SOMMARIO

 

 

2 I CENTRI IN ITALIA

 

5 LA COMUNE

Estrazione della lotteria

“IN VIAGGIO VERSO LA MEDITAZIONE”

 

8 LE NOTIZIE

 

10 IL MONDO

L'epica di Ambedkar

Al Festival di Cannes un importante film di produzione indiana, girato con 80 sannyasin dell'Osho Commun

 

16 LA MENTE

Ci sono delle volte …

 

17 LA MENTE

Chi l'ha vista?

Ultima puntata dei ritratti scapigliati di Ma Prem Kiya.

 

18 IL CUORE

Oltre la maternità

Un madre sannyasin accetta che la propria figlia viva lontano da lei.

 

20 IL CUORE

Compagni di viaggio?

Ma Nirda condivide delle riflessioni su due ricercatori, due maestri e una sola ricerca.

 

22 IL MAESTRO

La vita è fatta di piccole cose

Osho parla della creatività, della fiducia e di come non serva arrabbiarsi con lui.

 

32 IL MAESTRO

Il tutto ha bisogno di te

Osho ci aiuta a scoprire la direzione della nostra creatività.

 

38 IL CORPO

Il miracolo del qui e ora

Dalla sensualità alla meditazione.

 

40 MEDITAZIONE

Vivi nel momento

Tecniche di meditazione per il qui e ora.

 

44 IL MONDO

Sorseggiando un tè

Non preoccuparti: l'inaspettato ti raggiunge dovunque.

 

42 IL MONDO

Formula 1 e mascalzonate

Schumacher; supercampione di inconsapevolezza?

 

46 LA MENTE

Rune e Zen

Un antico metodo di divinazione, rivisitato in chiave Zen, diventa strumento di autoconoscenza.

 

50 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di aprile

 

52 VETRINA

Tutti i libri di Osho in italiano, video di Osho, musiche per la meditazione e il rilassamento.

 

 

 

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“in viaggio verso la meditazione”

Ecco i vincitori del concorso a premi

 

 

Cari Buddha di tutto il mondo,

Tanti saluti da Puna! Il sole picchia forte in questi giorni e tutto sembra succedere sul bordo della piscina. È un vero “fare senza fare”. Ho sentito dire che basta stare sdraiati in piscina senza far nulla e accadono cose di ogni tipo… arriva la primavera, la rana salta, il cuculo canta e molte, moltissime persone si trasformano, alcune anche troppo (si ustionano!).

Dal punto di vista delle presenze, l’Ashram è ancora bello pieno, (ci sono tre ristoranti aperti a mezzogiorno e a volte anche quattro, quando Sarjano si mette in testa di fare la Presenta - è così che chiamiamo la Pizza, per chi non lo sapesse - ma non è più sovraffollato.

Penso che dopo il festival di marzo siano proprio cominciate le partenze.

È stato un festival dolcissimo!

Per quelli che hanno lavorato durante i festival invernali è stato una specie di festival “premio”. Mi è piaciuto moltissimo: molto intimo, spontaneo e al tempo stesso ricco di eventi.

Il 19 c’è stato un concerto di sitar nel Samadhi. La stessa sera abbiamo avuto i Sufi in Buddha Hall. Con abiti bianchi da dervishi hanno danzato e girato creando un’atmosfera magica e densa di silenzio.

Io intanto mi preparavo per uno spettacolo di danza “Dance masala” che abbiamo presentato il 20 e il 21.

Si trattava, come dice il nome, di un pot-pourri di danze diverse messe insieme con gusto: jazz, danza del ventre, danza afro-cubana, danza accompagnata da canti taiwanesi e danza folkloristica indiana.

Il 20 sera c’è stato un party generale, un’occasione per ballare sulla pista di marmo più grande, pulita e senza fumo del mondo: la Buddha Hall!

Swami Sharan e Ma Navanita erano i dj, e hanno fatto un lavoro meraviglioso. Ho ballato e ballato, sentendomi leggera, viva, giocosa, intima e felice… questo per me significa celebrazione.

A mezzanotte Vimal e Neelam hanno fatto l’estrazione del concorso internazionale In viaggio verso la meditazione. Vimal, come al solito, è stato molto divertente e abbiamo tutti riso a crepapelle. Ha cominciato cercando le cartoline da estrarre, che non si trovavano più. All’improvviso, dal tetto della Buddha Hall è sceso uno scatolone. Neelam e Vimal l’hanno aperto per trovare un altro scatolone che a sua volta ne conteneva un altro, finché si è arrivati a… un bel nulla. Ma alla fine hanno trovato la scatola giusta e, accompagnata dalle battute di Vimal e dalle nostre risate, Neelam ha estratto i nome dei cinque vincitori.

Eccoli: I° Premio Meri Kukkavaara, Kauniainen, Finlandia (c’era da aspettarselo che la Kukkavaara cuccasse il primo premio!). II° Premio Ma Anand Jagruti, Eindhoven, Olanda. III° Premio Patricia Ferrari, Firenze, Italia. IV° Premio Marco Comandini, Sarsina, Italia. V° Premio Michael Kuball, Amburgo, Germania.

Dopo l’estrazione abbiamo ballato ancora per festeggiare i fortunati vincitori e noi stessi, fortunati perché siamo qui.

Durante il festival ci sono stati molti altri eventi speciali: satsang, meditazioni dal Vigyan Bhairav Tantra, fiera della Multiversity e White Robe Brotherhood extra-speciale. La Buddha Hall era decorata con luci colorate e a un certo punto una pioggia di fiori di carta è scesa su di noi. Ma la cosa più toccante è stata quando hanno portato dentro la poltrona di Osho e su un grande schermo, collocato per l’occasione sopra il podio, sono apparse vari immagini di Osho. Osho con abiti diversi in posti diversi - penso abbiano coperto tutte le possibilità: Puna 1, New Jersey, Jesus Grove, Rajneesh Mandir, World Tour, Chuang Tzu, Buddha Hall. Dovunque fosse era in celebrazione, danzava e sorrideva e la sua gente celebrava e danzava in totale abbandono. E noi ci siamo lasciati andare alla sua energia, con gli occhi pieni di lacrime, e il cuore colmo di gratitudine per avere incontrato un maestro così meraviglioso.

Il 21, dopo la White Robe c’è stata la Sannyas celebration e più tardi la disco in Meera Barn. A proposito, Meera bistro ha funzionato alla grande per tutto l’inverno e ancora funziona. C’è la disco quasi ogni sera e durante i giorni di festival diventa ancora più interessante e festosa.

Il Meera barn viene anche usato per altri spettacoli. I più recenti sono stati: “Where is the Buddha?” con Smaran, “Seascapes” un concerto di antichi canti scozzesi e irlandesi. La magica voce di Surabhi ha incantato tutti.

Il primo aprile c’è stato uno spettacolo di cabaret, “All Fool’s Cabaret”, un misto di danza, musica e commedia. Tra gli altri, Le Spice Girl’s, Danze Hawaiane, un divertentissimo sketch di Veeten su un posto in America dove si possono comprare chakra di seconda mano a piacimento per soli $ 99.95, e musica dal vivo con la Poona Loona Band.

Il giorno dopo al bookshop c’è stata la presentazione del nuovo libro Showering Without Clouds, in cui Osho per la prima volta parla di una donna illuminata, la mistica rajasthana Sahajo. Tutti indossavano abiti rajasthani e l’atmosfera era molto festosa e colorata. Lo spirito del Rajasthan aleggiava tra noi.

Questo è tutto da Puna. Spero di vedervi tutti qui molto presto. Per ora vi mando un caldo alito di vento di questa energia, il sole bruciante e un grande abbraccio. Con amore.

Ma Devapria

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DENTRO E FUORI LA COMUNE

 

 

WHITE ROBE NEI PIRENEI

Sono cinque anni che Swami Yog Anand si occupa dell'Osho Siddharta MC, un piccolo centro di meditazione la cui sede è un vecchio castello del X° secolo in mezzo a un parco nazionale nei Pirenei, vicino alla Francia. Posto ideale per vacanze, gruppi e sessioni, il centro offre anche la White Robe Meditation tutte le sere. Contattare Yog Anand allo 00 34 96 520 8498 (tel. e fax.)

 

 

SEGNI DEI TEMPI

Sw Sarvananda, conosciuto anche come Dr. Donald Bluestone Ph.D., è l'autore di un libro pubblicato recentemente dal titolo Signs of the Times (Segni dei Tempi), che raccoglie 75 metodi di divinazione, che vanno dalla lettura delle ossa di animali al pendolo.

Nella sua introduzione Sarvananda spiega che nel 1985, dopo lo scioglimento della Comune di Osho in Oregon, cominciò a dare sessioni di tarocchi psichici a clienti privati negli alberghi di villeggiatura del "Borscht Belt" nelle montagne Catskill, New York, e gradualmente gli è venuta l'ispirazione di scrivere questo libro. Sarvananda, professore di storia americana, insegnava nella scuola della Comune in Oregon.

 

 

PRIMI PASSI

Caro Osho Times,

Alla fine del 1996, quando iniziai a lavorare a Rhode Island, volevo diffondere la meditazione in questo piccolo stato sulla costa orientale degli Stati Uniti.

Nonostante sia un posto conservatore, iniziai con una meditazione serale il mercoledì, giusto per farlo sapere in giro. A volte arrivavano anche 25 persone. Ora ci sono dei centri nei quattro punti cardinali di Rhode Island che tengono meditazioni di Osho.

Nessuna di queste persone aveva mai sentito parlare di Osho in precedenza; alcuni di queste verranno presto con me a Puna. Yahoo!"

Ma Anand Suryo

Osho Information Center

Rhode Island, USA

 

 

NIRVANA AL PENTAGONO

La rivista Utne Reader riporta che un piccolo ma determinato gruppo di impiegati federali statunitensi ha celebrato il ventesimo anniversario dei suoi incontri settimanali di meditazione nell'ormai famoso tempio dell'illuminazione: il Pentagono! I meditatori hanno persistito nonostante il boicottaggio degli impiegati fondamentalisti cristiani che strappano i loro avvisi appena li vedono. "Dove avrete un impatto maggiore?" chiede Bart Ives, presidente del club.

 

 

EVENTO MAGGIORE A PARMA

Era il 6 marzo la data per l'avvenimento all'Ospedale Maggiore di Parma, promosso e condotto da Sw. Anand Samudra e Ma Prem Kovida. Con grande stupore degli organizzatori, “solo” 70 persone hanno partecipato all'evento, un numero che in sé è già un successo, se si pensa che mancavano all'appello tutti gli amici e i collaboratori. Dopo aver parlato di stress e meditazione, tutti sono stati invitati a sperimentare 10 minuti di meditazione Gibberish. Ma Kovida non si è lasciata scappare l'occasione per ricordare i problemi che le infermiere e tutto il personale dell'Ospedale devono sovente affrontare con le famiglie e gli amici delle vittime di incidenti. Quale meditazione poteva essere più adatta della Meditazione del cuore di Atisha? Dopo più di tre ore tutti sono stati condotti poi in profondo rilassamento con una seduta ipnotica guidata a due voci.

"L'evento, totalmente nuovo, mai sperimentato prima e durato in tutto 4 ore, è stato interessante sotto vari aspetti. Abbiamo dovuto, nel corso della serata, tenere conto delle diverse reazioni dei partecipanti, ma ciò che abbiamo avvertito profondamente è che c'è una gran sete di trovare un modo per vivere una vita migliore. E la visione di Osho ha la freschezza di pura acqua di fonte."

 

 

STRESS E SESSO

Le statistiche mondiali riserbano una buona e una cattiva notizia per l'India. Prima la brutta: sebbene il 30 per cento delle nascite avvengano in India, il maschio indiano ha meno rapporti sessuali della media mondiale (circa 92 volte all'anno invece delle 109 a livello generale) e inizia molto più tardi (a 25 anni invece che a 17). La buona notizia? In un anno, mentre il livello di stress nei paesi del continente sud-est asiatico è aumentato del 5-10 per cento; quello dell'India è sceso dell'uno per cento. Appare dunque che, pur non avendo molto sesso, gli uomini indiani non ne sembrino minimamente preoccupati!

 

 

NEW EARTH SI ESPANDE

Sw Anand Bhikkhu e Ma Deva Waduda, proprietari della New Earth Records, si sono trasferiti definitivamente da Monaco a Boulder, in Colorado. Dal suo inizio nel 1990, la società di produzione di musica ha venduto più di 200.000 CD di meditazioni e musiche di Osho e sta lanciando un nuovo CD con la meditazione Mandala. Bhikkhu e Waduda hanno creato una società internazionale `Basho's Pond,' di vendita per corrispondenza e hanno aperto un negozio al dettaglio a Boulder per vendere, oltre ai loro titoli musicali, i libri e i video di Osho.

 

 

WHITE SWAN MUSIC

Sw Anand Omkar, coproprietario della White Swan Music Inc, ha lasciato per un po' l'indaffarato mercato musicale statunitense e si è preso una vacanza all'Osho Commune, dove non tornava da cinque anni. La White Swan, da lui fondata nel 1991 con Ma Deva Parmita, è uno dei maggiori distributori di musica New Age e World Music statunitensi, con un giro d'affari di oltre due milioni di dollari l'anno.

 

 

DUE PESI DUE MISURE

Sempre sulla scia della morte della Principessa Diana, il pubblico britannico vede ora i giornalisti come la professione meno rispettata, subito dopo i politici. Ma, paradossalmente, questo non impedisce l'acquisto dei quotidiani tabloid della stampa scandalistica britannica, che continua ad avere le più alte tirature mondiali.

 

 

MEDITARE A VERONA

Per la prima volta nella storia di Verona il messaggio di Osho passa al di fuori dei canali usuali. Durante i mesi da gennaio a marzo, c'è stata un'attiva collaborazione con la prima circoscrizione del centro storico della città, che ha visto la partenza di due corsi di meditazione con la partecipazione complessiva di 30 persone. L'avvenimento è il coronamento di un anno di ricerche e punti di domanda sul come rendere la meditazione alla portata di tutti. La gioia e la soddisfazione di Ma Gyan Prashanta e Sw. Anand Chinmayo daranno vita ad altre iniziative?

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DOTTOR AMBEDKAR

UNA RICOSTRUZIONE EPICA

…CON L’AIUTO DEI SANNYASIN DI OSHO

 

 

Esponenti del British Raj: dopo essersi tagliati barba e capelli

gli attori sannyasin fanno rivivere le memorie degli anni

trenta. In alto a destra: Sw. Jamie e Sw. Subhuti nei panni

di membri del Simon Committee che indagava sulle condizioni

degli intoccabili. In basso a sinistra: l'alta casta degli Hindu

mentre protesta contro Ambedkar.

 

 

INTERVISTA CON JABBAR PATEL, REGISTA DI UN GRANDE FILM INTERNAZIONALE SULLA VITA DI AMBEDKAR

 

OTI: Dottor Patel, come le è venuta l'idea del film?

PATEL: Quando ho girato il primo cortometraggio su Ambedkar, nel 1989, avevo letto la sua biografia e conoscevo bene il suo lavoro. Grazie alle mie ricerche ero riuscito a ricostruire la sua vita sin dall'infanzia trascorsa a Dapoli e Satata, nello stato del Maharashtra, dove suo padre insegnava inglese nella scuola militare. Quando ho visitato il posto l'ho trovato meraviglioso! C'era un albero enorme sotto il quale il padre di Ambedkar recitava i versi di mistici quali Kabir ed Eknath. Da lì cominciò a venirmi l'idea di girare un film più impegnativo.

Dal Maharashtra ho seguito le tracce di Ambedkar negli Stati Uniti dove, tra il 1913 e il 1916, frequentò la Columbia University. La situazione delle persone di colore che vivono laggiù mi ha shoccato. Uscendo dalla Columbia University si entra direttamente ad Harlem, il quartiere dei neri di New York, che a quei tempi non venivano ammessi alla Columbia. Il primo pensiero è stato: ecco l'uomo che scriverà la costituzione indiana e che ha già cominciato a lottare contro la discriminazio¬ne classista in India, e ho pensato che nella vita di Ambedkar questo contatto con i neri d'America dev'essere stato molto importante. Fu proprio in quegli anni che venne scritto il quattordicesimo emendamento alla costituzione americana, che riconosceva pari qualità di vita a neri e bianchi. Penso che anche questo abbia influenzato molto Ambedkar.

Poi sono andato in Inghilterra alla London School of Economics, dove Ambedkar ottenne il dottorato in legge ed economia e dove incontrò insegnanti famosi come il dottor Cannan. Ho visto Grays Inn, il luogo dove era solito pranzare, e dove visse uno dei momenti di umiliazione più importanti della sua vita.

Quando ritornò in India, con tutte queste idee e influenze, Mahatma Gandhi stava iniziando il suo movimento di liberazione. L'intero paese era in preda a una forma di isteria della liberazione e Ambedkar cercò di imboccare la via della rivoluzione sociale.

Essendo stato un "intoccabile" per anni, e avendo conosciuto personalmente molte umiliazioni, egli divenne il portavoce della sua classe. La riforma che cercò di far passare durante le elezioni del 1952 riguardava la parità di diritti per uomini e donne. Egli lottò per i diritti delle donne, anche riguardo alla proprietà. E poi cominciò a parlare in difesa di tutti coloro che vengono discriminati nel mondo. Lo vedo come un difensore dei diritti umani. Nel 1935 stava ancora cercando di lavorare con questa situazione come hindu, ma più tardi capì che doveva convertirsi al buddhismo. Alla fine, divenuto buddhista nel 1956, si mise a parlare di pace e uguaglianza. Questo è il messaggio che voleva dare.

Nel visitare tutti questi luoghi mi sono immerso nella storia a tal punto che ho cominciato a vedere che il film doveva superare i confini dell'India e raggiungere il mondo intero. Si parla di Nelson Mandela, si parla di Martin Luther King. Perché non parlare di Babasaheb Ambedkar, l'uomo che tentò di dare un'identità a persone che per migliaia di anni erano vissute in condizioni inumane? Tra il 1991 e il 1992 l'India si preparava a celebrare il centenario della nascita di Ambedkar. Fu allora che proposi il mio film. La proposta venne accettata dal governo del Maharashtra e più tardi il governo indiano si offrì di finanziare il progetto. Il film è nato così.

 

Che cosa l'ha spinta ad avere artisti dell'Osho Commune nel suo film?

Avevo già girato per otto giorni a Londra con attori inglesi e per undici giorni a New York con attori americani. Poi sono tornato in India e avevo tutta la parte da girare qui. Il mio problema principale riguardava una scena su una tavola rotonda in cui erano necessari 40 o 50 attori bianchi. Come riuscire a farlo in India? Non mi avevano lasciato girare la scena nel St. James' Palace di Londra, dove in effetti ebbe luogo, perché attualmente vi risiede il principe Carlo. Ma mi avevano lasciato entrare nella sala della conferenza, solo per vedere com'era, senza fare fotografie, in modo tale da poterla ricreare sul set.

Entrando pensai: "Dove ho già visto qualcosa di simile in India? All'improvviso ho ricordato che si trattava dell'università di Puna, dove una volta risiedeva il governatore generale inglese. La sala è molto simile a quella di St. James' Palace. Se si fosse trattato di Bombay, dove vivono moltissimi stranieri, non avrei avuto problemi... ma a Puna?

Parlai con Mohan Agashe, dell'Accademia Teatrale di Puna, che conosceva il mio lavoro, le mie opere. Egli conosceva anche i lavori teatrali dell'Osho Commune. Mi disse: "Perché non contatti Ma Sadhana? Il bello è che là non solo ci sono molti stranieri, ma hanno anche una compagnia di repertorio. Ci sono molti ottimi attori e attrici, e se sono interessati a un film come questo, vi parteciperanno volentieri."

Quindi venni qui e fui molto fortunato. Conobbi Ma Jivan Mary, la direttrice dell'Osho Theatre Academy; il soggetto le piacque moltissimo, corrispondeva ai sentimenti della Comune nei riguardi di Ambedkar e Buddha. Ricevetti molto incoraggiamento. E poi, naturalmente, Osho ha parlato spesso di Ambedkar e del suo ruolo nel mondo della filosofia. Mary mi fece leggere questi discorsi.

Perciò decidemmo che avrei mostrato del materiale registrato agli attori, 50 o 60 persone, che ne furono semplicemente entusiasti. La reazione dopo la proiezione fu: "Dobbiamo farlo!" E così feci dei provini (il video me lo sono tenuto, con tutte quelle persone di talento). Jivan Mary si occupò del cast degli attori della Comune.

A quel punto la domanda era: "E per le paghe cosa facciamo Mary?" Il film era finanziato dal governo indiano. Ci avevano dato circa sei milioni di rupie. E il governo del Maharashtra ci aveva già dato due milioni e mezzo. È la National Film Development Corporation a produrlo. Feci loro sapere che queste persone (dell'Osho Commune) erano disposte ad aiutarci. Mi diedero il loro benestare, restava solo da decidere il lato finanziario, visto lo standard speciale degli occidentali.

Così venni alla Comune dove seppi che i direttori finanziari desideravano parlarmi del film. Dissi: "Se è troppo costoso, Mary..." Invece rimasi di stucco. Quando mi ricevettero, erano in cinque o sei, mi dissero: "Ai nostri attori è piaciuto molto il film, vogliono farlo, e spero sarà felice di sapere che tutti abbiamo deciso di aiutarla e non le chiederemo nulla. L'unica cosa che ci preoccupa è il cibo. Lo prepareremo qui e lo manderemo sul luogo delle riprese." Dissi: "Ok, lasciate almeno che paghi quello." "No, no, non deve pagare lei," mi risposero. "Chiediamo solo che venga riconosciuto che la nostra partecipazione - quella della Comune – è dovuta alla connessione tra Osho e Ambedkar. È ciò che la Comune sente per Ambedkar. Un'opportunità del genere si presenta raramente, per questo abbiamo deciso di cooperare."

 

E così ha cominciato a fare le riprese a Puna con i sannyasin?

Sì, e molti uomini si presentarono per la scena della conferenza con barba e capelli lunghi. Durante i provini avevano detto: "Be', forse potremo nascondere i capelli sotto un cappello..." E io avevo detto: "Va bene, venite e vedremo." E il giorno delle riprese, penso di avere ancora le fotografie, ci fu un taglio di capelli collettivo, credo ci fossero cinque parrucchieri! Fu una scena bellissima: gli indiani se ne stavano lì a guardare questi stranieri che si facevano tagliare barba e capelli!

Uno di loro mi disse: "Non so cosa dirà la mia ragazza di questo taglio di barba! Proprio adesso che aveva raggiunto la lunghezza giusta..." "Ma se ha un aspetto bellissimo," gli dissi. Tutti si guardavano allo specchio compiaciuti. E quando si misero gli abiti dell'epoca, degli anni trenta, e vennero per le riprese... avevamo un impianto che permetteva di vedere immediatamente le immagini registrate, erano tutti entusiasti.

Il primo giorno il cibo arrivò dalla Comune, lo ricordo. E il mio direttore di produzione disse loro: "Perché non provate il cibo indiano?" E così fecero, commentando: "È squisito!" Perciò decisero che non aveva senso rimanere separati, avrebbero mangiato lo stesso cibo di tutti gli altri membri del cast. Fu bellissimo. Cominciammo a sentirci uniti. Tra una ripresa e l'altra c'era un mucchio di tempo per parlare dei vari paesi da cui provenivano e della vita a Puna. Alla fine diventammo una comunità di attori. Di fondo erano tutti attori. Non erano stranieri, e neppure dell'Osho Commune, erano semplicemente degli attori.

Mary mi aiutò molto. Quando sentiva di un ruolo diceva: "Oh, ho qualcuno per questo ruolo e per quel ruolo." Tutti i bianchi nelle scene girate in India vengono dall'Osho Commune. Quindi questo film è stato possibile grazie al contributo della Comune.

Accadde anche che le scene girate a Londra e New York avevano un ottimo sonoro, ma in India non potevamo andare con un `suono sincronizzato'. Chiesi a Mary: "Sarebbe possibile avere persone che prestino la loro voce in modo che tutti gli attori stranieri presenti nel film possano essere doppiati?" L'idea le piacque e rispose: "Sì, certo. Molti volevano recitare, ma non c'erano abbastanza parti, saranno contenti di prestare la loro voce." Sono molto soddisfatto. Sono le cose migliori di questo film, penso, le voci e i ruoli, il credito va tutto alla Comune.

 

Vorrei interrompere un momento con una digressione di Pankaja, che ha assistito Jivan Mary nel casting, perché offre un'immagine divertentissima di ciò che intanto accadeva nella Comune.

Pankaja scrive: Jivan Mary riceveva istruzioni del tipo: "Venti uomini sbarbati che assomiglino a membri del Parlamento inglese degli anni trenta per domani mattina, prego." Io l'aiutavo, e insieme andavamo in giro per la Comune afferrando i pochi uomini che non avevano il distintivo "in silenzio" e chiedendo loro: "Sei occupato domani? Ti piacerebbe partecipare a un film?"

Per una delle scene più importanti, tutti gli inglesi erano in qualche gruppo, o avevano qualche dramma d'amore, o erano in profonda meditazione, quindi finimmo col portare 30 tra italiani, svedesi e tedeschi, la maggior parte dei quali risultò essere più alta di un metro e ottanta. I costumisti dovettero risistemare tutti gli abiti, visto che tutti i costumi erano stati fatti per degli indiani alti un metro e settanta.

"Non avete uomini con un'altezza normale?" ci chiesero disperati.

"Spiacenti, sembra che oggi solo quelli oltre il metro e ottanta siano interessati a recitare."

Pescammo anche un texano davanti al cancello della Comune che stava letteralmente partendo per Goa a cavallo della sua Enfield. Gli sarebbe piaciuto recitare la parte dello scrittore americano James Michener in un film di Bollywood il giorno dopo? "Ma certamente," disse in tono strascicato. Ed è perfetto per quel ruolo.

 

Dott. Patel, come è stato per lei lavorare con i sannyasin?

Erano molto professionali. Anche quelli che non erano attori di professione hanno scoperto di amare la recitazione e sono diventati attori qui. E quando erano sul set, erano tutti dei veri professionisti. Sapevano esattamente... cercavano di capire a fondo la parte e i movimenti della macchina da presa. Erano attori professionisti. Erano... fantastici. E un'altra cosa: mai abbiamo sentito di avere a che fare con degli "stranieri" Non abbiamo mai avvertito quel complesso che sempre affiora quando si lavora con i bianchi. Sa, il film è una produzione indiana al cento per cento. Normalmente il complesso c'è. Ma non lo abbiamo mai sentito con le persone dell'Osho Commune. Si vedeva che amavano ciò che sta-vano facendo.

 

Anch'io ho partecipato al film, e ho notato che lei si prendeva il tempo per parlare con ogni persona con cui lavorava, per scoprire chi fosse, e mostrava un interesse sincero per la sua vita. Ho sentito i sannyasin dire che lei stava dando il meglio di sé per Ambedkar. Inoltre molti attori con cui ho parlato hanno notato il suo rilassamento. E incredibile vedere un regista così rilassato sul set, con tutte quelle persone con cui lavorare e così tanto da fare. E sempre stato così lei?

Grazie. Sono sempre stato così. In questo processo, e Jivan Mary sarà d'accordo con me, quando hai a che fare con così tante cose, se non sei rilassato non puoi dare il meglio di te.

 

Attraverso il contatto con i sannyasin, ha percepito qualcosa di Osho?

Ho capito il modo in cui affrontano la vita, ed è stato molto importante per me. Erano soddisfatti di sé. Spiritualmente, dentro, e nel modo di esprimersi, erano intensi e sapevano esattamente cos'è la vita. Penso che la maggior parte dei sannyasin sia in grado di discriminare esattamente ciò che è giusto. E venuto fuori tutto durante il film, quando chiacchieravo con loro. Parlavano di come vedevano l'umanità. E stata una cosa importante che ho scoperto in loro, e che loro potevano vedere... E praticamente la loro vita è qui, fanno parte di questo paese. E questo è stato molto importante per me. Non so perché ricordo che tutti parlavano... Per esempio, quelli che recitavano nelle scene di vita locale, immediatamente ricordavano la loro vita a Puna, la loro vita con la gente normale. E avevano notato l'ottimismo della gente, nonostante le condizioni di vita. Quindi ho visto che questi sannyasin sono a Puna e cercano un'unione con la gente normale.

Penso che non sia solo un fatto di integrazione o un diverso tipo di complesso psicologico chiamato `Osho Commune'. La Comune è qui, in questo paese, in questa città, appartiene a questa terra. Ha le sue radici qui. Penso che sia una cosa meravigliosa e neppure io... lo sapevo, davvero. Mi sentivo molto lontano dalla Comune. Sono entrato in contatto con la Comune attraverso il mio film e il rapporto con gli attori, non attraverso la spiritualità. Ora però comincio a capire i sannyasin di Osho, la loro spiritualità, indirettamente.

Pensavo che chi andava all'Osho Commune cercasse di raggiungere un certo livello spirituale o vi andasse per qualche problema personale... E ho cercato di capire, ma nel conoscere queste persone ho intuito un processo diverso. È un processo totalmente diverso. Ho potuto comprendere l'intera psicologia del fenomeno, che cosa ti dà la meditazione e tutto il resto, che è un'esperienza totalmente diversa. Dico queste cose nella veste di un estraneo, di uno che è arrivato dalla porta di servizio, attraverso le mente delle persone che ho incontrato.

Penso che per me sia stato molto importante che fossero persone creative, quelle che ho incontrato. Cercavano di entrare in profondità nei ruoli, erano impegnate. La meditazione, l'intraprendere il cammino spirituale, ha dato loro una forza interiore che io ho utilizzato creativamente! Per me è stato molto importante.

 

Con questo film lei vuole descrivere l'opera di Ambedkar, e forse, quando il film verrà visto in India, Ambedkar verrà compreso maggiormente. Sembra che il film possa toccare davvero le persone. E forse, grazie a questo, le più grandi aspirazioni di Ambedkar si realizzeranno. È questo l'intento del suo film?

So che forse è chiedere troppo a un film, ma sa, Ambedkar non è mai stato compreso in India. Si ignora molto della sua vita. La gente sa solo che, nato tra gli intoccabili, arrivò agli studi universitari – e non sa neppure in cosa si specializzò – scrisse la costituzione indiana e alla fine si convertì al buddhismo e convertì migliaia di sudra come lui. È tutto qui. Ma il motivo per cui gli accadde tutto questo è sconosciuto. Spero che con questo film la gente comprenda cosa accadde realmente.

Come ho detto all'inizio, non si dovrebbe limitare la sua influenza alle classi più povere dell'India, il suo lavoro riguarda l'intera umanità. Si tratta di un processo di liberazione e di salvaguardia dei diritti umani di ogni individuo. Questo è il messaggio di Ambedkar. Se il film riuscirà a passarlo, sarà un successo.

 

 

 

Osho PARLA DI Ambedkar E Gandhi

Come Gandhi ricacciò gli intoccabili nella società hindu

 

Mahatma Gandhi era il re senza corona dell’India per il semplice motivo che era in grado di torturare se stesso più di chiunque altro. Bastava un motivo qualunque e subito iniziava uno sciopero della fame. Ogni volta era “a oltranza”, ma nel giro di tre o quattro giorni lo interrompeva – c’erano metodi per interromperlo – e riusciva a mangiare qualcosa, tutto veniva organizzato a puntino.

Ma le persone possono essere ingannate facilmente… Come si mette a digiunare, l’intero paese prega affinché non muoia. Tutti i maggiori leader si precipitano nel suo ashram e lo pregano di smettere, ma lui non li ascolterà se non vengono accettate le sue condizioni – condizioni di ogni tipo, antidemocratiche, dittatoriali, idiote. Egli digiunò contro Ambedkar, che era il capo degli intoccabili. Ambedkar voleva che gli intoccabili avessero i loro collegi elettorali e i loro candidati, altrimenti non avrebbero mai avuto rappresentanti in parlamento. Chi avrebbe votato per un ciabattino? In India il ciabattino è un intoccabile – chi mai voterà per lui? Ambedkar aveva perfettamente ragione. Gli intoccabili sono un quarto del paese. E non possono frequentare le scuole, perché nessun altro studente è disposto a rimanere con loro, e nessun insegnante è disposto a insegnare loro. Il governo dice che le scuole sono aperte, ma in realtà nessuno studente vuole… Se un intoccabile entra in classe, gli altri trenta studenti se ne vanno, l’insegnante se ne va. Come faranno questi poveracci – un quarto della popolazione – a essere rappresentati? Devono avere i loro collegi elettorali separati dove possono presentarsi e votare solo loro.

La logica di Ambedkar era giusta e umana. Ma Gandhi continuò a digiunare dicendo: “Sta cercando di creare una divisione all’interno della società hindu.” La divisione esisteva da diecimila anni. Il povero Ambedkar non stava creando la divisione, stava semplicemente dicendo che un quarto della popolazione del paese era stato torturato per migliaia di anni. “Ora dategli la possibilità di migliorare le loro condizioni.”

Ma Gandhi diceva: “Finché sono vivo io, non lascerò che accada. Essi appartengono alla società hindu, quindi non possono avere un sistema elettorale separato”, e continuò il digiuno. Ambedkar disdegnò la cosa per ventun giorni, ma ogni giorno… la pressione dell’intero paese. E cominciò a sentire che se il vecchio fosse morto ci sarebbe stato un grande spargimento di sangue: “È a causa vostra che Gandhi è morto.” Quando gli venne spiegato ciò che sarebbe successo: “Cerca di capirlo in fretta, perché non c’è molto tempo, non può sopravvivere più di tre giorni”, Ambedkar esitò.

Aveva tutte le ragioni e Gandhi era in torto marcio. Ma che fare? Doveva correre il rischio? Non era preoccupato per la sua vita – non gli importava di venire ucciso – ma era preoccupato per quei milioni di poveri. Le loro case sarebbero state bruciate, le loro donne sarebbero state stuprate, i loro figli sarebbero stati uccisi. Alla fine dovette accettare le condizioni. Andò dal Mahatma Gandhi offrendogli di rompere il digiuno: “Accetto le tue condizioni. Non chiederemo un voto separato o candidati separati. Per favore, accetta questo succo d’arancia.” E Gandhi accettò il succo d’arancia.

Ma quel succo d’arancia, quel bicchiere di succo d’arancia, contiene il sangue di milioni di persone.

 

tratto da

From Personality to Individualità

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CI SONO DELLE VOLTE...

 

 

Ci sono delle volte

che mi dimentico di avere un Maestro.

Ci sono delle volte, e sono tante, che mi dimentico quel momento in cui presi il sannyas e che davanti a Osho una voce in me disse, “Ecco che hai trovato quello che stavi cercando, il senso di questa vita, la direzione verso la quale orientare la tua ricerca interiore.

Questa è la tua casa.”

Ci sono delle volte, e sono tante,

che mi perdo nel labirinto delle relazioni.

Che proietto sull’altra persona tutto quello che, di bello e di brutto, passa per la mia mente a velocità supersonica. Che scordo di essere un individuo con una vita propria, e che posso condividere con l’amata dei momenti di fusione, per poi tornare in me e riprendere in mano le redini del mio viaggio.

Ci sono delle volte che,

per pigrizia o per paura, mi adagio nelle situazioni, anche in quelle che non mi vanno bene, per poi arrivare alla conclusione che gli altri sono tutti stronzi e come al solito l’unico che ha un po’ di sensibilità e comprensione sono io.

Ci sono delle volte,

e sono tante, che non vivo. Mi limito a vegetare adducendo ogni tipo di scusa e giustificazione al mio non agire: non ho abbastanza soldi, ci sono troppi problemi, è un impegno troppo grande… quasi mai che abbia l’onestà di ammettere: ho paura di fare un salto nel buio e di rischiare.

Ci sono delle volte

che cerco l’approvazione degli altri; riducendomi ad agire come un mendicante dimentico che, nel mio essere, sono un imperatore.

 

 

Ci sono delle volte,

e sono tante, che ricordo di avere un Maestro. E sono così felice di avere avuto la fortuna di incontrarlo che le lacrime sono l’unico modo che ho per manifestare la mia gratitudine.

Ci sono delle volte,

nei momenti più bui, che sento nascere in me la certezza che sto facendo la cosa giusta e che il dolore che sto attraversando non sarà inutile.

Ci sono delle volte

che il mio cuore esplode di gioia e di amore, che sono in grado di amare incondizionatamente le persone che mi stanno vicine, le piante, gli animali, la rugiada del mattino e il volo di un uccello nell’immensità del cielo.

Ci sono delle volte

che mi sento così piccolo e vulnerabile. Che non mi sento la terra sotto i piedi e nello stomaco ho la sensazione di cadere nel vuoto infinito e, nonostante l’istinto di aggrapparmi a qualcosa, mi lascio andare e precipito in me.

Ci sono delle volte

che mi sento coraggioso per non essermi fermato davanti alla paura, per aver osato rischiare ed essermi ritrovato con le mani colme di regali e d’amore.

Ci sono delle volte, e sono tante,

che ho bisogno di te, compagno o compagna di viaggio, del tuo amore, della tua presenza e della tua assenza, della tua persona… per poterti amare.

 

Swami Veetchitta

 

 

Impegnati, poniti come decisione

ferma e inderogabile di arrivare

a casa prima che la morte

ti porti via; prima che la morte

ti abbia portato via,

deve essere avvenuta la verità!

Ponitelo come desiderio

intenso e inderogabile

sì che ogni fibra del tuo essere

inizi a pulsarne,

e persino quando dormi,

quel desiderio continui

ad essere un flusso sotterraneo.

Qualsiasi cosa stai facendo,

l’agire deve diventare periferico,

mentre il centro deve essere

una costante ricerca della verità,

e una sete costante del vero.

Lascia che sia un’appassionata

storia d’amore.

Tratto da Philosophia Perennis, Vol. 1 # 2

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CHI L’HA VISTA?

di Ma Prem Kiya

 

Un gioco degli specchi a puntate: ultima puntata. Scopri che tipo sei! Ogni riferimento a fatti o persone reali è assolutamente inevitabile.

 

 

LA PLURI-RINCARNATA

 

In questa vita è stata un’insegnante alle medie o una ragioniera, ma ha un passato avventuroso, viene da lontano. Mai che le sia capitato di fare la lavapiatti in una taverna di marinai a Plymouth, però. Per carità, lei nelle vite passate ha frequentato solo esclusivi monasteri zen, è stata una mistica nomade in Arabia, oppure bruciata sul rogo poiché temutissima strega medioevale. Regolare, no?

Ogni dettaglio della sua realtà attuale trova una spiegazione karmica nelle precedenti incarnazioni. Ne ha una giusta per ogni occasione e la racconta con formidabile dovizia di particolari. E non è la sola in famiglia, perché tutti i componenti della sua costellazione affettiva sono stati legati a lei in vite passate, con incasinamenti di parentele da brivido. Come minimo, suo padre era suo marito, sua figlia un amante segreto e suo nonno era il cuginetto con cui giocava al dottore. Insomma, generazioni di famiglie disfunzionali, casi al limite della denuncia penale per incesto multiplo.

La migliore sentita finora: “Ho scoperto in channeling che la mia gatta era alla sua ultima vita da animale.” Uau! Fantastico, che notizia, e poi in cosa si è rincarnata? In un avocado? In un camion? In un geometra di Gallarate?

 

 

LA STREGA MISTICA

 

Sono tante e ben mimetizzate.

Insistono a definirsi fatine buone che spargono polverina argentata sul tuo cammino, ma guai a te se ce l’hai contro.

Gelosie, giochi di potere, o più semplicemente pettegolezzi, le possono trasformare in micidiali antenne energetiche puntate senza scampo su di te. Insomma, mentre loro si proteggono con ogni tipo di scudo anti-sfiga, tu rischi di fare la fine del pupazzetto puntaspilli voodoo.

Hanno a disposizione un vasto arsenale di raffinate munizioni esoteriche e colpiscono anche a distanza. Sono capaci di spararti addosso una palla d’energia negativa da stendere un elefante, se solo ti vedono pranzare a Basho con il loro uomo (e poi ti stupisci del tuo bruciore allo stomaco?).

Sanno usare un pendolino meglio di una Colt e con una sventagliata di tarocchi ben piazzata mettono a terra qualsiasi avversaria/o.

Tutto il repertorio new-age è a loro disposizione per sgombrare il terreno da potenziali ostacoli: concorrenti sentimentali, professionali, ma anche il povero disgraziato che si trova in fila davanti a loro quando vogliono un cappuccino in tutta fretta…

Questo consiglio vale per maschi e femmine: alla larga.

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oltre la materniTÀ

di Ma Prem Radhika

 

 

“Sono spiacente di dirle che lei è sterile,” mi disse il ginecologo al termine della visita. Avevo vent’anni, studiavo psicologia e, avendo appena iniziato una storia d’amore con un compagno di università, ero andata da lui per farmi prescrivere un metodo contraccettivo.

In quel periodo ero delusa dal metodo d’insegnamento dei professori all’università e stavo cercando qualcosa di autentico, qualcosa di intenso… Ero in buoni rapporti con un professore che aveva studiato con Wilhelm Reich e avevo visto dei filmati sul lavoro di Reich che si avvicinava molto a ciò che andavo cercando.

Un giorno andai a vedere un filmato sull’Ashram di Puna. Avevo letto qualcosa su quello strano guru indiano ed ero curiosa di sapere cosa succedeva laggiù. Sullo schermo vidi un tipico guru indiano che entrava in una stanza, assomigliava a Maharishi Mahesh Yogi – niente di speciale – e poi centinaia di discepoli in preghiera che lo salutavano, che cosa imbarazzante! Ma quelle scene dei gruppi di terapia nell’ashram! Fantastiche! Erano le uniche scene autentiche che avessi mai visto in vita mia, semplicemente incredibili! L’energia saltava letteralmente fuori dallo schermo e invadeva la stanza di proiezione.

In quei giorni cominciai a non sentirmi troppo bene fisicamente: problemi di digestione, nausea, fui sul punto di svenire parecchie volte, ma i medici non trovavano nulla. Mi misi in contatto con i miei genitori che mi portarono dal loro medico.

Lui mi guardò e disse: “Sei incinta.” Rimasi shoccata. Ma se ero sterile! Feci il test e mio padre, arrabbiatissimo, mi portò i risultati. Ai miei genitori era chiaro che dovevo abortire, perché studiavo ancora e non ero sposata, ma a me accadde qualcosa di strano: nel momento in cui venni a sapere del bambino avvertii un grande senso di espansione e amore profondo. Ero felice ed eccitata e il padre del bambino si sentiva come me.

Accettai immediatamente il bambino e non pensai all’aborto neppure per un momento.

Ero sempre stata una persona creativa: la pittura, la danza, il canto e la musica erano sempre stati presenti nelle mie giornate e rappresentavano una parte importante della mia vita, ma con il procedere della gravidanza a poco a poco le abbandonai. Ora capisco che ero un semplice strumento di una grande forza biologica, ma non posso negare di essermi sentita appagata.

Una mattina mi svegliai e subito sentii che il bambino stava per nascere. Era una bellissima giornata d’autunno, il sole splendeva, il cielo era terso, gli alberi avevano colori incredibili. Andai a piedi all’ospedale, a tre chilometri da casa mia, e là, man mano che il travaglio procedeva, conobbi la nascita e la morte. Enormi ondate di una potenza fino ad allora sconosciuta si impossessarono di me e capii che tutto quello che potevo fare era cooperare con ciò che stava accadendo: fondamentalmente respirare e lasciarmi andare. Vidi che nascita e morte sono molto simili. È come un’ondata immensa che ti prende e ti porta via…

Il parto fu per me una festa, mi colmò di meraviglia di fronte alla grande potenza della vita, ma fu anche un duro lavoro con molto dolore fisico.

Nel momento in cui mia figlia scivolò fuori dal mio corpo sentii un grande sollievo. Ero di nuovo sola con me stessa e lei era lì, un essere umano perfetto, un’estranea che dovevo conoscere, legata a me da un vincolo d’amore. In quel momento cominciò a svilupparsi quello che posso solo chiamare ‘istinto materno’.

Mentre la bambina era nella stanza accanto, e aveva fame, i seni mi si riempivano di latte. Ero in contatto con i suoi bisogni come se fossero i miei. Avevo bisogno di lei quanto lei di me.

Non avevo più tempo da dedicare alla mia creatività: basta pittura, danza, musica o canto. Tutta la mia energia si riversava su mia figlia. Con il passare del tempo il legame tra noi si fece meno stretto e cominciammo a essere di più due individui, meno simbiotici, capaci di comunicare con un gran senso dell’umorismo.

Durante quel periodo la curiosità per il guru indiano era rimasta e avevo cominciato a leggere i suoi libri. A volte una sua frase era così toccante che mi ritrovavo in lacrime. Era quello che andavo cercando da una vita e che l’esperienza della maternità non aveva potuto appagare. Ordinai le cassette delle meditazioni e cominciai a praticarle per conto mio. La meditazione Kundalini mi conquistò: mi faceva sentire estatica, viva e vibrante. La meditazione Dinamica invece mi intimoriva. Leggendo le istruzioni pensai: “Se faccio tutte queste cose morirò di certo, o come minimo sverrò.”

Quando mia figlia compì un anno e mezzo feci un sogno decisivo. Sognai che andavo a Puna, entravo nell’ashram e mi dirigevo direttamente a Lao Tzu, dove viveva Osho. Andavo sul suo terrazzo e spiavo in camera sua. All’improvviso Osho uscì dalla stanza, e venne verso di me, barcollando leggermente e sorridendomi. Mi sentii avvolta da un alone magico, ma pensai: “Ma questo non è un Maestro illuminato, è un ubriaco!” e decisi di andarmene alla svelta. In quel momento Osho mi venne vicino e con un grande sorriso mi chiese: “Sei venuta a prendere il sannyas?” Io dissi di sì e lui mi mise il mala attorno al collo. Venni avvolta da un incredibile senso di beatitudine, così travolgente, che caddi a terra.

Mi svegliai di colpo e mi alzai, elettrizzata. Avevo preso il sannyas, e questa sensazione di beatitudine estatica rimase con me per molte settimane. Il mattino successivo chiamai l’Osho Meditation Center più vicino. Fino ad allora non ero mai stata in un centro di meditazione, né avevo incontrato altri sannyasin. Ora sentivo l’urgente bisogno di avere un nome nuovo, vestirmi di arancione e avere il mala, come se si trattasse di una questione di vita o di morte.

Questa storia d’amore con il Maestro non è paragonabile a nessun’altra storia d’amore con un altro essere umano, amante o figlia; appartiene a un altro mondo.

Il sannyas è fondamentalmente un processo in cui do vita a me stessa. Un processo che esige la stessa quantità d’energia e impegno richieste per la crescita di un figlio.

Grazie al sannyas e alla visione di Osho sull’educazione, la mia comprensione e il rispetto per l’individualità di mia figlia crebbero ancora di più, di pari passo con il rispetto del mio percorso spirituale e della mia individualità. Anche il papà della bimba divenne un sannyasin e insieme andammo a vivere in una piccola comunità. La mia energia era ancora tutta impegnata dalla bambina e in quel momento non mi mancavano le mie altre attività creative. Dopo qualche anno la mia via e quella del padre della bambina si divisero e mia figlia preferì andare a vivere con i miei genitori, perché aveva bisogno di maggiore sicurezza e stabilità di quella che potevo offrirle io. La separazione fu molto dolorosa, perché il nostro contatto era profondo e ho sentito molto la sua mancanza. Allo stesso tempo mi riappropriai di un’enorme quantità di energia che divenne disponibile per essere espressa creativamente e investita nel processo di crescita personale.

Oggi mia figlia è un’adolescente e, anche se non sappiamo quanto tempo all’anno possiamo passare insieme, siamo buone amiche e ci scriviamo. Tra noi c’è molto amore e intimità; il sannyas mi ha aiutato a lasciarle vivere la sua vita in un’altra famiglia, lontano da me, e in questo modo i meccanismi tipici tra madre e figlia non hanno disturbato le nostre vite.

C’è maggiore rispetto e libertà tra di noi, guadagnati al prezzo della separazione. Mi dice che sono diversa dalle altre madri e che è molto orgogliosa di me.

Oggi vivo appieno la mia creatività, che può esprimersi e giocare senza fine. È una grande sorgente di gioia essere un canale per l’esistenza, in qualunque modo e in qualsiasi forma questa si voglia esprimere.

La scorsa estate, durante la meditazione serale, ho sentito Osho dire a proposito di un discepolo, Niskriya: “Ha rinunciato a tutto per amore della sua creatività.” Queste parole mi hanno toccata profondamente. E allora ho capito: tutti i sassolini colorati che ho raccolto con amore sulla spiaggia sono andati perduti, ma scavando nella sabbia, ho trovato dei veri diamanti.

 

 

Finora il più grande gesto creativo della donna è stato la creazione dei figli, ma non sarà più così. La terra in passato non era così popolata, il bisogno era grande e la donna lo soddisfava. Ora invece deve sviluppare nuove dimensioni di creatività, e solo allora sarà in grado di essere uguale all’uomo. Il bisogno attuale è che la donna diriga la sua creatività verso nuove dimensioni: la poesia, la letteratura, la pittura, la musica, l’architettura, la scultura, la danza. Dovrebbe esserle accessibile l’intero spettro della creatività. Creare un bambino ora è pericoloso. Sovrappopolare la terra è un gesto suicida, siamo già più numerosi del necessario.

OSHO

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compagni di viaggio?

Riflessioni su due ricercatori, due maestri e un solo anelito.

 

 

Kai e io passeggiamo lungo Hampstead Heath. Abbiamo un po’ di tempo prima che apra il ristorante italiano al quale mio fratello mi ha invitata. L’autunno è già arrivato e Londra si sta preparando a un altro grigio inverno.

Come sempre abbiamo solo qualche ora da passare insieme tra un aereo e l’altro. È una bella giornata tiepida, però Kai mi sembra avvolto nel freddo umido metropolitano. Mi chiedo se non ha forse passato troppi anni a cantare per le strade.

Fermandosi di colpo mi dice: “Sai, K mi manca molto.”

“K”, così viene chiamato J. Krishnamurti dai suoi discepoli, è morto nel 1987. Sono passati più di dieci anni.

Continuiamo a camminare. Mi fa male il cuore… una sorella desidera solo che suo fratello sia felice. Ma cosa dire? Cerco allora di spiegargli che cosa mi è accaduto da quando il mio amato maestro Osho ha lasciato il corpo nel 1990.

“Ho sentito Osho dire che quando i nostri cuori sono aperti, il Maestro è sempre disponibile. Il Maestro non ha bisogno di un corpo fisico per essere qui con noi. È sempre qui, sono tutti qui: Buddha, Krishnamurti, Osho…”

Mi chiedo se gli sto passando qualcosa di reale, o se si tratta solo di un cliché spirituale. È possibile che delle orecchie abituate a Krishnamurti sentano ciò che sto dicendo nel linguaggio di Osho? “Non sono due Maestri diversi,” continuo. “È come se avessero espresso il loro messaggio attraverso mezzi diversi, in modo diverso, ma il messaggio è lo stesso, e…”

Mi viene la pelle d’oca al solo pensarci “…attraverso il nostro amore per loro, è a disposizione di ognuno di noi, quando siamo aperti a riceverlo… Come adesso, vedi?”

L’espressione intensa sul viso di Kai si rilassa per un attimo.

“In realtà non si può neppure dire che sia vicino,” continuo. “È sempre disponibile, e per sempre, ma noi non necessariamente lo siamo.”

Lo guardo, e vedo che mi sta ascoltando attentamente, come sempre.

“Per me, è come se il suo amore e la sua guida diventassero accessibili solo quando sono in uno spazio positivo. Non cerca di penetrare in me, spingendo o insistendo contro la mia volontà. Non forza mai nulla. Sono io che mi inchino a lui e lo ricevo.”

È ora di tacere. Sta diventando una specie di predica, ma come fare a passargli qualcosa? Potremmo non rivederci più per anni, e anche allora forse solo per qualche ora… Ma partire senza offrirgli niente?

Il cammino di Kai è il suo cammino, così perfettamente essenziale com’è. Tardo pomeriggio, c’è il sole, la città sotto di noi…

E qui, ora, nello spazio bianco e vuoto della Buddha Hall. Che vita fortunata! Un altro mattino prezioso, un altro discorso di Osho nella Comune di Puna… che fortuna incredibile!

Miriadi di uccelli – cosa sarebbe l’India senza di loro? – e i risciò che borbottano davanti al “gateless gate”. Osho sta rispondendo a una domanda su Krishnamurti, e io ricordo Kai – e ricordo la sua tristezza.

Quanti altri discepoli di Krishnamurti ci sono là fuori… tristi e soli? E mi ritrovo a chiamarli dicendo: “Venite a giocare! L’illuminazione non è un gioco settario. È la migliore delle avventure. Venite a giocare!”

Non siamo forse tutti compagni di viaggio, qualunque sia il Maestro che ha toccato i nostri cuori?

Ora ricordo che sono stata io a mandare a mio fratello il suo primo libro di Krishnamurti, prima di sparire in questo viaggio verso Osho in Oriente. Ci incontreremo mai per più di una passeggiata al tramonto e un piatto di spaghetti?

Ma Nirda

 

 

 

Amato Osho, ho sentito che J. Krishnamurti ha parlato contro il sannyas. Mi sembra che questo atteggiamento sia uno stratagemma che aiuta sia il suo che il tuo lavoro, che non intende dire quello che dice. Per favore, commenta.

 

J. Krishnamurti è un illuminato – non hai bisogno di difenderlo. Egli intende dire quello che dice, è contro il sannyas. Questo è il suo approccio alla vita, un approccio piuttosto ristretto, ovviamente. Egli ha una visione a tunnel. E tutto ciò che dice è giusto all’interno di questa visione a tunnel, ma si tratta di una visione molto ristretta.

Lui può dire che il sannyas è sbagliato, può dire che io ho torto. Io non posso dire che lui ha torto, perché ho una visione più ampia, capace di includere molto. Se posso dire che Buddha ha ragione, che Zarathustra ha ragione, che Lao Tzu ha ragione, che Tilopa, Atisha, e molti molti altri hanno ragione, posso anche dire che Krishnamurti ha ragione.

Sì, ci sono persone alle quali la sua visione sarà utile, ma quelle persone sono molto poche. In realtà coloro ai quali va bene la sua visione, potrebbero non aver affatto bisogno del suo aiuto – perché il sannyas non è che il bisogno di avere un Maestro, aver bisogno dell’aiuto di un maestro è l’essenza dell’essere un discepolo. Che tu lo chiami così o no non conta. Krishnamurti è profondamente contrario alle parole discepolo e maestro. Ma è esattamente ciò che ha fatto per cinquant’anni. È un maestro che dice di non essere un maestro. E quelli che lo ascoltano e lo seguono sono discepoli che pensano di non essere discepoli.

Quello che pensi è irrilevante. Ciò che conta è quello che sei. E lui è un maestro e ha dei discepoli. Egli nega di essere un maestro, questo fa parte della sua strategia. In questo mondo egoistico è molto difficile per le persone abbandonarsi, lasciar andare l’ego. Egli apre una porta agli egoisti che non possono lasciar cadere l’ego.

Dice: “Puoi tenerti il tuo ego, non hai bisogno di essere un discepolo, non hai bisogno di essere un sannyasin.” Gli egoisti si sentono benissimo, non hanno bisogno di inchinarsi davanti a nessuno. Ma ascoltandolo di continuo, nel profondo comincia a verificarsi un inchino, comincia ad accadere un abbandono.

Egli non dichiara di essere un maestro. Ma ciò che un maestro chiede, lui lo richiede ai suoi ascoltatori. Il maestro dice: “Ascolta senza pensare, ascolta totalmente, senza che i tuoi pensieri interferiscano.” Ed è quello che richiede ai suoi discepoli che lui non chiama discepoli. È un gioco molto sofisticato.

 

 

Dici che l’illuminazione è sempre totale. Perché allora Krishnamurti ha una visione a tunnel?

L’illuminazione è totale. Se è un’orchestra è un’orchestra totale, se è solo un flauto solista, allora è un flauto solista totale. L’esistenza è sempre totale, così come l’illuminazione è sempre totale. Il fiore di campo è totale quanto il sole. La totalità è un fenomeno totalmente differente dalla quantità, ha qualcosa a che vedere con la qualità.

Il flauto solista di Krishnamurti è totale quanto la mia orchestra, la mia orchestra non è più totale. La totalità non può essere minore o maggiore. Tu pensi solo in termini di quantità, ecco perché ti è sorta la domanda. Io parlo di qualità. Ogni atto di un illuminato è totale. Che stia bevendo il tè o dipingendo un grande quadro, suonando musica o semplicemente standosene seduto in silenzio senza far nulla, ogni atto è totale. Krishnamurti è un flauto solista, e i flauti solisti sono necessari quanto le orchestre. Moltiplicano la bellezza dell’esistenza, rendono la vita più ricca. Lascia cadere la mente che continua a fare paragoni in termini di quantità. Porta il tuo livello di consapevolezza a un livello più alto e comincia a pensare alla qualità, e non ci sarà alcun problema.

Krishnamurti sta facendo ciò che può fare, al meglio. Non vorrei che diventasse un orchestra, no. Ciò renderebbe il mondo più povero. Dovrebbe continuare a fare quello che sta facendo, che dà colore alla vita, e varietà. Io non posso fare il flauto solista, non che non sia bello, ma semplicemente non è la mia via. A me piace essere un’orchestra. Vorrei che Atisha suonasse con me, e Bahauddin e Kabir e Nanak e Lao Tzu e Zarathustra, e molti altri ancora. Vorrei suonare con tutti loro e diventare parte di questa orchestra. Questa è la mia via. Nessuno è inferiore o superiore. Una volta illuminato, nessuno è superiore o inferiore, non può esserlo. Se un fiore di loto si illumina sarà un fiore di loto. Se una rosa si illumina, sarà una rosa. Entrambi hanno la medesima qualità dell’illuminazione, ma la rosa resterà una rosa e il loto resterà un loto.

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la vita È fatta di piccole cose

 

 

 

amato Osho,

perché sento continuamente il

bisogno di essere approvata e di

ottenere riconoscimento,

soprattutto nel mio lavoro?

Questo mi fa sentire in trappola.

Non posso farne a meno.

So di essere in questa trappola,

ma ne sono catturata e mi sembra

di non poterne più uscire.

mi puoi aiutare a trovare la porta?

 

La domanda è di Kendra. Occorre ricordare che il bisogno di ottenere approvazione e riconoscimento è la richiesta di tutti. L’intera struttura della nostra vita è tale che ci è stato insegnato che, se non otteniamo alcun riconoscimento, siamo delle nullità, assolutamente inutili. Il lavoro non è importante, l’importante è che venga riconosciuto. Questo significa che le cose sono state stravolte. Il lavoro dovrebbe essere importante di per sé, essere una gioia in se stesso. Dovresti lavorare non per ottenere riconoscimento, ma perché provi piacere nell’essere creativo: ami il lavoro in quanto tale.

Ci sono state poche persone che sono state in grado di uscire dalla trappola in cui la società vi rinchiude: una di esse è Vincent Van Gogh. Ha continuato a dipingere benché fosse affamato, senza una casa, senza vestiti, senza medicine, malato; ma è andato avanti a dipingere. Neppure uno dei suoi dipinti veniva venduto, non otteneva alcun riconoscimento, ma la cosa strana è che, anche in queste condizioni era felice, felice perché dipingeva ciò che voleva. Riconoscimento o no, il suo lavoro era intrinsecamente valido. A trentatré anni si suicidò, non a causa di problemi o angosce, no, semplicemente perché aveva terminato il suo ultimo dipinto, sul quale aveva lavorato per un anno: un tramonto. Aveva provato centinaia di volte ma, non essendo mai soddisfatto, lo distruggeva. Alla fine riuscì a dipingere il tramonto così come lo desiderava.

Si suicidò dopo aver scritto una lettera al fratello:

“Non voglio morire perché sono disperato. Voglio suicidarmi perché ora vivere non ha più senso: il mio lavoro è compiuto. Oltretutto è sempre stato difficile trovare mezzi di sostentamento. Ma è stato bene così, perché avevo del lavoro da fare, in me c’era un potenziale che dovevo realizzare. Ora è fiorito, ora non ha più senso vivere da mendicante.

“Finora non ci avevo mai pensato, non l’avevo nemmeno mai preso in considerazione. Ma adesso questa è l’unica cosa. Sono fiorito al massimo del mio potenziale, sono soddisfatto. Ora continuare, cercando di trovare mezzi di sostentamento, mi pare stupido. Per che cosa? Per me questo non è un suicidio. Sono giunto a un compimento, a una fine, e lascio il mondo con gioia. Ho vissuto con gioia e con gioia lascio il mondo.”

Ora, a quasi un secolo di distanza, ognuno dei suoi quadri vale milioni di dollari. Ci sono soltanto duecento tele disponibili. Ne aveva dipinte migliaia, ma sono state distrutte: nessuno le aveva notate. Oggi avere un quadro di Van Gogh significa avere del gusto estetico. I suoi dipinti ti danno prestigio. Il mondo non ha mai riconosciuto il suo lavoro, ma a lui non importava. Questo dovrebbe essere il modo di guardare le cose.

Lavora se ti dà piacere. Non aspettarti riconoscimenti. Se arrivano, accettali; se non arrivano, non preoccupartene. La tua soddisfazione dovrebbe essere nel lavoro in sé. E se ognuno imparasse questa semplice arte di amare il proprio lavoro, qualunque esso sia, di goderselo senza aspettarsi riconoscimenti, avremmo un mondo più bello e più gioioso. Così com’è, il mondo ti ha intrappolato in uno schema doloroso: ciò che fai non è bello perché tu lo ami o perché lo fai in modo perfetto, ma perché il mondo lo riconosce, lo apprezza, ti dà medaglie d’oro e premi Nobel.

Hanno deprivato la creatività del suo valore intrinseco e hanno distrutto milioni di persone, perché non si possono dare premi Nobel a milioni di persone. Hanno creato in ognuno il desiderio di ottenere riconoscimento, così che nessuno può più lavorare in pace, in silenzio, godendosi qualunque cosa stia facendo. La vita è fatta di piccole cose. Per queste piccole cose non c’è nessun premio, nessun riconoscimento governativo, nessuna laurea universitaria ad honorem.

Uno dei più grandi poeti di questo secolo, Rabindranath Tagore, viveva nel Bengala, in India. Aveva pubblicato le sue poesie e i suoi racconti in lingua bengali, ma senza ottenere alcun riconoscimento. Allora tradusse in inglese un libricino, Gitanjali. E lui sapeva che l’originale aveva una bellezza che la traduzione non aveva e non può avere, perché queste due lingue, bengali e inglese, hanno strutture differenti, diversi modi di espressione.

Il bengali è una lingua molto dolce. Anche se stai litigando, sembra che tu sia impegnato in una tranquilla conversazione. È molto musicale, ogni parola è musicale. Questa qualità non esiste in inglese e non la si può introdurre; ha delle qualità differenti. Comunque riuscì a tradurlo e la traduzione, che è misera in confronto all’originale, ricevette il premio Nobel. E all’improvviso l’India capì. Il libro era disponibile da anni in bengali e in altre lingue indiane e nessuno lo aveva mai notato.

Tutte le università volevano dargli una laurea ad honorem. Calcutta, dove abitava, è stata ovviamente la prima università a volergliela offrire. Lui rifiutò dicendo: “Non state dando una laurea ad honorem a me; non state dando un riconoscimento al mio lavoro, state dando riconoscimento al premio Nobel, perché il libro era disponibile in una forma molto più bella, e nessuno si è degnato di scrivere una parola di apprezzamento.”

Non accettò alcuna laurea ad honorem, e disse: “Questo è un insulto nei miei confronti.”

Jean-Paul Sartre, uno dei più grandi scrittori, e un uomo con una grande comprensione della psicologia umana, ha rifiutato il premio Nobel dicendo: “Sono stato ricompensato abbastanza mentre stavo creando il mio lavoro. Un premio Nobel non aggiunge niente, al contrario, mi fa cadere in basso. Va bene per i dilettanti che sono in cerca di riconoscimento; io ormai sono vecchio, e mi sono divertito a sufficienza. Ho amato tutto ciò che ho fatto. Era una ricompensa in sé e non voglio nessun’altra ricompensa, perché niente può essere meglio di quanto ho già ricevuto.” Aveva ragione. Ma ci sono così poche persone al mondo che hanno ragione e così tante che invece si sbagliano e vivono in trappola.

Perché dovresti preoccuparti del riconoscimento?

Preoccuparsi del riconoscimento ha senso soltanto se non ami il tuo lavoro; allora è significativo, allora fa da sostituto. Tu odi il tuo lavoro, non ti piace, ma lo fai perché in questo modo otterrai riconoscimento; sarai apprezzato e accettato. Invece di pensare al riconoscimento, riconsidera il tuo lavoro.

Lo ami? Allora basta. Se non lo ami, cambialo!

I genitori, i professori, ti martellano continuamente con l’idea che dovresti ottenere riconoscimento, dovresti essere apprezzato. Questa è una strategia molto furba per tenere sotto controllo le persone.

Quando ero all’università mi dicevano continuamente: “Dovresti smetterla di comportarti così… Continui a fare delle domande a cui sai perfettamente che non si può dare una risposta e che mettono il professore in una situazione imbarazzante. La devi smettere, altrimenti queste persone si vendicheranno. Loro hanno potere, possono bocciarti.” Io dicevo: “Non mi importa. In questo momento mi sto divertendo a fare domande e a farli sentire degli ignoranti. Non sono abbastanza coraggiosi da dire ‘non lo so’. In quel caso non ci sarebbe nessun imbarazzo. Invece vogliono far finta di sapere tutto. Io mi sto divertendo: la mia intelligenza si acuisce. Che importanza ha l’esame? Possono bocciarmi soltanto se mi presento all’esame, e chi si presenterà? Se hanno quest’idea che possono bocciarmi, non andrò all’esame e resterò nella stessa classe. Dovranno promuovermi soltanto per paura di dovermi sopportare un altro anno !” E tutti mi hanno sempre promosso perché volevano liberarsi di me. Ai loro occhi stavo rovinando anche gli altri studenti, perché anche gli altri iniziavano a fare domande su cose che per secoli erano state accettate senza discussioni.

Quando insegnavo all’università, è successa la stessa cosa, da una prospettiva diversa. Adesso ero io a porre domande agli studenti perché realizzassero che tutte le conoscenze che avevano accumulato erano soltanto prese in prestito e che in effetti non sapevano niente. Dicevo loro che non mi interessavano i voti, ciò che mi interessava era la loro esperienza autentica, e non ne avevano alcuna. Stavano semplicemente ripetendo dei libri ormai sorpassati, che da molto tempo si erano dimostrati sbagliati. Quella volta le autorità dell’università mi minacciarono:” Se continui così, a dare fastidio agli studenti, verrai buttato fuori dall’università.”

Io dissi: “È strano, quando ero uno studente non potevo fare domande ai professori, adesso sono un professore e non posso fare domande agli studenti! Allora, che funzione sta adempiendo questa università? Dovrebbe essere un posto dove vengono poste domande, dove si fa ricerca. Le risposte devono essere trovate non nei libri, ma nella vita e nell’esistenza.”

Dissi anche: “Potete buttarmi fuori dall’università, ma ricordate: questi stessi studenti, a causa dei quali mi state buttando fuori dall’università, un giorno bruceranno l’università stessa.” Dissi al vicerettore: “Dovresti venire a vedere la mia classe.”

Non credeva ai suoi occhi: nella mia classe c’erano almeno duecento studenti, e poiché non c’era abbastanza spazio stavano seduti dappertutto, sui davanzali, sul pavimento. Lui disse:” Che cosa sta succedendo? Tu hai solo dieci studenti.”

“Queste persone sono venute ad ascoltare,” risposi. “Hanno lasciato le loro classi; adorano venire qui. Questa classe è un dialogo. Io non sono superiore a loro e non posso rifiutare nessuno che viene alle mie lezioni. Che sia un mio studente o no, non importa; se viene ad ascoltarmi, è un mio studente. In effetti dovreste permettermi di usare l’aula magna. Queste aule sono troppo piccole per me.” Lui chiese: “L’aula magna? Intendi radunare l’intera università nell’aula magna? Che cosa resterà da fare agli altri professori?”

Risposi: “Questo è un problema loro. Possono andare a impiccarsi! Dovrebbero averlo già fatto da molto tempo. Il solo fatto che gli studenti non li ascoltino è già un segnale sufficiente.”

I professori erano arrabbiati, le autorità erano arrabbiate, ma alla fine dovettero darmi l’aula magna. Con riluttanza però, soltanto perché erano stati costretti dagli studenti. Tuttavia commentavano: “Strano, studenti che non hanno niente a che fare con la filosofia, la religione, la psicologia, perché sono qua?”

Molti studenti avevano detto al vicerettore: “Ci piace. Non sapevamo che filosofia, religione, psicologia potessero essere così interessanti e affascinanti; altrimenti avremmo seguito i corsi. Pensavamo che queste fossero materie aride, preferite soltanto da persone prive di senso pratico. Non abbiamo mai visto persone piene di vita che scelgono queste materie. Ma quest’uomo le ha rese così interessanti, che anche se non passeremo nelle nostre materie, non importa. Quello che stiamo facendo è giusto in se stesso, questo ci è chiaro, e non c’è verso di cambiarlo.”

Contro il bisogno di riconoscimento, contro il bisogno di accettazione, contro i voti… ma alla fine ho dovuto lasciare l’università, non a causa delle loro minacce, ma perché mi sono reso conto che aiutare solo migliaia di studenti era uno spreco. Potevo aiutare milioni di persone fuori, nel mondo. Perché avrei dovuto restare attaccato a una piccola università?

Il mondo intero poteva essere la mia università.

E vedi: sono stato condannato.

Questo è l’unico riconoscimento che ho ricevuto.

Sono stato travisato in ogni modo possibile. Tutto ciò che si può dire contro un uomo, è stato detto contro di me; tutto ciò che si può fare contro un uomo, è stato fatto contro di me. Pensi che questo sia riconoscimento? Ma io amo il mio lavoro. Lo amo così tanto che non lo chiamo nemmeno lavoro; lo chiamo semplicemente la mia gioia.

Tutti coloro che erano più vecchi di me e apprezzati, mi hanno sempre detto:” Quello che stai facendo non ti darà nessuna rispettabilità nel mondo.” E la mia risposta è stata: “Non l’ho mai cercata e non so che farmene della rispettabilità. Non posso mangiarla, non posso berla.”

Impara una cosa fondamentale: fai qualunque cosa vuoi fare e ami fare e non aspettarti mai un riconoscimento. Questo vorrebbe dire ridursi a mendicare. Perché uno dovrebbe aspettarsi riconoscimento? Perché uno deve desiderare l’accettazione? Guarda in profondità dentro te stesso. Forse non ti piace quello che stai facendo, forse hai paura di non essere sulla strada giusta. L’accettazione ti aiuterà a sentire che sei nel giusto. Il riconoscimento ti farà sentire che stai andando verso la giusta meta. Ciò che conta sono i tuoi sentimenti interiori; il mondo esterno non conta. Perché dipendere dagli altri? Tutte queste cose dipendono dagli altri, tu stesso ti rendi dipendente.

Non accetterò nessun premio Nobel. Questa condanna da parte di tutte le nazioni del mondo, da tutte le religioni, per me ha molto più valore.

Accettare il premio Nobel significherebbe diventare dipendente: ora non sarò più orgoglioso di me stesso, sarò orgoglioso del premio Nobel. In questo momento posso soltanto essere orgoglioso di me stesso; non c’è nient’altro di cui posso essere fiero.

In questo modo si diventa individui.

Ed essere un individuo che vive in totale libertà, sulle proprie gambe, beve dalla sua sorgente, è ciò che rende un uomo realmente centrato, saldo.

Questo è l’inizio della sua fioritura definitiva.

Queste cosiddette persone famose, persone onorate, sono piene di spazzatura e niente altro. Ma sono piene della spazzatura di cui la società le vuole ripiene e la società le ricompensa dando loro dei premi.

Ogni uomo con il senso della propria individualità vive del proprio amore, del proprio lavoro, senza preoccuparsi affatto di ciò che pensano gli altri. Più il tuo lavoro è prezioso, minore è la possibilità di ottenere riconoscimento per ciò che fai.

Se il tuo lavoro è il lavoro di un genio, non otterrai mai rispetto nella tua vita. Verrai condannato in vita… poi, dopo due o tre secoli, erigeranno statue in tuo onore, i tuoi libri verranno rispettati. Ci vogliono due o tre secoli prima che l’umanità arrivi al livello di intelligenza in cui un genio si trova oggi. Il divario è ampio. Per essere rispettato dagli idioti, ti devi comportare secondo le loro idee, le loro aspettative. Per essere rispettato da questa umanità malata, devi essere più malato di loro. Allora ti rispetteranno. Ma che cosa otterrai? Perderai il tuo spirito e non otterrai niente.

 

 

Amato Osho,

vuoi parlarci della differenza fra l’amore e

la fiducia? A me sembra che la fiducia abbia

un significato molto più vasto dell’amore,

nel nostro rapporto con te. Quando dico

‘Osho, ti amo’ sto parlando di un sentimento

che è colorato e definito da altri rapporti

d’amore, un sentimento che è limitato dal mio

stato di non-illuminazione.

Parlo come se avessi una comprensione

di ciò che il mio amore per te implica.

Quando dico ‘Osho, mi fido di te’, sto dicendo

“Fai di me tutto ciò che è necessario fare.

Guidami dentro spazi inimmaginati e

inimmaginabili: sono tuo.”

La fiducia sembra includere la comprensione

di essere disponibile anche riguardo a cose

che si trovano al di là della sua stessa

comprensione. L’amore, l’amore non-illuminato,

appare diretto verso l’esterno, in qualche modo

aggressivo. L’ego è consapevole di se stesso

come entità. Mentre la fiducia, anche

nella sua forma non-illuminata,

sembra avere in sé una qualità di profondo

abbandono. L’ego è presente soltanto

per ragioni linguistiche, perché la persona che ha

fiducia sa che lei stessa potrebbe scomparire.

 

La domanda è di Maneesha. E non è affatto una domanda. Si è già risposta da sola e in maniera meravigliosa. Ha detto esattamente ciò che avrei detto io. Questo è ciò che mi piacerebbe avvenisse a ognuno di voi, piano piano: che arrivaste a una comprensione tale che quando ponete una domanda, possiate rispondere da soli esattamente nel modo in cui avrei risposto io.

La fiducia è sicuramente un valore più alto dell’amore.

Nella fiducia, l’amore è implicito, mentre nell’amore la fiducia non è implicita.

Quando dici ‘Osho, mi fido di te’, si capisce che mi ami. Ma quando dici di amare, la fiducia non ha alcun posto. In effetti il tuo amore è molto sospettoso, diffidente, impaurito, sempre in guardia, che controlla la persona che ami. Gli amanti diventano quasi dei detectives.

Si spiano a vicenda.

L’amore è bellissimo, se giunge come parte della fiducia. E giunge sempre come parte della fiducia, perché non può esserci fiducia se non c’è amore.

Ma senza fiducia non c’è amore e un amore privo di fiducia è orribile, pieno di gelosie, sospetti, diffidenza.

È anche vero che quando dici ‘ti amo’, non c’è un arrendersi, non c’è un essere pronto a dissolverti. Non c’è l’essere pronto a venire trasportato in spazi sconosciuti e inconoscibili. Quando dici ‘ti amo’ resti uguale e in questo c’è una certa aggressività.

 Questo è il motivo per cui, dall’inizio del genere umano, dovunque e in tutti i tempi, la donna non ha mai preso l’iniziativa nel dire ‘ti amo’. Ha aspettato che l’uomo dicesse ‘ti amo’, perché il cuore di una donna riesce a sentire quell’aggressività. Ma l’uomo ha il cuore più duro; non sente quell’aggressività, in effetti gli piace.

Ma quando dici “mi fido di te”, c’è una profonda resa, un’apertura, una ricettività, una dichiarazione a te stesso e all’universo che: ‘Ora se quest’uomo mi portasse persino all’inferno, per me va bene; mi fido di lui. Se a me appare come un inferno, deve trattarsi di un errore della mia vista. Non è possibile che lui mi conduca all’inferno.’

Nella fiducia, troverai sempre errori in te stesso; nell’amore troverai sempre errori nella persona della quale sei innamorato.

Nella fiducia tu sei sempre, senza dirlo, in uno stato di rammarico: ‘Sono ignorante, sono addormentato, inconsapevole. Esiste la possibilità di dire qualcosa di sbagliato, di fare qualcosa di sbagliato, quindi sii clemente verso di me, abbi compassione.’

La fiducia implica così tanto. È un tesoro così prezioso.

Quando dici “ti amo” c’è una sottile corrente di possessività. Senza che venga detto, si capisce: “Adesso sei una mia proprietà. Nessun altro deve amarti.”

Nella fiducia, non esistono questioni di possedere la persona della quale ti fidi. Al contrario, stai dicendo: ‘Per favore, possiedimi. Distruggimi come ego. Aiutami a scomparire e dissolvermi in te, così che non ci siano più resistenze a stare con te.’

L’amore è uno sforzo costante, una lotta.

L’amore esige. “Ti amo” vuol dire: “Anche tu devi amarmi. In effetti ti amo soltanto perché voglio che tu mi ami.” È semplicemente un baratto, e così la paura: ‘Non devi amare nessun altro. Nessun altro deve amarti, perché io non voglio partner nel mio amore, persone che condividano il mio amore.’

La mente inconsapevole dell’uomo continua a pensare all’amore in termini di quantità, che c’è una certa quantità d’amore. Se amo te, allora a te spetta tutta la quantità. Se amo qualche altra persona, allora la quantità verrà distribuita, tu non la otterrai più tutta; e così la gelosia, lo spiarsi, il litigare, il lamentarsi.

E dietro una bellissima parola, amore, continuano ad accadere cose orribili.

Nella fiducia non esistono questioni di lotta.

È un autentico abbandono.

Quando dici “Osho, mi fido di te”, intendi dire “da questo momento la mia lotta con te è finita. Adesso sono tuo, puoi fare ciò che vuoi.

Puoi uccidermi, non opporrò resistenza, perché io non ci sono più, ti ho dato me stesso. Adesso dipende da te: fai qualunque cosa riterrai giusta.”

La fiducia non è competitiva; quindi non c’è gelosia.

Tu puoi fidarti di me, milioni di persone possono fidarsi di me. In effetti più persone si fidano di me, più sarai felice. Gioirai del fatto che così tante persone si fidano… questo non succede nell’amore.

Ma nella fiducia, tutto ciò che c’è di bello nell’amore, è implicito.

Nel momento in cui dici ‘mi fido di te, Osho’, stai anche dicendo “ti amo”. Ma adesso, perché c’è fiducia, l’io non esiste più, c’è soltanto l’amore.

E l’amore senza ego non crea problemi:

“Molti possono amarti, e più sono coloro che ti amano, più sarò felice.”

Ma questo succede perché c’è fiducia.

Fiducia è forse la parola più bella nel linguaggio umano. La fiducia è così vicina alla verità che, se è totale, in questo preciso momento la tua fiducia diventa una rivelazione, una rivoluzione.

 

 

 

 

Amato Osho,

l’esperienza più dolorosa al mondo è essere

arrabbiati con Te. Questa non è una domanda,

è soltanto un’espressione di pura gioia nel

sentirmi di nuovo libera di amarti.

 

Giusto! Questa deve essere Chetana! È una delle cose più difficili, essere arrabbiati con me. Puoi chiedere a Vivek, perché lei soffre spesso in nome mio, per la mia sicurezza. E io posso capire che lei si arrabbia, non è contro di me. Soffre così tanto a causa della rabbia. Tu mi ami così tanto che non riesci a concepire di poterti arrabbiare con me. Ma una volta ogni tanto, un assaggio fa bene. Ti impedirà di tornare in tali spazi in futuro.

Certamente per Vivek è difficile. Recentemente è stata continuamente triste e preoccupata perché io sono stato maltrattato di continuo dalla polizia, dalle autorità delle prigioni, dai governi, deportato da un posto all’altro. Lei sa che non può fare niente per impedirlo. Tutta questa tristezza qualche volta si trasforma in rabbia. Non può arrabbiarsi con i governi, può soltanto arrabbiarsi con me. Ma arrabbiarsi con me è veramente difficile. È un compito quasi impossibile! Coloro che ci sono passati conoscono il suo inferno. Ma c’è qualcosa di buono, c’è sempre qualcosa di buono, anche nelle situazioni peggiori: niente dura per sempre. Ne vieni fuori, e allora senti una immensa libertà e gioia e compassione.

 

Tratto da Beyond Psychology, # 32

     (ritorna al SOMMARIO

 

 

 

 

il tutto ha bisogno di te

Scopri la direzione della tua creatività.

 

 

 

HO SEMPRE CREDUTO di non essere creativo. Cos’altro può essere la creatività al di là del danzare e del dipingere, e come posso scoprire qual è la mia creatività?

 

 

La creatività non ha nulla a che fare con un’attività in particolare: con la pittura, la poesia, la danza, il canto. Non ha nulla a che fare con niente in particolare.

Ogni cosa può essere creativa – sei tu a dare questa qualità all’attività; l’attività in sé non è né creativa né non creativa. Si può dipingere in modo non creativo, si può cantare in modo non creativo, e si può pulire un pavimento in modo creativo, si può cucinare in modo creativo. La creatività è la qualità che tu metti in ciò che stai facendo. è un’attitudine, un approccio interiore – il modo in cui guardi le cose.

Dunque la prima cosa da tenere a mente è di non confinare la creatività a qualcosa di particolare. Una persona è creativa – e se è creativa, qualsiasi cosa faccia, anche se cammina, si vede che nel suo camminare vi è creatività. Anche se siede in silenzio e non fa nulla, anche il suo non far nulla sarà un atto creativo. Il Buddha, seduto sotto l’albero del Bodhi senza far nulla, è il più grande creatore che il mondo abbia mai conosciuto.

Una volta compreso che sei tu, che è la persona a essere creativa o non creativa, allora il problema scompare. Non tutti possono essere pittori e comunque non ce ne sarebbe bisogno. Il mondo sarebbe veramente terribile se tutti fossero pittori, sarebbe difficile viverci. Non tutti possono essere danzatori e non ce n’è bisogno, ma chiunque può essere creativo.

Qualsiasi cosa tu faccia, se la fai con gioia e con amore, se l’azione non è puramente utilitaristica, allora è creativa. Se da questo senti che qualcosa cresce in te, se genera una crescita, allora è spirituale, è creativo, è divino. Man mano che diventi più creativo, diventi più divino. Tutte le religioni del mondo hanno detto: dio è il creatore. Io non so se è il creatore o no, ma una cosa so: più divieni creativo più diventi divino. Quando la tua creatività giunge a un punto culminante, quando tutta la tua vita diviene creativa, vivi in dio. Quindi dio deve essere il creatore, perché le persone che sono state creative sono state le più vicine a lui.

Ama quello che fai. Sii meditativo mentre lo fai, qualsiasi cosa sia! Indipendentemente da quello che è. […] Quindi se vuoi la fama e solo allora penserai di essere creativo – se diventi famoso come Picasso, di certo sei creativo – fallirai sicuramente. Così in realtà non sei creativo per nulla: sei un politico, un ambizioso. Se la fama viene, bene, se non viene, bene. Non dovrebbe essere questo il modo di considerare la cosa; andrebbe considerato il fatto che stai godendo di quello che fai. È una storia d’amore. Se la tua azione è un atto d’amore allora diviene creativa. Le piccole cose divengono grandi grazie al tocco dell’amore e del piacere.

Chi sta ponendo la domanda dice: “Credevo di non essere creativo.” Se la pensi così diverrai non creativo; in quanto il credere non è soltanto credere: può aprire porte, può chiudere porte. Se hai una convinzione errata, questa rimarrà intorno a te come una porta chiusa. Se credi di non essere creativo, diverrai non creativo, poiché questa convinzione ostruirà, negherà continuamente ogni possibilità di fluire. Non permetterà alla tua energia di fluire in quanto tu ripeterai continuamente: “Non sono creativo”.

Così è stato insegnato a tutti. Solo poche persone sono accettate come creative: pochi pittori, pochi poeti… uno su un milione. è una follia! Ogni essere umano è nato creatore. Osserva i bambini e vedrai: tutti i bambini sono creativi. E noi a poco a poco distruggiamo la loro creatività, a poco a poco imponiamo loro errate credenze, a poco a poco li distraiamo, a poco a poco li rendiamo sempre più calcolatori e politici e ambiziosi.

Quando subentra l’ambizione, la creatività scompare, poiché una persona ambiziosa non può essere creativa, poiché una persona ambiziosa non può amare nessuna attività per se stessa. Mentre dipinge guarda oltre, pensa: “Quando riceverò un premio Nobel?” Mentre scrive un romanzo guarda oltre. è sempre nel futuro; mentre una persona creativa è sempre nel presente. Noi distruggiamo la creatività. Nessuno nasce non creativo, ma noi rendiamo non creativa il novantanove per cento della gente. Ma semplicemente scaricare la responsabilità sulla società non è di alcun aiuto, devi prendere la tua vita nelle tue mani. Devi abbandonare i condizionamenti erronei, devi abbandonare le autosuggestioni ipnotiche errate che ti sono state trasmesse nella tua infanzia. Abbandonale! Purifica te stesso da tutti i condizionamenti… e improvvisamente vedrai che sei creativo.

Essere ed essere creativo sono sinonimi. È impossibile essere e non essere creativo. Ma questa cosa impossibile è successa, questo orribile fenomeno è avvenuto, poiché tutte le tue sorgenti creative sono state ostruite, bloccate, distrutte e tutta la tua energia è stata forzata in qualche attività che la società ritiene essere vantaggiosa.

Il nostro approccio alla vita è interamente orientato verso il denaro, e il denaro è una delle cose meno creative a cui tu possa essere interessato. Il nostro approccio è interamente orientato verso il potere, e il potere è distruttivo, non creativo. Una persona che rincorre il denaro diventerà distruttiva, perché il denaro deve essere rubato, deve essere sfruttato, deve essere portato via a molta gente, solo così puoi averne. Diventare potente significa semplicemente rendere molte persone prive di potere, distruggerle, solo allora tu sarai potente, solo allora potrai essere potente.

Ricorda: questi sono atti distruttivi. Un atto creativo accresce la bellezza del mondo, offre qualcosa al mondo, non sottrae mai qualcosa. Una persona creativa che viene al mondo, accresce la bellezza del mondo: una canzone qui, un dipinto là. Fa sì che il mondo danzi meglio, goda meglio, ami meglio, mediti meglio. Quando se ne va da questo mondo, lascia un mondo migliore dietro di sé. Forse nessuno la conosce, forse qualcuno la conosce, non è questo il punto; ma lascia dietro di sé un mondo migliore, è immensamente appagata, in quanto la sua vita ha avuto un qualche valore intrinseco.

Denaro, potere, prestigio non hanno nulla di creativo, non solo non sono creativi, ma sono attività distruttive. Guardati da loro! Se te ne guarderai puoi diventare creativo molto facilmente. Non sto dicendo che la tua creatività ti darà potere, prestigio e denaro. No, non posso prometterti alcun giardino fiorito. La creatività potrebbe crearti dei problemi, potrebbe spingerti a vivere come un povero. Tutto quello che posso promettere è che dentro di te, profondamente, sarai il più ricco degli uomini, dentro di te, profondamente, sarai appagato, dentro di te, profondamente, sarai pieno di gioia e celebrazione. Continuerai a ricevere sempre più benedizioni da dio. La tua vita sarà una vita di benedizioni.

Tuttavia è possibile che esteriormente tu possa non essere famoso, tu possa non avere soldi, non aver successo nel cosiddetto mondo. Ma avere successo nel mondo è un totale fallimento, è un fallimento nel mondo interiore. E che cosa te ne farai del mondo intero ai tuoi piedi se hai perso il tuo vero sé? Che cosa farai se possiedi il mondo intero e non possiedi te stesso? Un individuo creativo possiede il suo vero essere: è maestro di se stesso. Questo è il motivo per cui in Oriente abbiamo chiamato “swami” i sannyasin. Swami significa maestro. I mendicanti sono stati chiamati swami, maestri. Abbiamo conosciuto imperatori, ma nella prova finale, alla conclusione della loro vita, essi hanno dimostrato di essere dei mendicanti. Un uomo che corre dietro ai soldi, al potere e al prestigio è un mendicante, poiché mendica continuamente. Non ha niente da dare al mondo.

Sii uno che dà. Condividi qualunque cosa puoi. E ricorda, io non sto facendo nessuna distinzione fra piccole e grandi cose. Se puoi sorridere con il cuore aperto, tenere la mano di qualcuno e sorridere, questo sarà un atto creativo, un grande atto creativo. Ti basta tenere qualcuno stretto al cuore… e sarai creativo. Ti basta guardare qualcuno con occhi colmi d’amore… un sguardo amorevole è sufficiente per cambiare l’intero mondo di una persona. Sii creativo. Non preoccuparti di quello che stai facendo, uno deve fare tante cose… ma fai qualunque cosa con creatività, con devozione. Così il tuo lavoro diventerà un atto di preghiera. Così qualunque cosa farai sarà preghiera, qualunque cosa farai sarà un’offerta sull’altare.

Abbandona la convinzione di non essere creativo. Io so che questa convinzione è indotta: forse non hai mai vinto una medaglia d’oro all’università, forse non sei mai stato il primo della classe, i tuoi quadri possono non aver ricevuto apprezzamenti, quando suoni il flauto i vicini chiamano la polizia. Forse… ma solo a causa di tutto questo non avere l’erronea convinzione di essere un non creativo. Può essere accaduto perché hai cercato di imitare gli altri.

Le persone hanno un’idea veramente limitante di ciò che significa essere creativo: suonare la chitarra o il flauto, oppure scrivere poesie. Così c’è chi continua a scrivere immondizia nel nome della poesia.

Tu devi scoprire ciò che puoi fare e ciò che non puoi fare, nessuno può fare tutto. Devi cercare e scoprire il tuo destino. Dovrai procedere a tentoni nell’oscurità, lo so, il tuo destino non è così ben delineato. Ma questa è la vita. E va bene dover cercare, è proprio nella ricerca che qualcosa cresce. Se dio ti avesse dato la mappa della tua vita quando sei venuto al mondo – la tua vita sarà questa: sei destinato a diventare un chitarrista – la tua vita diventerebbe meccanica. Solo una macchina può essere predeterminata, non un uomo. L’uomo è sempre imprevedibile, l’uomo è sempre uno spazio aperto, una potenzialità per mille e una cosa.

Molte porte aperte e molte alternative sono sempre presenti a ogni passo, e tu devi scegliere, devi sentire... ma se ami la tua vita, sarai capace di trovarlo. Se non ami la tua vita e ami qualcos’altro, allora ci saranno dei problemi.

Se ami il denaro e vuoi essere creativo, non potrai diventarlo. L’ambizione per il denaro distruggerà la tua creatività. Se vuoi la fama, allora dimentica la creatività. La fama viene raggiunta più facilmente se sei distruttivo. La fama arriva più facilmente a un Adolf Hitler, la fama arriva più facilmente a un Henry Ford. La fama è più facile se sei competitivo, violentemente competitivo. Se sei capace di uccidere e distruggere le persone, la fama arriva più facilmente, la storia intera è una storia di assassini. Se diventi un assassino, la fama sarà molto facile. Puoi diventare un primo ministro, puoi diventare un presidente, ma queste sono tutte maschere. Dietro troverai persone molto violente, terribilmente violente, che si nascondono dietro un sorriso. Questi sorrisi sono politici, diplomatici. Se la maschera scivola giù, vedrai che dietro si nascondono sempre Genghis Khan, Timur Leng, Nadir Shah, Napoleone, Alessandro, Hitler.

Se vuoi la fama non parlare di creatività. Non sto dicendo che la fama non arriverà mai a una persona creativa, ma che arriverà molto raramente, molto raramente. Assomiglia più a un incidente e ci impiega molto tempo.

Quasi sempre accade che a una persona creativa la fama arrivi nel momento in cui se ne è andata; è sempre postuma, è molto in ritardo. Gesù non era famoso ai suoi giorni. Se non ci fosse stata la Bibbia non ci sarebbe rimasta memoria di lui. La testimonianza appartiene ai suoi quattro discepoli, nessun altro ha mai parlato di lui, della sua esistenza o meno. Egli non era famoso, non aveva avuto successo.

Puoi pensare a un fallimento più grande di quello di Gesù? Ma a poco a poco egli è diventato sempre più significativo, a poco a poco le persone lo hanno riconosciuto.

Tutto ciò richiede tempo. Più grande è la persona, più tempo ci vuole perché gli altri la riconoscano, perché quando nasce un grande essere non ci sono criteri per giudicarlo, non ci sono mappe per trovarlo. Egli stesso deve creare i suoi valori. Una volta creati i valori lui se ne è già andato. Migliaia di anni sono necessari per riconoscere una persona creativa, e neppure questo è sicuro. Sono esistite tante persone creative che non sono mai state riconosciute. Il successo per una persona creativa è accidentale. Per una persona non creativa, distruttiva, il successo è più sicuro.

Quindi, se stai cercando qualcos’altro in nome della creatività, abbandona l’idea di essere creativo. Almeno fai ciò che desideri fare in maniera cosciente e deliberata. Non nasconderti mai dietro una maschera.

Se vuoi veramente essere creativo, allora non esiste questione di denaro, successo, prestigio, rispettabilità; allora potrai godere della tua attività, allora ciascun atto avrà un suo valore intrinseco.

Danzerai perché ti piace danzare. Danzerai perché ciò ti delizierà. Se qualcuno apprezza, va bene, proverai gratitudine. Se nessuno apprezzerà, non è affar tuo preoccuparti di ciò. Tu hai danzato, ne hai goduto, sei già appagato.

Ma questa convinzione di essere non creativo può essere pericolosa – abbandonala! Nessuno è non creativo – neppure gli alberi, neppure le rocce. Le persone che hanno conosciuto gli alberi e li hanno amati, sanno che ogni albero crea il proprio spazio, ogni roccia crea il proprio spazio. Che non assomiglia allo spazio di nessun altro. Se affini la tua sensibilità, se diventi capace di capire, attraverso l’empatia, ne trarrai enormi benefici. Vedrai che ogni albero è creativo alla sua maniera; nessun altro albero è così – ogni albero è unico, ogni albero ha la propria individualità. Gli alberi non sono solo alberi – sono persone. Le rocce non sono solo rocce, sono persone. Siediti accanto a una roccia – osservala con amore, toccala con amore, sentila con amore.

Si racconta di un maestro Zen che era capace di spostare rocce enormi, di smuovere rocce gigantesche – ed era un uomo molto fragile. Sembrava impossibile considerata la sua struttura fisica! Uomini più forti, molto più forti di lui, erano incapaci di spostare quelle rocce, e lui le tirava con una facilità incredibile.

Gli venne chiesto quale fosse il suo trucco. E disse: “Non ci sono trucchi – io amo la roccia, e la roccia mi aiuta. Prima le dico: “Ora il mio prestigio è nelle tue mani, queste persone sono venute qui a vedermi. Aiutami, coopera con me. Mm?” – poi semplicemente la tocco con amore… e aspetto un suo cenno. Quando la roccia mi dà un segnale – è un brivido che mi percorre la spina dorsale – quando la roccia mi comunica di essere pronta, allora mi muovo. Voi vi muovete contro la roccia, ecco perché avete bisogno di così tanta energia. Io mi muovo assecondando la roccia, fluisco con la roccia. In realtà è sbagliato dire che sono io a spostarla – io mi limito a essere lì. La roccia si sposta da sola.”

 

 

Un grande maestro Zen era un falegname, e ogni volta che costruiva un tavolo o una sedia, quegli oggetti acquisivano qualcosa di ineffabile, un incredibile magnetismo.

Gli venne chiesto: “Come fai?”

“Non sono io a farli,” rispose. “Io semplicemente vado nel bosco: la cosa fondamentale è chiedere al bosco, agli alberi, quale albero è pronto a diventare una sedia.”

Ora queste cose sembrano assurdità – perché non sappiamo, non conosciamo il linguaggio. Per tre giorni rimaneva nel bosco. Si sedeva sotto un albero, sotto un altro albero, e parlava agli alberi – era pazzo!

Ma un albero si giudica dai frutti, e anche questo maestro dev’essere giudicato da ciò che ha creato. In Cina ci sono ancora alcune sedie costruite da lui – e ancor oggi hanno questo magnetismo. Semplicemente ci si sente attratti, senza sapere cos’è che ci attrae. Dopo mille anni! – è qualcosa di meraviglioso.

Egli diceva: “Vado nel bosco e dico che sto cercando un albero che desidera diventare una sedia. Chiedo agli alberi se sono disposti, non solo disposti, ma felici di cooperare con me, pronti a venire con me – solo allora. A volte accade che nessun albero sia disposto a diventare una sedia – e ritorno a mani vuote.”

Accadde che l’imperatore della Cina gli chiese di costruirgli una libreria.

Egli andò nel bosco e dopo tre giorni disse: “Aspetta – nessun albero è pronto a venire nel tuo palazzo.”

Dopo tre mesi l’imperatore chiese di nuovo.

Il falegname disse: “Ci vado di continuo. Sto convincendoli. Aspetta – un albero sembra quasi propenso.” Riuscì a persuadere un albero. E disse: “La mia arte è tutta lì! Quando l’albero viene spontaneamente, solo allora chiede l’aiuto del falegname.”[…]

Se sei in amore, vedrai che l’intera esistenza ha individualità. Non spingere o tirare. Osserva, comunica, lasciati aiutare – e molta energia verrà risparmiata.

Persino gli alberi sono creativi, le rocce sono creative. Tu sei un uomo: sei il culmine di questa esistenza. Sei in cima – tu sei consapevole.

Non pensare in base ad assunzioni errate, non rimanere mai attaccato a convinzioni errate, come il non essere creativo. Forse tuo padre ti ha detto che non sei creativo, i tuoi colleghi ti hanno detto che non sei creativo. Forse sei andato cercando in direzioni sbagliate, in direzioni che non sono creative, ma dev’esserci una direzione in cui sei creativo.

Cerca, indaga, e rimani aperto, e continua a cercare – finché non l’hai trovata.

Ogni uomo giunge nel mondo con un destino specifico – ha qualcosa da compiere, un messaggio da dare, un lavoro da completare.

Non sei qui per caso – la tua presenza qui ha un suo significato. C’è uno scopo dietro di te.

Il tutto intende fare qualcosa attraverso di te.

 

Tratto da A Sudden Clash of Thunder # 4

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il miracolo del qui e ora

La prossima estate Ma Krishna Radha porterà in Italia una serie di gruppi; tra cui uno intitolato Il viaggio tantrico. Ecco cosa ci racconta la sua esperienza.

 

 

 

Puoi spiegare la natura del tuo lavoro?

 

Lascia che prima ti racconti da dove è nato. Nel 1974, poco dopo avermi iniziata al sannyas, Osho cominciò a chiamarmi durante i darshan, gli incontri serali con i discepoli, per aiutarlo nel lavoro con l’energia.

Per esempio mi diceva: “Mettiti dietro questa persona e riversa il tuo amore in lei.” Poi mi dava istruzioni su dove mettere le mani, infine mi guardava e io sapevo automaticamente cosa fare. Io non sapevo cosa fosse l’amore - e non lo so neppure ora - ma è così che ho cominciato ad avere l’esperienza di fusione, della perdita del sé nell’amore, alla presenza del Maestro.

 

Alcuni anni dopo Osho cominciò a fare gli energy darshan, trasmissioni dirette di energia.

 

Sì, e io ero una delle sue medium. Per me quelle esperienze avevano qualcosa di spirituale e qualcosa di molto terreno, qualcosa di dio e del cielo, e qualcosa di sensuale e sessuale.

In realtà, Osho ci invitò, in quanto sue medium, a includere la sensualità in quelle esperienze. Quindi ho sempre conosciuto la presenza di entrambi gli elementi: la terra e le radici, il cielo e le ali.

 

È su questo che si basa il tuo lavoro?

 

Sì. L’energia è una delle mie esperienze più forti con Osho e desideravo condividere questa esperienza con altri.

 

Puoi dirci in cosa consiste il tuo lavoro?

 

È tantra e oltre, è cioè un lavoro che conduce alla fusione nell’amore.

In Occidente la parola “tantra” viene spesso intesa erroneamente come una tecnica per migliorare la propria vita sessuale – come un metodo per liberarsi delle repressioni sessuali indulgendo nell’attività sessuale. E a causa di questo fraintendimento sta diventando un contenitore privo di contenuto.

 

E per te cos’è il tantra?

 

Il tantra è un modo di includere ogni aspetto della vita e avere l’esperienza orgasmica dell’unione con il cosmo – anche attraverso il respiro, o il semplice godersi il calore del sole sulla pelle, questo tipo di spazio. Entrare in contatto con la propria sensualità, sessualità, e vitalità… accettare queste sensazione come una parte naturale e godibile della vita. Il potere dell’energia sessuale ha la capacità di farci oltrepassare i nostri normali limiti e di farci accedere a mondi inesplorati, scoprendo un diverso piacere del corpo e dello spirito, passando naturalmente dal cuore.

Quando impariamo a guardarci con l’occhio del cuore, eliminiamo maschere e facciate, diventiamo integri, abbandonandoci finalmente al fluire dell’energia vitale.

 

Questo tipo di approccio, la sensualità, sembra essere un tratto tipico dell’italiano. Sei d’accordo?

 

Sì e no. L’italiano ha la capacità naturale di sciogliersi nella sensualità. Però lo fa in modo inconsapevole. Così si allontana da se stesso, non è reale. E spesso il suo tipo di apertura è molto superficiale.

Il condizionamento cattolico gli impedisce di entrare in contatto con la fonte della gioia. E questo si manifesta con i sensi di colpa, la vergogna, il senso di inadeguatezza. Questi sono blocchi in cui l’energia rimane intrappolata, trattenuta e non le si dà la possibilità di espandersi, di essere vissuta nel potenziale più alto.

 

Qual è l’essenza del tuo lavoro?

 

E non c’è motivo di rifiutarle. Eppure dentro c’è qualcosa che ti impedisce di viverle. La mente e i condizionamenti ci limitano. Puoi scegliere di ascoltarli o prendere una certa distanza.

Può accadere per esempio di avere una bellissima esperienza di let-go, di energia che si espande spontaneamente e poi si vede arrivare la paura, si vede che la paura ci impedisce di vivere totalmente il piacere e la beatitudine.

Ma la paura non ha bisogno di essere analizzata. La mia esperienza con Osho è che la consapevolezza non ha nulla a che vedere con la psicologia. Non bisogna necessariamente andare a scavare nel torbido, ma se mai focalizzarsi su quella scintilla luminosa che è sempre possibile intravedere.

Molti miei condizionamenti si sono semplicemente sciolti alla luce della consapevolezza.

Un’altra caratteristica che ho notato è che noi italiani, essendo così espansivi ed estroversi, abbiamo difficoltà con il silenzio. Metterci seduti in silenzio senza far nulla non ci viene così naturale. L’espansione nella sessualità e sensualità che sperimentiamo nei gruppi, portandoci nell’assenza di tempo del momento presente, ci dà assaggi preziosi del silenzio, dell’immobilità, della meditazione.

 

I tuoi gruppi si rivolgono alle coppie o all’individuo?

 

Fondamentalmente lavoro con l’individuo, perché desidero invitare ogni persona a trovare la sua verità nel qui e ora, senza essere condizionata da uno schema di comportamento che già conosce.

In Italia però offro un lavoro alle coppie sotto forma di una serie di sessioni.

Il nocciolo del mio lavoro è comunque offrire tecniche e suggerimenti per riportarci continuamente alla verità del momento presente. Ho notato che uno dei problemi più diffusi tra le coppie è la noia, e noia vuol dire mente. Essere nel presente significa invece non essere nella mente, ma lasciare che l’energia del qui e ora ti riveli la realtà.

 

Che differenza trovi nel condurre gruppi a Puna o in Occidente?

 

L’elemento più prezioso del lavorare qui all’Osho Commune è la varietà.

La presenza di persone provenienti da tanti paesi diversi aiuta me e i partecipanti a prendere più facilmente distanza dai nostri schemi di comportamento nazionali.

Lavorare con un unico condizionamento è più complicato, perché è più difficile da vedere, soprattutto per me italiana quando lavoro con gli italiani. È come se avessi bisogno di più coraggio per scavare al di là della superficie e incontrare i blocchi energetici.

 

Lavorando con gli italiani incontri degli stereotipi particolari?

 

Ho notato un cambiamento interessante rispetto a una decina d’anni fa. Il macho e la mamma non sono più stereotipi così scontati.

Gli uomini delle ultime generazioni hanno sviluppato molto di più il lato femminile, e le donne sono meno vittime e manipolatrici, usano di più l’energia in modo diretto nel mondo del lavoro, esprimendo la propria creatività.

 

Che tipo di persone partecipa ai tuoi gruppi?

 

Persone di tutti i tipi, da quelle che conducono una vita normale, lavoro e famiglia, a quelle che, avendo tutto, sono profondamente annoiate. Comunque tutte sono alla ricerca di un altro tipo di vita, più autentico e appagante. E il miracolo accade. Scoprono che la vita diversa non è in qualche luogo esotico e speciale. Non è altrove. È qui e ora.

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vivi nel momento

 

 

Guarda il cielo

 

Medita sul cielo: ogni volta che ne hai l’occasione, sdraiati per terra e guarda il cielo. Lascia che questa sia la tua contemplazione. Se vuoi pregare, prega il cielo. Se vuoi meditare, medita sul cielo; a volte con gli occhi aperti, altre volte con gli occhi chiusi. Perché il cielo è anche dentro di te: è tanto vasto all’interno quanto lo è all’esterno.

Noi ci troviamo al confine tra il cielo interiore e il cielo esterno ed essi hanno esattamente la stessa dimensione. Com’è infinito il cielo esteriore, così lo è il cielo interiore. Noi ci troviamo esattamente sul confine: ti puoi dissolvere sia in una direzione, che nell’altra. Queste sono le due vie per dissolversi.

Se preghi, ti dissolvi nel cielo esteriore; se mediti, ti dissolvi nel cielo interiore, ma il risultato è identico, ti dissolvi. E questi due cieli non sono due spazi separati. Sono due, solo perché ci sei tu di mezzo, tu rappresenti la linea di separazione.

 Quando tu scompari, scompare la linea di separazione, allora l’interno è esterno e l’esterno è interno.

 

 

A volte puoi

semplicemente scomparire

 

Siedi sotto un albero, senza pensare al passato né al futuro, stai semplicemente lì: dov’è l’io? Dove se n’è andato? Non riesci a vederlo, non c’è più. Nel presente l’ego non esiste, non è mai esistito. Il passato non è più, il futuro non è ancora: entrambi non esistono. Il passato si è dissolto, il futuro non è ancora comparso: esiste solo il presente. E nel presente non troverai mai nulla che assomigli all’ego. In alcuni monasteri del Tibet si pratica tuttora una delle meditazioni più antiche: è un metodo che si basa sulla verità che ho appena enunciato. Ti insegnano che puoi semplicemente scomparire, siedi in giardino e cominci a sentire che pian piano stai scomparendo.

Prova a vedere come appare il mondo quando te ne sei allontanato, allorquando non sei più partecipe, allorquando diventi assoluta trasparenza. Prova anche solo per un secondo a non essere.

A casa tua: vivi come se non esistessi. È veramente una meditazione bellissima. In 24 ore puoi provarci diverse volte: mezzo secondo sarà sufficiente. Per mezzo secondo fermati, non fare altro: tu non esisti e il mondo va avanti. Man mano che la consapevolezza che il mondo va avanti perfettamente anche senza di te cresce, allora sarai in grado di conoscere un’altra parte del tuo essere che per lungo tempo, per intere esistenze, è stata trascurata. Ed è la tua ricettività: sii semplicemente disponibile, diventa una porta. La vita continua il suo fluire, anche senza di te.

 

 

La meditazione della

ghigliottina

 

È una delle meditazioni tantriche più belle: cammina e immagina di non aver più la testa, ma solo il corpo. Siedi e immagina di non aver più la testa, hai solo il corpo. Ricorda continuamente che la testa non c’è più. Visualizzati privo di testa. Fatti una fotografia senza la testa e ingrandiscila: guardala ! Abbassa lo specchio del bagno, così quando ti specchi vedi solo il corpo e non la testa. Bastano pochi giorni di costante ricordare e sentirai nascere in te una leggerezza incredibile, un silenzio straordinario, perché il problema è la testa. Se riesci a concepirti privo di testa – e non è difficile: è facile concepirlo – allora ti centrerai sempre di più nel cuore.

Puoi immaginarti senza testa in questo preciso momento. E così capirai immediatamente cosa intendo dire.

 

 

COMUNICA CON LA TERRA

 

Un giorno fai un piccolo esperimento: mettiti in piedi nudo da qualche parte – sulla spiaggia, sulla riva del fiume, semplicemente nudo sotto il sole – e comincia a saltare, a scuoterti, e senti come la tua energia fluisce attraverso le gambe e i piedi, fino al suolo. Saltella e senti la tua energia che passa attraverso le gambe e fluisce nella terra.

Dopo alcuni minuti fermati e resta in silenzio, radicato al suolo, e senti la comunione tra i tuoi piedi e la terra. Improvvisamente ti sentirai estremamente radicato, saldo, centrato.

Scoprirai che la terra comunica, ti parla; sentirai che i tuoi piedi comunicano col suolo. E tra te e la terra sorgerà un dialogo.

 

 

FAI AMICIZIA

CON UN ALBERO

 

Avvicinati a un albero, parla a quest’albero, toccalo, abbraccialo, sentilo, siedi accanto a lui, fagli sentire che tu sei buono e non hai intenzione di fargli del male.

Pian piano nascerà un’amicizia e comincerai a sentire che non appena ti avvicini, la vibrazione dell’albero cambia. Lo sentirai… non appena arrivi, sentirai un’energia straordinaria scorrere lungo la corteccia. Quando lo tocchi, l’albero è felice come un bambino, come un amante. Quando siedi vicino all’albero avrai mille sensazioni diverse. In breve, ti accorgerai che anche se sei triste quando ti avvicini all’albero, stando semplicemente alla sua presenza, la tristezza scompare. E solo così riuscirai a comprendere che siete interdipendenti. Tu puoi fare felice l’albero, e l’albero può far felice te.

L’intera esistenza è interdipendente. Io chiamo questa interdipendenza dio.

 

 

una semplice tazza

di tè: goditela!

 

Vivi momento per momento. Provaci per tre settimane: qualsiasi cosa fai, impegnati totalmente, falla con amore e con gioia. Può sembrare stupido: se bevi una tazza di tè è sciocco godersela più di tanto, è solo un tè. Ma una semplice tazza di tè può diventare un’esperienza di grande bellezza, se te la sai godere, è un’esperienza straordinaria.

Goditela con profonda devozione.

Trasforma la preparazione del tè in una cerimonia: ascolta il suono dell’acqua che va in ebollizione, poi versa il tè… sentine l’aroma e la fragranza; infine gustalo e senti la gioia di quell’istante. Le persone morte non sono in grado di bere il tè! Possono berlo solo le persone che sprizzano vitalità. In questo momento sei vivo! In questo momento stai bevendo il tè. Sentiti riconoscente! E non pensare al futuro: il momento seguente baderà a se stesso.

Non pensare al domani, per tre settimane vivi nel presente.

 

 

Siedi in silenzio e aspetta

 

A volte accade che la meditazione ti sia molto vicina, ma tu sei troppo impegnato in altre cose. Quella piccola calma voce silente è dentro di te, ma tu sei soffocato dal rumore, dagli impegni, dalle attività, dalle responsabilità. E la meditazione viene come un sussurro, non bussa alla tua porta gridando slogan, affiora in silenzio. Non fa alcun rumore. Non ne senti neppure il passo. E, se tu sei troppo occupato, aspetta un po’ e poi se ne va.

Quindi prendi questa decisione: almeno un’ora al giorno siedi semplicemente in silenzio e aspettala. Non fare nulla, siedi semplicemente in silenzio e aspettala. Non fare nulla, siedi semplicemente a occhi chiusi in profonda attesa, con il cuore in attesa, aperto. Aspetta semplicemente, e se qualcosa accade sarai pronto a riceverla. Se non accade nulla, non sentirti frustrato. È salutare anche sedere per un’ora senza che accada nulla, è rilassante. Ti calma, diventi silenzioso, più centrato, più radicato nell’esistenza. Allora la meditazione accadrà sempre più spesso, e pian piano sorgerà un’intesa tra te e lo stato meditativo; perché se tu l’aspetti ogni giorno alla stessa ora nella stessa stanza, verrà sempre più spesso. Non è qualcosa che proviene dall’esterno, viene dal tuo centro più profondo.

E ricorda che l’incontro è molto più probabile se la tua consapevolezza interiore sa di essere attesa dalla tua consapevolezza esterna. Siedi semplicemente sotto un albero. La brezza che soffia fa ondeggiare le foglie sui rami. Il vento ti sfiora, danza intorno a te e se ne va. Non lasciare che ti passi accanto, fai che si muova con te, lascia che ti attraversi.

Chiudi semplicemente gli occhi, sentiti anche tu simile a un albero, sii aperto, e lascia che il vento ti attraversi, non che ti sfiori, ma che passi attraverso di te.

 

tratto da

Il libro arancione - Ed. Mediterranee

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formula 1 & mascalzonate

di Swami Satyananda

 

 

“Sono solo un uomo, non sono una macchina,” ha detto Michael Schumacher quando, durante la finale di Formula 1 tenutasi a Xeres, in Spagna, lo scorso anno, ha cercato di sbattere fuori pista il suo avversa rio Jacques Villeneuve.

Intenzionalmente oppure no? Il tipo di manovra fa nascere il sospetto che avesse pensato anche alla possibilità che il suo più temibile avversario potesse morire. Chi intenzionalmente sperona un altro pilota per buttarlo fuori strada a una velocità di 250 chilometri all’ora, deve per forza considerare l’eventualità che la sua vittima possa anche morire.

La qualifica di idiota, di quello cioè non responsabile delle proprie azioni, Schumi l’ha comunque respinta: “Non sono Superman” ha commentato a proposito dell’accaduto, “ma nemmeno un idiota, sono in mezzo tra i due.” Quindi soltanto un mezzo idiota.

Ma Schumi è davvero un uomo e non una macchina, come sostiene? La coscienza appartiene senza ombra di dubbio alla definizione di uomo. I saggi di tutte le tradizioni religiose da millenni hanno continuamente richiamato l’attenzione sul fatto che un individuo con due gambe e un cervello in testa diventa un uomo solo quando possiede una coscienza funzionante.

Un individuo degno di questa definizione è cosciente delle conseguenze delle sue azioni e dei suoi pensieri, e non fa quello che non potrebbe essere sopportato da altri individui. Un vero uomo non ha bisogno di alcuna legge morale, perché si comporta in modo cosciente e quindi non può fare niente che possa arrecare danno a un essere vivente.

Secondo questi criteri eternamente validi, risulta difficile classificare Schumi diversamente da un robot.

Il mistico Sufi russo-armeno George Gurdjieff ha detto più volte che l’uomo è una macchina. Solo chi, attraverso “sofferenze scelte liberamente e uno sforzo consapevole” acquisisce consapevolezza, si può trasformare da macchina in uomo. Osho parla spesso del fatto che il mondo è abitato da “umanoidi”, intendendo individui inconsapevoli che hanno molta fretta, ma nessun traguardo, nessuna direzione, nessuna integrazione interiore, nessuna sostanza.

Quando definisco l’ex-campione mondiale di Formula 1 – il dio di milioni di ragazzi innamorati della tecnica, l’icona tedesca del feticismo mondiale dell’auto, l’immagine culturale della follia delle masse motorizzate – quando lo definisco un robot pericoloso, non intendo dire che da un punto di vista morale sia un’eccezione.

 Con la sua mancanza totale di coscienza non è che uno tra molti milioni. Appartiene a coloro ai quali si riferiva Gesù quando dalla croce esclamò: “Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno.”

Il mondo intero è pieno di robot che non sanno quello che fanno. Si possono trovare dappertutto laddove si provocano disgrazie – nel traffico di armi, nelle organizzazioni di genocidi, nello sviluppo di tecnologie contro la vita, sui circuiti per le corse internazionali ecc. Tra questi c’è Schumi, come viene affettuosamente chiamato dai suoi fans, appunto perché i suoi sponsor, spendendo centinaia di milioni di marchi, l’hanno reso famoso in tutto il mondo.

Colui che intrepidamente schiaccia il piede sul pedale dell’acceleratore è diventato il simbolo di un’epoca nella quale, nella totale assenza di consapevolezza, i risultati del “progresso” tecnologico fanno andare fuori di senno. Il fisico atomico C.F. von Weizsacker ha definito questo fenomeno “la dinamica irrazionale del fattibile.” Questa dinamica non eccita solo Michael Schumacher. Dappertutto ci sono robot che si esaltano.

Non è un caso che, dopo la scandalosa speronata sulla pista di Xeres, dapprima si sia parlato di un passo falso non sportivo. La stessa vittima di Schumi, Jacques Villeneuve, che ha vissuto la speronata con stupore, ha minimizzato lo scandalo in modo sportivo, da vero gentleman: “Penso” ha tenuto a sottolineare, “che Michael per un attimo non abbia avuto le mani sul volante.” Schumi stesso ha cercato di giustificarsi con la stupefacente affermazione che, semplicemente, non aveva calcolato che Villeneuve volesse sorpassarlo. Ma davvero? Finora avevamo sempre creduto che nelle gare automobilistiche si continuasse a sorpassare finché uno non arriva per primo al traguardo.

Ancora più sospettosa della micidiale manovra di Schumi è stata la reazione pubblica. Dopo un paio di giorni di sonno totale, i media sono entrati nel dormiveglia e hanno iniziato a deplorare la mancanza di sportività di Schumi. Ma nessuno ha parlato di crimine e nessun pubblico ministero ha mosso alcuna imputazione. Sono passate due settimane prima che la TV-Stern sollevasse la questione se “Schumi fosse stato la vittima di una congiura.”

L’ex-campione mondiale di Formula 1, Niki Lauda, ritiene vergognoso che la Federazione Automobilistica Internazionale (FIA) abbia riconosciuto come colpevole il suo collega Michael Schumacher e non gli abbia riconosciuto il secondo posto nel campionato mondiale. Per favore, la Federazione Automobilistica intervenga solo quando si tratta di “un vero pericolo”. Naturalmente la FIA avrebbe dovuto espellere Michael Schumacher dalle gare per il resto della sua vita, ma il presidente, Max Mosley, si è convinto che Schumi “la speronata l’ha indubbiamente voluta, ma non premeditata.” Se si vedono le cose in questo modo, appare del tutto logico che il verdetto della Federazione Automobilistica nei confronti di Schumacher sia stato motivato dal fatto che “ha partecipato ad alcune iniziative per la sicurezza sulle strade.”

Molto presto i nostri adolescenti, ispirati da Schumi, si divertiranno con i loro motorini a sbattersi l’un l’altro fuori strada.

Quando ci sono di mezzo tanti soldi, si può correre il rischio di avere un’ottica distorta o si possono anche chiudere entrambi gli occhi, come Niki Lauda.

Tutti si comportano in questo modo: quando Schumi vuole sbattere fuori strada il suo avversario più temibile, non pensa neanche lontanamente se la sua vittima si possa salvare. Gli manca semplicemente la fantasia di immaginarsi che cosa avrebbe provato la compagna di Villeneuve alla vista del cadavere estratto dalla carcassa dell’auto in fiamme.

Quando il direttore di una rete televisiva manda in programmazione film violenti per aumentare lo “share”, non gli interessa assolutamente se giovani fragili, impressionati da tali immagini, con sempre maggior frequenza diventano dei delinquenti.

Quando un manager distrugge posti di lavoro, perché assolutamente necessario per la sopravvivenza della sua azienda, non pensa a cosa significhi la perdita del lavoro per un anziano e per la sua famiglia, per una persona che ha servito per decenni con fedeltà l’azienda e che all’improvviso si trova davanti il nulla.

Il mondo è un manicomio, Osho l’ha detto spesso. A questo avrei dovuto pensare quando ho sentito che Niki Lauda ha definito la speronata di Schumi a 250 chilometri all’ora un “danno da parcheggio”. È questo il gergo da manicomio, dove si può confondere un “danno al cervello” con un “danno da parcheggio”.

 

articolo pubblicato per la prima volta sull’osho times international

tedesco nel dicembre ‘97 e tradotto da ma devarupa.

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sorseggiando un tè

Uno era alla ricerca di un significato. L’altra voleva un po’ di riposo. Si erano già incontrati. E ora stavano per incontrare qualcun altro…

 

 

Quando giunse al Wellspring Retreat Center in Wisconsin, Ma Dhyan Unmani era sull’orlo di un esaurimento psicofisico. Oratrice di successo nel circuito delle conferenze statunitense, da un bel po’ di anni Unmani si guadagnava da vivere aiutando gli altri a trovare una motivazione nella loro vita.

Nell’ottobre del 1994 si rese però conto che la sua motivazione personale a condurre una vita da jet-set, saltando da una città all’altra, da un albergo all’altro, stava svanendo velocemente.

Ecco cosa racconta Unmani:

“Arrivo in questo centro di vacanze e la direttrice mi accoglie dicendo: ‘Vieni in cucina per una tazza di tè.’ Adesso si chiama Sarita, ma allora non era ancora una sannyasin. “Io dico: ‘A dire il vero sono esausta. Ho solo voglia di andare in camera mia.’

“Ma Sarita dice: ‘Certo, prima però vieni in cucina, ti siedi, ti rilassi e bevi una tazza di tè.’

“Capisco che non riuscirò a sottrarmi facilmente, quindi dico: “Va bene. Una tazza di tè.”

“Entro in cucina e vi trovo sei o sette persone sedute attorno al tavolo a bere un tè. Non sono persone qualsiasi, sono sannyasin di Osho. C’era stato un campo di meditazione durante il weekend ma, secondo quanto mi aveva detto Sarita, dovevano essersene già andati da qualche ora.

“Mi siedo, ma non mi unisco alla conversazione, non mi sento molto socievole. Mentre sollevo la tazza mi casca l’occhio su un libro appoggiato sul tavolo. È un libro di fotografie di Osho (doveva sapere che ero troppo stanca per leggere qualcosa, e così è arrivato con una foto).

“È aperto a una certa pagina e all’improvviso vedo i suoi occhi uscire dalla foto e incontrare i miei, e mi ritrovo a fissare la foto come in trance per… non so quanto… è come se il mio corpo fosse attraversato da una corrente elettrica, e poi mi sembra di bere letteralmente la foto – è l’unico modo in cui riesco a descrivere il fenomeno.

“Per 4-5 minuti continuo a chiedere ‘Chi è quest’uomo?’, ma a voce così bassa che nessuno riesce a sentirmi, quindi è come se parlassi alla foto.

“Alla fine riesco a dire: ‘Chi è quest’uomo?’ con un tono normale, e i sannyasin mi guardano e dicono: ‘Oh, è Osho,’ e continuano a bere il loro tè.

Così rimango lì con questa foto, quest’uomo e questi occhi.

“Poco dopo sento che tutta la stanchezza con cui sono arrivata, tutta la spossatezza con cui sono entrata, se ne sono andate – e non mi riferisco solo alla stanchezza fisica, ma a una forma di stanchezza più profonda relativa al mio lavoro.

“All’improvviso mi arriva tutta questa energia, da non so dove, quindi prendo il libro dal tavolo, me lo appoggio al cuore e comincio a cullarlo. È tutto così strano, ma sono coinvolta così totalmente che non penso neppure che sia strano…”

Più tardi, quella sera, Unmani partecipò alla meditazione satsang con i sannyasin e poi alla Meditazione Dinamica la mattina successiva.

Il weekend volò via letteralmente ed era già arrivato il momento di tornare in un mondo che, per Unmani, era cambiato per sempre: “La parte bella, e la parte misteriosa, è che ora so di non poter tornare a casa. E così trovo il coraggio di andare da mia madre e dirle che ho bisogno di tre mesi di vacanza.

“Ho una pila di libri e la mia intenzione è quella di prendere questi libri, isolarmi e leggerli, perché so che contengono qualcosa per me.

“Mia madre mi guarda un po’ preoccupata, perciò le dico: “Ti assicuro che va tutto bene, mamma,” e in fin dei conti questo è ciò che le madri hanno bisogno di sapere o vogliono sapere dei loro figli. Infatti mi dice: “Okay, se è quello che vuoi.”

“È accaduto così.

“Osho mi ha trovata in questo modo – davanti a una tazza di tè.”

Unmani viveva in Florida con Swami Veet Dharma, e a questo punto della storia è su di lui che puntiamo le luci.

Dharma nasce a Dominica, splendida isola dei Caraibi, situata tra la Guadalupe e la Martinica.

Da giovanissimo si interessa di religione, frequenta una scuola di teologia a Puerto Rico e viene ordinato sacerdote della Chiesa di Cristo. Alcuni anni dopo, nel 1974, il suo interesse per i mezzi di comunicazione di massa lo porta alla Kent State University in Ohio, dove si laurea in Lettere.

All’inizio degli anni ottanta diventa pastore di una chiesa a Socorro, nel New Mexico, ed è in questo periodo, dopo aver fatto il pastore per vent’anni, che decide di abbandonare la chiesa.

“Ero profondamente scontento di ciò che accadeva, di ciò che vedevo,” spiega. “Non riuscivo a trovare alcun senso in tutte quelle cose: la seconda venuta di Cristo, il giorno del giudizio, la fine del mondo.”

Dharma frequenta l’università in Virginia e ottiene un Master in media management, ma nel 1991 il suo primo matrimonio va a rotoli e sente una forte spinta a ritornare a Dominica per condurvi una vita semplice e naturale.

“Cercavo un significato più profondo,” riflette.

“Qualcosa di più metafisico e personale, che avesse un maggior impatto reale. Volevo andare dentro e meditare. Ero al punto giusto per incontrare Osho.”

Dharma conosce Unmani in un centro metafisico di Chicago, nel 1994 e, poco dopo, decide di fare una vacanza con lei al Wellspring Retreat Center in Wisconsin.

C’è anche lui in quella cucina, dove Unmani entra in contatto con la foto di Osho. E, mentre sorseggia il suo tè, gli capita di notare un libro dal titolo The Rajneesh Bible. “Cominciai a sfogliarlo,” ricorda Dharma. “Quell’uomo diceva che il matrimonio è la tomba dell’amore, che le sacre scritture per il 90 per cento sono fesserie. Era così vero che mi sentii come risucchiare – volevo scoprire di più!”

Come Unmani, compra alcuni libri di Osho e ritorna in Florida, ma il richiamo della terra lo riporta a Dominica. “Una delle cose che ammiro di Osho è quando dice di ritornare alla terra, ai fiumi, alle montagne – questo mi ha davvero catturato,” spiega.

Dharma diventa sannyasin nel febbraio del 1995, Unmani invece non vuole ricevere l’iniziazione per posta e aspetta un altro anno.

Nei primi mesi del 1997, entrambi partecipano a un corso di giardinaggio biologico offerto al Wellspring center. “Per me era il posto perfetto per lasciar andare tutto e stare nella natura,” dice Dharma.

Ma lo slancio interiore è ancora forte e tre mesi dopo i due si trasferiscono a Milwaukee, entrano in contatto con altri sannyasin e collaborano con l’Osho Information Center.

Laggiù, nell’estate del 1997, ospitano una tappa di Bravo America, la tournée di musicisti e terapisti dell’Osho Commune, e il passo successivo, inevitabilmente, è il viaggio a Puna e la partecipazione al programma Commune’s Buddhafield Experience.

Uno dei momenti più belli del loro soggiorno a Puna è stata la partecipazione, come cantanti, alla celebrazione musicale durante l’Osho White Robe Brotherhood, la sannyas celebration e il music group serale.

Un ultimo commento di Unmani:

“Poiché ero molto ambiziosa e motivata al successo e al riconoscimento esterno – e tutte queste cose – ho passato anni a ripetere a me stessa: “Devi diventare qualcosa di diverso da ciò che sei.”

“Poi, nel bel mezzo di tutto questo, ho trovato un uomo che mi ha detto: «Fermati! E sii semplicemente te stessa.» Fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto che essere se stessi è abbastanza.”

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RUNE e ZEN

Ma Prem Letizia ci racconta come un antico sistema di divinazione diventa strumento di autoconoscenza.

 

 

Le leggende nord europee raccontano che le rune altro non sono che segni magici, “rubati” dal dio Odino al pozzo della conoscenza del Whalalla, donate successivamente agli sciamani, gli antichi sacerdoti tribali, per magie, guarigioni e per la divinazione. Alla lettera, la parola runa può essere tradotta come “cosa segreta”, oppure come “mistero”.

Le rune, simboli grafici di estrema semplicità e chiarezza, rappresentano gli archetipi della natura umana e con il potere del simbolo si propongono come mediatrici del caso e possono quindi rispondere ai nostri interrogativi.

Il caso, che regola la nostra esistenza, ci fa scegliere le “giuste rune” e ogni simbolo può svelarci il mistero di quanto ancora sconosciuto.

Una buona “lettura” può aiutarci a scegliere tra la possibilità di mediare e comprendere o subire passivamente gli avvenimenti. In ogni caso, anche ai nostri giorni è facile accettare l’idea che un simbolo può rappresentare aspetti inconsci, ma non per questo sconosciuti, di un sentire più profondo, che forse è “inconsciamente consapevole”.

 

 

Come sono arrivata

alle rune?

 

Era una notte buia e tempestosa... no, non scherzo, è più o meno vero...

In realtà ero a Puna, nel monsone del 1993 e pioveva ogni giorno, molti amici erano partiti e si era rimasti in pochi.

Le rune erano uno dei tanti “giochi” con i quali mi dilettavo, come i tarocchi, ma a un certo punto mi resi conto che le spiegazioni dei libri cui mi riferivo lasciavano troppo spazio a una vasta gamma di interpretazioni... e la mia mente si perdeva nei meandri delle possibilità più astruse.

Io invece sentivo il bisogno di avere un responso chiaro, succinto e soprattutto efficace nel placare la voracità della mia mente.

Così decisi di dare un’interpretazione più zen alla lettura di questi antichi simboli.

Per me lo Zen è uno stile chiaro e mirato, senza troppi fronzoli, senza scappatoie, vie di fuga, false speranze... eppure al tempo stesso è anche la possibilità di rispecchiare ciò che è senza separazioni, senza giudizi e condanne.

Nello Zen c’è molta accettazione, molto amore e compassione.

Le rune zen sono nate così, come un breviario che mi aiutasse a contenere la mente, come un libricino a cui riferirmi quando avevo bisogno di risposte chiare e... zen.

Per conservare la quintessenza dello Zen, ho elaborato le “tre rune del Maestro”, utilizzando la runa vuota – che si trova anche in molti altri libri di rune – e inventando il simbolo della risata e il simbolo del koan zen.

Queste tre rune sono un chiaro omaggio a Osho che mi ha introdotto allo Zen, e rappresentano la bacchettata del Maestro, inaspettata e al tempo stesso illuminante.

Così per gioco e per necessità, mi sono ritrovata a dare una lettura delle rune “diversa” dal solito... una lettura che rispondesse alla mia esigenza di tagliente chiarezza, per non perdermi dietro a pensieri e parole, ma per ritrovare il cammino.

 

Come si leggono le rune?

 

La lettura zen delle rune consente un’interpretazione del cambiamento e dell’evoluzione, nutrita da una visione della vita estremamente semplice e comprensibile, da una fiducia e un’intuizione che coltiva il cuore e l’anima più che la logica e il giudizio e che accompagna l’individuo ad ascoltare la propria verità.

Le rune in quanto simboli catalizzano l’energia attiva, le danno un nome, una forma e un contenuto comprensibile ed accettabile per la mente.

Le rune sono uno strumento estremamente duttile che si presta a molti schemi di lettura.

La vita è fluida, a volte impetuosa, altre volte tranquilla, a volte direzionabile, altre volte imprevedibile: questo spiega la varietà di significato dei simboli runici.

Una chiave di lettura “aperta” ne consente l’applicazione alle più svariate situazioni della vita, siano esse d’ordine organizzativo o lavorativo, di relazione o di vissuto spirituale.

I messaggi delle rune zen lasciano grande spazio alla vita, sono messaggi positivi di comprensione e di crescita personale, piuttosto che di disperazione e giudizio.

Le rune non sono “buone o cattive”, come d’altronde non lo sono la vita e la natura, con l’avvicendarsi naturale delle stagioni.

Ma come il sole e la pioggia possono nutrire o rovinare i raccolti, così il benessere o lo sforzo, il silenzio o il rumore, la solitudine o la socialità possono arricchire la nostra esistenza oppure, se presenti in eccesso, “rovinarci la vita”.

Di momento in momento, le rune fungono da specchio e sono un invito alla riflessione, alla crescita, alla vita, a portare la luce della consapevolezza nel buio dell’indecisione e della reazione.

Una vita fluida e armonica, consapevole e responsabile, che possiamo illuminare e sorreggere con un pizzico di magia e saggezza… la magia delle rune e la saggezza dello zen.

 

La danza delle rune

 

La danza è stata per secoli tecnica privilegiata per la ricerca e il contatto con il divino. Il danzare può infatti fungere da schermo bianco, capace di valorizzare tutti i colori e le sfumature di particolari stati dell’essere.

E la danza delle rune? Sembra se ne preservi memoria in segreti rituali celtici, sopravvissuti in Irlanda, e da allora sia stata riservata a pochi iniziati.

Come le carte mostrano, la danza delle rune è una danza di posture che possono essere utilizzate per la meditazione come le asana (posture) yoga, oppure come morbidi movimenti di danza da far fluire con consapevolezza, o come fluidi movimenti di tai chi.

Nei ventisette simboli runici che danziamo, soli o in compagnia, è facile scoprire le emozioni e le tematiche di base del nostro vivere umano, emozionale e spirituale.

La danza è il canovaccio corporeo, la provocazione al confronto con le tematiche scelte; l’invito a sentire quanto esse ci siano amiche e compagne di viaggio, o sfida a verificare quanto siamo aperti o chiusi, reattivi o sfiduciati rispetto alle tematiche che incontriamo.

Oggi la danza delle rune torna alla ribalta, dopo essere stata per molti secoli dimenticata.

Danzare le rune è un salto nel mondo dell’energia, è una sfida a chiamare la potente energia di questi simboli nel qui e ora della nostra vita quotidiana, sentendone le vibrazioni attraverso le posture e facendole vibrare nella danza.

 

ad esempio:

Algiz, runa di protezione divina, è anche simbolo di resa al volere dell’esistenza, resa agli avvenimenti della vita, resa “zen”, al di là del bene e del male.

Come la carta mostra, è facile sperimentare questa postura, alzando le braccia al cielo e chiudendo gli occhi, ascoltando il potere energetico attivato dal corpo che “diventa runa”, cioè simbolo.

Se accettiamo l’idea che un simbolo è una chiave energetica che apre un canale di ricezione e passaggio dell’energia cosmica, allora questa postura inizierà a far risuonare molte corde del nostro inconscio.

Una parola per definire Algiz ? Sì. Un sì totale, fiducioso, nudo ed arreso; innocente come i fiori di campo e come essi forte e delicato. Algiz promette protezione, e richiede fiducia, per dare spazio all’esistenza di operare in vece nostra e spesso… a nostra insaputa.

Così che, invece di realizzazioni di mete immediate, la vita possa spaziare e scegliere per noi lungimiranti e inaspettati percorsi.

 

Per approfondire: Il libro di Ma Letizia La Danza delle rune - ed.Aliseo è ora disponibile presso Oshoba

 

 


 

Sprazzo d’azzurro

 

L’articolo di Letizia sulle Rune ha stimolato la mia curiosità. Ed eccomi pronta per la mia prima sessione di Rune Zen.

Cosa mi sta accadendo in questo momento? Dopo una lunga crisi con cui si è conclusa una relazione durata molti anni, mi trovo ora a dover procedere su un terreno del tutto sconosciuto e per questo tentenno a muovere qualche passo. Da un lato c’è il passato con tutta la sua forza che mi trattiene e vorrebbe farmi indugiare ancora, dall’altro una spinta interiore a fare un salto in questo ignoto.

E le Rune non fanno che fotografare questa situazione. La semplicità e la chiarezza dei simboli, nonché la capacità intuitiva di Letizia nel propormi la lettura, mi toccano profondamente.

Con Perth riversa, runa di iniziazione, incontro le mie resistenze a lasciare il passato per saltare nel buio e con Ehwaz riversa scopro l’energia che è rimasta bloccata e che ora ha bisogno di fluire. Ehwaz riversa è come una diga che trattiene, mentre diritta ha la forza di due fiumi confluenti, che insieme rinforzano il proprio potere, rivitalizzandosi reciprocamente.

Le Rune mi invitano a lasciare andare il passato, ad accettare la sfida di questo presente così incerto, eppure pieno di promesse, perché la runa successiva, Wunjo, è una runa di gioia e realizzazione, di sole sfavillante che brilla su un’acquisita maturità.

E mi mettono anche in guardia sui possibili esiti nefasti di un mio attardarmi troppo in questa possessività ostinata.

Perché il risultato, Fehu riversa, rappresenta l’aggrapparsi a quanto posseduto, una stretta che rischia di soffocarmi.

è incredibile, tutto ciò che sentivo, ma che non lasciavo affiorare alla coscienza è ora lì, disteso davanti a me e dovrei essere proprio cieca per non vederlo.

Le rune riverse mi mettono in guardia dal negativizzare le energie positive che mi circondano. Ancora un briciolo di consapevolezza e… possono tornare diritte, aiutando le mie lacrime a trasformarsi in risata e le mie acque a superare la diga e a ritornare fiume che scorre verso l’oceano.

C’è una liberazione di energia in questo processo ed è quello che accade sempre quando le nuvole della mente si diradano e si vede uno sprazzo d’azzurro.

Ma Deva Sonya

 

 

 

 

 

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