavaara, Kauniainen, Finlandia
(c’era da aspettarselo che la Kukkavaara cuccasse il primo premio!). II° Premio
Ma Anand Jagruti, Eindhoven, Olanda.
III° Premio Patricia Ferrari,
Firenze, Italia. IV° Premio Marco
Comandini, Sarsina, Italia. V° Premio Michael
Kuball, Amburgo, Germania.
Dopo l’estrazione abbiamo ballato
ancora per festeggiare i fortunati vincitori e noi stessi, fortunati perché
siamo qui.
Durante il festival ci sono stati
molti altri eventi speciali: satsang, meditazioni dal Vigyan Bhairav Tantra,
fiera della Multiversity e White Robe Brotherhood extra-speciale. La Buddha
Hall era decorata con luci colorate e a un certo punto una pioggia di fiori di
carta è scesa su di noi. Ma la cosa più toccante è stata quando hanno portato
dentro la poltrona di Osho e su un grande schermo, collocato per l’occasione
sopra il podio, sono apparse vari immagini di Osho. Osho con abiti diversi in
posti diversi - penso abbiano coperto tutte le possibilità: Puna 1, New Jersey,
Jesus Grove, Rajneesh Mandir, World Tour, Chuang Tzu, Buddha Hall. Dovunque
fosse era in celebrazione, danzava e sorrideva e la sua gente celebrava e
danzava in totale abbandono. E noi ci siamo lasciati andare alla sua energia,
con gli occhi pieni di lacrime, e il cuore colmo di gratitudine per avere
incontrato un maestro così meraviglioso.
Il 21, dopo la White Robe c’è stata la
Sannyas celebration e più tardi la disco in Meera Barn. A proposito, Meera
bistro ha funzionato alla grande per tutto l’inverno e ancora funziona. C’è la
disco quasi ogni sera e durante i giorni di festival diventa ancora più
interessante e festosa.
Il Meera barn viene anche usato per
altri spettacoli. I più recenti sono stati: “Where is the Buddha?” con Smaran,
“Seascapes” un concerto di antichi canti scozzesi e irlandesi. La magica voce
di Surabhi ha incantato tutti.
Il primo aprile c’è stato uno
spettacolo di cabaret, “All Fool’s Cabaret”, un misto di danza, musica e
commedia. Tra gli altri, Le Spice Girl’s, Danze Hawaiane, un divertentissimo
sketch di Veeten su un posto in America dove si possono comprare chakra di seconda
mano a piacimento per soli $ 99.95, e musica dal vivo con la Poona Loona Band.
Il giorno dopo al bookshop c’è stata
la presentazione del nuovo libro Showering
Without Clouds, in cui Osho per la prima volta parla di una donna
illuminata, la mistica rajasthana Sahajo. Tutti indossavano abiti rajasthani e
l’atmosfera era molto festosa e colorata. Lo spirito del Rajasthan aleggiava
tra noi.
Questo è tutto da Puna. Spero di
vedervi tutti qui molto presto. Per ora vi mando un caldo alito di vento di
questa energia, il sole bruciante e un grande abbraccio. Con amore.
Ma Devapria
DENTRO
E FUORI LA COMUNE
WHITE
ROBE NEI PIRENEI
Sono cinque anni che Swami Yog Anand
si occupa dell'Osho Siddharta MC, un piccolo centro di meditazione la cui sede
è un vecchio castello del X° secolo in mezzo a un parco nazionale nei Pirenei,
vicino alla Francia. Posto ideale per vacanze, gruppi e sessioni, il centro
offre anche la White Robe Meditation tutte le sere. Contattare Yog Anand allo
00 34 96 520 8498 (tel. e fax.)
SEGNI
DEI TEMPI
Sw Sarvananda, conosciuto anche come
Dr. Donald Bluestone Ph.D., è l'autore di un libro pubblicato recentemente dal
titolo Signs of the Times (Segni dei Tempi), che raccoglie 75 metodi di
divinazione, che vanno dalla lettura delle ossa di animali al pendolo.
Nella sua introduzione Sarvananda
spiega che nel 1985, dopo lo scioglimento della Comune di Osho in Oregon,
cominciò a dare sessioni di tarocchi psichici a clienti privati negli alberghi
di villeggiatura del "Borscht Belt" nelle montagne Catskill, New
York, e gradualmente gli è venuta l'ispirazione di scrivere questo libro.
Sarvananda, professore di storia americana, insegnava nella scuola della Comune
in Oregon.
PRIMI
PASSI
Caro Osho Times,
Alla fine del 1996, quando iniziai a
lavorare a Rhode Island, volevo diffondere la meditazione in questo piccolo
stato sulla costa orientale degli Stati Uniti.
Nonostante sia un posto conservatore,
iniziai con una meditazione serale il mercoledì, giusto per farlo sapere in
giro. A volte arrivavano anche 25 persone. Ora ci sono dei centri nei quattro
punti cardinali di Rhode Island che tengono meditazioni di Osho.
Nessuna di queste persone aveva mai
sentito parlare di Osho in precedenza; alcuni di queste verranno presto con me
a Puna. Yahoo!"
Ma Anand Suryo
Osho Information Center
Rhode Island, USA
NIRVANA
AL PENTAGONO
La rivista Utne Reader riporta che un
piccolo ma determinato gruppo di impiegati federali statunitensi ha celebrato
il ventesimo anniversario dei suoi incontri settimanali di meditazione
nell'ormai famoso tempio dell'illuminazione: il Pentagono! I meditatori hanno
persistito nonostante il boicottaggio degli impiegati fondamentalisti cristiani
che strappano i loro avvisi appena li vedono. "Dove avrete un impatto
maggiore?" chiede Bart Ives, presidente del club.
EVENTO
MAGGIORE A PARMA
Era il 6 marzo la data per
l'avvenimento all'Ospedale Maggiore di Parma, promosso e condotto da Sw. Anand
Samudra e Ma Prem Kovida. Con grande stupore degli organizzatori, “solo” 70
persone hanno partecipato all'evento, un numero che in sé è già un successo, se
si pensa che mancavano all'appello tutti gli amici e i collaboratori. Dopo aver
parlato di stress e meditazione, tutti sono stati invitati a sperimentare 10
minuti di meditazione Gibberish. Ma Kovida non si è lasciata scappare
l'occasione per ricordare i problemi che le infermiere e tutto il personale dell'Ospedale
devono sovente affrontare con le famiglie e gli amici delle vittime di
incidenti. Quale meditazione poteva essere più adatta della Meditazione del
cuore di Atisha? Dopo più di tre ore tutti sono stati condotti poi in profondo
rilassamento con una seduta ipnotica guidata a due voci.
"L'evento, totalmente nuovo, mai
sperimentato prima e durato in tutto 4 ore, è stato interessante sotto vari aspetti.
Abbiamo dovuto, nel corso della serata, tenere conto delle diverse reazioni dei
partecipanti, ma ciò che abbiamo avvertito profondamente è che c'è una gran
sete di trovare un modo per vivere una vita migliore. E la visione di Osho ha
la freschezza di pura acqua di fonte."
STRESS
E SESSO
Le statistiche mondiali riserbano una buona
e una cattiva notizia per l'India. Prima la brutta: sebbene il 30 per cento
delle nascite avvengano in India, il maschio indiano ha meno rapporti sessuali
della media mondiale (circa 92 volte all'anno invece delle 109 a livello
generale) e inizia molto più tardi (a 25 anni invece che a 17). La buona
notizia? In un anno, mentre il livello di stress nei paesi del continente
sud-est asiatico è aumentato del 5-10 per cento; quello dell'India è sceso
dell'uno per cento. Appare dunque che, pur non avendo molto sesso, gli uomini
indiani non ne sembrino minimamente preoccupati!
NEW
EARTH SI ESPANDE
Sw Anand Bhikkhu e Ma Deva Waduda, proprietari
della New Earth Records, si sono trasferiti definitivamente da Monaco a Boulder,
in Colorado. Dal suo inizio nel 1990, la società di produzione di musica ha
venduto più di 200.000 CD di meditazioni e musiche di Osho e sta lanciando
un nuovo CD con la meditazione Mandala. Bhikkhu e Waduda hanno creato una
società internazionale `Basho's Pond,' di vendita per corrispondenza e hanno
aperto un negozio al dettaglio a Boulder per vendere, oltre ai loro titoli
musicali, i libri e i video di Osho.
WHITE
SWAN MUSIC
Sw Anand Omkar, coproprietario della
White Swan Music Inc, ha lasciato per un po' l'indaffarato mercato musicale
statunitense e si è preso una vacanza all'Osho Commune, dove non tornava da
cinque anni. La White Swan, da lui fondata nel 1991 con Ma Deva Parmita, è uno
dei maggiori distributori di musica New Age e World Music statunitensi, con un
giro d'affari di oltre due milioni di dollari l'anno.
DUE
PESI DUE MISURE
Sempre sulla scia della morte della
Principessa Diana, il pubblico britannico vede ora i giornalisti come la
professione meno rispettata, subito dopo i politici. Ma, paradossalmente,
questo non impedisce l'acquisto dei quotidiani tabloid della stampa
scandalistica britannica, che continua ad avere le più alte tirature mondiali.
MEDITARE
A VERONA
Per la prima volta nella storia di
Verona il messaggio di Osho passa al di fuori dei canali usuali. Durante i mesi
da gennaio a marzo, c'è stata un'attiva collaborazione con la prima
circoscrizione del centro storico della città, che ha visto la partenza di due
corsi di meditazione con la partecipazione complessiva di 30 persone.
L'avvenimento è il coronamento di un anno di ricerche e punti di domanda sul
come rendere la meditazione alla portata di tutti. La gioia e la soddisfazione
di Ma Gyan Prashanta e Sw. Anand Chinmayo daranno vita ad altre iniziative?
DOTTOR
AMBEDKAR
UNA
RICOSTRUZIONE EPICA
…CON
L’AIUTO DEI SANNYASIN DI OSHO

Esponenti
del British Raj: dopo essersi tagliati barba e capelli
gli
attori sannyasin fanno rivivere le memorie degli anni
trenta.
In alto a destra: Sw. Jamie e Sw. Subhuti nei panni
di
membri del Simon Committee che indagava sulle condizioni
degli
intoccabili. In basso a sinistra: l'alta casta degli Hindu
mentre
protesta contro Ambedkar.
INTERVISTA
CON JABBAR PATEL, REGISTA DI UN GRANDE FILM INTERNAZIONALE SULLA VITA DI
AMBEDKAR
OTI: Dottor
Patel, come le è venuta l'idea del film?
PATEL: Quando ho girato il primo cortometraggio su
Ambedkar, nel 1989, avevo letto la sua biografia e conoscevo bene il suo
lavoro. Grazie alle mie ricerche ero riuscito a ricostruire la sua vita sin
dall'infanzia trascorsa a Dapoli e Satata, nello stato del Maharashtra, dove
suo padre insegnava inglese nella scuola militare. Quando ho visitato il posto
l'ho trovato meraviglioso! C'era un albero enorme sotto il quale il padre di
Ambedkar recitava i versi di mistici quali Kabir ed Eknath. Da lì cominciò a
venirmi l'idea di girare un film più impegnativo.
Dal Maharashtra ho seguito le tracce di Ambedkar
negli Stati Uniti dove, tra il 1913 e il 1916, frequentò la Columbia
University. La situazione delle persone di colore che vivono laggiù mi ha
shoccato. Uscendo dalla Columbia University si entra direttamente ad Harlem, il
quartiere dei neri di New York, che a quei tempi non venivano ammessi alla
Columbia. Il primo pensiero è stato: ecco l'uomo che scriverà la costituzione
indiana e che ha già cominciato a lottare contro la discriminazio¬ne classista
in India, e ho pensato che nella vita di Ambedkar questo contatto con i neri
d'America dev'essere stato molto importante. Fu proprio in quegli anni che
venne scritto il quattordicesimo emendamento alla costituzione americana, che
riconosceva pari qualità di vita a neri e bianchi. Penso che anche questo abbia
influenzato molto Ambedkar.
Poi sono andato in Inghilterra alla London School
of Economics, dove Ambedkar ottenne il dottorato in legge ed economia e dove
incontrò insegnanti famosi come il dottor Cannan. Ho visto Grays Inn, il luogo
dove era solito pranzare, e dove visse uno dei momenti di umiliazione più
importanti della sua vita.
Quando ritornò in India, con tutte queste idee e
influenze, Mahatma Gandhi stava iniziando il suo movimento di liberazione.
L'intero paese era in preda a una forma di isteria della liberazione e Ambedkar
cercò di imboccare la via della rivoluzione sociale.
Essendo stato un "intoccabile" per anni,
e avendo conosciuto personalmente molte umiliazioni, egli divenne il portavoce
della sua classe. La riforma che cercò di far passare durante le elezioni del
1952 riguardava la parità di diritti per uomini e donne. Egli lottò per i
diritti delle donne, anche riguardo alla proprietà. E poi cominciò a parlare in
difesa di tutti coloro che vengono discriminati nel mondo. Lo vedo come un
difensore dei diritti umani. Nel 1935 stava ancora cercando di lavorare con
questa situazione come hindu, ma più tardi capì che doveva convertirsi al
buddhismo. Alla fine, divenuto buddhista nel 1956, si mise a parlare di pace e
uguaglianza. Questo è il messaggio che voleva dare.
Nel visitare tutti questi luoghi mi sono immerso nella
storia a tal punto che ho cominciato a vedere che il film doveva superare i
confini dell'India e raggiungere il mondo intero. Si parla di Nelson Mandela,
si parla di Martin Luther King. Perché non parlare di Babasaheb Ambedkar,
l'uomo che tentò di dare un'identità a persone che per migliaia di anni erano
vissute in condizioni inumane? Tra il 1991 e il 1992 l'India si preparava a
celebrare il centenario della nascita di Ambedkar. Fu allora che proposi il mio
film. La proposta venne accettata dal governo del Maharashtra e più tardi il
governo indiano si offrì di finanziare il progetto. Il film è nato così.
Che cosa l'ha spinta ad avere artisti dell'Osho
Commune nel suo film?
Avevo già girato per otto giorni a Londra con
attori inglesi e per undici giorni a New York con attori americani. Poi sono
tornato in India e avevo tutta la parte da girare qui. Il mio problema
principale riguardava una scena su una tavola rotonda in cui erano necessari 40
o 50 attori bianchi. Come riuscire a farlo in India? Non mi avevano lasciato
girare la scena nel St. James' Palace di Londra, dove in effetti ebbe luogo,
perché attualmente vi risiede il principe Carlo. Ma mi avevano lasciato entrare
nella sala della conferenza, solo per vedere com'era, senza fare fotografie, in
modo tale da poterla ricreare sul set.
Entrando pensai: "Dove ho già visto qualcosa
di simile in India? All'improvviso ho ricordato che si trattava dell'università
di Puna, dove una volta risiedeva il governatore generale inglese. La sala è
molto simile a quella di St. James' Palace. Se si fosse trattato di Bombay,
dove vivono moltissimi stranieri, non avrei avuto problemi... ma a Puna?
Parlai con Mohan Agashe, dell'Accademia Teatrale
di Puna, che conosceva il mio lavoro, le mie opere. Egli conosceva anche i lavori
teatrali dell'Osho Commune. Mi disse: "Perché non contatti Ma Sadhana? Il
bello è che là non solo ci sono molti stranieri, ma hanno anche una compagnia
di repertorio. Ci sono molti ottimi attori e attrici, e se sono interessati a
un film come questo, vi parteciperanno volentieri."
Quindi venni qui e fui molto fortunato. Conobbi Ma
Jivan Mary, la direttrice dell'Osho Theatre Academy; il soggetto le piacque
moltissimo, corrispondeva ai sentimenti della Comune nei riguardi di Ambedkar e
Buddha. Ricevetti molto incoraggiamento. E poi, naturalmente, Osho ha parlato
spesso di Ambedkar e del suo ruolo nel mondo della filosofia. Mary mi fece
leggere questi discorsi.
Perciò decidemmo che avrei mostrato del materiale
registrato agli attori, 50 o 60 persone, che ne furono semplicemente
entusiasti. La reazione dopo la proiezione fu: "Dobbiamo farlo!" E
così feci dei provini (il video me lo sono tenuto, con tutte quelle persone di
talento). Jivan Mary si occupò del cast degli attori della Comune.
A quel punto la domanda era: "E per le paghe
cosa facciamo Mary?" Il film era finanziato dal governo indiano. Ci
avevano dato circa sei milioni di rupie. E il governo del Maharashtra ci aveva
già dato due milioni e mezzo. È la National Film Development Corporation a
produrlo. Feci loro sapere che queste persone (dell'Osho Commune) erano
disposte ad aiutarci. Mi diedero il loro benestare, restava solo da decidere il
lato finanziario, visto lo standard speciale degli occidentali.
Così venni alla Comune dove seppi che i direttori
finanziari desideravano parlarmi del film. Dissi: "Se è troppo costoso,
Mary..." Invece rimasi di stucco. Quando mi ricevettero, erano in cinque o
sei, mi dissero: "Ai nostri attori è piaciuto molto il film, vogliono
farlo, e spero sarà felice di sapere che tutti abbiamo deciso di aiutarla e non
le chiederemo nulla. L'unica cosa che ci preoccupa è il cibo. Lo prepareremo
qui e lo manderemo sul luogo delle riprese." Dissi: "Ok, lasciate
almeno che paghi quello." "No, no, non deve pagare lei," mi
risposero. "Chiediamo solo che venga riconosciuto che la nostra
partecipazione - quella della Comune – è dovuta alla connessione tra Osho e
Ambedkar. È ciò che la Comune sente per Ambedkar. Un'opportunità del genere si
presenta raramente, per questo abbiamo deciso di cooperare."
E così ha cominciato a fare le riprese a Puna con
i sannyasin?
Sì, e molti uomini si presentarono per la scena
della conferenza con barba e capelli lunghi. Durante i provini avevano detto:
"Be', forse potremo nascondere i capelli sotto un cappello..." E io
avevo detto: "Va bene, venite e vedremo." E il giorno delle riprese,
penso di avere ancora le fotografie, ci fu un taglio di capelli collettivo,
credo ci fossero cinque parrucchieri! Fu una scena bellissima: gli indiani se
ne stavano lì a guardare questi stranieri che si facevano tagliare barba e
capelli!
Uno di loro mi disse: "Non so cosa dirà la
mia ragazza di questo taglio di barba! Proprio adesso che aveva raggiunto la
lunghezza giusta..." "Ma se ha un aspetto bellissimo," gli
dissi. Tutti si guardavano allo specchio compiaciuti. E quando si misero gli
abiti dell'epoca, degli anni trenta, e vennero per le riprese... avevamo un
impianto che permetteva di vedere immediatamente le immagini registrate, erano
tutti entusiasti.
Il primo giorno il cibo arrivò dalla Comune, lo
ricordo. E il mio direttore di produzione disse loro: "Perché non provate
il cibo indiano?" E così fecero, commentando: "È squisito!"
Perciò decisero che non aveva senso rimanere separati, avrebbero mangiato lo
stesso cibo di tutti gli altri membri del cast. Fu bellissimo. Cominciammo a
sentirci uniti. Tra una ripresa e l'altra c'era un mucchio di tempo per parlare
dei vari paesi da cui provenivano e della vita a Puna. Alla fine diventammo una
comunità di attori. Di fondo erano tutti attori. Non erano stranieri, e neppure
dell'Osho Commune, erano semplicemente degli attori.
Mary mi aiutò molto. Quando sentiva di un ruolo diceva:
"Oh, ho qualcuno per questo ruolo e per quel ruolo." Tutti i bianchi
nelle scene girate in India vengono dall'Osho Commune. Quindi questo film è
stato possibile grazie al contributo della Comune.
Accadde anche che le scene girate a Londra e New
York avevano un ottimo sonoro, ma in India non potevamo andare con un `suono
sincronizzato'. Chiesi a Mary: "Sarebbe possibile avere persone che
prestino la loro voce in modo che tutti gli attori stranieri presenti nel film
possano essere doppiati?" L'idea le piacque e rispose: "Sì, certo.
Molti volevano recitare, ma non c'erano abbastanza parti, saranno contenti di
prestare la loro voce." Sono molto soddisfatto. Sono le cose migliori di
questo film, penso, le voci e i ruoli, il credito va tutto alla Comune.
Vorrei interrompere un momento con una digressione
di Pankaja, che ha assistito Jivan Mary nel casting, perché offre un'immagine
divertentissima di ciò che intanto accadeva nella Comune.
Pankaja scrive: Jivan Mary riceveva istruzioni del
tipo: "Venti uomini sbarbati che assomiglino a membri del Parlamento
inglese degli anni trenta per domani mattina, prego." Io l'aiutavo, e
insieme andavamo in giro per la Comune afferrando i pochi uomini che non
avevano il distintivo "in silenzio" e chiedendo loro: "Sei
occupato domani? Ti piacerebbe partecipare a un film?"
Per una delle scene più importanti, tutti gli
inglesi erano in qualche gruppo, o avevano qualche dramma d'amore, o erano in
profonda meditazione, quindi finimmo col portare 30 tra italiani, svedesi e
tedeschi, la maggior parte dei quali risultò essere più alta di un metro e
ottanta. I costumisti dovettero risistemare tutti gli abiti, visto che tutti i
costumi erano stati fatti per degli indiani alti un metro e settanta.
"Non avete uomini con un'altezza
normale?" ci chiesero disperati.
"Spiacenti, sembra che oggi solo quelli oltre
il metro e ottanta siano interessati a recitare."
Pescammo anche un texano davanti al cancello della
Comune che stava letteralmente partendo per Goa a cavallo della sua Enfield.
Gli sarebbe piaciuto recitare la parte dello scrittore americano James Michener
in un film di Bollywood il giorno dopo? "Ma certamente," disse in
tono strascicato. Ed è perfetto per quel ruolo.
Dott. Patel, come è stato per lei lavorare con i
sannyasin?
Erano molto professionali. Anche quelli che non
erano attori di professione hanno scoperto di amare la recitazione e sono
diventati attori qui. E quando erano sul set, erano tutti dei veri
professionisti. Sapevano esattamente... cercavano di capire a fondo la parte e
i movimenti della macchina da presa. Erano attori professionisti. Erano...
fantastici. E un'altra cosa: mai abbiamo sentito di avere a che fare con degli
"stranieri" Non abbiamo mai avvertito quel complesso che sempre
affiora quando si lavora con i bianchi. Sa, il film è una produzione indiana al
cento per cento. Normalmente il complesso c'è. Ma non lo abbiamo mai sentito
con le persone dell'Osho Commune. Si vedeva che amavano ciò che sta-vano
facendo.
Anch'io ho partecipato al film, e ho notato che
lei si prendeva il tempo per parlare con ogni persona con cui lavorava, per
scoprire chi fosse, e mostrava un interesse sincero per la sua vita. Ho sentito
i sannyasin dire che lei stava dando il meglio di sé per Ambedkar. Inoltre
molti attori con cui ho parlato hanno notato il suo rilassamento. E incredibile
vedere un regista così rilassato sul set, con tutte quelle persone con cui
lavorare e così tanto da fare. E sempre stato così lei?
Grazie. Sono sempre stato così. In questo
processo, e Jivan Mary sarà d'accordo con me, quando hai a che fare con così
tante cose, se non sei rilassato non puoi dare il meglio di te.
Attraverso il contatto con i sannyasin, ha
percepito qualcosa di Osho?
Ho capito il modo in cui affrontano la vita, ed è
stato molto importante per me. Erano soddisfatti di sé. Spiritualmente, dentro,
e nel modo di esprimersi, erano intensi e sapevano esattamente cos'è la vita.
Penso che la maggior parte dei sannyasin sia in grado di discriminare
esattamente ciò che è giusto. E venuto fuori tutto durante il film, quando
chiacchieravo con loro. Parlavano di come vedevano l'umanità. E stata una cosa importante
che ho scoperto in loro, e che loro potevano vedere... E praticamente la loro
vita è qui, fanno parte di questo paese. E questo è stato molto importante per
me. Non so perché ricordo che tutti parlavano... Per esempio, quelli che
recitavano nelle scene di vita locale, immediatamente ricordavano la loro vita
a Puna, la loro vita con la gente normale. E avevano notato l'ottimismo della
gente, nonostante le condizioni di vita. Quindi ho visto che questi sannyasin
sono a Puna e cercano un'unione con la gente normale.
Penso che non sia solo un fatto di integrazione o
un diverso tipo di complesso psicologico chiamato `Osho Commune'. La Comune è
qui, in questo paese, in questa città, appartiene a questa terra. Ha le sue
radici qui. Penso che sia una cosa meravigliosa e neppure io... lo sapevo,
davvero. Mi sentivo molto lontano dalla Comune. Sono entrato in contatto con la
Comune attraverso il mio film e il rapporto con gli attori, non attraverso la
spiritualità. Ora però comincio a capire i sannyasin di Osho, la loro
spiritualità, indirettamente.
Pensavo che chi andava all'Osho Commune cercasse
di raggiungere un certo livello spirituale o vi andasse per qualche problema
personale... E ho cercato di capire, ma nel conoscere queste persone ho intuito
un processo diverso. È un processo totalmente diverso. Ho potuto comprendere
l'intera psicologia del fenomeno, che cosa ti dà la meditazione e tutto il
resto, che è un'esperienza totalmente diversa. Dico queste cose nella veste di
un estraneo, di uno che è arrivato dalla porta di servizio, attraverso le mente
delle persone che ho incontrato.
Penso che per me sia stato molto importante che
fossero persone creative, quelle che ho incontrato. Cercavano di entrare in
profondità nei ruoli, erano impegnate. La meditazione, l'intraprendere il
cammino spirituale, ha dato loro una forza interiore che io ho utilizzato
creativamente! Per me è stato molto importante.
Con questo film lei vuole descrivere l'opera di
Ambedkar, e forse, quando il film verrà visto in India, Ambedkar verrà compreso
maggiormente. Sembra che il film possa toccare davvero le persone. E forse,
grazie a questo, le più grandi aspirazioni di Ambedkar si realizzeranno. È questo
l'intento del suo film?
So che forse è chiedere troppo a un film, ma sa,
Ambedkar non è mai stato compreso in India. Si ignora molto della sua vita. La
gente sa solo che, nato tra gli intoccabili, arrivò agli studi universitari – e
non sa neppure in cosa si specializzò – scrisse la costituzione indiana e alla
fine si convertì al buddhismo e convertì migliaia di sudra come lui. È tutto
qui. Ma il motivo per cui gli accadde tutto questo è sconosciuto. Spero che con
questo film la gente comprenda cosa accadde realmente.
Come ho detto all'inizio, non si dovrebbe limitare
la sua influenza alle classi più povere dell'India, il suo lavoro riguarda
l'intera umanità. Si tratta di un processo di liberazione e di salvaguardia dei
diritti umani di ogni individuo. Questo è il messaggio di Ambedkar. Se il film
riuscirà a passarlo, sarà un successo.
Osho PARLA DI Ambedkar E Gandhi
Come
Gandhi ricacciò gli intoccabili nella società hindu
Mahatma Gandhi era il re senza corona
dell’India per il semplice motivo che era in grado di torturare se stesso più
di chiunque altro. Bastava un motivo qualunque e subito iniziava uno sciopero
della fame. Ogni volta era “a oltranza”, ma nel giro di tre o quattro giorni lo
interrompeva – c’erano metodi per interromperlo – e riusciva a mangiare
qualcosa, tutto veniva organizzato a puntino.
Ma le persone possono essere ingannate
facilmente… Come si mette a digiunare, l’intero paese prega affinché non muoia.
Tutti i maggiori leader si precipitano nel suo ashram e lo pregano di smettere,
ma lui non li ascolterà se non vengono accettate le sue condizioni – condizioni
di ogni tipo, antidemocratiche, dittatoriali, idiote. Egli digiunò contro
Ambedkar, che era il capo degli intoccabili. Ambedkar voleva che gli
intoccabili avessero i loro collegi elettorali e i loro candidati, altrimenti
non avrebbero mai avuto rappresentanti in parlamento. Chi avrebbe votato per un
ciabattino? In India il ciabattino è un intoccabile – chi mai voterà per lui?
Ambedkar aveva perfettamente ragione. Gli intoccabili sono un quarto del paese.
E non possono frequentare le scuole, perché nessun altro studente è disposto a
rimanere con loro, e nessun insegnante è disposto a insegnare loro. Il governo
dice che le scuole sono aperte, ma in realtà nessuno studente vuole… Se un
intoccabile entra in classe, gli altri trenta studenti se ne vanno, l’insegnante
se ne va. Come faranno questi poveracci – un quarto della popolazione – a
essere rappresentati? Devono avere i loro collegi elettorali separati dove
possono presentarsi e votare solo loro.
La logica di Ambedkar era giusta e
umana. Ma Gandhi continuò a digiunare dicendo: “Sta cercando di creare una
divisione all’interno della società hindu.” La divisione esisteva da diecimila
anni. Il povero Ambedkar non stava creando la divisione, stava semplicemente
dicendo che un quarto della popolazione del paese era stato torturato per
migliaia di anni. “Ora dategli la possibilità di migliorare le loro
condizioni.”
Ma Gandhi diceva: “Finché sono vivo
io, non lascerò che accada. Essi appartengono alla società hindu, quindi non
possono avere un sistema elettorale separato”, e continuò il digiuno. Ambedkar
disdegnò la cosa per ventun giorni, ma ogni giorno… la pressione dell’intero
paese. E cominciò a sentire che se il vecchio fosse morto ci sarebbe stato un
grande spargimento di sangue: “È a causa vostra che Gandhi è morto.” Quando gli
venne spiegato ciò che sarebbe successo: “Cerca di capirlo in fretta, perché
non c’è molto tempo, non può sopravvivere più di tre giorni”, Ambedkar esitò.
Aveva tutte le ragioni e Gandhi era in
torto marcio. Ma che fare? Doveva correre il rischio? Non era preoccupato per
la sua vita – non gli importava di venire ucciso – ma era preoccupato per quei
milioni di poveri. Le loro case sarebbero state bruciate, le loro donne
sarebbero state stuprate, i loro figli sarebbero stati uccisi. Alla fine dovette
accettare le condizioni. Andò dal Mahatma Gandhi offrendogli di rompere il
digiuno: “Accetto le tue condizioni. Non chiederemo un voto separato o
candidati separati. Per favore, accetta questo succo d’arancia.” E Gandhi
accettò il succo d’arancia.
Ma quel succo d’arancia, quel
bicchiere di succo d’arancia, contiene il sangue di milioni di persone.
tratto da
From Personality
to Individualità
CI
SONO DELLE VOLTE...
Ci sono delle volte
che mi dimentico di avere un Maestro.
Ci sono delle volte, e sono tante, che
mi dimentico quel momento in cui presi il sannyas e che davanti a Osho una voce
in me disse, “Ecco che hai trovato quello che stavi cercando, il senso di
questa vita, la direzione verso la quale orientare la tua ricerca interiore.
Questa è la tua casa.”
Ci sono delle volte, e sono tante,
che mi perdo nel labirinto delle
relazioni.
Che proietto sull’altra persona tutto
quello che, di bello e di brutto, passa per la mia mente a velocità
supersonica. Che scordo di essere un individuo con una vita propria, e che
posso condividere con l’amata dei momenti di fusione, per poi tornare in me e
riprendere in mano le redini del mio viaggio.
Ci sono delle volte che,
per pigrizia o per paura, mi adagio
nelle situazioni, anche in quelle che non mi vanno bene, per poi arrivare alla
conclusione che gli altri sono tutti stronzi e come al solito l’unico che ha un
po’ di sensibilità e comprensione sono io.
Ci sono delle volte,
e sono tante, che non vivo. Mi limito
a vegetare adducendo ogni tipo di scusa e giustificazione al mio non agire: non
ho abbastanza soldi, ci sono troppi problemi, è un impegno troppo grande… quasi
mai che abbia l’onestà di ammettere: ho paura di fare un salto nel buio e di
rischiare.
Ci sono delle volte
che cerco l’approvazione degli altri;
riducendomi ad agire come un mendicante dimentico che, nel mio essere, sono un
imperatore.
Ci sono delle volte,
e sono tante, che ricordo di avere un
Maestro. E sono così felice di avere avuto la fortuna di incontrarlo che le
lacrime sono l’unico modo che ho per manifestare la mia gratitudine.
Ci sono delle volte,
nei momenti più bui, che sento nascere
in me la certezza che sto facendo la cosa giusta e che il dolore che sto
attraversando non sarà inutile.
Ci sono delle volte
che il mio cuore esplode di gioia e di
amore, che sono in grado di amare incondizionatamente le persone che mi stanno
vicine, le piante, gli animali, la rugiada del mattino e il volo di un uccello
nell’immensità del cielo.
Ci sono delle volte
che mi sento così piccolo e vulnerabile.
Che non mi sento la terra sotto i piedi e nello stomaco ho la sensazione di
cadere nel vuoto infinito e, nonostante l’istinto di aggrapparmi a qualcosa, mi
lascio andare e precipito in me.
Ci sono delle volte
che mi sento coraggioso per non essermi
fermato davanti alla paura, per aver osato rischiare ed essermi ritrovato con
le mani colme di regali e d’amore.
Ci sono delle volte, e sono tante,
che ho bisogno di te, compagno o
compagna di viaggio, del tuo amore, della tua presenza e della tua assenza,
della tua persona… per poterti amare.
Swami Veetchitta
Impegnati,
poniti come decisione
ferma e
inderogabile di arrivare
a casa prima
che la morte
ti porti via;
prima che la morte
ti abbia
portato via,
deve essere
avvenuta la verità!
Ponitelo come
desiderio
intenso e
inderogabile
sì che ogni
fibra del tuo essere
inizi a
pulsarne,
e persino
quando dormi,
quel desiderio
continui
ad essere un
flusso sotterraneo.
Qualsiasi cosa
stai facendo,
l’agire deve
diventare periferico,
mentre il
centro deve essere
una costante
ricerca della verità,
e una sete
costante del vero.
Lascia che sia
un’appassionata
storia
d’amore.
Tratto da Philosophia Perennis, Vol. 1 # 2
CHI
L’HA VISTA?
di Ma Prem Kiya
Un
gioco degli specchi a puntate: ultima puntata. Scopri che tipo sei! Ogni
riferimento a fatti o persone reali è assolutamente inevitabile.
LA
PLURI-RINCARNATA
In questa vita è stata un’insegnante
alle medie o una ragioniera, ma ha un passato avventuroso, viene da lontano.
Mai che le sia capitato di fare la lavapiatti in una taverna di marinai a
Plymouth, però. Per carità, lei nelle vite passate ha frequentato solo
esclusivi monasteri zen, è stata una mistica nomade in Arabia, oppure bruciata
sul rogo poiché temutissima strega medioevale. Regolare, no?
Ogni dettaglio della sua realtà
attuale trova una spiegazione karmica nelle precedenti incarnazioni. Ne ha una
giusta per ogni occasione e la racconta con formidabile dovizia di particolari.
E non è la sola in famiglia, perché tutti i componenti della sua costellazione
affettiva sono stati legati a lei in vite passate, con incasinamenti di
parentele da brivido. Come minimo, suo padre era suo marito, sua figlia un
amante segreto e suo nonno era il cuginetto con cui giocava al dottore.
Insomma, generazioni di famiglie disfunzionali, casi al limite della denuncia
penale per incesto multiplo.
La migliore sentita finora: “Ho
scoperto in channeling che la mia gatta era alla sua ultima vita da animale.”
Uau! Fantastico, che notizia, e poi in cosa si è rincarnata? In un avocado? In
un camion? In un geometra di Gallarate?
LA
STREGA MISTICA
Sono tante e ben mimetizzate.
Insistono a definirsi fatine buone che
spargono polverina argentata sul tuo cammino, ma guai a te se ce l’hai contro.
Gelosie, giochi di potere, o più semplicemente
pettegolezzi, le possono trasformare in micidiali antenne energetiche puntate
senza scampo su di te. Insomma, mentre loro si proteggono con ogni tipo di
scudo anti-sfiga, tu rischi di fare la fine del pupazzetto puntaspilli voodoo.
Hanno a disposizione un vasto arsenale
di raffinate munizioni esoteriche e colpiscono anche a distanza. Sono capaci di
spararti addosso una palla d’energia negativa da stendere un elefante, se solo
ti vedono pranzare a Basho con il loro uomo (e poi ti stupisci del tuo bruciore
allo stomaco?).
Sanno usare un pendolino meglio di una
Colt e con una sventagliata di tarocchi ben piazzata mettono a terra qualsiasi
avversaria/o.
Tutto il repertorio new-age è a loro
disposizione per sgombrare il terreno da potenziali ostacoli: concorrenti
sentimentali, professionali, ma anche il povero disgraziato che si trova in
fila davanti a loro quando vogliono un cappuccino in tutta fretta…
Questo consiglio vale per maschi e
femmine: alla larga.
oltre la materniTÀ
di Ma Prem Radhika
“Sono spiacente di dirle che lei è
sterile,” mi disse il ginecologo al termine della visita. Avevo vent’anni,
studiavo psicologia e, avendo appena iniziato una storia d’amore con un
compagno di università, ero andata da lui per farmi prescrivere un metodo
contraccettivo.
In quel periodo ero delusa dal metodo
d’insegnamento dei professori all’università e stavo cercando qualcosa di
autentico, qualcosa di intenso… Ero in buoni rapporti con un professore che
aveva studiato con Wilhelm Reich e avevo visto dei filmati sul lavoro di Reich
che si avvicinava molto a ciò che andavo cercando.
Un giorno andai a vedere un filmato
sull’Ashram di Puna. Avevo letto qualcosa su quello strano guru indiano ed ero
curiosa di sapere cosa succedeva laggiù. Sullo schermo vidi un tipico guru
indiano che entrava in una stanza, assomigliava a Maharishi Mahesh Yogi –
niente di speciale – e poi centinaia di discepoli in preghiera che lo
salutavano, che cosa imbarazzante! Ma quelle scene dei gruppi di terapia
nell’ashram! Fantastiche! Erano le uniche scene autentiche che avessi mai visto
in vita mia, semplicemente incredibili! L’energia saltava letteralmente fuori
dallo schermo e invadeva la stanza di proiezione.
In quei giorni cominciai a non
sentirmi troppo bene fisicamente: problemi di digestione, nausea, fui sul punto
di svenire parecchie volte, ma i medici non trovavano nulla. Mi misi in
contatto con i miei genitori che mi portarono dal loro medico.
Lui mi guardò e disse: “Sei incinta.”
Rimasi shoccata. Ma se ero sterile! Feci il test e mio padre, arrabbiatissimo,
mi portò i risultati. Ai miei genitori era chiaro che dovevo abortire, perché
studiavo ancora e non ero sposata, ma a me accadde qualcosa di strano: nel
momento in cui venni a sapere del bambino avvertii un grande senso di
espansione e amore profondo. Ero felice ed eccitata e il padre del bambino si
sentiva come me.
Accettai immediatamente il bambino e
non pensai all’aborto neppure per un momento.
Ero sempre stata una persona creativa:
la pittura, la danza, il canto e la musica erano sempre stati presenti nelle
mie giornate e rappresentavano una parte importante della mia vita, ma con il
procedere della gravidanza a poco a poco le abbandonai. Ora capisco che ero un
semplice strumento di una grande forza biologica, ma non posso negare di
essermi sentita appagata.
Una mattina mi svegliai e subito
sentii che il bambino stava per nascere. Era una bellissima giornata d’autunno,
il sole splendeva, il cielo era terso, gli alberi avevano colori incredibili.
Andai a piedi all’ospedale, a tre chilometri da casa mia, e là, man mano che il
travaglio procedeva, conobbi la nascita e la morte. Enormi ondate di una
potenza fino ad allora sconosciuta si impossessarono di me e capii che tutto
quello che potevo fare era cooperare con ciò che stava accadendo:
fondamentalmente respirare e lasciarmi andare. Vidi che nascita e morte sono
molto simili. È come un’ondata immensa che ti prende e ti porta via…
Il parto fu per me una festa, mi colmò
di meraviglia di fronte alla grande potenza della vita, ma fu anche un duro
lavoro con molto dolore fisico.
Nel momento in cui mia figlia scivolò
fuori dal mio corpo sentii un grande sollievo. Ero di nuovo sola con me stessa
e lei era lì, un essere umano perfetto, un’estranea che dovevo conoscere, legata
a me da un vincolo d’amore. In quel momento cominciò a svilupparsi quello che
posso solo chiamare ‘istinto materno’.
Mentre la bambina era nella stanza
accanto, e aveva fame, i seni mi si riempivano di latte. Ero in contatto con i
suoi bisogni come se fossero i miei. Avevo bisogno di lei quanto lei di me.
Non avevo più tempo da dedicare alla
mia creatività: basta pittura, danza, musica o canto. Tutta la mia energia si
riversava su mia figlia. Con il passare del tempo il legame tra noi si fece
meno stretto e cominciammo a essere di più due individui, meno simbiotici,
capaci di comunicare con un gran senso dell’umorismo.
Durante quel periodo la curiosità per
il guru indiano era rimasta e avevo cominciato a leggere i suoi libri. A volte
una sua frase era così toccante che mi ritrovavo in lacrime. Era quello che
andavo cercando da una vita e che l’esperienza della maternità non aveva potuto
appagare. Ordinai le cassette delle meditazioni e cominciai a praticarle per
conto mio. La meditazione Kundalini mi conquistò: mi faceva sentire estatica,
viva e vibrante. La meditazione Dinamica invece mi intimoriva. Leggendo le
istruzioni pensai: “Se faccio tutte queste cose morirò di certo, o come minimo
sverrò.”
Quando mia figlia compì un anno e
mezzo feci un sogno decisivo. Sognai che andavo a Puna, entravo nell’ashram e
mi dirigevo direttamente a Lao Tzu, dove viveva Osho. Andavo sul suo terrazzo e
spiavo in camera sua. All’improvviso Osho uscì dalla stanza, e venne verso di
me, barcollando leggermente e sorridendomi. Mi sentii avvolta da un alone
magico, ma pensai: “Ma questo non è un Maestro illuminato, è un ubriaco!” e
decisi di andarmene alla svelta. In quel momento Osho mi venne vicino e con un
grande sorriso mi chiese: “Sei venuta a prendere il sannyas?” Io dissi di sì e
lui mi mise il mala attorno al collo. Venni avvolta da un incredibile senso di
beatitudine, così travolgente, che caddi a terra.
Mi svegliai di colpo e mi alzai,
elettrizzata. Avevo preso il sannyas, e questa sensazione di beatitudine
estatica rimase con me per molte settimane. Il mattino successivo chiamai
l’Osho Meditation Center più vicino. Fino ad allora non ero mai stata in un
centro di meditazione, né avevo incontrato altri sannyasin. Ora sentivo
l’urgente bisogno di avere un nome nuovo, vestirmi di arancione e avere il
mala, come se si trattasse di una questione di vita o di morte.
Questa storia d’amore con il Maestro
non è paragonabile a nessun’altra storia d’amore con un altro essere umano,
amante o figlia; appartiene a un altro mondo.
Il sannyas è fondamentalmente un
processo in cui do vita a me stessa. Un processo che esige la stessa quantità
d’energia e impegno richieste per la crescita di un figlio.
Grazie al sannyas e alla visione di
Osho sull’educazione, la mia comprensione e il rispetto per l’individualità di
mia figlia crebbero ancora di più, di pari passo con il rispetto del mio
percorso spirituale e della mia individualità. Anche il papà della bimba
divenne un sannyasin e insieme andammo a vivere in una piccola comunità. La mia
energia era ancora tutta impegnata dalla bambina e in quel momento non mi
mancavano le mie altre attività creative. Dopo qualche anno la mia via e quella
del padre della bambina si divisero e mia figlia preferì andare a vivere con i
miei genitori, perché aveva bisogno di maggiore sicurezza e stabilità di quella
che potevo offrirle io. La separazione fu molto dolorosa, perché il nostro
contatto era profondo e ho sentito molto la sua mancanza. Allo stesso tempo mi
riappropriai di un’enorme quantità di energia che divenne disponibile per
essere espressa creativamente e investita nel processo di crescita personale.
Oggi mia figlia è un’adolescente e,
anche se non sappiamo quanto tempo all’anno possiamo passare insieme, siamo
buone amiche e ci scriviamo. Tra noi c’è molto amore e intimità; il sannyas mi
ha aiutato a lasciarle vivere la sua vita in un’altra famiglia, lontano da me,
e in questo modo i meccanismi tipici tra madre e figlia non hanno disturbato le
nostre vite.
C’è maggiore rispetto e libertà tra di
noi, guadagnati al prezzo della separazione. Mi dice che sono diversa dalle
altre madri e che è molto orgogliosa di me.
Oggi vivo appieno la mia creatività,
che può esprimersi e giocare senza fine. È una grande sorgente di gioia essere
un canale per l’esistenza, in qualunque modo e in qualsiasi forma questa si
voglia esprimere.
La scorsa estate, durante la
meditazione serale, ho sentito Osho dire a proposito di un discepolo, Niskriya:
“Ha rinunciato a tutto per amore della sua creatività.” Queste parole mi hanno toccata
profondamente. E allora ho capito: tutti i sassolini colorati che ho raccolto
con amore sulla spiaggia sono andati perduti, ma scavando nella sabbia, ho
trovato dei veri diamanti. ![]()
Finora il più grande gesto creativo della donna è
stato la creazione dei figli, ma non sarà più così. La terra in passato non era
così popolata, il bisogno era grande e la donna lo soddisfava. Ora invece deve
sviluppare nuove dimensioni di creatività, e solo allora sarà in grado di
essere uguale all’uomo. Il bisogno attuale è che la donna diriga la sua
creatività verso nuove dimensioni: la poesia, la letteratura, la pittura, la
musica, l’architettura, la scultura, la danza. Dovrebbe esserle accessibile
l’intero spettro della creatività. Creare un bambino ora è pericoloso.
Sovrappopolare la terra è un gesto suicida, siamo già più numerosi del
necessario.
OSHO
compagni di viaggio?
Riflessioni
su due ricercatori, due maestri e un solo anelito.
Kai e io passeggiamo lungo Hampstead
Heath. Abbiamo un po’ di tempo prima che apra il ristorante italiano al quale
mio fratello mi ha invitata. L’autunno è già arrivato e Londra si sta
preparando a un altro grigio inverno.
Come sempre abbiamo solo qualche ora
da passare insieme tra un aereo e l’altro. È una bella giornata tiepida, però
Kai mi sembra avvolto nel freddo umido metropolitano. Mi chiedo se non ha forse
passato troppi anni a cantare per le strade.
Fermandosi di colpo mi dice: “Sai, K
mi manca molto.”
“K”, così viene chiamato J.
Krishnamurti dai suoi discepoli, è morto nel 1987. Sono passati più di dieci
anni.
Continuiamo a camminare. Mi fa male il
cuore… una sorella desidera solo che suo fratello sia felice. Ma cosa dire?
Cerco allora di spiegargli che cosa mi è accaduto da quando il mio amato
maestro Osho ha lasciato il corpo nel 1990.
“Ho sentito Osho dire che quando i
nostri cuori sono aperti, il Maestro è sempre disponibile. Il Maestro non ha
bisogno di un corpo fisico per essere qui con noi. È sempre qui, sono tutti
qui: Buddha, Krishnamurti, Osho…”
Mi chiedo se gli sto passando qualcosa
di reale, o se si tratta solo di un cliché spirituale. È possibile che delle
orecchie abituate a Krishnamurti sentano ciò che sto dicendo nel linguaggio di
Osho? “Non sono due Maestri diversi,” continuo. “È come se avessero espresso il
loro messaggio attraverso mezzi diversi, in modo diverso, ma il messaggio è lo
stesso, e…”
Mi viene la pelle d’oca al solo
pensarci “…attraverso il nostro amore per loro, è a disposizione di ognuno di
noi, quando siamo aperti a riceverlo… Come adesso, vedi?”
L’espressione intensa sul viso di Kai
si rilassa per un attimo.
“In realtà non si può neppure dire che
sia vicino,” continuo. “È sempre disponibile, e per sempre, ma noi non
necessariamente lo siamo.”
Lo guardo, e vedo che mi sta
ascoltando attentamente, come sempre.
“Per me, è come se il suo amore e la
sua guida diventassero accessibili solo quando sono in uno spazio positivo. Non
cerca di penetrare in me, spingendo o insistendo contro la mia volontà. Non
forza mai nulla. Sono io che mi inchino a lui e lo ricevo.”
È ora di tacere. Sta diventando una
specie di predica, ma come fare a passargli qualcosa? Potremmo non rivederci
più per anni, e anche allora forse solo per qualche ora… Ma partire senza
offrirgli niente?
Il cammino di Kai è il suo cammino,
così perfettamente essenziale com’è. Tardo pomeriggio, c’è il sole, la città
sotto di noi…
E qui, ora, nello spazio bianco e
vuoto della Buddha Hall. Che vita fortunata! Un altro mattino prezioso, un
altro discorso di Osho nella Comune di Puna… che fortuna incredibile!
Miriadi di uccelli – cosa sarebbe
l’India senza di loro? – e i risciò che borbottano davanti al “gateless gate”.
Osho sta rispondendo a una domanda su Krishnamurti, e io ricordo Kai – e
ricordo la sua tristezza.
Quanti altri discepoli di Krishnamurti
ci sono là fuori… tristi e soli? E mi ritrovo a chiamarli dicendo: “Venite a
giocare! L’illuminazione non è un gioco settario. È la migliore delle
avventure. Venite a giocare!”
Non siamo forse tutti compagni di
viaggio, qualunque sia il Maestro che ha toccato i nostri cuori?
Ora ricordo che sono stata io a
mandare a mio fratello il suo primo libro di Krishnamurti, prima di sparire in
questo viaggio verso Osho in Oriente. Ci incontreremo mai per più di una
passeggiata al tramonto e un piatto di spaghetti?
Ma Nirda
Amato Osho, ho
sentito che J. Krishnamurti ha parlato contro il sannyas. Mi sembra che questo
atteggiamento sia uno stratagemma che aiuta sia il suo che il tuo lavoro, che
non intende dire quello che dice. Per favore, commenta.
J. Krishnamurti è un illuminato – non
hai bisogno di difenderlo. Egli intende dire quello che dice, è contro il
sannyas. Questo è il suo approccio alla vita, un approccio piuttosto ristretto,
ovviamente. Egli ha una visione a tunnel. E tutto ciò che dice è giusto
all’interno di questa visione a tunnel, ma si tratta di una visione molto
ristretta.
Lui può dire che il sannyas è
sbagliato, può dire che io ho torto. Io non posso dire che lui ha torto, perché
ho una visione più ampia, capace di includere molto. Se posso dire che Buddha
ha ragione, che Zarathustra ha ragione, che Lao Tzu ha ragione, che Tilopa,
Atisha, e molti molti altri hanno ragione, posso anche dire che Krishnamurti ha
ragione.
Sì, ci sono persone alle quali la sua
visione sarà utile, ma quelle persone sono molto poche. In realtà coloro ai
quali va bene la sua visione, potrebbero non aver affatto bisogno del suo aiuto
– perché il sannyas non è che il bisogno di avere un Maestro, aver bisogno
dell’aiuto di un maestro è l’essenza dell’essere un discepolo. Che tu lo chiami
così o no non conta. Krishnamurti è profondamente contrario alle parole
discepolo e maestro. Ma è esattamente ciò che ha fatto per cinquant’anni. È un
maestro che dice di non essere un maestro. E quelli che lo ascoltano e lo seguono
sono discepoli che pensano di non essere discepoli.
Quello che pensi è irrilevante. Ciò
che conta è quello che sei. E lui è un maestro e ha dei discepoli. Egli nega di
essere un maestro, questo fa parte della sua strategia. In questo mondo
egoistico è molto difficile per le persone abbandonarsi, lasciar andare l’ego.
Egli apre una porta agli egoisti che non possono lasciar cadere l’ego.
Dice: “Puoi tenerti il tuo ego, non
hai bisogno di essere un discepolo, non hai bisogno di essere un sannyasin.”
Gli egoisti si sentono benissimo, non hanno bisogno di inchinarsi davanti a
nessuno. Ma ascoltandolo di continuo, nel profondo comincia a verificarsi un
inchino, comincia ad accadere un abbandono.
Egli non dichiara di essere un
maestro. Ma ciò che un maestro chiede, lui lo richiede ai suoi ascoltatori. Il
maestro dice: “Ascolta senza pensare, ascolta totalmente, senza che i tuoi
pensieri interferiscano.” Ed è quello che richiede ai suoi discepoli che lui
non chiama discepoli. È un gioco molto sofisticato.
Dici che
l’illuminazione è sempre totale. Perché allora Krishnamurti ha una visione a
tunnel?
L’illuminazione è totale. Se è
un’orchestra è un’orchestra totale, se è solo un flauto solista, allora è un
flauto solista totale. L’esistenza è sempre totale, così come l’illuminazione è
sempre totale. Il fiore di campo è totale quanto il sole. La totalità è un
fenomeno totalmente differente dalla quantità, ha qualcosa a che vedere con la
qualità.
Il flauto solista di Krishnamurti è
totale quanto la mia orchestra, la mia orchestra non è più totale. La totalità
non può essere minore o maggiore. Tu pensi solo in termini di quantità, ecco
perché ti è sorta la domanda. Io parlo di qualità. Ogni atto di un illuminato è
totale. Che stia bevendo il tè o dipingendo un grande quadro, suonando musica o
semplicemente standosene seduto in silenzio senza far nulla, ogni atto è
totale. Krishnamurti è un flauto solista, e i flauti solisti sono necessari
quanto le orchestre. Moltiplicano la bellezza dell’esistenza, rendono la vita
più ricca. Lascia cadere la mente che continua a fare paragoni in termini di
quantità. Porta il tuo livello di consapevolezza a un livello più alto e
comincia a pensare alla qualità, e non ci sarà alcun problema.
Krishnamurti sta facendo ciò che può
fare, al meglio. Non vorrei che diventasse un orchestra, no. Ciò renderebbe il
mondo più povero. Dovrebbe continuare a fare quello che sta facendo, che dà
colore alla vita, e varietà. Io non posso fare il flauto solista, non che non
sia bello, ma semplicemente non è la mia via. A me piace essere un’orchestra.
Vorrei che Atisha suonasse con me, e Bahauddin e Kabir e Nanak e Lao Tzu e
Zarathustra, e molti altri ancora. Vorrei suonare con tutti loro e diventare
parte di questa orchestra. Questa è la mia via. Nessuno è inferiore o
superiore. Una volta illuminato, nessuno è superiore o inferiore, non può
esserlo. Se un fiore di loto si illumina sarà un fiore di loto. Se una rosa si
illumina, sarà una rosa. Entrambi hanno la medesima qualità dell’illuminazione,
ma la rosa resterà una rosa e il loto resterà un loto.
la vita È fatta di
piccole cose
amato
Osho,
perché
sento continuamente il
bisogno
di essere approvata e di
ottenere
riconoscimento,
soprattutto
nel mio lavoro?
Questo
mi fa sentire in trappola.
Non
posso farne a meno.
So
di essere in questa trappola,
ma
ne sono catturata e mi sembra
di
non poterne più uscire.
mi
puoi aiutare a trovare la porta?
La domanda è di Kendra. Occorre
ricordare che il bisogno di ottenere approvazione e riconoscimento è la
richiesta di tutti. L’intera struttura della nostra vita è tale che ci è stato
insegnato che, se non otteniamo alcun riconoscimento, siamo delle nullità,
assolutamente inutili. Il lavoro non è importante, l’importante è che venga
riconosciuto. Questo significa che le cose sono state stravolte. Il lavoro
dovrebbe essere importante di per sé, essere una gioia in se stesso. Dovresti
lavorare non per ottenere riconoscimento, ma perché provi piacere nell’essere
creativo: ami il lavoro in quanto tale.
Ci sono state poche persone che sono
state in grado di uscire dalla trappola in cui la società vi rinchiude: una di
esse è Vincent Van Gogh. Ha continuato a dipingere benché fosse affamato, senza
una casa, senza vestiti, senza medicine, malato; ma è andato avanti a dipingere.
Neppure uno dei suoi dipinti veniva venduto, non otteneva alcun riconoscimento,
ma la cosa strana è che, anche in queste condizioni era felice, felice perché
dipingeva ciò che voleva. Riconoscimento o no, il suo lavoro era
intrinsecamente valido. A trentatré anni si suicidò, non a causa di problemi o
angosce, no, semplicemente perché aveva terminato il suo ultimo dipinto, sul
quale aveva lavorato per un anno: un tramonto. Aveva provato centinaia di volte
ma, non essendo mai soddisfatto, lo distruggeva. Alla fine riuscì a dipingere
il tramonto così come lo desiderava.
Si suicidò dopo aver scritto una
lettera al fratello:
“Non voglio morire perché sono
disperato. Voglio suicidarmi perché ora vivere non ha più senso: il mio lavoro
è compiuto. Oltretutto è sempre stato difficile trovare mezzi di sostentamento.
Ma è stato bene così, perché avevo del lavoro da fare, in me c’era un
potenziale che dovevo realizzare. Ora è fiorito, ora non ha più senso vivere da
mendicante.
“Finora non ci avevo mai pensato, non
l’avevo nemmeno mai preso in considerazione. Ma adesso questa è l’unica cosa.
Sono fiorito al massimo del mio potenziale, sono soddisfatto. Ora continuare,
cercando di trovare mezzi di sostentamento, mi pare stupido. Per che cosa? Per
me questo non è un suicidio. Sono giunto a un compimento, a una fine, e lascio
il mondo con gioia. Ho vissuto con gioia e con gioia lascio il mondo.”
Ora, a quasi un secolo di distanza,
ognuno dei suoi quadri vale milioni di dollari. Ci sono soltanto duecento tele
disponibili. Ne aveva dipinte migliaia, ma sono state distrutte: nessuno le
aveva notate. Oggi avere un quadro di Van Gogh significa avere del gusto
estetico. I suoi dipinti ti danno prestigio. Il mondo non ha mai riconosciuto
il suo lavoro, ma a lui non importava. Questo dovrebbe essere il modo di
guardare le cose.
Lavora se ti dà piacere. Non
aspettarti riconoscimenti. Se arrivano, accettali; se non arrivano, non
preoccupartene. La tua soddisfazione dovrebbe essere nel lavoro in sé. E se
ognuno imparasse questa semplice arte di amare il proprio lavoro, qualunque
esso sia, di goderselo senza aspettarsi riconoscimenti, avremmo un mondo più
bello e più gioioso. Così com’è, il mondo ti ha intrappolato in uno schema
doloroso: ciò che fai non è bello perché tu lo ami o perché lo fai in modo
perfetto, ma perché il mondo lo riconosce, lo apprezza, ti dà medaglie d’oro e
premi Nobel.
Hanno deprivato la creatività del suo
valore intrinseco e hanno distrutto milioni di persone, perché non si possono
dare premi Nobel a milioni di persone. Hanno creato in ognuno il desiderio di
ottenere riconoscimento, così che nessuno può più lavorare in pace, in
silenzio, godendosi qualunque cosa stia facendo. La vita è fatta di piccole
cose. Per queste piccole cose non c’è nessun premio, nessun riconoscimento
governativo, nessuna laurea universitaria ad honorem.
Uno dei più grandi poeti di questo
secolo, Rabindranath Tagore, viveva nel Bengala, in India. Aveva pubblicato le
sue poesie e i suoi racconti in lingua bengali, ma senza ottenere alcun riconoscimento.
Allora tradusse in inglese un libricino, Gitanjali. E lui sapeva che
l’originale aveva una bellezza che la traduzione non aveva e non può avere,
perché queste due lingue, bengali e inglese, hanno strutture differenti,
diversi modi di espressione.
Il bengali è una lingua molto dolce.
Anche se stai litigando, sembra che tu sia impegnato in una tranquilla
conversazione. È molto musicale, ogni parola è musicale. Questa qualità non
esiste in inglese e non la si può introdurre; ha delle qualità differenti.
Comunque riuscì a tradurlo e la traduzione, che è misera in confronto
all’originale, ricevette il premio Nobel. E all’improvviso l’India capì. Il
libro era disponibile da anni in bengali e in altre lingue indiane e nessuno lo
aveva mai notato.
Tutte le università volevano dargli
una laurea ad honorem. Calcutta, dove abitava, è stata ovviamente la prima
università a volergliela offrire. Lui rifiutò dicendo: “Non state dando una
laurea ad honorem a me; non state dando un riconoscimento al mio lavoro, state
dando riconoscimento al premio Nobel, perché il libro era disponibile in una
forma molto più bella, e nessuno si è degnato di scrivere una parola di
apprezzamento.”
Non accettò alcuna laurea ad honorem,
e disse: “Questo è un insulto nei miei confronti.”
Jean-Paul Sartre, uno dei più grandi
scrittori, e un uomo con una grande comprensione della psicologia umana, ha
rifiutato il premio Nobel dicendo: “Sono stato ricompensato abbastanza mentre
stavo creando il mio lavoro. Un premio Nobel non aggiunge niente, al contrario,
mi fa cadere in basso. Va bene per i dilettanti che sono in cerca di
riconoscimento; io ormai sono vecchio, e mi sono divertito a sufficienza. Ho
amato tutto ciò che ho fatto. Era una ricompensa in sé e non voglio
nessun’altra ricompensa, perché niente può essere meglio di quanto ho già
ricevuto.” Aveva ragione. Ma ci sono così poche persone al mondo che hanno
ragione e così tante che invece si sbagliano e vivono in trappola.
Perché dovresti preoccuparti del
riconoscimento?
Preoccuparsi del riconoscimento ha
senso soltanto se non ami il tuo lavoro; allora è significativo, allora fa da
sostituto. Tu odi il tuo lavoro, non ti piace, ma lo fai perché in questo modo
otterrai riconoscimento; sarai apprezzato e accettato. Invece di pensare al riconoscimento,
riconsidera il tuo lavoro.
Lo ami? Allora basta. Se non lo ami,
cambialo!
I genitori, i professori, ti
martellano continuamente con l’idea che dovresti ottenere riconoscimento,
dovresti essere apprezzato. Questa è una strategia molto furba per tenere sotto
controllo le persone.
Quando ero all’università mi dicevano
continuamente: “Dovresti smetterla di comportarti così… Continui a fare delle
domande a cui sai perfettamente che non si può dare una risposta e che mettono
il professore in una situazione imbarazzante. La devi smettere, altrimenti
queste persone si vendicheranno. Loro hanno potere, possono bocciarti.” Io
dicevo: “Non mi importa. In questo momento mi sto divertendo a fare domande e a
farli sentire degli ignoranti. Non sono abbastanza coraggiosi da dire ‘non lo
so’. In quel caso non ci sarebbe nessun imbarazzo. Invece vogliono far finta di
sapere tutto. Io mi sto divertendo: la mia intelligenza si acuisce. Che
importanza ha l’esame? Possono bocciarmi soltanto se mi presento all’esame, e
chi si presenterà? Se hanno quest’idea che possono bocciarmi, non andrò
all’esame e resterò nella stessa classe. Dovranno promuovermi soltanto per
paura di dovermi sopportare un altro anno !” E tutti mi hanno sempre promosso
perché volevano liberarsi di me. Ai loro occhi stavo rovinando anche gli altri
studenti, perché anche gli altri iniziavano a fare domande su cose che per
secoli erano state accettate senza discussioni.
Quando insegnavo all’università, è
successa la stessa cosa, da una prospettiva diversa. Adesso ero io a porre
domande agli studenti perché realizzassero che tutte le conoscenze che avevano
accumulato erano soltanto prese in prestito e che in effetti non sapevano
niente. Dicevo loro che non mi interessavano i voti, ciò che mi interessava era
la loro esperienza autentica, e non ne avevano alcuna. Stavano semplicemente
ripetendo dei libri ormai sorpassati, che da molto tempo si erano dimostrati
sbagliati. Quella volta le autorità dell’università mi minacciarono:” Se
continui così, a dare fastidio agli studenti, verrai buttato fuori
dall’università.”
Io dissi: “È strano, quando ero uno
studente non potevo fare domande ai professori, adesso sono un professore e non
posso fare domande agli studenti! Allora, che funzione sta adempiendo questa
università? Dovrebbe essere un posto dove vengono poste domande, dove si fa
ricerca. Le risposte devono essere trovate non nei libri, ma nella vita e
nell’esistenza.”
Dissi anche: “Potete buttarmi fuori
dall’università, ma ricordate: questi stessi studenti, a causa dei quali mi
state buttando fuori dall’università, un giorno bruceranno l’università
stessa.” Dissi al vicerettore: “Dovresti venire a vedere la mia classe.”
Non credeva ai suoi occhi: nella mia
classe c’erano almeno duecento studenti, e poiché non c’era abbastanza spazio
stavano seduti dappertutto, sui davanzali, sul pavimento. Lui disse:” Che cosa
sta succedendo? Tu hai solo dieci studenti.”
“Queste persone sono venute ad
ascoltare,” risposi. “Hanno lasciato le loro classi; adorano venire qui. Questa
classe è un dialogo. Io non sono superiore a loro e non posso rifiutare nessuno
che viene alle mie lezioni. Che sia un mio studente o no, non importa; se viene
ad ascoltarmi, è un mio studente. In effetti dovreste permettermi di usare
l’aula magna. Queste aule sono troppo piccole per me.” Lui chiese: “L’aula
magna? Intendi radunare l’intera università nell’aula magna? Che cosa resterà
da fare agli altri professori?”
Risposi: “Questo è un problema loro.
Possono andare a impiccarsi! Dovrebbero averlo già fatto da molto tempo. Il
solo fatto che gli studenti non li ascoltino è già un segnale sufficiente.”
I professori erano arrabbiati, le
autorità erano arrabbiate, ma alla fine dovettero darmi l’aula magna. Con
riluttanza però, soltanto perché erano stati costretti dagli studenti. Tuttavia
commentavano: “Strano, studenti che non hanno niente a che fare con la
filosofia, la religione, la psicologia, perché sono qua?”
Molti studenti avevano detto al
vicerettore: “Ci piace. Non sapevamo che filosofia, religione, psicologia
potessero essere così interessanti e affascinanti; altrimenti avremmo seguito i
corsi. Pensavamo che queste fossero materie aride, preferite soltanto da
persone prive di senso pratico. Non abbiamo mai visto persone piene di vita che
scelgono queste materie. Ma quest’uomo le ha rese così interessanti, che anche
se non passeremo nelle nostre materie, non importa. Quello che stiamo facendo è
giusto in se stesso, questo ci è chiaro, e non c’è verso di cambiarlo.”
Contro il bisogno di riconoscimento,
contro il bisogno di accettazione, contro i voti… ma alla fine ho dovuto
lasciare l’università, non a causa delle loro minacce, ma perché mi sono reso
conto che aiutare solo migliaia di studenti era uno spreco. Potevo aiutare
milioni di persone fuori, nel mondo. Perché avrei dovuto restare attaccato a
una piccola università?
Il mondo intero poteva essere la mia
università.
E vedi: sono stato condannato.
Questo è l’unico riconoscimento che ho
ricevuto.
Sono stato travisato in ogni modo
possibile. Tutto ciò che si può dire contro un uomo, è stato detto contro di
me; tutto ciò che si può fare contro un uomo, è stato fatto contro di me. Pensi
che questo sia riconoscimento? Ma io amo il mio lavoro. Lo amo così tanto che
non lo chiamo nemmeno lavoro; lo chiamo semplicemente la mia gioia.
Tutti coloro che erano più vecchi di
me e apprezzati, mi hanno sempre detto:” Quello che stai facendo non ti darà
nessuna rispettabilità nel mondo.” E la mia risposta è stata: “Non l’ho mai
cercata e non so che farmene della rispettabilità. Non posso mangiarla, non
posso berla.”
Impara una cosa fondamentale: fai
qualunque cosa vuoi fare e ami fare e non aspettarti mai un riconoscimento.
Questo vorrebbe dire ridursi a mendicare. Perché uno dovrebbe aspettarsi
riconoscimento? Perché uno deve desiderare l’accettazione? Guarda in profondità
dentro te stesso. Forse non ti piace quello che stai facendo, forse hai paura
di non essere sulla strada giusta. L’accettazione ti aiuterà a sentire che sei
nel giusto. Il riconoscimento ti farà sentire che stai andando verso la giusta
meta. Ciò che conta sono i tuoi sentimenti interiori; il mondo esterno non
conta. Perché dipendere dagli altri? Tutte queste cose dipendono dagli altri,
tu stesso ti rendi dipendente.
Non accetterò nessun premio Nobel.
Questa condanna da parte di tutte le nazioni del mondo, da tutte le religioni,
per me ha molto più valore.
Accettare il premio Nobel
significherebbe diventare dipendente: ora non sarò più orgoglioso di me stesso,
sarò orgoglioso del premio Nobel. In questo momento posso soltanto essere
orgoglioso di me stesso; non c’è nient’altro di cui posso essere fiero.
In questo modo si diventa individui.
Ed essere un individuo che vive in
totale libertà, sulle proprie gambe, beve dalla sua sorgente, è ciò che rende un
uomo realmente centrato, saldo.
Questo è l’inizio della sua fioritura
definitiva.
Queste cosiddette persone famose,
persone onorate, sono piene di spazzatura e niente altro. Ma sono piene della
spazzatura di cui la società le vuole ripiene e la società le ricompensa dando
loro dei premi.
Ogni uomo con il senso della propria
individualità vive del proprio amore, del proprio lavoro, senza preoccuparsi
affatto di ciò che pensano gli altri. Più il tuo lavoro è prezioso, minore è la
possibilità di ottenere riconoscimento per ciò che fai.
Se il tuo lavoro è il lavoro di un
genio, non otterrai mai rispetto nella tua vita. Verrai condannato in vita…
poi, dopo due o tre secoli, erigeranno statue in tuo onore, i tuoi libri
verranno rispettati. Ci vogliono due o tre secoli prima che l’umanità arrivi al
livello di intelligenza in cui un genio si trova oggi. Il divario è ampio. Per
essere rispettato dagli idioti, ti devi comportare secondo le loro idee, le
loro aspettative. Per essere rispettato da questa umanità malata, devi essere
più malato di loro. Allora ti rispetteranno. Ma che cosa otterrai? Perderai il
tuo spirito e non otterrai niente.
Amato
Osho,
vuoi
parlarci della differenza fra l’amore e
la
fiducia? A me sembra che la fiducia abbia
un
significato molto più vasto dell’amore,
nel
nostro rapporto con te. Quando dico
‘Osho,
ti amo’ sto parlando di un sentimento
che
è colorato e definito da altri rapporti
d’amore,
un sentimento che è limitato dal mio
stato
di non-illuminazione.
Parlo
come se avessi una comprensione
di
ciò che il mio amore per te implica.
Quando
dico ‘Osho, mi fido di te’, sto dicendo
“Fai
di me tutto ciò che è necessario fare.
Guidami
dentro spazi inimmaginati e
inimmaginabili:
sono tuo.”
La
fiducia sembra includere la comprensione
di
essere disponibile anche riguardo a cose
che
si trovano al di là della sua stessa
comprensione.
L’amore, l’amore non-illuminato,
appare
diretto verso l’esterno, in qualche modo
aggressivo.
L’ego è consapevole di se stesso
come
entità. Mentre la fiducia, anche
nella
sua forma non-illuminata,
sembra
avere in sé una qualità di profondo
abbandono.
L’ego è presente soltanto
per
ragioni linguistiche, perché la persona che ha
fiducia
sa che lei stessa potrebbe scomparire.
La domanda è di Maneesha. E non è
affatto una domanda. Si è già risposta da sola e in maniera meravigliosa. Ha
detto esattamente ciò che avrei detto io. Questo è ciò che mi piacerebbe
avvenisse a ognuno di voi, piano piano: che arrivaste a una comprensione tale
che quando ponete una domanda, possiate rispondere da soli esattamente nel modo
in cui avrei risposto io.
La fiducia è sicuramente un valore più
alto dell’amore.
Nella fiducia, l’amore è implicito,
mentre nell’amore la fiducia non è implicita.
Quando dici ‘Osho, mi fido di te’, si
capisce che mi ami. Ma quando dici di amare, la fiducia non ha alcun posto. In
effetti il tuo amore è molto sospettoso, diffidente, impaurito, sempre in
guardia, che controlla la persona che ami. Gli amanti diventano quasi dei
detectives.
Si spiano a vicenda.
L’amore è bellissimo, se giunge come
parte della fiducia. E giunge sempre come parte della fiducia, perché non può
esserci fiducia se non c’è amore.
Ma senza fiducia non c’è amore e un
amore privo di fiducia è orribile, pieno di gelosie, sospetti, diffidenza.
È anche vero che quando dici ‘ti amo’,
non c’è un arrendersi, non c’è un essere pronto a dissolverti. Non c’è l’essere
pronto a venire trasportato in spazi sconosciuti e inconoscibili. Quando dici
‘ti amo’ resti uguale e in questo c’è una certa aggressività.
Questo è il motivo per cui, dall’inizio del
genere umano, dovunque e in tutti i tempi, la donna non ha mai preso
l’iniziativa nel dire ‘ti amo’. Ha aspettato che l’uomo dicesse ‘ti amo’,
perché il cuore di una donna riesce a sentire quell’aggressività. Ma l’uomo ha
il cuore più duro; non sente quell’aggressività, in effetti gli piace.
Ma quando dici “mi fido di te”, c’è
una profonda resa, un’apertura, una ricettività, una dichiarazione a te stesso
e all’universo che: ‘Ora se quest’uomo mi portasse persino all’inferno, per me
va bene; mi fido di lui. Se a me appare come un inferno, deve trattarsi di un
errore della mia vista. Non è possibile che lui mi conduca all’inferno.’
Nella fiducia, troverai sempre errori
in te stesso; nell’amore troverai sempre errori nella persona della quale sei
innamorato.
Nella fiducia tu sei sempre, senza
dirlo, in uno stato di rammarico: ‘Sono ignorante, sono addormentato,
inconsapevole. Esiste la possibilità di dire qualcosa di sbagliato, di fare
qualcosa di sbagliato, quindi sii clemente verso di me, abbi compassione.’
La fiducia implica così tanto. È un
tesoro così prezioso.
Quando dici “ti amo” c’è una sottile
corrente di possessività. Senza che venga detto, si capisce: “Adesso sei una
mia proprietà. Nessun altro deve amarti.”
Nella fiducia, non esistono questioni
di possedere la persona della quale ti fidi. Al contrario, stai dicendo: ‘Per
favore, possiedimi. Distruggimi come ego. Aiutami a scomparire e dissolvermi in
te, così che non ci siano più resistenze a stare con te.’
L’amore è uno sforzo costante, una
lotta.
L’amore esige. “Ti amo” vuol dire: “Anche
tu devi amarmi. In effetti ti amo soltanto perché voglio che tu mi ami.” È
semplicemente un baratto, e così la paura: ‘Non devi amare nessun altro. Nessun
altro deve amarti, perché io non voglio partner nel mio amore, persone che
condividano il mio amore.’
La mente inconsapevole dell’uomo
continua a pensare all’amore in termini di quantità, che c’è una certa quantità
d’amore. Se amo te, allora a te spetta tutta la quantità. Se amo qualche altra
persona, allora la quantità verrà distribuita, tu non la otterrai più tutta; e
così la gelosia, lo spiarsi, il litigare, il lamentarsi.
E dietro una bellissima parola, amore,
continuano ad accadere cose orribili.
Nella fiducia non esistono questioni
di lotta.
È un autentico abbandono.
Quando dici “Osho, mi fido di te”,
intendi dire “da questo momento la mia lotta con te è finita. Adesso sono tuo,
puoi fare ciò che vuoi.
Puoi uccidermi, non opporrò
resistenza, perché io non ci sono più, ti ho dato me stesso. Adesso dipende da
te: fai qualunque cosa riterrai giusta.”
La fiducia non è competitiva; quindi
non c’è gelosia.
Tu puoi fidarti di me, milioni di
persone possono fidarsi di me. In effetti più persone si fidano di me, più
sarai felice. Gioirai del fatto che così tante persone si fidano… questo non
succede nell’amore.
Ma nella fiducia, tutto ciò che c’è di
bello nell’amore, è implicito.
Nel momento in cui dici ‘mi fido di
te, Osho’, stai anche dicendo “ti amo”. Ma adesso, perché c’è fiducia, l’io non
esiste più, c’è soltanto l’amore.
E l’amore senza ego non crea problemi:
“Molti possono amarti, e più sono
coloro che ti amano, più sarò felice.”
Ma questo succede perché c’è fiducia.
Fiducia è forse la parola più bella
nel linguaggio umano. La fiducia è così vicina alla verità che, se è totale, in
questo preciso momento la tua fiducia diventa una rivelazione, una rivoluzione.

Amato
Osho,
l’esperienza
più dolorosa al mondo è essere
arrabbiati
con Te. Questa non è una domanda,
è
soltanto un’espressione di pura gioia nel
sentirmi
di nuovo libera di amarti.
Giusto! Questa deve essere Chetana! È
una delle cose più difficili, essere arrabbiati con me. Puoi chiedere a Vivek,
perché lei soffre spesso in nome mio, per la mia sicurezza. E io posso capire
che lei si arrabbia, non è contro di me. Soffre così tanto a causa della
rabbia. Tu mi ami così tanto che non riesci a concepire di poterti arrabbiare
con me. Ma una volta ogni tanto, un assaggio fa bene. Ti impedirà di tornare in
tali spazi in futuro.
Certamente per Vivek è difficile.
Recentemente è stata continuamente triste e preoccupata perché io sono stato
maltrattato di continuo dalla polizia, dalle autorità delle prigioni, dai
governi, deportato da un posto all’altro. Lei sa che non può fare niente per
impedirlo. Tutta questa tristezza qualche volta si trasforma in rabbia. Non può
arrabbiarsi con i governi, può soltanto arrabbiarsi con me. Ma arrabbiarsi con
me è veramente difficile. È un compito quasi impossibile! Coloro che ci sono passati
conoscono il suo inferno. Ma c’è qualcosa di buono, c’è sempre qualcosa di
buono, anche nelle situazioni peggiori: niente dura per sempre. Ne vieni fuori,
e allora senti una immensa libertà e gioia e compassione.
Tratto da Beyond Psychology, # 32
il tutto ha bisogno di te
Scopri
la direzione della tua creatività.
HO
SEMPRE CREDUTO di non essere creativo. Cos’altro può essere la creatività al di
là del danzare e del dipingere, e come posso scoprire qual è la mia creatività?
La creatività non ha nulla a che fare
con un’attività in particolare: con la pittura, la poesia, la danza, il canto.
Non ha nulla a che fare con niente in particolare.
Ogni cosa può essere creativa – sei tu
a dare questa qualità all’attività; l’attività in sé non è né creativa né non
creativa. Si può dipingere in modo non creativo, si può cantare in modo non
creativo, e si può pulire un pavimento in modo creativo, si può cucinare in
modo creativo. La creatività è la qualità che tu metti in ciò che stai facendo.
è un’attitudine, un approccio interiore – il modo in cui guardi le cose.
Dunque la prima cosa da tenere a mente
è di non confinare la creatività a qualcosa di particolare. Una persona è
creativa – e se è creativa, qualsiasi cosa faccia, anche se cammina, si vede che
nel suo camminare vi è creatività. Anche se siede in silenzio e non fa nulla,
anche il suo non far nulla sarà un atto creativo. Il Buddha, seduto sotto
l’albero del Bodhi senza far nulla, è il più grande creatore che il mondo abbia
mai conosciuto.
Una volta compreso che sei tu, che è
la persona a essere creativa o non creativa, allora il problema scompare. Non
tutti possono essere pittori e comunque non ce ne sarebbe bisogno. Il mondo
sarebbe veramente terribile se tutti fossero pittori, sarebbe difficile
viverci. Non tutti possono essere danzatori e non ce n’è bisogno, ma chiunque
può essere creativo.
Qualsiasi cosa tu faccia, se la fai
con gioia e con amore, se l’azione non è puramente utilitaristica, allora è
creativa. Se da questo senti che qualcosa cresce in te, se genera una crescita,
allora è spirituale, è creativo, è divino. Man mano che diventi più creativo,
diventi più divino. Tutte le religioni del mondo hanno detto: dio è il
creatore. Io non so se è il creatore o no, ma una cosa so: più divieni creativo
più diventi divino. Quando la tua creatività giunge a un punto culminante,
quando tutta la tua vita diviene creativa, vivi in dio. Quindi dio deve essere
il creatore, perché le persone che sono state creative sono state le più vicine
a lui.
Ama quello che fai. Sii meditativo
mentre lo fai, qualsiasi cosa sia! Indipendentemente da quello che è. […]
Quindi se vuoi la fama e solo allora penserai di essere creativo – se diventi
famoso come Picasso, di certo sei creativo – fallirai sicuramente. Così in
realtà non sei creativo per nulla: sei un politico, un ambizioso. Se la fama
viene, bene, se non viene, bene. Non dovrebbe essere questo il modo di
considerare la cosa; andrebbe considerato il fatto che stai godendo di quello
che fai. È una storia d’amore. Se la tua azione è un atto d’amore allora
diviene creativa. Le piccole cose divengono grandi grazie al tocco dell’amore e
del piacere.
Chi sta ponendo la domanda dice:
“Credevo di non essere creativo.” Se la pensi così diverrai non creativo; in
quanto il credere non è soltanto credere: può aprire porte, può chiudere porte.
Se hai una convinzione errata, questa rimarrà intorno a te come una porta
chiusa. Se credi di non essere creativo, diverrai non creativo, poiché questa
convinzione ostruirà, negherà continuamente ogni possibilità di fluire. Non
permetterà alla tua energia di fluire in quanto tu ripeterai continuamente:
“Non sono creativo”.
Così è stato insegnato a tutti. Solo
poche persone sono accettate come creative: pochi pittori, pochi poeti… uno su un
milione. è una follia! Ogni essere umano è nato creatore. Osserva i bambini e
vedrai: tutti i bambini sono creativi. E noi a poco a poco distruggiamo la loro
creatività, a poco a poco imponiamo loro errate credenze, a poco a poco li
distraiamo, a poco a poco li rendiamo sempre più calcolatori e politici e
ambiziosi.
Quando subentra l’ambizione, la
creatività scompare, poiché una persona ambiziosa non può essere creativa,
poiché una persona ambiziosa non può amare nessuna attività per se stessa.
Mentre dipinge guarda oltre, pensa: “Quando riceverò un premio Nobel?” Mentre
scrive un romanzo guarda oltre. è sempre nel futuro; mentre una persona
creativa è sempre nel presente. Noi distruggiamo la creatività. Nessuno nasce
non creativo, ma noi rendiamo non creativa il novantanove per cento della
gente. Ma semplicemente scaricare la responsabilità sulla società non è di
alcun aiuto, devi prendere la tua vita nelle tue mani. Devi abbandonare i
condizionamenti erronei, devi abbandonare le autosuggestioni ipnotiche errate
che ti sono state trasmesse nella tua infanzia. Abbandonale! Purifica te stesso
da tutti i condizionamenti… e improvvisamente vedrai che sei creativo.
Essere ed essere creativo sono
sinonimi. È impossibile essere e non essere creativo. Ma questa cosa
impossibile è successa, questo orribile fenomeno è avvenuto, poiché tutte le
tue sorgenti creative sono state ostruite, bloccate, distrutte e tutta la tua
energia è stata forzata in qualche attività che la società ritiene essere
vantaggiosa.
Il nostro approccio alla vita è
interamente orientato verso il denaro, e il denaro è una delle cose meno
creative a cui tu possa essere interessato. Il nostro approccio è interamente
orientato verso il potere, e il potere è distruttivo, non creativo. Una persona
che rincorre il denaro diventerà distruttiva, perché il denaro deve essere
rubato, deve essere sfruttato, deve essere portato via a molta gente, solo così
puoi averne. Diventare potente significa semplicemente rendere molte persone
prive di potere, distruggerle, solo allora tu sarai potente, solo allora potrai
essere potente.
Ricorda: questi sono atti distruttivi.
Un atto creativo accresce la bellezza del mondo, offre qualcosa al mondo, non
sottrae mai qualcosa. Una persona creativa che viene al mondo, accresce la
bellezza del mondo: una canzone qui, un dipinto là. Fa sì che il mondo danzi
meglio, goda meglio, ami meglio, mediti meglio. Quando se ne va da questo
mondo, lascia un mondo migliore dietro di sé. Forse nessuno la conosce, forse
qualcuno la conosce, non è questo il punto; ma lascia dietro di sé un mondo
migliore, è immensamente appagata, in quanto la sua vita ha avuto un qualche
valore intrinseco.
Denaro, potere, prestigio non hanno
nulla di creativo, non solo non sono creativi, ma sono attività distruttive.
Guardati da loro! Se te ne guarderai puoi diventare creativo molto facilmente.
Non sto dicendo che la tua creatività ti darà potere, prestigio e denaro. No,
non posso prometterti alcun giardino fiorito. La creatività potrebbe crearti
dei problemi, potrebbe spingerti a vivere come un povero. Tutto quello che
posso promettere è che dentro di te, profondamente, sarai il più ricco degli
uomini, dentro di te, profondamente, sarai appagato, dentro di te,
profondamente, sarai pieno di gioia e celebrazione. Continuerai a ricevere
sempre più benedizioni da dio. La tua vita sarà una vita di benedizioni.
Tuttavia è possibile che esteriormente
tu possa non essere famoso, tu possa non avere soldi, non aver successo nel
cosiddetto mondo. Ma avere successo nel mondo è un totale fallimento, è un
fallimento nel mondo interiore. E che cosa te ne farai del mondo intero ai tuoi
piedi se hai perso il tuo vero sé? Che cosa farai se possiedi il mondo intero e
non possiedi te stesso? Un individuo creativo possiede il suo vero essere: è
maestro di se stesso. Questo è il motivo per cui in Oriente abbiamo chiamato
“swami” i sannyasin. Swami significa maestro. I mendicanti sono stati chiamati
swami, maestri. Abbiamo conosciuto imperatori, ma nella prova finale, alla
conclusione della loro vita, essi hanno dimostrato di essere dei mendicanti. Un
uomo che corre dietro ai soldi, al potere e al prestigio è un mendicante,
poiché mendica continuamente. Non ha niente da dare al mondo.
Sii uno che dà. Condividi qualunque
cosa puoi. E ricorda, io non sto facendo nessuna distinzione fra piccole e
grandi cose. Se puoi sorridere con il cuore aperto, tenere la mano di qualcuno
e sorridere, questo sarà un atto creativo, un grande atto creativo. Ti basta
tenere qualcuno stretto al cuore… e sarai creativo. Ti basta guardare qualcuno
con occhi colmi d’amore… un sguardo amorevole è sufficiente per cambiare
l’intero mondo di una persona. Sii creativo. Non preoccuparti di quello che
stai facendo, uno deve fare tante cose… ma fai qualunque cosa con creatività,
con devozione. Così il tuo lavoro diventerà un atto di preghiera. Così
qualunque cosa farai sarà preghiera, qualunque cosa farai sarà un’offerta
sull’altare.
Abbandona la convinzione di non essere
creativo. Io so che questa convinzione è indotta: forse non hai mai vinto una
medaglia d’oro all’università, forse non sei mai stato il primo della classe, i
tuoi quadri possono non aver ricevuto apprezzamenti, quando suoni il flauto i
vicini chiamano la polizia. Forse… ma solo a causa di tutto questo non avere
l’erronea convinzione di essere un non creativo. Può essere accaduto perché hai
cercato di imitare gli altri.
Le persone hanno un’idea veramente
limitante di ciò che significa essere creativo: suonare la chitarra o il
flauto, oppure scrivere poesie. Così c’è chi continua a scrivere immondizia nel
nome della poesia.
Tu devi scoprire ciò che puoi fare e
ciò che non puoi fare, nessuno può fare tutto. Devi cercare e scoprire il tuo
destino. Dovrai procedere a tentoni nell’oscurità, lo so, il tuo destino non è
così ben delineato. Ma questa è la vita. E va bene dover cercare, è proprio
nella ricerca che qualcosa cresce. Se dio ti avesse dato la mappa della tua
vita quando sei venuto al mondo – la tua vita sarà questa: sei destinato a
diventare un chitarrista – la tua vita diventerebbe meccanica. Solo una
macchina può essere predeterminata, non un uomo. L’uomo è sempre imprevedibile,
l’uomo è sempre uno spazio aperto, una potenzialità per mille e una cosa.
Molte porte aperte e molte alternative
sono sempre presenti a ogni passo, e tu devi scegliere, devi sentire... ma se
ami la tua vita, sarai capace di trovarlo. Se non ami la tua vita e ami
qualcos’altro, allora ci saranno dei problemi.
Se ami il denaro e vuoi essere
creativo, non potrai diventarlo. L’ambizione per il denaro distruggerà la tua
creatività. Se vuoi la fama, allora dimentica la creatività. La fama viene
raggiunta più facilmente se sei distruttivo. La fama arriva più facilmente a un
Adolf Hitler, la fama arriva più facilmente a un Henry Ford. La fama è più
facile se sei competitivo, violentemente competitivo. Se sei capace di uccidere
e distruggere le persone, la fama arriva più facilmente, la storia intera è una
storia di assassini. Se diventi un assassino, la fama sarà molto facile. Puoi
diventare un primo ministro, puoi diventare un presidente, ma queste sono tutte
maschere. Dietro troverai persone molto violente, terribilmente violente, che
si nascondono dietro un sorriso. Questi sorrisi sono politici, diplomatici. Se
la maschera scivola giù, vedrai che dietro si nascondono sempre Genghis Khan,
Timur Leng, Nadir Shah, Napoleone, Alessandro, Hitler.
Se vuoi la fama non parlare di
creatività. Non sto dicendo che la fama non arriverà mai a una persona
creativa, ma che arriverà molto raramente, molto raramente. Assomiglia più a un
incidente e ci impiega molto tempo.
Quasi sempre accade che a una persona
creativa la fama arrivi nel momento in cui se ne è andata; è sempre postuma, è
molto in ritardo. Gesù non era famoso ai suoi giorni. Se non ci fosse stata la
Bibbia non ci sarebbe rimasta memoria di lui. La testimonianza appartiene ai
suoi quattro discepoli, nessun altro ha mai parlato di lui, della sua esistenza
o meno. Egli non era famoso, non aveva avuto successo.
Puoi pensare a un fallimento più grande
di quello di Gesù? Ma a poco a poco egli è diventato sempre più significativo,
a poco a poco le persone lo hanno riconosciuto.
Tutto ciò richiede tempo. Più grande è
la persona, più tempo ci vuole perché gli altri la riconoscano, perché quando
nasce un grande essere non ci sono criteri per giudicarlo, non ci sono mappe
per trovarlo. Egli stesso deve creare i suoi valori. Una volta creati i valori
lui se ne è già andato. Migliaia di anni sono necessari per riconoscere una
persona creativa, e neppure questo è sicuro. Sono esistite tante persone
creative che non sono mai state riconosciute. Il successo per una persona
creativa è accidentale. Per una persona non creativa, distruttiva, il successo
è più sicuro.
Quindi, se stai cercando qualcos’altro
in nome della creatività, abbandona l’idea di essere creativo. Almeno fai ciò
che desideri fare in maniera cosciente e deliberata. Non nasconderti mai dietro
una maschera.
Se vuoi veramente essere creativo,
allora non esiste questione di denaro, successo, prestigio, rispettabilità;
allora potrai godere della tua attività, allora ciascun atto avrà un suo valore
intrinseco.
Danzerai perché ti piace danzare.
Danzerai perché ciò ti delizierà. Se qualcuno apprezza, va bene, proverai
gratitudine. Se nessuno apprezzerà, non è affar tuo preoccuparti di ciò. Tu hai
danzato, ne hai goduto, sei già appagato.
Ma questa convinzione di essere non
creativo può essere pericolosa – abbandonala! Nessuno è non creativo – neppure
gli alberi, neppure le rocce. Le persone che hanno conosciuto gli alberi e li
hanno amati, sanno che ogni albero crea il proprio spazio, ogni roccia crea il
proprio spazio. Che non assomiglia allo spazio di nessun altro. Se affini la
tua sensibilità, se diventi capace di capire, attraverso l’empatia, ne trarrai
enormi benefici. Vedrai che ogni albero è creativo alla sua maniera; nessun
altro albero è così – ogni albero è unico, ogni albero ha la propria
individualità. Gli alberi non sono solo alberi – sono persone. Le rocce non
sono solo rocce, sono persone. Siediti accanto a una roccia – osservala con
amore, toccala con amore, sentila con amore.
Si racconta di un maestro Zen che era
capace di spostare rocce enormi, di smuovere rocce gigantesche – ed era un uomo
molto fragile. Sembrava impossibile considerata la sua struttura fisica! Uomini
più forti, molto più forti di lui, erano incapaci di spostare quelle rocce, e
lui le tirava con una facilità incredibile.
Gli venne chiesto quale fosse il suo
trucco. E disse: “Non ci sono trucchi – io amo la roccia, e la roccia mi aiuta.
Prima le dico: “Ora il mio prestigio è nelle tue mani, queste persone sono
venute qui a vedermi. Aiutami, coopera con me. Mm?” – poi semplicemente la
tocco con amore… e aspetto un suo cenno. Quando la roccia mi dà un segnale – è
un brivido che mi percorre la spina dorsale – quando la roccia mi comunica di
essere pronta, allora mi muovo. Voi vi muovete contro la roccia, ecco perché
avete bisogno di così tanta energia. Io mi muovo assecondando la roccia,
fluisco con la roccia. In realtà è sbagliato dire che sono io a spostarla – io
mi limito a essere lì. La roccia si sposta da sola.”
Un grande maestro Zen era un
falegname, e ogni volta che costruiva un tavolo o una sedia, quegli oggetti
acquisivano qualcosa di ineffabile, un incredibile magnetismo.
Gli venne chiesto: “Come fai?”
“Non sono io a farli,” rispose. “Io
semplicemente vado nel bosco: la cosa fondamentale è chiedere al bosco, agli
alberi, quale albero è pronto a diventare una sedia.”
Ora queste cose sembrano assurdità –
perché non sappiamo, non conosciamo il linguaggio. Per tre giorni rimaneva nel
bosco. Si sedeva sotto un albero, sotto un altro albero, e parlava agli alberi
– era pazzo!
Ma un albero si giudica dai frutti, e
anche questo maestro dev’essere giudicato da ciò che ha creato. In Cina ci sono
ancora alcune sedie costruite da lui – e ancor oggi hanno questo magnetismo.
Semplicemente ci si sente attratti, senza sapere cos’è che ci attrae. Dopo
mille anni! – è qualcosa di meraviglioso.
Egli diceva: “Vado nel bosco e dico
che sto cercando un albero che desidera diventare una sedia. Chiedo agli alberi
se sono disposti, non solo disposti, ma felici di cooperare con me, pronti a
venire con me – solo allora. A volte accade che nessun albero sia disposto a
diventare una sedia – e ritorno a mani vuote.”
Accadde che l’imperatore della Cina
gli chiese di costruirgli una libreria.
Egli andò nel bosco e dopo tre giorni
disse: “Aspetta – nessun albero è pronto a venire nel tuo palazzo.”
Dopo tre mesi l’imperatore chiese di
nuovo.
Il falegname disse: “Ci vado di
continuo. Sto convincendoli. Aspetta – un albero sembra quasi propenso.” Riuscì
a persuadere un albero. E disse: “La mia arte è tutta lì! Quando l’albero viene
spontaneamente, solo allora chiede l’aiuto del falegname.”[…]
Se sei in amore, vedrai che l’intera
esistenza ha individualità. Non spingere o tirare. Osserva, comunica, lasciati
aiutare – e molta energia verrà risparmiata.
Persino gli alberi sono creativi, le
rocce sono creative. Tu sei un uomo: sei il culmine di questa esistenza. Sei in
cima – tu sei consapevole.
Non pensare in base ad assunzioni
errate, non rimanere mai attaccato a convinzioni errate, come il non essere
creativo. Forse tuo padre ti ha detto che non sei creativo, i tuoi colleghi ti
hanno detto che non sei creativo. Forse sei andato cercando in direzioni
sbagliate, in direzioni che non sono creative, ma dev’esserci una direzione in
cui sei creativo.
Cerca, indaga, e rimani aperto, e
continua a cercare – finché non l’hai trovata.
Ogni uomo giunge nel mondo con un
destino specifico – ha qualcosa da compiere, un messaggio da dare, un lavoro da
completare.
Non sei qui per caso – la tua presenza
qui ha un suo significato. C’è uno scopo dietro di te.
Il tutto intende fare qualcosa
attraverso di te.
Tratto
da A Sudden Clash of Thunder # 4
il miracolo del qui e ora
La
prossima estate Ma Krishna Radha porterà in Italia una serie di gruppi; tra cui
uno intitolato Il viaggio tantrico.
Ecco cosa ci racconta la sua esperienza.
Puoi spiegare la natura del tuo
lavoro?
Lascia che prima ti racconti da dove è
nato. Nel 1974, poco dopo avermi iniziata al sannyas, Osho cominciò a chiamarmi
durante i darshan, gli incontri serali con i discepoli, per aiutarlo nel lavoro
con l’energia.
Per esempio mi diceva: “Mettiti dietro
questa persona e riversa il tuo amore in lei.” Poi mi dava istruzioni su dove
mettere le mani, infine mi guardava e io sapevo automaticamente cosa fare. Io
non sapevo cosa fosse l’amore - e non lo so neppure ora - ma è così che ho
cominciato ad avere l’esperienza di fusione, della perdita del sé nell’amore,
alla presenza del Maestro.
Alcuni anni dopo Osho cominciò a fare
gli energy darshan, trasmissioni dirette di energia.
Sì, e io ero una delle sue medium. Per
me quelle esperienze avevano qualcosa di spirituale e qualcosa di molto
terreno, qualcosa di dio e del cielo, e qualcosa di sensuale e sessuale.
In realtà, Osho ci invitò, in quanto
sue medium, a includere la sensualità in quelle esperienze. Quindi ho sempre
conosciuto la presenza di entrambi gli elementi: la terra e le radici, il cielo
e le ali.
È su questo che si basa il tuo lavoro?
Sì. L’energia è una delle mie
esperienze più forti con Osho e desideravo condividere questa esperienza con
altri.
Puoi dirci in cosa consiste il tuo
lavoro?
È tantra e oltre, è cioè un lavoro che
conduce alla fusione nell’amore.
In Occidente la parola “tantra” viene
spesso intesa erroneamente come una tecnica per migliorare la propria vita
sessuale – come un metodo per liberarsi delle repressioni sessuali indulgendo
nell’attività sessuale. E a causa di questo fraintendimento sta diventando un
contenitore privo di contenuto.
E per te cos’è il tantra?
Il tantra è un modo di includere ogni
aspetto della vita e avere l’esperienza orgasmica dell’unione con il cosmo –
anche attraverso il respiro, o il semplice godersi il calore del sole sulla
pelle, questo tipo di spazio. Entrare in contatto con la propria sensualità,
sessualità, e vitalità… accettare queste sensazione come una parte naturale e
godibile della vita. Il potere dell’energia sessuale ha la capacità di farci
oltrepassare i nostri normali limiti e di farci accedere a mondi inesplorati,
scoprendo un diverso piacere del corpo e dello spirito, passando naturalmente
dal cuore.
Quando impariamo a guardarci con
l’occhio del cuore, eliminiamo maschere e facciate, diventiamo integri,
abbandonandoci finalmente al fluire dell’energia vitale.
Questo tipo di approccio, la
sensualità, sembra essere un tratto tipico dell’italiano. Sei d’accordo?
Sì e no. L’italiano ha la capacità
naturale di sciogliersi nella sensualità. Però lo fa in modo inconsapevole. Così
si allontana da se stesso, non è reale. E spesso il suo tipo di apertura è
molto superficiale.
Il condizionamento cattolico gli
impedisce di entrare in contatto con la fonte della gioia. E questo si
manifesta con i sensi di colpa, la vergogna, il senso di inadeguatezza. Questi
sono blocchi in cui l’energia rimane intrappolata, trattenuta e non le si dà la
possibilità di espandersi, di essere vissuta nel potenziale più alto.
Qual è l’essenza del tuo lavoro?
E non c’è motivo di rifiutarle. Eppure
dentro c’è qualcosa che ti impedisce di viverle. La mente e i condizionamenti
ci limitano. Puoi scegliere di ascoltarli o prendere una certa distanza.
Può accadere per esempio di avere una
bellissima esperienza di let-go, di energia che si espande spontaneamente e poi
si vede arrivare la paura, si vede che la paura ci impedisce di vivere
totalmente il piacere e la beatitudine.
Ma la paura non ha bisogno di essere
analizzata. La mia esperienza con Osho è che la consapevolezza non ha nulla a
che vedere con la psicologia. Non bisogna necessariamente andare a scavare nel
torbido, ma se mai focalizzarsi su quella scintilla luminosa che è sempre
possibile intravedere.
Molti miei condizionamenti si sono
semplicemente sciolti alla luce della consapevolezza.
Un’altra caratteristica che ho notato
è che noi italiani, essendo così espansivi ed estroversi, abbiamo difficoltà
con il silenzio. Metterci seduti in silenzio senza far nulla non ci viene così
naturale. L’espansione nella sessualità e sensualità che sperimentiamo nei
gruppi, portandoci nell’assenza di tempo del momento presente, ci dà assaggi
preziosi del silenzio, dell’immobilità, della meditazione.
I tuoi gruppi si rivolgono alle coppie
o all’individuo?
Fondamentalmente lavoro con
l’individuo, perché desidero invitare ogni persona a trovare la sua verità nel
qui e ora, senza essere condizionata da uno schema di comportamento che già
conosce.
In Italia però offro un lavoro alle
coppie sotto forma di una serie di sessioni.
Il nocciolo del mio lavoro è comunque
offrire tecniche e suggerimenti per riportarci continuamente alla verità del
momento presente. Ho notato che uno dei problemi più diffusi tra le coppie è la
noia, e noia vuol dire mente. Essere nel presente significa invece non essere
nella mente, ma lasciare che l’energia del qui e ora ti riveli la realtà.
Che differenza trovi nel condurre
gruppi a Puna o in Occidente?
L’elemento più prezioso del lavorare
qui all’Osho Commune è la varietà.
La presenza di persone provenienti da
tanti paesi diversi aiuta me e i partecipanti a prendere più facilmente
distanza dai nostri schemi di comportamento nazionali.
Lavorare con un unico condizionamento
è più complicato, perché è più difficile da vedere, soprattutto per me italiana
quando lavoro con gli italiani. È come se avessi bisogno di più coraggio per
scavare al di là della superficie e incontrare i blocchi energetici.
Lavorando con gli italiani incontri
degli stereotipi particolari?
Ho notato un cambiamento interessante
rispetto a una decina d’anni fa. Il macho e la mamma non sono più stereotipi
così scontati.
Gli uomini delle ultime generazioni
hanno sviluppato molto di più il lato femminile, e le donne sono meno vittime e
manipolatrici, usano di più l’energia in modo diretto nel mondo del lavoro,
esprimendo la propria creatività.
Che tipo di persone partecipa ai tuoi
gruppi?
Persone di tutti i tipi, da quelle che
conducono una vita normale, lavoro e famiglia, a quelle che, avendo tutto, sono
profondamente annoiate. Comunque tutte sono alla ricerca di un altro tipo di
vita, più autentico e appagante. E il miracolo accade. Scoprono che la vita
diversa non è in qualche luogo esotico e speciale. Non è altrove. È qui e ora.
vivi nel momento
Guarda il cielo
Medita sul cielo: ogni volta che ne
hai l’occasione, sdraiati per terra e guarda il cielo. Lascia che questa sia la
tua contemplazione. Se vuoi pregare, prega il cielo. Se vuoi meditare, medita
sul cielo; a volte con gli occhi aperti, altre volte con gli occhi chiusi.
Perché il cielo è anche dentro di te: è tanto vasto all’interno quanto lo è
all’esterno.
Noi ci troviamo al confine tra il
cielo interiore e il cielo esterno ed essi hanno esattamente la stessa
dimensione. Com’è infinito il cielo esteriore, così lo è il cielo interiore.
Noi ci troviamo esattamente sul confine: ti puoi dissolvere sia in una
direzione, che nell’altra. Queste sono le due vie per dissolversi.
Se preghi, ti dissolvi nel cielo
esteriore; se mediti, ti dissolvi nel cielo interiore, ma il risultato è
identico, ti dissolvi. E questi due cieli non sono due spazi separati. Sono
due, solo perché ci sei tu di mezzo, tu rappresenti la linea di separazione.
Quando tu scompari, scompare la linea di
separazione, allora l’interno è esterno e l’esterno è interno.
A volte puoi
semplicemente scomparire
Siedi sotto un albero, senza pensare
al passato né al futuro, stai semplicemente lì: dov’è l’io? Dove se n’è andato?
Non riesci a vederlo, non c’è più. Nel presente l’ego non esiste, non è mai
esistito. Il passato non è più, il futuro non è ancora: entrambi non esistono.
Il passato si è dissolto, il futuro non è ancora comparso: esiste solo il
presente. E nel presente non troverai mai nulla che assomigli all’ego. In
alcuni monasteri del Tibet si pratica tuttora una delle meditazioni più
antiche: è un metodo che si basa sulla verità che ho appena enunciato. Ti
insegnano che puoi semplicemente scomparire, siedi in giardino e cominci a
sentire che pian piano stai scomparendo.
Prova a vedere come appare il mondo
quando te ne sei allontanato, allorquando non sei più partecipe, allorquando
diventi assoluta trasparenza. Prova anche solo per un secondo a non essere.
A casa tua: vivi come se non
esistessi. È veramente una meditazione bellissima. In 24 ore puoi provarci
diverse volte: mezzo secondo sarà sufficiente. Per mezzo secondo fermati, non
fare altro: tu non esisti e il mondo va avanti. Man mano che la consapevolezza
che il mondo va avanti perfettamente anche senza di te cresce, allora sarai in
grado di conoscere un’altra parte del tuo essere che per lungo tempo, per
intere esistenze, è stata trascurata. Ed è la tua ricettività: sii
semplicemente disponibile, diventa una porta. La vita continua il suo fluire,
anche senza di te.
La meditazione della
ghigliottina
È una delle meditazioni tantriche più
belle: cammina e immagina di non aver più la testa, ma solo il corpo. Siedi e
immagina di non aver più la testa, hai solo il corpo. Ricorda continuamente che
la testa non c’è più. Visualizzati privo di testa. Fatti una fotografia senza
la testa e ingrandiscila: guardala ! Abbassa lo specchio del bagno, così quando
ti specchi vedi solo il corpo e non la testa. Bastano pochi giorni di costante
ricordare e sentirai nascere in te una leggerezza incredibile, un silenzio
straordinario, perché il problema è la testa. Se riesci a concepirti privo di
testa – e non è difficile: è facile concepirlo – allora ti centrerai sempre di
più nel cuore.
Puoi immaginarti senza testa in questo
preciso momento. E così capirai immediatamente cosa intendo dire.
COMUNICA CON LA TERRA
Un giorno fai un piccolo esperimento:
mettiti in piedi nudo da qualche parte – sulla spiaggia, sulla riva del fiume,
semplicemente nudo sotto il sole – e comincia a saltare, a scuoterti, e senti
come la tua energia fluisce attraverso le gambe e i piedi, fino al suolo.
Saltella e senti la tua energia che passa attraverso le gambe e fluisce nella
terra.
Dopo alcuni minuti fermati e resta in
silenzio, radicato al suolo, e senti la comunione tra i tuoi piedi e la terra.
Improvvisamente ti sentirai estremamente radicato, saldo, centrato.
Scoprirai che la terra comunica, ti
parla; sentirai che i tuoi piedi comunicano col suolo. E tra te e la terra
sorgerà un dialogo.
FAI AMICIZIA
CON UN ALBERO
Avvicinati a un albero, parla a
quest’albero, toccalo, abbraccialo, sentilo, siedi accanto a lui, fagli sentire
che tu sei buono e non hai intenzione di fargli del male.
Pian piano nascerà un’amicizia e
comincerai a sentire che non appena ti avvicini, la vibrazione dell’albero
cambia. Lo sentirai… non appena arrivi, sentirai un’energia straordinaria
scorrere lungo la corteccia. Quando lo tocchi, l’albero è felice come un
bambino, come un amante. Quando siedi vicino all’albero avrai mille sensazioni
diverse. In breve, ti accorgerai che anche se sei triste quando ti avvicini
all’albero, stando semplicemente alla sua presenza, la tristezza scompare. E
solo così riuscirai a comprendere che siete interdipendenti. Tu puoi fare
felice l’albero, e l’albero può far felice te.
L’intera esistenza è interdipendente.
Io chiamo questa interdipendenza dio.
una semplice tazza
di tè: goditela!
Vivi momento per momento. Provaci per
tre settimane: qualsiasi cosa fai, impegnati totalmente, falla con amore e con
gioia. Può sembrare stupido: se bevi una tazza di tè è sciocco godersela più di
tanto, è solo un tè. Ma una semplice tazza di tè può diventare un’esperienza di
grande bellezza, se te la sai godere, è un’esperienza straordinaria.
Goditela con profonda devozione.
Trasforma la preparazione del tè in
una cerimonia: ascolta il suono dell’acqua che va in ebollizione, poi versa il
tè… sentine l’aroma e la fragranza; infine gustalo e senti la gioia di
quell’istante. Le persone morte non sono in grado di bere il tè! Possono berlo
solo le persone che sprizzano vitalità. In questo momento sei vivo! In questo
momento stai bevendo il tè. Sentiti riconoscente! E non pensare al futuro: il
momento seguente baderà a se stesso.
Non pensare al domani, per tre settimane
vivi nel presente.
Siedi in silenzio e aspetta
A volte accade che la meditazione ti
sia molto vicina, ma tu sei troppo impegnato in altre cose. Quella piccola
calma voce silente è dentro di te, ma tu sei soffocato dal rumore, dagli
impegni, dalle attività, dalle responsabilità. E la meditazione viene come un
sussurro, non bussa alla tua porta gridando slogan, affiora in silenzio. Non fa
alcun rumore. Non ne senti neppure il passo. E, se tu sei troppo occupato,
aspetta un po’ e poi se ne va.
Quindi prendi questa decisione: almeno
un’ora al giorno siedi semplicemente in silenzio e aspettala. Non fare nulla,
siedi semplicemente in silenzio e aspettala. Non fare nulla, siedi
semplicemente a occhi chiusi in profonda attesa, con il cuore in attesa, aperto.
Aspetta semplicemente, e se qualcosa accade sarai pronto a riceverla. Se non
accade nulla, non sentirti frustrato. È salutare anche sedere per un’ora senza
che accada nulla, è rilassante. Ti calma, diventi silenzioso, più centrato, più
radicato nell’esistenza. Allora la meditazione accadrà sempre più spesso, e
pian piano sorgerà un’intesa tra te e lo stato meditativo; perché se tu
l’aspetti ogni giorno alla stessa ora nella stessa stanza, verrà sempre più
spesso. Non è qualcosa che proviene dall’esterno, viene dal tuo centro più
profondo.
E ricorda che l’incontro è molto più
probabile se la tua consapevolezza interiore sa di essere attesa dalla tua
consapevolezza esterna. Siedi semplicemente sotto un albero. La brezza che
soffia fa ondeggiare le foglie sui rami. Il vento ti sfiora, danza intorno a te
e se ne va. Non lasciare che ti passi accanto, fai che si muova con te, lascia
che ti attraversi.
Chiudi semplicemente gli occhi,
sentiti anche tu simile a un albero, sii aperto, e lascia che il vento ti attraversi,
non che ti sfiori, ma che passi attraverso di te.
tratto da
Il
libro arancione - Ed. Mediterranee
formula 1 & mascalzonate
di Swami Satyananda
“Sono solo un uomo, non sono una
macchina,” ha detto Michael Schumacher quando, durante la finale di Formula 1
tenutasi a Xeres, in Spagna, lo scorso anno, ha cercato di sbattere fuori pista
il suo avversa rio Jacques Villeneuve.
Intenzionalmente oppure no? Il tipo di
manovra fa nascere il sospetto che avesse pensato anche alla possibilità che il
suo più temibile avversario potesse morire. Chi intenzionalmente sperona un
altro pilota per buttarlo fuori strada a una velocità di 250 chilometri
all’ora, deve per forza considerare l’eventualità che la sua vittima possa
anche morire.
La qualifica di idiota, di quello cioè
non responsabile delle proprie azioni, Schumi l’ha comunque respinta: “Non sono
Superman” ha commentato a proposito dell’accaduto, “ma nemmeno un idiota, sono
in mezzo tra i due.” Quindi soltanto un mezzo idiota.
Ma Schumi è davvero un uomo e non una
macchina, come sostiene? La coscienza appartiene senza ombra di dubbio alla
definizione di uomo. I saggi di tutte le tradizioni religiose da millenni hanno
continuamente richiamato l’attenzione sul fatto che un individuo con due gambe
e un cervello in testa diventa un uomo solo quando possiede una coscienza
funzionante.
Un individuo degno di questa
definizione è cosciente delle conseguenze delle sue azioni e dei suoi pensieri,
e non fa quello che non potrebbe essere sopportato da altri individui. Un vero
uomo non ha bisogno di alcuna legge morale, perché si comporta in modo
cosciente e quindi non può fare niente che possa arrecare danno a un essere
vivente.
Secondo questi criteri eternamente
validi, risulta difficile classificare Schumi diversamente da un robot.
Il mistico Sufi russo-armeno George
Gurdjieff ha detto più volte che l’uomo è una macchina. Solo chi, attraverso
“sofferenze scelte liberamente e uno sforzo consapevole” acquisisce
consapevolezza, si può trasformare da macchina in uomo. Osho parla spesso del
fatto che il mondo è abitato da “umanoidi”, intendendo individui inconsapevoli
che hanno molta fretta, ma nessun traguardo, nessuna direzione, nessuna
integrazione interiore, nessuna sostanza.
Quando definisco l’ex-campione
mondiale di Formula 1 – il dio di milioni di ragazzi innamorati della tecnica,
l’icona tedesca del feticismo mondiale dell’auto, l’immagine culturale della
follia delle masse motorizzate – quando lo definisco un robot pericoloso, non
intendo dire che da un punto di vista morale sia un’eccezione.
Con la sua mancanza totale di coscienza non è
che uno tra molti milioni. Appartiene a coloro ai quali si riferiva Gesù quando
dalla croce esclamò: “Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno.”
Il mondo intero è pieno di robot che
non sanno quello che fanno. Si possono trovare dappertutto laddove si provocano
disgrazie – nel traffico di armi, nelle organizzazioni di genocidi, nello
sviluppo di tecnologie contro la vita, sui circuiti per le corse internazionali
ecc. Tra questi c’è Schumi, come viene affettuosamente chiamato dai suoi fans,
appunto perché i suoi sponsor, spendendo centinaia di milioni di marchi,
l’hanno reso famoso in tutto il mondo.
Colui che intrepidamente schiaccia il
piede sul pedale dell’acceleratore è diventato il simbolo di un’epoca nella
quale, nella totale assenza di consapevolezza, i risultati del “progresso”
tecnologico fanno andare fuori di senno. Il fisico atomico C.F. von Weizsacker
ha definito questo fenomeno “la dinamica irrazionale del fattibile.” Questa
dinamica non eccita solo Michael Schumacher. Dappertutto ci sono robot che si
esaltano.
Non è un caso che, dopo la scandalosa
speronata sulla pista di Xeres, dapprima si sia parlato di un passo falso non
sportivo. La stessa vittima di Schumi, Jacques Villeneuve, che ha vissuto la
speronata con stupore, ha minimizzato lo scandalo in modo sportivo, da vero
gentleman: “Penso” ha tenuto a sottolineare, “che Michael per un attimo non
abbia avuto le mani sul volante.” Schumi stesso ha cercato di giustificarsi con
la stupefacente affermazione che, semplicemente, non aveva calcolato che
Villeneuve volesse sorpassarlo. Ma davvero? Finora avevamo sempre creduto che
nelle gare automobilistiche si continuasse a sorpassare finché uno non arriva
per primo al traguardo.
Ancora più sospettosa della micidiale
manovra di Schumi è stata la reazione pubblica. Dopo un paio di giorni di sonno
totale, i media sono entrati nel dormiveglia e hanno iniziato a deplorare la
mancanza di sportività di Schumi. Ma nessuno ha parlato di crimine e nessun
pubblico ministero ha mosso alcuna imputazione. Sono passate due settimane
prima che la TV-Stern sollevasse la questione se “Schumi fosse stato la vittima
di una congiura.”
L’ex-campione mondiale di Formula 1,
Niki Lauda, ritiene vergognoso che la Federazione Automobilistica
Internazionale (FIA) abbia riconosciuto come colpevole il suo collega Michael
Schumacher e non gli abbia riconosciuto il secondo posto nel campionato
mondiale. Per favore, la Federazione Automobilistica intervenga solo quando si
tratta di “un vero pericolo”. Naturalmente la FIA avrebbe dovuto espellere
Michael Schumacher dalle gare per il resto della sua vita, ma il presidente,
Max Mosley, si è convinto che Schumi “la speronata l’ha indubbiamente voluta,
ma non premeditata.” Se si vedono le cose in questo modo, appare del tutto
logico che il verdetto della Federazione Automobilistica nei confronti di
Schumacher sia stato motivato dal fatto che “ha partecipato ad alcune
iniziative per la sicurezza sulle strade.”
Molto presto i nostri adolescenti,
ispirati da Schumi, si divertiranno con i loro motorini a sbattersi l’un
l’altro fuori strada.
Quando ci sono di mezzo tanti soldi,
si può correre il rischio di avere un’ottica distorta o si possono anche
chiudere entrambi gli occhi, come Niki Lauda.
Tutti si comportano in questo modo:
quando Schumi vuole sbattere fuori strada il suo avversario più temibile, non
pensa neanche lontanamente se la sua vittima si possa salvare. Gli manca
semplicemente la fantasia di immaginarsi che cosa avrebbe provato la compagna
di Villeneuve alla vista del cadavere estratto dalla carcassa dell’auto in
fiamme.
Quando il direttore di una rete
televisiva manda in programmazione film violenti per aumentare lo “share”, non
gli interessa assolutamente se giovani fragili, impressionati da tali immagini,
con sempre maggior frequenza diventano dei delinquenti.
Quando un manager distrugge posti di
lavoro, perché assolutamente necessario per la sopravvivenza della sua azienda,
non pensa a cosa significhi la perdita del lavoro per un anziano e per la sua
famiglia, per una persona che ha servito per decenni con fedeltà l’azienda e
che all’improvviso si trova davanti il nulla.
Il mondo è un manicomio, Osho l’ha
detto spesso. A questo avrei dovuto pensare quando ho sentito che Niki Lauda ha
definito la speronata di Schumi a 250 chilometri all’ora un “danno da
parcheggio”. È questo il gergo da manicomio, dove si può confondere un “danno
al cervello” con un “danno da parcheggio”.
articolo pubblicato per la prima volta sull’osho times international
tedesco nel dicembre ‘97 e tradotto da ma devarupa.
sorseggiando un tè
Uno
era alla ricerca di un significato. L’altra voleva un po’ di riposo. Si erano
già incontrati. E ora stavano per incontrare qualcun altro…
Quando giunse al Wellspring Retreat
Center in Wisconsin, Ma Dhyan Unmani era sull’orlo di un esaurimento
psicofisico. Oratrice di successo nel circuito delle conferenze statunitense,
da un bel po’ di anni Unmani si guadagnava da vivere aiutando gli altri a
trovare una motivazione nella loro vita.
Nell’ottobre del 1994 si rese però
conto che la sua motivazione personale a condurre una vita da jet-set, saltando
da una città all’altra, da un albergo all’altro, stava svanendo velocemente.
Ecco cosa racconta Unmani:
“Arrivo in questo centro di vacanze e
la direttrice mi accoglie dicendo: ‘Vieni in cucina per una tazza di tè.’
Adesso si chiama Sarita, ma allora non era ancora una sannyasin. “Io dico: ‘A
dire il vero sono esausta. Ho solo voglia di andare in camera mia.’
“Ma Sarita dice: ‘Certo, prima però
vieni in cucina, ti siedi, ti rilassi e bevi una tazza di tè.’
“Capisco che non riuscirò a sottrarmi
facilmente, quindi dico: “Va bene. Una tazza di tè.”
“Entro in cucina e vi trovo sei o
sette persone sedute attorno al tavolo a bere un tè. Non sono persone
qualsiasi, sono sannyasin di Osho. C’era stato un campo di meditazione durante
il weekend ma, secondo quanto mi aveva detto Sarita, dovevano essersene già
andati da qualche ora.
“Mi siedo, ma non mi unisco alla
conversazione, non mi sento molto socievole. Mentre sollevo la tazza mi casca
l’occhio su un libro appoggiato sul tavolo. È un libro di fotografie di Osho
(doveva sapere che ero troppo stanca per leggere qualcosa, e così è arrivato
con una foto).
“È aperto a una certa pagina e
all’improvviso vedo i suoi occhi uscire dalla foto e incontrare i miei, e mi
ritrovo a fissare la foto come in trance per… non so quanto… è come se il mio
corpo fosse attraversato da una corrente elettrica, e poi mi sembra di bere
letteralmente la foto – è l’unico modo in cui riesco a descrivere il fenomeno.
“Per 4-5 minuti continuo a chiedere
‘Chi è quest’uomo?’, ma a voce così bassa che nessuno riesce a sentirmi, quindi
è come se parlassi alla foto.
“Alla fine riesco a dire: ‘Chi è
quest’uomo?’ con un tono normale, e i sannyasin mi guardano e dicono: ‘Oh, è
Osho,’ e continuano a bere il loro tè.
Così rimango lì con questa foto,
quest’uomo e questi occhi.
“Poco dopo sento che tutta la
stanchezza con cui sono arrivata, tutta la spossatezza con cui sono entrata, se
ne sono andate – e non mi riferisco solo alla stanchezza fisica, ma a una forma
di stanchezza più profonda relativa al mio lavoro.
“All’improvviso mi arriva tutta questa
energia, da non so dove, quindi prendo il libro dal tavolo, me lo appoggio al
cuore e comincio a cullarlo. È tutto così strano, ma sono coinvolta così
totalmente che non penso neppure che sia strano…”
Più tardi, quella sera, Unmani
partecipò alla meditazione satsang con i sannyasin e poi alla Meditazione
Dinamica la mattina successiva.
Il weekend volò via letteralmente ed
era già arrivato il momento di tornare in un mondo che, per Unmani, era
cambiato per sempre: “La parte bella, e la parte misteriosa, è che ora so di
non poter tornare a casa. E così trovo il coraggio di andare da mia madre e
dirle che ho bisogno di tre mesi di vacanza.
“Ho una pila di libri e la mia
intenzione è quella di prendere questi libri, isolarmi e leggerli, perché so
che contengono qualcosa per me.
“Mia madre mi guarda un po’
preoccupata, perciò le dico: “Ti assicuro che va tutto bene, mamma,” e in fin
dei conti questo è ciò che le madri hanno bisogno di sapere o vogliono sapere
dei loro figli. Infatti mi dice: “Okay, se è quello che vuoi.”
“È accaduto così.
“Osho mi ha trovata in questo modo –
davanti a una tazza di tè.”
Unmani viveva in Florida con Swami
Veet Dharma, e a questo punto della storia è su di lui che puntiamo le luci.
Dharma nasce a Dominica, splendida
isola dei Caraibi, situata tra la Guadalupe e la Martinica.
Da giovanissimo si interessa di
religione, frequenta una scuola di teologia a Puerto Rico e viene ordinato
sacerdote della Chiesa di Cristo. Alcuni anni dopo, nel 1974, il suo interesse
per i mezzi di comunicazione di massa lo porta alla Kent State University in
Ohio, dove si laurea in Lettere.
All’inizio degli anni ottanta diventa
pastore di una chiesa a Socorro, nel New Mexico, ed è in questo periodo, dopo
aver fatto il pastore per vent’anni, che decide di abbandonare la chiesa.
“Ero profondamente scontento di ciò
che accadeva, di ciò che vedevo,” spiega. “Non riuscivo a trovare alcun senso
in tutte quelle cose: la seconda venuta di Cristo, il giorno del giudizio, la
fine del mondo.”
Dharma frequenta l’università in
Virginia e ottiene un Master in media management, ma nel 1991 il suo primo
matrimonio va a rotoli e sente una forte spinta a ritornare a Dominica per
condurvi una vita semplice e naturale.
“Cercavo un significato più profondo,”
riflette.
“Qualcosa di più metafisico e
personale, che avesse un maggior impatto reale. Volevo andare dentro e
meditare. Ero al punto giusto per incontrare Osho.”
Dharma conosce Unmani in un centro
metafisico di Chicago, nel 1994 e, poco dopo, decide di fare una vacanza con
lei al Wellspring Retreat Center in Wisconsin.
C’è anche lui in quella cucina, dove
Unmani entra in contatto con la foto di Osho. E, mentre sorseggia il suo tè,
gli capita di notare un libro dal titolo The Rajneesh Bible. “Cominciai a
sfogliarlo,” ricorda Dharma. “Quell’uomo diceva che il matrimonio è la tomba
dell’amore, che le sacre scritture per il 90 per cento sono fesserie. Era così
vero che mi sentii come risucchiare – volevo scoprire di più!”
Come Unmani, compra alcuni libri di
Osho e ritorna in Florida, ma il richiamo della terra lo riporta a Dominica.
“Una delle cose che ammiro di Osho è quando dice di ritornare alla terra, ai
fiumi, alle montagne – questo mi ha davvero catturato,” spiega.
Dharma diventa sannyasin nel febbraio
del 1995, Unmani invece non vuole ricevere l’iniziazione per posta e aspetta un
altro anno.
Nei primi mesi del 1997, entrambi
partecipano a un corso di giardinaggio biologico offerto al Wellspring center.
“Per me era il posto perfetto per lasciar andare tutto e stare nella natura,”
dice Dharma.
Ma lo slancio interiore è ancora forte
e tre mesi dopo i due si trasferiscono a Milwaukee, entrano in contatto con
altri sannyasin e collaborano con l’Osho Information Center.
Laggiù, nell’estate del 1997, ospitano
una tappa di Bravo America, la tournée di musicisti e terapisti dell’Osho
Commune, e il passo successivo, inevitabilmente, è il viaggio a Puna e la
partecipazione al programma Commune’s Buddhafield Experience.
Uno dei momenti più belli del loro
soggiorno a Puna è stata la partecipazione, come cantanti, alla celebrazione
musicale durante l’Osho White Robe Brotherhood, la sannyas celebration e il
music group serale.
Un ultimo commento di Unmani:
“Poiché ero molto ambiziosa e motivata
al successo e al riconoscimento esterno – e tutte queste cose – ho passato anni
a ripetere a me stessa: “Devi diventare qualcosa di diverso da ciò che sei.”
“Poi, nel bel mezzo di tutto questo,
ho trovato un uomo che mi ha detto: «Fermati! E sii semplicemente te stessa.»
Fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto che essere se stessi è abbastanza.”
RUNE e
ZEN
Ma Prem
Letizia ci racconta come un antico sistema di divinazione diventa strumento di
autoconoscenza.
Le leggende
nord europee raccontano che le rune altro non sono che segni magici, “rubati”
dal dio Odino al pozzo della conoscenza del Whalalla, donate successivamente
agli sciamani, gli antichi sacerdoti tribali, per magie, guarigioni e per la
divinazione. Alla lettera, la parola runa può essere tradotta come “cosa
segreta”, oppure come “mistero”.
Le rune,
simboli grafici di estrema semplicità e chiarezza, rappresentano gli archetipi
della natura umana e con il potere del simbolo si propongono come mediatrici
del caso e possono quindi rispondere ai nostri interrogativi.
Il caso, che
regola la nostra esistenza, ci fa scegliere le “giuste rune” e ogni simbolo può
svelarci il mistero di quanto ancora sconosciuto.
Una buona
“lettura” può aiutarci a scegliere tra la possibilità di mediare e comprendere
o subire passivamente gli avvenimenti. In ogni caso, anche ai nostri giorni è facile
accettare l’idea che un simbolo può rappresentare aspetti inconsci, ma non per
questo sconosciuti, di un sentire più profondo, che forse è “inconsciamente
consapevole”.
Come sono
arrivata
alle rune?
Era una notte buia e tempestosa... no, non scherzo,
è più o meno vero...
In realtà ero a Puna, nel monsone del 1993 e
pioveva ogni giorno, molti amici erano partiti e si era rimasti in pochi.
Le rune erano uno dei tanti “giochi” con i quali
mi dilettavo, come i tarocchi, ma a un certo punto mi resi conto che le
spiegazioni dei libri cui mi riferivo lasciavano troppo spazio a una vasta
gamma di interpretazioni... e la mia mente si perdeva nei meandri delle
possibilità più astruse.
Io invece sentivo il bisogno di avere un responso
chiaro, succinto e soprattutto efficace nel placare la voracità della mia
mente.
Così decisi di dare un’interpretazione più zen
alla lettura di questi antichi simboli.
Per me lo Zen è uno stile chiaro e mirato, senza
troppi fronzoli, senza scappatoie, vie di fuga, false speranze... eppure al
tempo stesso è anche la possibilità di rispecchiare ciò che è senza
separazioni, senza giudizi e condanne.
Nello Zen c’è molta accettazione, molto amore e
compassione.
Le rune zen sono nate così, come un breviario che
mi aiutasse a contenere la mente, come un libricino a cui riferirmi quando
avevo bisogno di risposte chiare e... zen.
Per conservare la quintessenza dello Zen, ho
elaborato le “tre rune del Maestro”, utilizzando la runa vuota – che si trova
anche in molti altri libri di rune – e inventando il simbolo della risata e il
simbolo del koan zen.
Queste tre rune sono un chiaro omaggio a Osho che
mi ha introdotto allo Zen, e rappresentano la bacchettata del Maestro,
inaspettata e al tempo stesso illuminante.
Così per gioco e per necessità, mi sono ritrovata
a dare una lettura delle rune “diversa” dal solito... una lettura che
rispondesse alla mia esigenza di tagliente chiarezza, per non perdermi dietro a
pensieri e parole, ma per ritrovare il cammino.
Come si
leggono le rune?
La lettura zen delle rune consente
un’interpretazione del cambiamento e dell’evoluzione, nutrita da una visione
della vita estremamente semplice e comprensibile, da una fiducia e
un’intuizione che coltiva il cuore e l’anima più che la logica e il giudizio e
che accompagna l’individuo ad ascoltare la propria verità.
Le rune in quanto simboli catalizzano l’energia
attiva, le danno un nome, una forma e un contenuto comprensibile ed accettabile
per la mente.
Le rune sono uno strumento estremamente duttile
che si presta a molti schemi di lettura.
La vita è fluida, a volte impetuosa, altre volte
tranquilla, a volte direzionabile, altre volte imprevedibile: questo spiega la
varietà di significato dei simboli runici.
Una chiave di lettura “aperta” ne consente
l’applicazione alle più svariate situazioni della vita, siano esse d’ordine
organizzativo o lavorativo, di relazione o di vissuto spirituale.
I messaggi delle rune zen lasciano grande spazio
alla vita, sono messaggi positivi di comprensione e di crescita personale, piuttosto
che di disperazione e giudizio.
Le rune non sono “buone o cattive”, come
d’altronde non lo sono la vita e la natura, con l’avvicendarsi naturale delle
stagioni.
Ma come il sole e la pioggia possono nutrire o
rovinare i raccolti, così il benessere o lo sforzo, il silenzio o il rumore, la
solitudine o la socialità possono arricchire la nostra esistenza oppure, se
presenti in eccesso, “rovinarci la vita”.
Di momento in momento, le rune fungono da specchio
e sono un invito alla riflessione, alla crescita, alla vita, a portare la luce
della consapevolezza nel buio dell’indecisione e della reazione.
Una vita fluida e armonica, consapevole e
responsabile, che possiamo illuminare e sorreggere con un pizzico di magia e
saggezza… la magia delle rune e la saggezza dello zen.
La danza
delle rune
La danza è stata per secoli tecnica privilegiata
per la ricerca e il contatto con il divino. Il danzare può infatti fungere da
schermo bianco, capace di valorizzare tutti i colori e le sfumature di
particolari stati dell’essere.
E la danza delle rune? Sembra se ne preservi
memoria in segreti rituali celtici, sopravvissuti in Irlanda, e da allora sia
stata riservata a pochi iniziati.
Come le carte mostrano, la danza delle rune è una
danza di posture che possono essere utilizzate per la meditazione come le asana
(posture) yoga, oppure come morbidi movimenti di danza da far fluire con
consapevolezza, o come fluidi movimenti di tai chi.
Nei ventisette simboli runici che danziamo, soli o
in compagnia, è facile scoprire le emozioni e le tematiche di base del nostro
vivere umano, emozionale e spirituale.
La danza è il canovaccio corporeo, la provocazione
al confronto con le tematiche scelte; l’invito a sentire quanto esse ci siano
amiche e compagne di viaggio, o sfida a verificare quanto siamo aperti o
chiusi, reattivi o sfiduciati rispetto alle tematiche che incontriamo.
Oggi la danza delle rune torna alla ribalta, dopo
essere stata per molti secoli dimenticata.
Danzare le rune è un salto nel mondo dell’energia,
è una sfida a chiamare la potente energia di questi simboli nel qui e ora della
nostra vita quotidiana, sentendone le vibrazioni attraverso le posture e
facendole vibrare nella danza.
ad esempio:
Algiz, runa di protezione divina, è anche simbolo di resa al volere dell’esistenza,
resa agli avvenimenti della vita, resa “zen”, al di là del bene e del male.
Come la
carta mostra, è facile sperimentare questa postura, alzando le braccia al cielo
e chiudendo gli occhi, ascoltando il potere energetico attivato dal corpo che
“diventa runa”, cioè simbolo.
Se
accettiamo l’idea che un simbolo è una chiave energetica che apre un canale di
ricezione e passaggio dell’energia cosmica, allora questa postura inizierà a
far risuonare molte corde del nostro inconscio.
Una parola
per definire Algiz ? Sì. Un sì totale, fiducioso, nudo ed arreso; innocente
come i fiori di campo e come essi forte e delicato. Algiz promette protezione,
e richiede fiducia, per dare spazio all’esistenza di operare in vece nostra e
spesso… a nostra insaputa.
Così che, invece
di realizzazioni di mete immediate, la vita possa spaziare e scegliere per noi
lungimiranti e inaspettati percorsi.
Per
approfondire: Il libro di Ma Letizia La Danza delle rune - ed.Aliseo è ora
disponibile presso Oshoba
Sprazzo d’azzurro
L’articolo di Letizia sulle Rune ha stimolato la
mia curiosità. Ed eccomi pronta per la mia prima sessione di Rune Zen.
Cosa mi sta accadendo in questo momento? Dopo una
lunga crisi con cui si è conclusa una relazione durata molti anni, mi trovo ora
a dover procedere su un terreno del tutto sconosciuto e per questo tentenno a
muovere qualche passo. Da un lato c’è il passato con tutta la sua forza che mi
trattiene e vorrebbe farmi indugiare ancora, dall’altro una spinta interiore a
fare un salto in questo ignoto.
E le Rune non fanno che fotografare questa
situazione. La semplicità e la chiarezza dei simboli, nonché la capacità
intuitiva di Letizia nel propormi la lettura, mi toccano profondamente.
Con Perth riversa, runa di iniziazione, incontro
le mie resistenze a lasciare il passato per saltare nel buio e con Ehwaz
riversa scopro l’energia che è rimasta bloccata e che ora ha bisogno di fluire.
Ehwaz riversa è come una diga che trattiene, mentre diritta ha la forza di due
fiumi confluenti, che insieme rinforzano il proprio potere, rivitalizzandosi
reciprocamente.
Le Rune mi invitano a lasciare andare il passato,
ad accettare la sfida di questo presente così incerto, eppure pieno di
promesse, perché la runa successiva, Wunjo, è una runa di gioia e
realizzazione, di sole sfavillante che brilla su un’acquisita maturità.
E mi mettono anche in guardia sui possibili esiti
nefasti di un mio attardarmi troppo in questa possessività ostinata.
Perché il risultato, Fehu riversa, rappresenta
l’aggrapparsi a quanto posseduto, una stretta che rischia di soffocarmi.
è incredibile, tutto ciò che sentivo, ma che non
lasciavo affiorare alla coscienza è ora lì, disteso davanti a me e dovrei
essere proprio cieca per non vederlo.
Le rune riverse mi mettono in guardia dal
negativizzare le energie positive che mi circondano. Ancora un briciolo di
consapevolezza e… possono tornare diritte, aiutando le mie lacrime a
trasformarsi in risata e le mie acque a superare la diga e a ritornare fiume
che scorre verso l’oceano.
C’è una liberazione di energia in questo processo
ed è quello che accade sempre quando le nuvole della mente si diradano e si
vede uno sprazzo d’azzurro.
Ma Deva Sonya