SOMMARIO

 

2 I CENTRI IN ITALIA

 

5 LETTERA DELLA REDAZIONE

 

10 THE MULTIVERSITY

Programma estivo

 

12 IL MAESTRO

La storia delle barzellette...

Osho ci rimanda alle radici della barzelletta e riscrive la storia di Mosè e Gesù

 

16 IL MONDO

Non c'è futuro per Israele

Un ex-militare descrive la vita in Israele dal punto di vista di un meditatore

 

20 LA MENTE

Buon senso, scienza e mistero

Illuminazione e scienza viaggiano in sintonia. E se fosse vero?

 

22 IL MAESTRO

La via delta meditazione

Questo discorso di Osho, tenuto in hindi a Mahabaleshwar, introduce alla via della meditazione

 

32 IL MAESTRO

Coltivare rose sull'Everest

Seguire solo la via dell'amore ti inebria, seguire solo la via della consapevolezza ti inaridisce Osho propone la sfida di entrambe

 

36 MEDITAZIONE

Il terzo occhio

Per imparare a vedere la realtà per quella che è

 

38 IL CUORE

Ricercatrice per caso

Un lungo e magico percorso per incontrare il Maestro e imparare a dire di si

 

42 IL CORPO

Arrivare nel corpo

Il diario di alcune sessioni di Rebalancing

 

46 IL CUORE

Dal suicidio all'amore

Un percorso coraggioso: da prete cattolico a sannyasin di Osho

 

50 IL MONDO

Porta la tua croce

Ma perché non una chitarra?

 

51 LA MENTE

Chi l'ha vista?

Un gioco degli specchi a puntate

 

52 TUTTE LE STELLE

Il tuo oroscopo di febbraio

 

54 VETRINA

Video di Osho, musiche per la meditazione e tutti i libri di Osho in italiano

 

 

 

Tutte le fotografie e le parole di Osho sono coperte da Copyright © 1972 – 1990

OSHO INTERNATIONAL FOUNDATION

 

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Cari amici

 

COME FORSE MOLTI DI VOI SANNO, la nostra è la traduzione integrale della rivista mensile inglese dedicata a Osho e alla sua visione, l’Osho Times International. Dal mese di aprile l’Osho Times International diverrà trimestrale, uscirà dunque quattro volte all'anno. Come mai vi chiederete?

Ecco cosa ci hanno detto gli amici dell'International: "Il fatto che la rivista sia uscita regolarmente in tutti questi anni, con uno standard così alto per ciò che concerne design e contenuti, è a dir poco un miracolo. La redazione di Puna non e mai stata formata da un gruppo permanente. Le persone che scrivono, redigono e producono il giornale lo fanno solo per passione e per il breve periodo durante il quale soggiornano alla Comune.

Come ogni lavoro legato a Osho, è una danza d'amore e, come tutte le storie d'amore vive e vibranti, è spontaneo, imprevedibile e insicuro. Le persone oggi ci sono e domani se ne sono andate. Gli uffici e le scrivanie si riempiono e si svuotano in accordo a leggi che rimangono misteriose e incontrollabili.

Questo e uno dei motivi per cui la rivista e stata promossa ben poco nel mondo, e quindi non ha il numero di abbonati che meriterebbe di avere.

Perdipiù la sempre più larga diffusione di Internet offre una nuova ed eccitante alternativa alla pagina stampata e desideriamo intraprendere questa nuova avventura.

Tuttavia il nostro amore per la carta stampata rimane e quindi continueremo a mettere tutto il nostro cuore nella produzione della rivista trimestrale."

A questo punto vi chiederete: cosa accadrà all'Osho Times italiano? Considerato il successo attuale della rivista, la passione e l'amore con cui viene prodotta, e tenuto anche conto del fatto che Internet non è ancora così diffuso tra i nostri lettori, abbiamo deciso di mantenere l'uscita mensile. Ciò significa che dovremo scrivere articoli, raccogliere materiale fotografico e creare la grafica, continuando anche a tradurre ciò che gli amici dell'Osho Times International produrranno.

Anche per noi si prospetta una nuova avventura, a cui vi invitiamo a partecipare inviandoci articoli relativi alla trasformazione personale, storie sull'impatto che Osho e le sue meditazioni hanno nel mondo, recensioni di libri o film che stimolano la crescita interiore, materiale fotografico e suggerimenti.

 

 

CON AMORE.

la redazione

dell'Osho Times Italiano.

 

Shakura, Suha e Sonya.

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

la storia delle barzellette…

… e la barzelletta della storia

 

Da brava coppia cattolica praticante, Harry e Harriet osservano l’astinenza e il digiuno durante il periodo che precede ogni festività.

Durante la Quaresima, che dura quaranta giorni, prendono tutte le precauzioni possibili – dormono persino in stanze separate, per assicurarsi di non cedere alla tentazione. La Quaresima finisce la mattina della domenica alle sei e alle sei in punto, ovviamente, Harriet sente qualcuno battere con forza alla sua porta.

“Sei tu, Harry?” chiede Harriet.

“Sì,” urla lui. “Sono il tuo innamoratissimo marito!”

“Ah, Harry!” “ridacchia Harriet “Lo so perché stai bussando!”

“Ci credo che lo sai!” ulula Harry. “Ma dovresti vedere con cosa!”

 

 

Osho svela le origini di una barzelletta

e riscrive la storia di Mosè e Gesù.

 

… Questa barzelletta mi è stata passata, qualcuno deve averla riadattata. E quando Nirvano mi ha raccontato la barzelletta, essa si riferiva a una coppia giainista. Il nome del marito era Halvabhai e il nome della moglie era Mevabhai. E i giainisti hanno un festival religioso, il Paryushan, quindi nella barzelletta si trattava del Paryushan. Il resto della barzelletta è rimasto lo stesso.

Ma, come ho detto a Nirvano, le barzellette hanno le loro radici. Non puoi modificare il contesto. Ora, una coppia giainista non si adattava per nulla. Sugli ebrei puoi raccontare qualunque barzelletta, il loro appetito è grande abbastanza, va bene tutto. Ma sugli hindu, i giainisti, i buddhisti, non basta cambiare i nomi. Non suoneranno per nulla, perché non si inseriscono in un contesto naturale.

L’India non ha barzellette sue. Tutte le barzellette sono importate – fortunatamente non ci sono tasse d’importazione per le barzellette! Basta cambiare i nomi con nomi indiani, ma non andrà bene, non suonerà bene. Persino una barzelletta ha un suo contesto, ha i suoi riferimenti. Non è solo una barzelletta. Non puoi trapiantarla dovunque ti pare, ha un suo clima. Per esempio, una barzelletta ebrea non può essere trapiantata in un’altra razza, perché quella barzelletta ha una sua storia.

Nessuno scrive le barzellette. Non ci sono scrittori di barzellette. Da dove arrivano le barzellette? Dalla saggezza popolare, in centinaia di anni… passano attraverso molte mani, molte situazioni e poi vengono rifinite. Nessuno può rivendicare di esserne l’autore. E non cercare mai di cambiare i nomi, perché suoneranno totalmente fuori contesto.

Se non riesci a scoprire a chi appartiene una barzelletta, mettici dei nomi ebrei. Sono i soli a essere abbastanza ricchi, ed è per un motivo particolare che possono assorbire qualunque barzelletta. Hanno sofferto così tanto da quando Mosè li condusse fuori dall’Egitto alla ricerca di Israele; la loro intera esistenza in questi quattromila anni è stata sofferenza, sofferenza e sofferenza.

Mi hanno raccontato di un vecchio ebreo morente che pregava dio. La sua famiglia era stupefatta: egli diceva a dio: “Dio, adesso basta. Devi scegliere qualcun altro come popolo eletto.” Questa stupida idea che gli ebrei siano il popolo eletto è stata la causa di tutte le loro sofferenze. Ma la sofferenza dev’essere compensata in qualche modo – ci vuole un unguento per tutte quelle ferite. Le barzellette sono nate nel contesto giudeo. Gli ebrei dovevano ridere, come altrimenti dimenticare la loro agonia? Come dimenticare tutte le sofferenze attraverso cui sono passati? Hanno perso la loro terra…

L’hanno riavuta, quarant’anni fa, e ora lottano per mantenerla. Da ogni lato sono circondati dai musulmani. E non c’è via d’uscita, non riesco a vedere come possano riuscire a vivere lì. L’aver restituito loro Israele, che era nelle mani dei musulmani, costituisce l’azione più brutta e criminale compiuta dai politici americani. Ma la strategia è chiara: in questo modo hanno potuto liberarsi degli ebrei senza ucciderli. Hanno fatto esattamente la stessa cosa che ha fatto Hitler. Egli uccise sei milioni di ebrei, e il problema era che, se gli ebrei erano il popolo eletto, chi erano allora i tedeschi? Adolf Hitler pensava che il suo popolo, nordico tedesco, fosse il popolo eletto da dio, e gli ebrei non sarebbero stati d’accordo. Quindi eliminò sei milioni di ebrei.

L’America ha fatto lo stesso, ma in maniera molto più diplomatica. Dopo la seconda guerra mondiale ha dato agli ebrei la Palestina, che una volta era Israele ed era caduta nelle mani dei musulmani. Per secoli gli ebrei hanno vissuto senza alcuna patria – e io non penso che ce ne sia bisogno. Le “patrie” dovrebbero scomparire, i confini dovrebbero scomparire, tutti dovrebbero vivere sul pianeta. Ma poiché dopo la seconda guerra mondiale la Palestina era nelle mani americane, gli americani giocarono un gran brutto tiro. La restituirono non ai musulmani, ma agli ebrei. È vero, secoli prima apparteneva agli ebrei. Ma era stata nelle mani dei musulmani per così tanto tempo che anche il nome era cambiato. Non si chiamava più Israele, era diventata Palestina. Obbligati dagli americani, che avevano in mano la Palestina, la fecero diventare di nuovo Israele. Le nazioni non si fanno in questo modo. Ora migliaia di ebrei provenienti da altri paesi, soprattutto dall’America, si sono trasferiti in Israele. E sono circondati da tutti i lati dai musulmani. Per quarant’anni hanno lottato e si sono uccisi in continuazione.

Questa è la mente fondamentalista cristiana, che ha giocato un abilissimo tiro. Io non riesco a vedere alcun futuro per Israele. Nel momento in cui l’America cesserà di dar loro le armi – sono un’isoletta, circondata da milioni di musulmani – verranno uccisi tutti. Ma l’America ha giocato loro un tiro mancino, imponendo la loro presenza, e gli ebrei hanno pensato di essere appoggiati dall’America. Avevano la grande speranza di poter avere un giorno una patria tutta loro, quindi si sono precipitati là con tutto il loro denaro. E ancora stanno inviando denaro – gli ebrei che sono rimasti dov’erano – e in Israele tutto il loro denaro viene dissipato.

Ora si trovano in una posizione molto difficile: non possono tornare indietro – hanno portato tutti i loro averi – né riescono a intravedere un futuro in cui potranno vivere in pace. Ogni giorno è una guerra continua, terroristi di ogni tipo, nessuno è al sicuro. Questa situazione è molto particolare. Quattromila anni fa, in un giorno malaugurato, Mosè condusse gli ebrei in Israele. Ci mise quarant’anni a trovare questa terra desolata che denominò “terra promessa”. La chiamò terra promessa, perché altrimenti i suoi compagni l’avrebbero ucciso! In quarant’anni di ricerca nel deserto, due terzi dei membri originari che erano partiti con lui erano morti. Ed era passato attraverso l’Arabia Saudita e l’Iran – gli ebrei non riescono ancora a perdonarlo. Se si fosse fermato in Arabia Saudita oggi sarebbero il popolo più ricco del mondo. Ma allora nessuno sapeva nulla di petrolio, quindi non era colpa sua. Ma una cosa è certa, non era un gran profeta. Non riuscì a vedere che sottoterra c’era così tanto petrolio. Che razza di profeta era…?

Poi, vedendo che il tempo passava – lui aveva ottant’anni, e la terra promessa sembrava non essere da nessuna parte – in preda alla disperazione dichiarò che Israele, che era solo un pezzo di terra desolato, era il luogo sacro di dio, la terra promessa. Solo per accontentare i suoi compagni di viaggio… anche se loro non erano molto contenti. Guardando la terra promessa dissero: “Mio dio! E noi saremmo il popolo eletto e questa dovrebbe essere la terra promessa?”

Mosè fuggì con la scusa di un piccolo gruppo di ebrei che si era perso nel deserto. – “Li troverò e li porterò indietro.” E non tornò più indietro. Li trovò – erano in Kashmir. Il Kashmir è una terra benedetta: è così bello, incomparabile a qualunque altro luogo della terra, la sua bellezza è superba. Se Mosè avesse solo portato tutti gli ebrei in Kashmir, sarebbero stati soddisfatti: “Siamo di sicuro il popolo eletto da dio e questa è la terra promessa.”

Quella piccola tribù che si era allontanata dal gruppo principale di ebrei si era ritrovata in Kashmir. Tutti pensarono di essere arrivati, e si stabilirono in Kashmir e quando Mosè arrivò – la sua tomba si trova in Kashmir – si mise a vivere con loro. È una strana coincidenza che anche Gesù sia morto in Kashmir, e che le due tombe si trovino nello stesso posto. Gesù non ha mai saputo di essere un cristiano. Era nato ebreo, aveva vissuto da ebreo, si era proclamato ultimo profeta degli ebrei. Per questo gli ebrei lo crocifissero, perché non volevano accettare che il figlio di un falegname che cavalcava un asinello fosse il loro ultimo profeta. Li offendeva. Quindi la resurrezione è solo una storia. Gesù fu deposto dalla croce dopo sei ore, perché per gli ebrei il sabato è il giorno consacrato a dio, e non si può lavorare. Quindi la sera del venerdì, prima del tramonto – Gesù era stato sulla croce solo per sei ore – dovettero deporlo, perché quello sarebbe stato un lavoro.

E la croce ebraica è molto primitiva, è un meccanismo antiquato. Se vuoi morire devi rimanervi appeso per almeno quarantotto ore. Hai quarantotto ore per cambiare idea; ecco perché nessuno si suicida mai con la croce ebraica, perché chi riuscirebbe a mantenere per quarantotto ore la decisione di suicidarsi? Bastano un minuto o due per dire: “Ripensiamoci un po’. Che fretta c’è? E poi ho una fame da lupo.”

Quindi dopo sei ore – e Gesù era un uomo giovane sano e robusto, aveva solo trentatré anni, – egli fuggì. Si trattava di un accordo segreto con il governatore romano. La Giudea era sotto l’impero romano. Ai romani non interessavano i problemi di Gesù. Che Gesù fosse un profeta o meno era irrilevante per loro. Ponzio Pilato, il governatore, ebbe un colloquio con Gesù prima della crocifissione per vedere se quell’uomo doveva essere crocifisso. Egli scoprì che era del tutto innocente – forse un po’ bizzarro, visto che se ne andava in giro su un asinello, seguito da dodici idioti che lo credevano il figlio unigenito di dio, e prometteva a quegli idioti: “Avrete un posto speciale nel regno di dio.”

Ovviamente gli altri ebrei pensavano che fosse molto seccante e offensivo. Tutti ridevano dell’intera faccenda. “E questo sarebbe il vostro ultimo profeta? Si sospetta persino che suo padre non sia il suo vero padre.”

Dopo sei ore Gesù venne deposto, e il governatore romano e i suoi soldati rimasero a guardia della caverna in cui venne portato dopo essere stato deposto dalla croce. Egli lasciò che i seguaci di Gesù lo portassero fuori dalla Giudea. Non ci fu alcuna resurrezione, perché non ci fu neppure la morte. Egli era vivo e vegeto, gli ci volle solo qualche giorno per guarire le ferite alle mani e ai piedi dov’era stato inchiodato.

Vedendo la situazione, qualunque persona intelligente non sarebbe tornata in Giudea. Anche lui andò alla ricerca della tribù perduta e finì in Kashmir. Mosè morì in Kashmir, e duemila anni dopo vi morì Gesù. Le due tombe sono là. Gli ebrei non lo vogliono riconoscere, e neppure i cristiani, ma è così chiaro: su tutte e due le tombe l’iscrizione è in ebraico, e sulle pietre tombali sono scolpiti i due nomi: Mosè e Gesù. La famiglia che custodisce le tombe è ebrea, ed è l’unica famiglia in tutto il Kashmir che i musulmani non hanno convertito all’Islam. Tutti gli altri ebrei furono obbligati a diventare musulmani, ma questa famiglia venne lasciata in pace, perché custodiva e proteggeva le tombe di Gesù e Mosè, e anche i musulmani accettano Mosè e Gesù come profeti. Quindi questa famiglia è l’unica famiglia. Ma nessun papa va a visitare la tomba del povero Gesù, né i cristiani ne parlano, e gli ebrei non si preoccupano affatto di ciò che è accaduto a Mosè. E i cristiani non hanno una risposta: se anche Gesù fosse resuscitato sarebbe poi dovuto morire da qualche parte. Dov’è andato? Intendono forse dire che continua a resuscitare? Allora da qualche parte dev’essere!

A causa di tutte queste sofferenze, gli ebrei hanno scoperto la maniera di ridere anche nell’infelicità: è la barzelletta. La barzelletta è un’invenzione tipicamente ebrea.

E non si dovrebbero mai cambiare i nomi, perché la semplice modifica dei nomi non serve. Una coppia giainista… sarebbe impossibile che dica quello che dice la barzelletta: “Sai perché sto bussando”, ulula Harry, “ma dovresti vedere con cosa!” No, un indiano non lo direbbe mai. È semplicemente impossibile.

Per questo ho detto a Nirvano: “Cambia i nomi. Metti qualche nome cristiano”… perché gli ebrei hanno già sofferto abbastanza. Io li amo. Metà dei miei sannyasin sono ebrei, e la maggior parte di loro sono miei sannyasin perché io sono l’unico ad amare le barzellette ebree. Hanno un sapore tutto loro. I paesi come l’India sono molto seri. Raccontare una barzelletta… gli indiani si sentirebbero molto feriti, sono così repressi. Qui ci sono alcuni miei vecchi amici che sono giainisti. Ho detto a Nirvano: “Vuoi che se ne vadano anche loro?” Se sentono la barzelletta su Halvabhai e Mevabhai non resteranno qui di certo!

Le persone che traducono i miei libri dall’inglese all’hindi mi mandano continuamente a dire: “Cosa facciamo con le barzellette?” E quelli che traducono i miei libri dall’hindi in inglese continuano a chiedermi: “Cosa facciamo con la poesia?”

Io dico: “Se ci riuscite, traducete la poesia in prosa. Se no, tralasciatela.” E a quelli che traducono dall’inglese in hindi dico semplicemente: “Non potete far altro che lasciar fuori le barzellette.” Gli indiani si infurierebbero ancora di più, già sono arrabbiati con me. La loro serietà è stata una lunga malattia, una ferita che non è ancora guarita. Gli ebrei hanno di certo mostrato la loro fibra. In tutta la loro agonia hanno mantenuto la risata, non l’hanno perduta. Ma è uno strano fenomeno psicologico, le persone che soffrono apprezzano sempre le barzellette. Con le barzellette, possono dimenticare per un attimo la loro miseria. Le persone che vivono in pace, senza sofferenze, non sanno cos’è la risata. Molte volte ho pensato che fosse necessario parlare della psicologia delle barzellette. Ha così tante implicazioni: perché una certa barzelletta è una barzelletta e perché è nata, chi erano le persone, chi devono essere state le persone che hanno inventato quella barzelletta? In che ambiente è fiorita la barzelletta, ed è stata rifinita? – perché sono secoli di lavoro. Una barzelletta può risalire a secoli fa, e vi troverai delle leggere differenze finché non raggiunge la perfezione. È un’opera d’arte. Ma ha bisogno di un certo clima, di una certa comprensione e di una certa apertura, una certa gioiosità non repressa, altrimenti può ritorcersi contro di te.

Questa è una bella barzelletta – ma Nirvano non è ebrea. Ha pensato che fosse meglio farla diventare cristiana, perché conosce meglio i nomi cristiani e conosce il periodo della Quaresima. In un contesto ebraico sarebbe andata anche meglio, perché gli ebrei sono le persone meno represse del mondo. Non è una coincidenza che Freud – un ebreo – abbia dato i natali a una nuova scienza: la psicanalisi, una scienza interamente contraria alla repressione.

Ogni barzelletta ha una lunga storia e un retroterra culturale. Sarebbe bene dare l’intera serie a Sardar Gurudayal Singh affinché scopra le origini di queste barzellette – la loro psicologia, i personaggi, perché ci sono molti personaggi. Gli ebrei, per esempio, raccontano barzellette su se stessi, sono intelligenti. Altri raccontano barzellette sui polacchi, che sono poco intelligenti. I polacchi non possono creare barzellette su se stessi, è impossibile, ma in un certo senso vanno benissimo: perché così tutti possono raccontare barzellette su di loro. Che simpatici!

 

tratto da Isan: No Footprints in the Blue Sky, #1

Copyright © 1989 Osho International Foundation

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Non c’è futuro per Israele

 

Swami Bashir è un regista di 36 anni nato e cresciuto in Israele. In questa intervista con l’Osho Times International, Bashir parla a cuore aperto del possibile futuro della sua terra.

 

 

Quali sono i condizionamenti sociali di un giovane israeliano? Sei cresciuto con l’idea di esserti impossessato della terra di qualcun altro?

No, affatto. Quand’ero bambino, andavo a fare i picnic in campagna e ricordo che vedevo lunghe distese di alberi da frutto sulle colline. Quando sono cresciuto ho scoperto che su quelle colline una volta, prima che venisse creato lo stato di Israele, c’erano dei villaggi arabi. Quei villaggi erano semplicemente scomparsi. Tutto aveva un’aria così innocente… c’erano solo file e file di alberi da frutto.

Ci sono molti segreti riguardo alla guerra d’indipendenza e agli eccidi di massa che avvennero a quel tempo. Sono custoditi in archivi segreti a cui nessuno può accedere – sigillati per 70 anni. Una volta ho cercato di entrare in uno di quegli archivi, ma non me lo hanno permesso.

 

Cosa vi insegnano allora?

Di fondo nulla di diverso dagli altri paesi, perché il concetto di nazione è la colla che tiene unita una società. È il medesimo meccanismo. Ma Israele è anche un paese in guerra perpetua per la propria sopravvivenza, e ne ha ancora più bisogno, perché è uno stato in cui sono presenti gruppi etnici, razze e nazionalità diverse.

L’unico elemento comune è il nemico. Senza la guerra, Israele si disintegrerebbe.

 

Come ti ha influenzato tutto questo?

Quando avevo 13 anni c’era la guerra del Kippur ed ero terrorizzato all’idea di dover fare il soldato. Il pensiero di essere ucciso, o di dover uccidere qualcuno, mi terrorizzava – era un incubo a occhi aperti per un ragazzino come me, perché ogni giorno la televisione trasmetteva le immagini della guerra, mostrandoci persone morenti sui campi di battaglia. Ma quando mi arruolai, a 18 anni, non m’importava più.

 

Hai fatto il servizio militare?

Naturalmente. Ogni giovane israeliano deve fare il servizio militare. Rimasi nell’esercito per tre anni e mezzo.

 

Quell’esperienza ti ha cambiato?

A essere sincero è stata una bella esperienza. Ti insegnano a combattere, e ti ritrovi a sperare che venga una guerra. E venne, nel 1981 o 1982, non ricordo.

 

Quando Israele invase il Libano meridionale?

Quando Israele invase quasi tutto il Libano. Controllavamo il 70 per cento del paese. Io ero di guarnigione a Beirut.

 

Che ruolo avevi nell’esercito?

Fanteria.

 

Hai combattuto?

Sì.

 

Com’è stato?

Per me, era come essere in un film. Pensavo che non mi sarebbe accaduto nulla, anche se vedevo altri che venivano uccisi davanti ai miei occhi. Non ho mai pensato che sarebbe accaduto a me.

 

La guerra ha modificato la tua visione della vita?

La guerra del Libano, che è durata quasi un anno e mezzo, mi ha tolto un po’ di fiducia nei confronti dell’atteggiamento ufficiale di Israele verso la realtà. Per esempio, ci fu un duro scontro in un campo di profughi nella zona occidentale di Beirut…

 

Uno scontro?

Uno scontro durissimo di tre giorni. Poi continuammo nella zona nord della città. Qualche tempo dopo, di ritorno a Beirut per una vacanza di tre settimane, non riuscii più a trovare quel posto – il campo, intendo. I bulldozer lo avevano spianato. Solo poche settimane prima stavamo combattendo tra le case, ma il posto non era stato distrutto completamente. Ora invece qualcuno aveva deciso di raderlo al suolo. Era solo un vasto spazio vuoto. Rimasi shoccato. Si era trattato di una rappresaglia sui civili, e ciò per me era inaccettabile. Avevamo fatto molte cose in guerra, ma questa non faceva parte del gioco. Questa fu la prima volta in cui ho sentito che c’era qualcosa di sbagliato nel nostro modo di muoverci – in quel posto vivevano circa 20.000 persone.

 

Erano state uccise?

No, erano fuggite.

 

E l’esercitò piantò degli alberi da frutto?

(ridendo) No, non piantarono nulla. Era uno spazio vuoto.

 

Cos’è successo poi?

Per molti anni ho vissuto questo dilemma, se rimanere o no nella riserva. In molte occasioni venivamo mandati in Libano o a Gaza. Io non volevo farlo, ma vi partecipavo perché allora credevo in una società democratica – puoi fare una manifestazione contro il governo, ma devi comunque compiere il tuo dovere.

Per esempio, dovevamo tirar giù la gente dal letto nel mezzo della notte per ridipingere i muri delle case che erano coperti di graffiti, ben sapendo che il giorno quel muro ridipinto sarebbe stato pieno di nuovi graffiti.

 

Tu hai parlato di manifestazioni – per cosa?

Contro il servizio militare, la riserva. Molti uomini della mia unità erano di sinistra, e scrivevamo lettere ai politici…

 

Cosa volevate?

Volevamo che ci si ritirasse da West Bank e Gaza. Per noi era molto chiaro che era assurdo rimanere là.

 

Per quanto sei rimasto nella riserva?

Ci sono ancora. Rientro in servizio per 40-60 giorni all’anno. Dipende ogni volta.

 

Cos’è successo quando hai lasciato l’esercito?

Sono diventato membro di un kibbutz… Ho coltivato avocado… Ho preso un anno di vacanza e sono andato in Sud America. Al mio ritorno, la vita del kibbutz mi sembrava troppo ristretta, quindi sono andato all’Università di Tel Aviv a studiare comunicazione e televisione. Uno dei miei insegnanti mi chiese di lavorare con lui come cameraman ed è così che ho cominciato a lavorare con la macchina da presa. Negli ultimi anni ho fatto più lavori di regia che di riprese dirette.

 

Che tipo di lavoro fai?

All’inizio filmavo per il telegiornale – servizi scottanti.

 

Cosa intendi con scottanti?

Filmavo esplosioni.

 

Immagini cruente?

Sì, l’ultima volta che l’ho fatto, due kamikaze si erano fatti saltare in aria davanti a un gruppo di soldati israeliani – è stato due anni e mezzo fa, credo.

 

Quando hai incontrato Osho?

Ho visto alcuni servizi su di lui alla televisione israeliana. Poi, un anno fa, ho deciso di cambiare vita. Lavorando in televisione, mi sentivo un mercenario.

 

Ti sembrava una forma di prostituzione?

In un certo senso sì. Ma lo definirei mercenarismo, perché la mia abilità e professionalità venivano usate per vendere idee sbagliate alla gente. La televisione è una visione distorta della realtà. È un mezzo di comunicazione molto potente, perché ciò che vedi sembra e suona assolutamente reale, e intossica le persone.

 

Puoi essere più specifico?

La mente umana, fondamentalmente, funziona attraverso la visione. Gli occhi sono come una telecamera: ricevono immagini riflesse e le inseriscono nel cervello. Usando la televisione si fa letteralmente il lavaggio del cervello alle persone.

 

Selezionando e controllando le immagini con cui alimenti le loro menti?

Sì. Leggere un libro non ha un effetto così deleterio su di te, perché sei tu che crei le immagini. Ma quando guardi la televisione, il cervello riceve automaticamente l’informazione come reale. Osho dice che il problema fondamentale della società è la mente, e la televisione nutrendo la mente, la modella e la attiva – perché ciò che vedi sembra e appare reale.

 

In altre parole, la TV è una creazione della mente per rafforzare la mente?

Giusto. È un circolo vizioso.

 

Quindi hai smesso per un po’?

Sì, ho deciso di andare in Australia con la mia ragazza facendo tappa in India. Sull’aereo abbiamo incontrato due israeliani che stavano venendo a Puna… “Perché non venite a vedere l’Osho Commune?” E così siamo venuti qui con loro dall’aeroporto di Bombay. Dopo due settimane, mi sono sentito molto legato a Osho e a questo posto. Non sapevo se prendere il sannyas – non prendo decisioni così facilmente. Alla mia ragazza non piaceva stare qui. Diceva: “Le persone sembrano aver subito il lavaggio del cervello.”

 

E tu cosa pensavi?

Io mi sono inserito molto facilmente, grazie agli anni passati in un kibbutz, penso. È lo stesso tipo di cosa, ma le persone qui sono molto più liberali. Mi danno più spazio per me stesso, per esprimermi, per vivere la mia vita privata, cose che in un kibbutz israeliano non sono presenti – è un posto carico di tensione.

 

Hai qualcos’altro da dire sull’Osho Commune?

Ho scoperto che la meditazione è un’arma interiore per la mia trasformazione. La prima volta che ho scoperto che la meditazione funziona sono rimasto shoccato, dato il mio approccio scientifico. Quando le persone mi hanno parlato per la prima volta di “energie” mi sono messo a ridere e le ho messe in imbarazzo. Poi è accaduto a me, qui, durante la Vipassana… All’improvviso mi è apparsa davanti agli occhi una luce blu. E dopo la meditazione mi sentivo completamente stonato. Non mi aspettavo che la meditazione potesse avere un effetto così potente su di me.

 

Quanto sei rimasto prima di diventare sannyasin?

Non molto. Un mese e mezzo.

 

Osho dice che non c’è futuro per Israele (vedi l’articolo sulle origini della barzelletta). Cosa pensi di questa affermazione?

È una domanda difficile. Osho ha ragione per quanto riguarda la visione globale della situazione. Israele è perpetuamente in guerra e la cosa non si risolverà mai veramente. Era quasi risolta con il trattato di pace redatto da Rabin, ma gran parte della nazione era contraria alla sua soluzione e così la “cultura virtuale” ha mandato un killer a ucciderlo. Azioni di questo tipo vengono definite “lavori assegnati dalla cultura virtuale” – la società inconsciamente può addestrare qualcuno a fare una certa cosa per conto di tutti, anche se in realtà non lo obbliga ad agire. Non si è trattato di una spia o di un agente straniero. L’assassino, ispirato dai capi religiosi, ha ucciso il primo ministro e interrotto il processo di pace. Le elezioni successive hanno portato a un governo dalla linea più dura, appoggiato dal Ministero degli Interni.

 

Come ha fatto un ministero governativo a influenzare le elezioni?

Il Ministero degli Interni è controllato dalla destra fondamentalista. Hanno dato alle persone molte carte d’identità false permettendo loro di votare più volte. Alla fine tra Perez e Netanyahu c’erano solo 15.000 voti di differenza, quindi un’azione del genere avrebbe potuto modificare i risultati elettorali. In ogni caso, il paese si sta decisamente spostando verso destra.

 

Perché?

Israele è uno stato sociale. Ogni famiglia riceve una certa somma di denaro dal governo per ogni figlio. Se hai dieci figli ricevi circa 2.500 dollari americani al mese. L’idea originale era di aiutare le persone a dare un’istruzione ai propri figli, ad allevarli meglio, ma la destra religiosa la sta usando per gonfiare il proprio numero il più velocemente possibile.

 

Quindi il paese sta diventando più fanatico?

Sì. Secondo me Israele farà la stessa fine dell’Iran: molto fanatico, molto integralista. Ma con questo fanatismo perderà il sostegno delle democrazie occidentali e sarà la fine per il paese – in un modo o nell’altro. Io non voglio vivere in un paese totalitario e fanatico, dunque non m’importa se gli arabi avranno la meglio sugli israeliani o viceversa. Il problema è il fanatismo. Quindi Osho ha ragione… è una cosa tragica, ma assolutamente vera.

 

Pensi di lasciare Israele?

Buona domanda. Il mio lavoro è in Israele, i miei amici e la mia famiglia vivono in Israele. La mia lingua madre è l’ebraico. Ma io non mi sento più israeliano, e questa è una situazione seria. Una delle poche cose che ho imparato da piccolo è che non ci sono differenze tra le persone. Siamo un meccanismo globale. Tutta questa separazione in nazioni viene fatta solo per controllare le persone.

 

Da chi è al potere?

Sì.

 

I famosi “preti e politici” di Osho?

Sì. Qui, incontrando persone di paesi e culture diverse, ho visto che tutti di fondo soffriamo della stessa malattia: siamo tutti imbottiti di stronzate. L’educazione che abbiamo ricevuto non ha fatto che oscurare le nostre percezioni reali, la nostra individualità per darci una personalità falsa, una maschera sociale.

 

Ed è quello che stai cercando ora? Diventare di più un individuo?

Sì. È duro, ma con Osho come guida la ricerca è un piacere.

 

Cosa senti quando ascolti Osho dare la sua versione della storia ebraica - di quello che accadde a Mosè per esempio?

Sai, gli israeliani non capiscono le barzellette sugli ebrei. Quando viaggio con degli israeliani e facciamo compere e contrattiamo il prezzo, tutti di solito litigano su ogni cento lire – siamo famosi per questo. Quando sentono le barzellette sugli ebrei a volte si offendono, ma la maggior parte delle volte entrano da un orecchio ed escono dall’altro senza essere capite. Come questa barzelletta… ho un amico che la prenderebbe molto sul serio e la considererebbe antisemita!

 

È meglio che me la racconti.

Okay: perché Mosè vagò per quarant’anni nel deserto? Aveva perso un quarto di dollaro e lo stava cercando.

 

Cosa ne pensi dell’idea di Osho secondo la quale Mosè andò in Kashmir, trovò la tribù perduta e morì laggiù dove ora si trova la sua tomba, e di Gesù… che non morì sulla croce, ma andò anche lui in Kashmir, ebbe molti discepoli e morì laggiù… ha qualche effetto su di te?

Non mi tocca molto. Mi sono allontanato dalla cultura religiosa ebraica molti anni fa. In realtà sono sempre stato ateo, ho avuto una libertà religiosa maggiore rispetto a molti europei.

 

Non è forse in conflitto con ciò che dicevi prima riguardo al fatto che Israele sta diventando un paese integralista?

Sì. Ma io sono nato nel 1961 e ho finito gli studi nel 1979. Con il governo laburista di allora il clima era molto più liberale. Ora è totalmente diverso.

 

Quindi non ti colpisce molto quando Osho parla di queste cose?

No, mi piacciono molto le sue idee. Mi piacciono le barzellette sugli ebrei. Non sono cose che contano per me, sono assorbito di più dai miei problemi, dai miei spazi interiori, che non sono legati a Israele o al giudaismo.

 

Un’altra domanda: credi che ci sia un modo per usare il tuo talento di regista televisivo in maniera positiva?

Certo, e mi piacerebbe molto. In realtà, prima di venire qui, ero sicuro che non avrei toccato più una macchina da presa, invece qui mi sono messo a lavorare al video department e mi piace molto ciò che sto facendo.

 

Stai preparando nuovi filmati? E di che tipo?

Filmati di presentazione dei programmi della Multiversity. E lo scopo è quello di aiutare le persone ad avere maggiori informazioni sul processo della scoperta di sé. Le persone vengono qui perché vogliono cambiare e se posso facilitare questo processo ne sono ben felice. È un modo un po’ anarchico per diffondere le idee di Osho. Ho un amico israeliano, un regista, che è rimasto shoccato e mi ha detto: “Stai sbagliando tutto, fai il lavaggio del cervello alla gente!” Ho ribattuto: “Tu me lo vieni a dire, che fai il lavaggio del cervello ai bambini israeliani!” – lavora per la televisione dei ragazzi – e abbiamo litigato. Ogni accusa che mi faceva gliela ritorcevo contro, ed era perfetta. In lui vedevo riflessa la mia immagine di un anno fa. Non sapevo di essere cresciuto.

 

E lui ha capito?

No, ma va bene lo stesso. Ho capito io!

 

Grazie, Bashir.

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

Buon Senso, Scienza & Mistero

di Ma Anand Priyatama

 

 

Illuminazione e scienza viaggiano in sintonia. E se fosse vero…?

 

Per Osho la scienza è importante perché demistifica tutto e quindi rafforza l’uomo. Nella visione di Osho ci sono una scienza e una religione non più separate ma complementari e che si sostengono a vicenda, l’una ricercando nella realtà esteriore e l’altra in quella interiore, in modo speculare.

Le nostre menti, il nostro buon senso si basano su esperienze che facciamo in un ambiente ristretto. Però la scienza di questo secolo, grazie soprattutto alle geniali trasformazioni portate dalla teoria della relatività di Einstein e a quelle portate dalla teoria quantistica ha aperto uno spiraglio sull’abisso dell’ignoto, modificando profondamente il modo di pensare la materia, l’universo, lo spazio, il tempo, e ridimensionando drasticamente il valore delle percezioni sensoriali del mondo che ci circonda.

Per esempio il buon senso ci dice che un tavolo è un tavolo, un oggetto solido e compatto, ma la fisica lo contraddice. Il tavolo ospita piccolissime cariche elettriche che guizzano qua e là a incredibile velocità. In realtà il nostro solido tavolo è assai più simile a un incredibile sciame di moscerini ronzanti. Dello sciame possiamo sapere i probabili movimenti, ma del singolo moscerino possiamo conoscere solo un aspetto alla volta, o la posizione o la velocità. La realtà microscopica è sfuggente e indeterminata, si possono ipotizzare probabili situazioni future, ma non si possono conoscere certezze.

Un fisico, Max Born, raccontava così la nuova situazione: “Se Guglielmo Tell avesse dovuto colpire sulla testa del figlio non una mela, ma un atomo di idrogeno per mezzo di una particella alpha e fosse stato munito dei migliori strumenti di laboratorio del mondo, invece dell’arco e delle frecce, la sua abilità di tiratore non gli sarebbe stata di alcun aiuto. Colpire o mancare il bersaglio sarebbe stata solo questione di fortuna, solo un prodotto del caso”.

Caso, probabilità, indeterminatezza, misteriose connessioni sono diventate parte integrante di una scienza che naviga fuori dai confini del buon senso e delle certezze. Le particelle subatomiche prendono parte a una danza infinita di annientamento e creazione. Anzi esse sono questa incessante danza di annientamento e creazione.

Nel mondo subatomico il vuoto non è vuoto. Dove non c’è nulla, improvvisamente in uno sfolgorio di vita spontanea, accadono eventi che improvvisamente svaniscono senza lasciare traccia, altri ne accadono in una danza infinita, straordinariamente viva.

In natura non esiste uno spazio vuoto sterile, privo di vita. Solo la nostra mente separata immagina così il vuoto, mentre scienza e illuminazione sembrano viaggiare in sintonia. Nel commento al Sutra del Cuore (Ed. Il Cigno) Osho dice:

“… innanzi tutto dobbiamo comprendere che cos’è veramente questo nulla, perché in realtà non è vuoto, è pieno, straripante. Non pensate nemmeno per un istante che il nulla sia uno stato negativo, un’assenza… le cose scompaiono e solo la sostanza ultima resta, le forme scompaiono, solo l’informe resta, le definizioni scompaiono e solo l’indefinito resta… il vuoto non è esattamente vuoto, è una presenza, una presenza molto solida. Non esclude gli opposti, ma li include, ne è ricolmo. È un vuoto pieno, un vuoto straripante. È vivo, riccamente vivo, tremendamente vivo.”

I pionieri della fisica quantistica hanno notato una strana connessione a distanza fra particelle subatomiche. Si tratta di un legame fino a poco tempo fa privo, per i fisici quantistici, di qualsiasi significato. Invece J. S. Bell, un fisico del Centro europeo di ricerca nucleare (CREN) ha fatto accurate ricerche su queste strane connessioni, rendendole un punto focale della fisica del futuro. Nel 1964 ha reso pubblica una prova matematica molto complessa, nota come il teorema di Bell.

Una delle implicazioni del teorema di Bell è che, a un livello profondo e fondamentale, le “parti separate” dell’universo sono tutte connesse in maniera intima e immediata! Una delle più famose battute di Einstein: “Dio non gioca a dadi” voleva sottolineare che la teoria e la meccanica quantistica, dando accesso al caso, all’indeterminatezza e fondandosi sulla probabilità, non è una teoria completa in grado di spiegare tutti i fenomeni di cui si occupa.

Nel 1935 Einstein con altri due fisici, Podolsky e Rosen, nel tentativo di confutare la meccanica quantistica, esegue un famoso esperimento che dimostra proprio la singolare connessione a distanza fra particelle.

L’esperimento Einstein-Podolsky-Rosen utilizza una delle proprietà delle particelle, lo spin, la rotazione delle particelle, che può essere a destra, a sinistra, verso l’alto e verso il basso e la possibilità di orientare lo spin tramite un campo magnetico. Supponiamo di avere quello che i fisici chiamano un sistema bi-particellare a spin zero, un sistema di due particelle in cui lo spin di ciascuna annulla quello dell’altra. Se una ha lo spin verso l’alto, l’altra l’avrà verso il basso. O a sinistra e rispettivamente a destra. È possibile separarle senza mutare lo spin, in modo che una parta in una direzione mentre l’altra passa attraverso un campo magnetico che ne riorienta lo spin. Si osserva allora un singolare fenomeno, noto come l’effetto Einstein-Podolsky-Rosen (EPR): se si cambia l’asse del magnete mentre le particelle sono in volo, in qualche modo la particella che viaggia nella direzione opposta al magnete viene a sapere simultaneamente che la sua gemella ha assunto uno spin destrorso anziché verso l’alto e istantaneamente il suo spin diventa sinistrorso anziché verso il basso.

Con questo esperimento Einstein e gli altri volevano dimostrare che la teoria quantistica era insufficiente perché non descriveva né spiegava certi aspetti della realtà. Il messaggio arrivò in modo molto diverso. I sostenitori della meccanica quantistica conclusero che le particelle fossero connesse in un qualche modo che trascende le nostre abituali idee sulla causalità.

L’effetto EPR dimostrerebbe che un’informazione può essere comunicata a una velocità superluminale cioè più veloce della luce. Nondimeno quasi tutti i fisici danno per scontato che niente nell’Universo viaggia a una velocità superiore a quella della luce.

Fino all’ultimo Einstein non ha mai creduto che un evento qui potesse influenzarne un altro là, e diceva che se fosse stato così, se fosse stata possibile tale connessione a distanza, il mondo sarebbe stato ben strano. Paradossalmente ha invece creato il primo esempio scientifico di connessione superluminale. Einstein sosteneva il principio delle cause locali fondato sul buon senso, secondo il quale ciò che accade in un luogo non dipende da variabili in un’area separata da una distanza spaziale.

Tranne il caso delle premonizioni istantanee… della sincronicità di Jung… esperienze come quelle di una madre che si sveglia di soprassalto nell’istante stesso in cui la figlia a grande distanza va a sbattere contro un albero in macchina… il mondo in cui viviamo sembra formato soltanto da fenomeni locali ed Einstein sosteneva che tutti i fenomeni in natura sono di tipo locale.

Come Einstein, pochi fisici credono alla telepatia e alla sincronicità, ma alcuni credono che a un livello fondamentale e profondo non esistano situazioni indipendenti di entità separate. Il teorema di Bell ne è la prova matematica. Secondo la meccanica quantistica gli eventi individuali a livello subatomico sono completamente casuali. D’un tratto qualcosa appare dal nulla e d’un tratto scompare e qualcos’altro appare in un altro punto e questa realtà sfolgorante continua a danzare senza fine. Il teorema di Bell implica che un evento che accade in un certo momento non è casuale, anche se appare come tale, ma dipende da qualcos’altro che sta accadendo da qualche altra parte. Molto recentemente un fisico austriaco, Anton Zellinger di Innsbruck riconfermando l’effetto EPR, il simultaneo legame a distanza fra particelle, ne ha tratto ulteriori implicazioni sorprendenti… il mistero è in fase di verifica scientifica… Buttato fuori dalla porta della scienza secoli fa, rientra dalla finestra munito di prove matematiche della sua reale esistenza.

A noi resta l’avventura di accogliere e seguire nella nostra vita, quello che a prima vista può sembrare un nonsenso. E l’intima sicurezza che le coincidenze casuali potrebbero contenere tesori che l’ignoto ci invia… tesori oltre il buon senso… messaggi del mistero che avvolge la vita.

 

 

“Il nulla si raggiunge soltanto quando in te

non ci sono più nubi-pensieri... Hai mai

guardato il cielo? D’estate è così pulito,

così limpido, limpido come cristallo,

senza traccia di nubi. Poi vengono le

piogge e arrivano migliaia di nuvole

e tutta la terra ne è circondata. Il

sole scompare e non si vede più il

cielo. Questo è lo stato della mente,

la mente è sempre rannuvolata.

La mente è la stagione delle

piogge della coscienza…”

OSHO

    (ritorna al SOMMARIO)

 

  

 

LA VIA DELLA MEDITAZIONE

 Così Osho presenta un campo di meditazione a Mahabaleshwar in India…

  

  

 

 

Vorrei prima di tutto darti il benvenuto, perché hai sete del divino, perché desideri andare oltre la vita ordinaria, verso la vita del ricercatore e perché, nonostante i tuoi desideri mondani, hai sete di verità.

Coloro che hanno conosciuto la sete di verità sono fortunati; dei milioni di persone che sono nate, solo alcune avvertono il desiderio della verità. Conoscere la verità è una grande benedizione – ma averne il desiderio è una benedizione altrettanto grande. Anche se non la raggiungi va bene lo stesso, ma non aver mai conosciuto tale sete sarebbe una grave disgrazia.

Vorrei dirti che non è tanto importante conoscere la verità. Ciò che conta è averne sete, fare ogni tentativo per averne un’esperienza, lavorare sodo e desiderarla ardentemente, ed essere determinati a fare tutto il possibile per raggiungere questo scopo. Se nonostante tutto ciò non la ottieni, non importa. Ma non aver mai conosciuto tale sete – questa sarebbe la tragedia più grande.

Vorrei anche dirti che conoscere la verità non è così importante quanto averne un autentico desiderio. Questo desiderio è una gioia di per sé. Se desideri qualcosa di insignificante, non ci sarà gioia neppure quando l’avrai, ma se desideri ardentemente ciò che ha valore, il sublime, e non lo ottieni, ti sentirai lo stesso pieno di gioia. Lo ripeto: se desideri una cosa da nulla e la ottieni, non sarai così felice come quando desideri il sublime e non lo ottieni… ti sentirai lo stesso pieno di gioia e di felicità.

Il divino si aprirà dentro di te a seconda dell’intensità con cui l’hai cercato. Ciò non significa che qualche entità suprema o qualche energia esterna entrerà nel tuo essere. Il seme è già lì, dentro di te, e comincerà a crescere. Ma crescerà solo se sarai in grado di accendere la tua sete, di dare calore e fuoco alla tua sete.

Più aspiri al divino, più grande è la possibilità che il seme nascosto nel tuo cuore cresca, germogli e diventi il divino, che si schiuda e fiorisca.

Se hai mai pensato di fare l’esperienza del divino, se hai mai desiderato il silenzio e la verità, allora sappi che il seme dentro di te desidera ardentemente germogliare. Significa che una sete nascosta dentro di te desidera essere estinta. Cerca di capire che dentro di te è in atto un processo importante, che dovrai aiutare e sostenere. Dovrai sostenerlo perché non basta che il seme germogli, ci vuole anche un ambiente adeguato. Anche se il seme è germogliato, non vuol dire che fiorirà. Per questo ci vuole molto di più.

Di tutti i semi gettati nella terra, solo alcuni diventeranno alberi. La potenzialità è presente in tutti: tutti potrebbero germogliare e diventare alberi e ognuno potrebbe a sua volta produrre molti semi. Un piccolo seme ha in sé la forza e il potenziale per produrre un’intera foresta, racchiude il potenziale per coprire di alberi la terra intera. Ma è anche possibile che il seme, che racchiude questa immensa forza e potenziale, venga distrutto e non produca nulla.

E questa è solo la capacità di un seme – l’uomo è capace di molto di più. Un seme può creare una tale vastità… Se una pietruzza può essere utilizzata per creare un’esplosione atomica… da lì si può ricavare un’energia immensa. Quando si vive questa fusione nel proprio essere, all’interno della propria consapevolezza, questa fioritura, questa esplosione, questa energia e luce sono l’esperienza del divino. L’esperienza del divino non viene da fuori. L’energia che produciamo attraverso questa esplosione di consapevolezza, la crescita, la fioritura del nostro essere, questa energia è il divino. E tu hai sete di questa energia: ecco perché ti do il benvenuto.

Ma il fatto che tu sia qui non implica necessariamente che tu abbia questa sete. È possibile che tu sia qui nella veste di un semplice spettatore. È possibile che tu sia qui per una vaga curiosità, e agli spettatori non verrà rivelato alcun segreto. Nella vita si deve pagare per tutto ciò che si riceve, e molto dev’essere sacrificato.

La curiosità non ha alcun valore, ecco perché la curiosità non ti porterà da nessuna parte. La curiosità non ti aiuterà a entrare in meditazione. Ciò di cui hai bisogno è una sete ardente di libertà, non una curiosità.

Ieri sera dicevo a qualcuno: “Se ti trovassi nei pressi di un’oasi e stessi morendo di sete, e la tua sete fosse così intensa che senza l’acqua moriresti, e a questo punto qualcuno ti offrisse dell’acqua ma a condizione che dopo averla bevuta morirai – che il prezzo dell’acqua è la vita – tu saresti addirittura felice di accettare questa condizione.” Quando la morte è certa, perché non morire dopo aver estinto la propria sete?

Se dentro di te sono presenti questo desiderio intenso e questa speranza, allora sotto questa pressione incredibile il seme si aprirà e comincerà a crescere. Il seme non germoglierà da solo, ha bisogno di certe condizioni. Ha bisogno di molta pressione, di molto calore, affinché il guscio esterno si rompa e il tenero germoglio che c’è dentro possa spuntare. Ognuno di noi ha questo guscio duro, e desidera uscirne, ma la curiosità non servirà. Quindi ricorda: se sei qui solo per curiosità te ne andrai con la tua curiosità, e non si potrà far nulla per aiutarti. E se sei qui da spettatore, te ne andrai tale e quale, e non si potrà far nulla per te.

Quindi, per cominciare, è necessario vedere se dentro di te c’è un autentico ricercatore. E sii ben chiaro con te stesso: cerchi davvero qualcosa? Se è così, allora un modo per trovarlo c’è.

 

Una volta Buddha si trovava in un villaggio. Un uomo gli chiese: “Tutti i giorni dici che ogni persona può diventare illuminata. Allora perché non tutti si illuminano?”

“Amico mio,” rispose Buddha, “fai una cosa: stasera fai una lista di tutti gli abitanti del villaggio e accanto a ogni nome scrivi i desideri di quella persona.”

L’uomo andò per il villaggio e interrogò ogni abitante, era un piccolo villaggio, di poche persone, e ognuno diede la propria risposta. La sera, al suo ritorno, l’uomo diede la lista a Buddha. Buddha chiese: “Quante di queste persone cercano l’illuminazione?”

L’uomo rimase sorpreso, perché neppure una aveva scritto che voleva l’illuminazione. E Buddha precisò: “Io dico che ogni uomo può illuminarsi, non dico che ogni uomo desidera illuminarsi.”

 

Dire che ogni uomo può illuminarsi è molto diverso dal dire che ogni uomo vuole illuminarsi. Se lo vuoi, allora sii certo che è possibile. Se quello che cerchi è la verità, allora non c’è potere sulla terra che possa fermarti. Ma se non aneli alla verità, anche in quel caso non c’è potere che possa dartela.

Quindi prima devi chiederti se la tua sete è reale. Se è così, allora rassicurati, una via c’è senz’altro. Se non lo è, allora non c’è alcuna via – la tua sete sarà la tua via verso la verità.

 

Coltiva l’ottimismo

La seconda cosa che vorrei dire come introduzione è che tu spesso hai sete di qualcosa, ma non hai alcuna speranza di ottenere ciò che desideri. Hai un desiderio, ma non sei molto ottimista al riguardo. Il desiderio è lì, ma c’è un senso di sconforto.

Ora, se il primo passo viene fatto con ottimismo, allora anche l’ultimo passo finirà nell’ottimismo. Bisognerebbe capire anche questo: se il primo passo viene fatto senza ottimismo, allora l’ultimo passo finirà in disperazione. Se vuoi che l’ultimo passo sia soddisfacente e vincente, devi fare il primo passo con ottimismo.

Sto dicendo che durante questi tre giorni – e continuerò a dirlo finché vivo – dovresti avere un atteggiamento ottimista. Ti rendi conto che per ciò che riguarda il tuo stato di consapevolezza, molto dipende dal fatto che le tue azioni siano radicate nella positività o nella negatività? Se sei pessimista fin dall’inizio è come se stessi tagliando il ramo dell’albero su quale sei seduto.

Quindi l’essere ottimisti è una necessità di base. Abbi fiducia nel fatto che se qualcuno ha conosciuto la pace, se qualcuno ha consciuto la beatitudine, è possibile anche per te. Non abbatterti facendo il pessimista. Il pessimismo è un insulto a se stessi. Significa che non ti consideri degno di conoscere la verità. E io ti dico che ne sei sicuramente degno e l’avrai di sicuro.

Prova e vedrai! Hai vissuto tutta la vita con un senso di sconforto, ora, per questi tre giorni del campo di meditazione, coltiva un atteggiamento ottimista. Sii il più ottimista possibile sul fatto che la verità ultima ti accadrà, accadrà di sicuro. Perché? Nel mondo esteriore è possibile affrontare qualcosa con ottimismo e non avere successo. Ma nel mondo interiore l’ottimismo è un metodo utilissimo. Quando sei pieno di ottimismo, ogni cellula del tuo corpo è piena di ottimismo, ogni poro della tua pelle è pieno di ottimismo, ogni respiro è pieno di ottimismo, ogni pensiero è illuminato d’ottimismo, la tua energia vitale vibra di ottimismo e il battito del tuo cuore è soffuso di ottimismo. Quando il tuo intero essere è pieno di ottimismo, allora si creerà un clima interiore in cui il divino può accadere. Mantieni un atteggiamento ottimista, e a questo proposito vorrei anche aggiungere: dopo molti anni di esperienza sono arrivato alla conclusione che la negatività dell’uomo può essere così forte che anche nel caso in cui comincia a raggiungere qualcosa, la sua negatività potrebbe impedirgli di vederlo.

Da qualche parte ho letto che un uomo si stava lamentando con un altro: “Sono poverissimo, non possiedo nulla.”

Il secondo uomo disse: “Se sei così povero, puoi fare una cosa: io voglio il tuo occhio destro. Ti darò cinquemila rupie. Prendi queste cinquemila rupie e dammi il tuo occhio destro.”

Il primo uomo disse: “È una cosa molto difficile. Non posso darti il mio occhio destro.”

Allora l’altro gli fece questa offerta: “Ti darò diecimila rupie per tutti e due gli occhi.”

Di nuovo il primo rispose: “Diecimila rupie! Ma non posso darti i miei occhi.”

A questo punto l’altro offrì: “Ti darò cinquantamila rupie se mi dai la tua vita.”

A questo punto il primo disse: “Ma questo è impossibile! Non posso darti la mia vita.”

L’altro allora disse: “Questo dimostra che possiedi molte cose preziose. Hai due occhi che non venderesti neppure per diecimila rupie, e hai la vita – e poi andavi dicendo che non possiedi nulla!”

 

Io parlo di questo tipo di persone e di questo modo di pensare. Dai valore a ciò che hai, e anche alle esperienze che hai in meditazione, anche alle piccole cose. Pensaci, parlane, perché la possibilità di fare esperienze più ricche dipende da questo modo di pensare – e il tuo ottimismo ne creerà molte di più.

 

Smettila di parlare di continuo

La terza cosa è che durante questi tre giorni di meditazione non vivrai nello stesso modo in cui hai vissuto fino a stasera. L’uomo è un robot, pieno di abitudini, e se si rimane confinati alle proprie abitudini, la nuova via verso la meditazione sarà molto difficile. Quindi ti suggerisco di fare alcuni cambiamenti.

Un cambiamento sarà che durante questi tre giorni parlerai il meno possibile. La verbosità è la grande malattia di questo secolo! E non sei neppure consapevole di quanto parli. Dalla mattina alla sera, finché non vai a dormire, continui a parlare. O parli con qualcuno, o, se non c’è nessuno, parli da solo.

Durante questi tre giorni, consapevolmente, abbandona questa abitudine a parlare di continuo, è solo un’abitudine. Per un meditatore, è una cosa vitale. Durante questi tre giorni vorrei che parlassi il meno possibile, e il tuo parlare dovrebbe essere essenziale, non il solito chiacchierare di tutti i giorni. In realtà di cosa parli tutti i giorni? Ha un qualche valore? Ti farebbe male non parlare? Le tue sono solo chiacchiere, non valgono granché. E se non parlassi sarebbe dannoso agli altri? Gli altri penserebbero di aver perso qualcosa non sentendo ciò che hai da dire?

Durante questi tre giorni, ricorda che non devi parlare molto con nessuno. Ti sarà di immenso aiuto. Se parli, fallo solo in riferimento alla meditazione e a nient’altro. Ma sarebbe molto meglio se non parlassi affatto: rimani in silenzio il più possibile.

Non intendo dire che devi rimanere in silenzio assoluto e scrivere ciò che vuoi dire. Sei libero di parlare, ma non di fare chiacchiere inutili. Parla in maniera consapevole, e solo quando è necessario.

Questo ti aiuterà in due modi. Il primo vantaggio sarà che, risparmiando l’energia che sprechi nel parlare, tutta quell’energia potrà essere usata per la meditazione. E il secondo vantaggio sarà che ti separerai dagli altri e in questi tre giorni te ne starai in solitudine. Siamo venuti appositamente qui in montagna, e sarebbe uno spreco se le duecento persone presenti si limitassero a parlare tra loro, a chiacchierare. Allora sareste ancora in mezzo alla folla, come eravate prima, e non sareste in grado di fare l’esperienza di silenzio.

Per vivere un’esperienza di silenzio non basta starsene in montagna. È anche necessario staccarsi dagli altri e rimanere soli. Dovresti avere contatti solo se è assolutamente necessario. Immagina di essere l’unica persona su questa montagna e che attorno non ci sia nessun altro. Dovresti vivere come se fossi venuto qui da solo, rimanendo da solo e andando in giro da solo. Siediti sotto un albero, da solo. Non andare in giro in gruppo. Vivi separato e da solo per questi tre giorni.

La verità della vita non è mai stata scoperta vivendo tra la folla, in quel modo non è possibile averne l’esperienza. Nessuna esperienza significativa è mai stata vissuta collettivamente. Chiunque abbia mai vissuto un attimo di silenzio l’ha fatto da solo, in uno stato di totale solitudine. Vai dove vuoi, siediti sotto un albero, hai dimenticato completamente che sei parte della natura. Inoltre non sai che essere vicini alla natura rende più facile l’esperienza del divino, in nessun altro posto è altrettanto facile.

Quindi sfrutta al massimo questi tre giorni incredibili. Rimani in isolamento, da solo, e non parlare, a meno che non sia necessario. E anche se tutti sono tranquilli, continua a restare da solo. Un meditatore deve essere solo. Qui ci sono molte persone, perciò quando tutte sono sedute in meditazione può sembrare che ci sia un gruppo di persone che meditano. Ma la meditazione è individuale, un gruppo non può meditare. Qui sei in un grande gruppo, ma quando vai dentro di te sarai solo.

Quando chiudi gli occhi sarai solo, e quando sei in silenzio non ci sarà più alcun gruppo. Ci saranno qui duecento persone, ma ognuna sarà per conto suo e non con gli altri centonovantanove meditatori. La meditazione non può essere fatta collettivamente. Qualunque preghiera, qualunque meditazione è individuale, è privata.

Mentre sei qui rimani da solo, e anche quando te ne andrai da qui. E per la maggior parte del tempo, rimani in silenzio. Non parlare. Ma non sarà sufficiente limitarsi a non parlare, avrai anche bisogno di fermare consapevolmente il costante chiacchierio presente dentro di te. Tu parli con te stesso, e ti rispondi – cerca di acquietarti e lascia andare anche quello. Se ti è difficile interrompere questo chiacchierio interiore, allora, con fermezza, dì a te stesso di smetterla con tutto quel rumore, dì a te stesso che non ti piace il rumore.

Parla con il tuo io interiore. In quanto meditatore, è importante dare suggerimenti a se stessi. Provaci qualche volta. Siedi da solo da qualche parte, e dì alla mente di smettere di chiacchierare, dì alla mente che non ti va, e rimarrai sorpreso di vedere che per un momento il chiacchierio interiore si ferma.

Per tre giorni autosuggestionati dicendo a te stesso che non parlerai. Nel giro di tre giorni noterai la differenza… passo dopo passo, a poco a poco, il chiacchierio diminuirà.

 

Non prestare attenzione ai tuoi problemi

Il quarto punto: potresti sentirti a disagio, avere dei problemi – non devi prestar loro attenzione. Se incontri un piccolo problema o difficoltà, non dar loro attenzione. Non siamo qui per distrarci.

 

Recentemente, ho letto la storia di una monaca cinese. Stava visitando un villaggio di poche case, si stava facendo buio e la monaca era da sola, quindi andò nella piazzola di fronte alle case e chiese agli abitanti del villaggio: “Per favore, lasciatemi stare in una delle vostre case.”

Per loro era un’estranea, e oltre tutto era di un’altra religione, così gli abitanti del villaggio le chiusero le porte in faccia.

Il villaggio successivo era molto lontano, era buio ed era da sola. Quindi dovette passare la notte in un campo e dormire sotto un ciliegio. Nel bel mezzo della notte si svegliò – faceva freddo, per questo non riusciva a dormire. Sollevò il viso e vide che i fiori si erano aperti tutti, l’albero era ricoperto di fiori. Ed era sorta la luna, e il chiaro di luna era bellissimo. Fu un momento di gioia immensa.

La mattina ritornò al villaggio e ringraziò tutti coloro che le avevano rifiutato l’ospitalità per la notte. Quando le chiesero per cosa, rispose: “Per il vostro amore, per la vostra compassione e gentilezza nel chiudermi le porte la notte scorsa. Grazie a voi ho potuto vivere un momento di gioia incredibile. Ho visto il ciliegio in fiore e la luna nella sua gloria, ho visto qualcosa che non avevo mai visto prima. Se mi aveste offerto un riparo non li avrei visti. È allora che ho compreso la vostra gentilezza, la ragione per cui mi avete chiuso tutte le porte in faccia.”

Questo è un modo di considerare le cose. Nel caso ti fossi trovato tu nei suoi panni, forse ti saresti sentito furioso per tutta la notte. Avresti forse sentito così tanto odio, così tanta rabbia verso quella gente da non vedere neppure i fiori del ciliegio che sbocciavano o la luna che si levava, per non parlare del senso di gratitudine. Non avresti sentito nessuna di queste cose.

C’è un altro modo di prendere la vita – ed è quando sei colmo di gratitudine per ogni cosa. E durante questi tre giorni dovresti ricordarti di sentirti grato per qualunque cosa. Sentiti grato per ciò che ricevi e non preoccuparti di ciò che non ricevi. Questo è il fondamento della gratitudine, su questa base nascono serenità e semplicità.

 

Una tecnica per aiutare la meditazione

Per riassumere, vorrei dirti che in questi tre giorni dovrai cercare in tutti i modi di andare dentro di te, di meditare ed entrare nel silenzio.

Per questo viaggio, occorre una volontà ferrea. La mente conscia, dove ha luogo l’intero processo del pensiero, è solo una piccola parte, il resto della mente è ancora più profondo. Se dovessimo dividere la mente in dieci parti, la mente conscia sarebbe solo una parte, le altre nove parti sono mente inconscia. Il pensiero razionale ha luogo solo in una parte, ma il resto del cervello non ne è consapevole. Il resto del cervello non ne sa nulla.

Quando prendiamo la decisione consapevole di meditare, di entrare in samadhi, nella beatitudine suprema, la parte più vasta del cervello resta all’oscuro di questa decisione. Questa parte inconscia non ti sosterrà nella tua decisione. Ma se non riceviamo il suo sostegno non potremo mai riuscire. Per ricevere tale sostegno dobbiamo fare uno sforzo consapevole e determinato. Ora ti spiegherò in che modo fare questo sforzo consapevole.

Quando ti alzi, fallo con determinazione, e la sera, quando vai a dormire e ti sdrai sul letto, pensa per cinque minuti alla tua decisione e ripetila a te stesso mentre ti addormenti.

Voglio spiegarti un esercizio per diventare determinati, che poi userai qui e nella vita normale: con questa risoluzione tutta la mente, conscia e inconscia, deve decidere: “Sarò silenzioso, sono determinato ad avere un’esperienza di meditazione.”

La notte in cui Gautama il Buddha si illuminò, si era seduto sotto l’albero del bodhi e aveva detto: “Non mi alzerò da questo posto finché non mi illumino.”

Tu potresti pensare: “Cosa c’entra? Com’è possibile che il non alzarsi lo aiuti a illuminarsi?” Ma la decisione: “Non mi alzerò…” si era diffusa in tutto il corpo – e non si rialzò finché non si illuminò! Sorprendentemente, si illuminò quella notte stessa. E ci aveva provato per sei anni, ma mai prima con tale intensità. Ti darò un facile esercizio per rafforzare la tua determinazione. Lo faremo qui e anche la sera prima di andare a dormire.

Se espiri completamente e poi non inspiri, cosa accadrà? Se espiro completamente e poi mi chiudo il naso e non inspiro, cosa accadrà? Nel giro di pochissimo tempo tutto il mio essere cercherà di inspirare a ogni costo. Ogni poro del corpo e milioni di cellule imploreranno un po’ d’aria. Più trattengo il respiro e più il desiderio di respirare andrà nel profondo della mente inconscia. Più trattengo il respiro, e più la parte più interiore del mio essere chiederà aria. E se lo trattengo fino all’ultimo momento, il mio intero essere chiederà aria. Ora non è più un semplice desiderio, il livello superficiale non è il solo a esserne colpito. Ora è diventato una questione di vita o di morte, ora anche i livelli più profondi, i livelli nascosti, chiederanno più aria.

In quel momento, quando raggiungi lo stato in cui il tuo intero essere sta morendo soffocato, devi ripetere a te stesso: “Avrò un’esperienza della meditazione.” In quel momento, in cui tutta la tua vita desidera aria, devi ripetere questo pensiero: “Entrerò in uno stato di silenzio. Questa è la mia decisione: avrò un’esperienza della meditazione.” In questo stato, la tua mente dovrebbe ripetere questo pensiero, il tuo corpo chiederà aria e la tua mente ripeterà questo pensiero. Più forte è la richiesta d’aria, più la tua decisione entrerà in profondità. Il tuo intero essere sta lottando e tu continui a ripetere questa frase, allora la forza della tua decisione aumenterà moltissimo. In questo modo raggiungerà la tua mente inconscia.

Prenderai questa decisione ogni giorno prima della meditazione quotidiana, e la sera, prima di addormentarti, la ripeterai. Ripeti la frase, e poi vai a dormire. Mentre ti stai addormentando, anche in quel momento, falla diventare come un campanello che ti suona nella mente: “Farò l’esperienza della meditazione. Questa è la mia decisione. Conoscerò il silenzio.”

Questa risoluzione dovrebbe continuare a risuonarti nella mente cosicché non ti accorgerai neppure che ti stai addormentando. Nel sonno la tua mente conscia è inattiva e le porte sono aperte per la mente inconscia. Se la tua mente ripete di continuo questa idea mentre la mente conscia è inattiva, potrebbe anche entrare nel subconscio. E con il tempo noterai un cambiamento significativo – lo noterai persino in questi tre giorni.

Cominceremo l’esperimento prima di lasciare questo posto stasera. Lo devi fare cinque volte, devi inspirare ed espirare per cinque volte e ripetere il pensiero dentro di te per cinque volte. Se qualcuno ha problemi di cuore o altri problemi, non lo faccia con troppo vigore, ma più delicatamente. Fallo il più gentilmente possibile, non crearti disagi. Ho parlato della decisione di vivere un’esperienza. La devi ripetere ogni sera durante questi tre giorni, prima di dormire. Sdraiato sul letto, ripeti la frase mentre a poco a poco ti addormenti.

Se segui questo processo con diligenza e la tua voce raggiunge l’inconscio, il risultato è indubbio.

 

Tratto da The Path of Meditation, #1

Copyright © 1998 Osho International Foundation

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

COLTIVARE ROSE SULL’EVEREST

La sfida del creare una sintesi tra amore e consapevolezza

 

 

 

 

AMATO OSHO,

SE AMORE E CONSAPEVOLEZZA CRESCONO DI PARI PASSO, È POSSIBILE CHE L’AMORE DEL DISCEPOLO PER IL MAESTRO NON DIVENTI L’ULTIMO OSTACOLO?

 

Prem Shunyo, è possibile, ma se c’è qualcosa di difficile nell’esistenza, è proprio che amore e consapevolezza crescano di pari passo. Le persone trovano persino difficile crescere in una sola via. Per questo, di solito, scelgono o la via dell’amore o la via della consapevolezza.

Ma non si può negare che sia possibile, perché non esiste un antagonismo intrinseco fra consapevolezza e amore. Di fatto il mio sforzo consiste nel realizzare quello che Shunyo chiede. Voglio che tu cresca di pari passo in amore e consapevolezza, per essere Zorba e Buddha contemporaneamente. Zorba è amore, Buddha è consapevolezza. È più facile crescere in una via, ma è molto più ricco crescere in entrambe. Se si può crescere in entrambe contemporaneamente, allora il maestro non sarà l’ultimo ostacolo, perché amore e consapevolezza ti faranno diventare uno con il maestro.

Sulla via della consapevolezza il maestro è un ostacolo. Per questo Buddha dice: “Se mi incontri sulla via, tagliami immediatamente la testa.” Questo accade sulla via della consapevolezza, poiché l’insegnamento di Buddha non considera l’amore.

Ci sono state delle scuole d’amore, come i Sufi. Un Sufi non sarà d’accordo con Buddha. Egli dirà: “Se incontri il maestro sul cammino, diventa uno con lui.” Cerca di capire il mio approccio… è vero che è un po’ più complesso, ma sto cercando di fare in modo che il tuo amore e la tua consapevolezza vadano mano nella mano.

Ho un motivo per insistere che entrambe le vie crescano di pari passo. Le persone che sono cresciute nell’amore non hanno raggiunto i supremi picchi della consapevolezza. Hanno amato moltissimo l’esistenza, ma non sono diventate dei picchi di consapevolezza, come il picco dell’Everest. L’amore le rende ebbre, meno consapevoli. Mentre le persone che hanno seguito solo la via della consapevolezza sono diventate aride come il deserto. Non esiste un’oasi sul loro cammino, c’è solo deserto che diventa sempre più arido, ma queste persone hanno raggiunto il più alto picco della consapevolezza.

Lo sforzo di creare una sintesi tra amore e consapevolezza è il mio contributo al mondo, perché vorrei che tu fossi consapevole quanto Gautama il Buddha, ma non altrettanto arido.

Vorrei che fossi anche come Meera – così ricca che ancor’oggi le sue canzoni sono ineguagliabili: sono come un giardino in primavera. E non trovo che ci sia alcuna contraddizione. Perché le persone hanno scelto solo una via? L’hanno fatto perché è più semplice cavarsela con una sola. Averle entrambe è difficile, ma ne vale la pena. Se riesci a coltivare rose sull’Everest, hai esaudito il mio sogno: essere un nuovo tipo di sannyasin, un nuovo ricercatore di verità. Coltivare insieme amore e consapevolezza significa non dover rinunciare alla vita.

L’amore ti impedirà di rinunciare alla vita e la consapevolezza ti aiuterà a stare nel mondo senza essere del mondo. Le due vie possono essere complementari. Possiamo creare uno Zorba il Buddha con i piedi ben piantati per terra e con la testa che tocca le stelle.

Il mondo ha conosciuto i due tipi di esseri umani – gli innamorati e i meditatori – ma non ha mai cercato di avere entrambi. Questa sintesi creerà un nuovo tipo di ricercatore, per il quale il maestro non sarà per nulla un ostacolo.

 

tratto da The Razor’s Edge # 23

Copyright © 1988 Osho International Foundation

 

 

 

 

MALUMORE SOTTO CHOC

 

AMATO MAESTRO,

MI ACCORGO SEMPRE DI PIÙ CHE LA MIA ENERGIA È O MOLTO ALTA O MOLTO BASSA: A VOLTE MI ESALTO, POI RIPIOMBO GIÙ E MI VERGOGNO DI QUELLO CHE È SUCCESSO IN QUELLO STATO DI ESALTAZIONE. HAI UN METODO DA DARMI PER VEDERE QUANDO MI VIENE L’ECCITAZIONE E NON LASCIARMI PORTARE VIA PER NON IDENTIFICARMI CON LA DEPRESSIONE E PER TROVARE LE MIE RADICI E IL MIO EQUILIBRIO?

 

Latifa, la mente è quasi come l’oceano, onde dopo onde. Alcune onde sono più alte e nell’intervallo fra due onde c’è una depressione. Ci sono due modi per uscire da questo continuo processo di alti e bassi.

Il più facile è questo: quando sei estatica, quello è il momento per essere consapevole. Quando sei depressa, in agonia, la consapevolezza diventa più difficile. Quando fluisci nella gioia, nella beatitudine, quello è il momento per essere consapevole, ma le persone fanno esattamente il contrario. Quando sono felici, chi si preoccupa della consapevolezza? E quando sono angosciate, allora pensano che è il momento di essere consapevoli e uscire dall’angoscia. Ma nessuno è mai stato capace di uscire dall’angoscia direttamente.

Prima devi imparare a distaccarti dall’estasi. Se riesci a essere consapevole, prima di tutto, dei tuoi momenti felici, la depressione non verrà. L’uscita è dall’estasi. Questo è il modo più semplice. Sii felice e sii consapevole. Godi e sii consapevole. Ama e sii consapevole.

Non mettere da parte la consapevolezza dicendo: “Mi disturba, sono così estatica.” In questo caso la consapevolezza diventa un disturbo, ma non lo è. Può apparire come tale all’inizio, ma presto ti accorgerai che porta la tua estasi a picchi più alti. Alla fine consapevolezza ed estasi diventano una cosa sola. Quei momenti di depressione, di agonia scompariranno.

Il secondo modo, che viene inutilmente seguita solo da alcuni, è difficile. Ma il fatto che tu sia tedesca può forse essere un’indicazione che il secondo modo va bene per te. Cerca di diventare consapevole quando stai soffrendo – e non sei solo tu, molte altre persone nella storia ci hanno provato. Se non c’è sofferenza, sono capaci di crearla solo per diventarne consapevoli. Allora si mettono a digiunare e in questo modo creano la sofferenza; poi si mettono a vivere nudi negli inverni glaciali e in questo modo creano la sofferenza. L’essere umano è pieno di inventiva – si tortura in mille modi.

Ogni tanto una persona è diventata consapevole anche attraverso quell’esperienza; è inutilmente disumana, ma quasi tutte le religioni vanno predicando questo tipo di cose. La mente umana è attratta da ciò che è difficile, mentre ha tendenza a dimenticare ciò che è ovvio e semplice…

Io insegno ciò che è facile. Non sono favorevole ad alcun tipo di tortura inutile. Se diventa inevitabile, allora è un’altra cosa, ma abbiamo persino tentato di rendere delle sofferenze inevitabili delle occasioni di trasformazione.

Per me la strada più facile è ciò che ti dà gioia. Danza, canta… e mentre danzi e canti, sii consapevole.

Non perderti e non identificarti.

La vecchia abitudine della mente è quella di identificarsi con ogni cosa. La mente si identifica immediatamente con ciò che succede. La mente non funziona come uno specchio, funziona come un film. Qualsiasi cosa le si presenta, vi rimane stampata. Lo specchio rimane vuoto. Le persone vanno e vengono, su e giù… lo specchio non si identifica con nulla.

Io ti insegno la celebrazione, la gioia perché so che questa è la porta che si apre sul tuo risveglio finale. Una persona piena di gioia è vicina all’esistenza. Più grande è la sua gioia, minore è la distanza che la separa dal cuore dell’universo.

Nella tua agonia sei solo: il cuore dell’universo è molto lontano. La tua agonia ha creato la distanza. Quando sei in agonia – è umano e succede una volta tanto – resta consapevole. Se sei stato capace di rimanere vigilante quando la danza e i fiori si riversavano su di te, non sarà per nulla difficile essere consapevole quando qualcosa va storto. Puoi essere un testimone – distaccato, non identificato.

Questa è la via dello specchio. E questa è la via di coloro che hanno conosciuto la natura umana più profondamente delle cosiddette religioni e dei cosiddetti psicanalisti, dei cosiddetti saggi. Ma dipende da te. Se ti piace autotorturarti, allora ti conviene scegliere i momenti di infelicità per praticare la consapevolezza. Ma se sei intelligente e comprensivo, sceglierai la via più facile e più accessibile.

In ogni caso, qualsiasi cosa tu scelga, il risultato è lo stesso: la consapevolezza ti renderà libero dall’identificazione. Puoi provare entrambe; alcune persone si perdono quando sono felici. Forse è difficile per loro essere consapevoli quando sono felici. La mente dice: “Perché c’è bisogno della consapevolezza? In questo momento felice e beato, cosa c’entra la religione? Sei giovane e sei in buona salute e sei innamorato, che bisogno c’è di fare intervenire la chiesa proprio adesso?” Certo, quando diventerai vecchio, con un piede nella fossa, allora ti ricorderai di dio – ma sarà troppo tardi, solo allora pregherai dio – ma sarà troppo tardi.

Con me non c’è dio. Non c’è nessuno che ti perdonerà e la preghiera non ha alcun senso. Devi cambiare. Devi capire il meccanismo della trasformazione ed è molto semplice.

Durante una passeggiata mattutina, quando gli uccelli sono gioiosi e gli alberi sono baciati dal sole e ti senti in pace, diventa consapevole. Qualsiasi cosa succeda non dovrebbe accadere in uno stato di inconsapevolezza: sii semplicemente consapevole. Ciò non vuol dire che devi verbalmente ripetere dentro di te: “Guarda, gli uccelli cantano. Guarda, gli alberi sono felici. Guarda, quanta pace si sente…” Questo è il modo migliore per distruggere ogni cosa.

Non devi verbalizzare.

Devi sperimentare.

Ogni volta che scopri un momento che merita di essere goduto, in quel momento, sii consapevole. Piano piano la tua vigilanza diventerà parte di te. E il lavoro della consapevolezza è proprio quello di distruggere le identificazioni.

Una volta ogni tanto ti sentirai depresso per mille ragioni – ci sono delle nubi nere, la vita sembra senza senso… La vigilanza che hai conquistato, rafforzato e cristallizzato nei momenti di gioia, verrà in tuo aiuto. Rimarrai a distanza e nel profondo di te stesso saprai: “Tutto ciò sta accadendo ma non a me, solo intorno a me – e continua a cambiare. La mia consapevolezza rimane come uno specchio, che riflette soltanto, senza identificarsi.”

Ma le vecchie abitudini, Latifa, sono dure a morire e richiedono grandi sforzi: ce le hanno inculcate fin da piccoli. Se è vero che ci sono state altre vite prima, allora ci portiamo dietro dei condizionamenti che gli scienziati hanno calcolato siano vecchi di almeno dieci milioni di anni. Il condizionamento più pericoloso che esista, per quanto riguarda il risveglio e l’illuminazione, è l’identificazione.

Ti ci vuole una frazione di secondo per identificarti, per farti dimenticare che anche questo passerà. Aspetta un attimo… il vecchio fidanzato ti ha lasciata? Considerati fortunata: “Che grande occasione!” Questo è il mio insegnamento: lascia andare il vecchio perché il nuovo sta arrivando. Ci vorrà un po’. In questo vuoto, dipende da te essere infelice o aspettare con vigilanza.

Continua giorno dopo giorno. La mattina sei di cattivo umore e sai che ti è successo molte altre volte prima di oggi, non durerà, perché preoccuparsi? Lascia che l’umore sia pessimo. Perché sentirti coinvolta? Perché nutrirlo con la tua attenzione, quando sai che ogni attenzione è nutrimento?

Limitati a guardare, lascia che il vecchio cattivo umore si prenda uno shock…

“Cosa sta succedendo? Latifa mi ha sempre accolto… qualcosa è cambiato. Se ne sta seduta in silenzio, senza nemmeno far caso al suo vecchio cattivo umore.”

Ma tu non ricordi la tua vita e i suoi schemi. Questi alti e bassi non succedono a te, stanno accadendo solo nella tua mente, e tu non sei la mente. Puoi metterti in disparte e osservare. Scegli la via che vuoi, ma togliti l’antica abitudine di cadere sempre nella vecchia trappola. La prima volta sei perdonato perché ti muovi in un territorio sconosciuto, ma se ricadi nella stessa trappola la seconda volta e la terza e la centesima… allora sembra proprio che hai deciso di cadere nella trappola, costi quel che costi. Non è la trappola, è la tua decisione – o forse non sei per nulla consapevole e inciampi nel buio come un sonnambulo. I sonnambuli sanno fare meglio.

Questa vecchia abitudine è da cambiare. E non si tratta di fare uno sforzo per cambiarla. Non decidere: “Cambierò.” Una semplice comprensione, una semplice chiarezza di tutta la situazione e il vecchio cambia. Ma persino gli adulti si comportano come bambini immaturi, senza dimostrare di essere veramente adulti. Sembra piuttosto che stiano invecchiando, non crescendo.

 

I genitori di Pierino sono inorriditi. Il bimbo, a quattro anni sta imparando a parlare correntemente, il che è delizioso, ma quasi in ogni frase usa la parola ‘cazzo’. Dopo aver provato tutti gli stratagemmi per farlo smettere, ma senza riuscirci, decidono di ricattarlo. Gli dicono che può andare alla festa di compleanno di Giorgia se smette di imprecare. Hanno detto alla mamma di Giorgia di mandare immediatamente a casa Pierino se lo sente pronunciare la parola disgustosa e indecente.

Il sabato pomeriggio alle due e mezza Pierino va alla festa, ma alle tre è di nuovo a casa in lacrime.

“Ti ho detto di non usare quella parola,” dice il padre.

“Non ho usato quel cazzo di parola,” grida Pierino. “È che quella festa del cazzo era per il prossimo cazzo di sabato.”

 

Se osserviamo il nostro comportamento, scoprirai che non c’è molta differenza. La stessa cosa continua a ripetersi. Lascia che la comprensione prevalga – una semplice comprensione. Sii consapevole di questo silenzio: non usare parole, non giudicare.

Lascia che qualsiasi cosa succeda venga riflessa. Questo è il metodo usato per non identificarsi con i nostri alti e bassi e per creare un equilibrio nella nostra vita.

 

tratto da Om Shantih Shantih Shantih, # 10

Copyright © 1988 Osho International Foundation

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IL TERZO OCCHIO

È il tuo modo di vedere che determina il mondo

 

 

 

Noi non viviamo nello stesso mondo, perché i nostri modi di guardare sono diversi. Ci sono tanti mondi quante sono le persone e da qui nascono gli scontri, in amore, in amicizia, perché due modi diversi di vedere non possono andare d’accordo. Si accavallano, entrano in collisione e cercano di manipolarsi l’un l’altro, di dominarsi reciprocamente. Ma la causa profonda di tutto ciò è che ci sono due modi di vedere e c’è in corso una grande lotta per stabilire chi vince, quale occhio è quello giusto. La religione è un modo di vedere con gli occhi chiusi. La scienza osserva con gli occhi aperti, guarda fuori. La religione osserva con gli occhi chiusi. Quando questi due occhi sono chiusi, completamente chiusi, si apre un terzo occhio all’interno – questo è khabiro. I due occhi creano una dualità, e non c’è da stupirsi se qualsiasi cosa tu veda è sempre divisa in due.

Per esempio, quello che tu chiami amore e odio è una sola energia, non sono due energie, è una sola energia. Non c’è divisione. Ma quando guardi con due occhi, sembra che ci siano amore e odio. Invece c’è solo odio/ amore, c’è solo buio/luce, non buio e luce. C’è solo freddo/caldo, non caldo e freddo. Sono i due occhi a creare l’ “e”. L’intera realtà appare divisa. I due occhi funzionano come un prisma nel quale penetra un raggio che si scompone in sette colori. E il raggio era bianco immacolato. Quando era uno, indiviso, era bianco immacolato. Quando è diviso diventa multicolore – non è più bianco, non è più uno. Quando vai dentro di te, c’è il terzo occhio. I due occhi si incontrano in un punto profondo dentro di te. Non si incontreranno mai al di fuori, non si possono incontrare. Più guardi lontano, più gli occhi sono lontani; più guardi vicino, più gli occhi sono vicini. Quando chiudi gli occhi, diventano uno. Questo è “khabiro” e quest’occhio può vedere la realtà per quello che è. È un vedere senza vedere. È un vedere senza nessun tramite. È un vedere senza corruzioni. I sette colori si sono ricomposti in uno, che è ridiventato bianco.

Le persone ci tengono molto ad avere dei begli occhi. Dovrebbero piuttosto essere interessate ad avere un bellissimo modo di guardare le cose. Invece di avere dei begli occhi, abbi una bellissima visione. Vedi ciò che è uno, indiviso, eterno – è quello che intendo quando dico ‘vedere bello’. Ed è possibile, è alla nostra portata, solo che non abbiamo mai provato a raggiungerlo. Non abbiamo mai visto la potenzialità. Non abbiamo mai attualizzato questa possibilità. È rimasta a livello di seme: il terzo occhio è rimasto come un seme.

Quando l’energia entra e cade sul terzo occhio, esso inizia ad aprirsi, diventa un fiore di loto, fiorisce. Improvvisamente il tuo intero stile di vita viene trasformato. Sei una persona diversa, non sei più la stessa, non puoi più essere la stessa e il mondo non può più essere lo stesso. Tutto è come prima, eppure nulla potrà più essere lo stesso. Sei arrivato ad avere un occhio solo.

Questo sarà il tuo lavoro: medita sempre di più con gli occhi chiusi, prova sempre di più a guardare dentro. All’inizio sarà difficile. Dentro c’è molto buio perché abbiamo dimenticato del tutto di guardare dentro; questo spazio è stato trascurato, ignorato. Piano piano le vecchie abitudini, dure come pietre, si spezzeranno e sarai in grado di sentire, di capire, di procedere a tentoni, e piano piano entrerai in sintonia e sarai in grado di vedere con un solo occhio.

All’inizio ci sarà buio pesto, come quando vieni dal sole e dal caldo ed entri in casa. È buio, e per alcuni secondi non sei in grado di vedere, poi gli occhi si abituano. A poco a poco la stanza non ti appare più così scura, piano piano si riempie di luce.

Lo stesso accade nel mondo interiore. All’inizio ogni cosa diventerà buia, ma se persisti – e la perseveranza è meditazione, se sei paziente – e la pazienza è meditazione, se continui ad andare in profondità, un giorno incontrerai la sorgente della tua energia. Improvvisamente il buio scompare e tutto è luce – una grandiosità e uno splendore tali, che mai ti saresti sognato.

 

tratto da

The Ninety-Nine Names of Nothingness, # 26

    (ritorna al SOMMARIO)

 

 

 

 

 

RICERCATRICE PER CASO

Un lungo e magico percorso per incontrare il Maestro e imparare a dire di sì!

di Ma Deva Tharsita

 

 

Siamo nel 1976, ho 35 anni e lavoro in una struttura ospedaliera psichiatrica d’avanguardia che si ispira alla linea basaliana “Apriamo i manicomi e umanizziamoli”. Sono già quattro anni che passo il mio mese di ferie nei paesi del Medio Oriente.

Quest’anno, dopo aver visto una serie di diapositive sull’India, decido che è tempo di visitare questo magico e misterioso paese.

È un viaggio organizzato che mi porterà dal Kashmir al Ladhak e poi ad Agra, Benares e New Delhi.

Le prime due settimane si viaggia al nord tra i laghi di Shrinagar e le montagne ai piedi dell’Himalaya. A Shrinagar si vive in un’atmosfera da mille e una notte, con le case galleggianti ornate di variopinti tappeti kashmiri e circondate da fiori di loto. L’entusiasmo e la meraviglia di fronte a tutto ciò crea tra noi turisti un grande scambio di impressioni e confidenze. Molti non sono alla loro prima esperienza in India e mi sembrano molto informati su tante cose. Sanno, per esempio, che in Kashmir, non lontano dalla capitale, c’è un piccolo cimitero ebraico dove si dice sia sepolto il corpo di Gesù: a sostegno di ciò mi mostrano un libro dove è riportata la notizia. L’autore racconta che Gesù venne tolto dalla croce tre-quattro ore dopo la crocifissione, mentre per morire sulla croce ebraica ci vogliono almeno 12-24 ore. Tolto dalla croce e deposto nella tomba di un suo discepolo, Nicodemo, durante la notte venne portato via da quella tomba da altri discepoli che lo curarono e lo seguirono nella fuga verso la montagne himalayane.

Questo percorso non era sconosciuto agli ebrei, dal momento che nello stesso cimitero sembra si trovi anche la tomba di Mosè.

Molto scettica, decido comunque di seguirli nell’escursione che da Shrinagar porta a questo paesetto chiamato “Pelgan” che significa “il pastore.” Il posto ha un’aria abbandonata, per poter entrare c’è bisogno dell’aiuto del custode che ci apre il cancello. In silenzio entriamo ed è tutto così piccolo che bastano due passi per ritrovarsi di fronte a una tomba con una scritta sul marmo bianco e con accanto la scultura di due piedi con i segni dei chiodi, come per confermare che quella è proprio la tomba di Gesù.

In due settimane, viaggiando in pullman e pernottando in campeggio, percorriamo la distanza che separa il Kashmir dal Ladhak, chiamato anche “piccolo Tibet indiano”, costellato di monasteri lamaisti.

L’incontro con la semplicità e la spiritualità di questa gente, l’imponenza dei monasteri tutti bianchi che si ergono appoggiati alla roccia, alti come palazzi di cinque-sei piani, che quasi sempre hanno al loro interno un Buddha di legno scolpito, alto quanto il monastero, sono delle lezioni di semplicità, grandezza e religiosità che fanno saltare tutte le misure e i riferimenti della mia cultura occidentale.

Dopo questo “bagno” nei Gompa, così si chiamano i monasteri tibetani, proseguiamo il viaggio in aereo che ci porta a Benares davanti al Gange, dove stanno cremando un numero imprecisato di salme contemporaneamente.

A me che vengo dall’Occidente, dove l’idea stessa della morte viene rimossa, questa visione provoca uno shock e un rifiuto viscerale.

Il giorno dopo andiamo a Sarnat, alla periferia di Benares, dove c’è un museo buddhista e dove si dice che Buddha abbia tenuto il suo primo discorso.

Per un po’ seguo la guida che spiega il significato dei vari reperti, ma mi annoio presto ed esco dal retro del museo a cercare le tracce del vecchio monastero buddhista. Fa molto caldo e vedo solo alcune pietre sparse qua e là e nessun’altra traccia.

E mentre mi aggiro in questo vuoto mi arriva una comprensione: “LA VERITÀ È UNA SOLA, e di tanto in tanto appare un Maestro che ce la viene a ripetere.” Provo un senso di pienezza, di libertà e fratellanza in questa unità di tutti i messaggi. Capisco che aver separato gli esseri umani in tante religioni è una frattura che fondamentalmente non aiuta di certo la comprensione della verità.

E qui finisce il viaggio organizzato.

 

 

“Quando dici no

qualcosa in te si contrae.

Quando dici sì

qualcosa in te si espande.

Tutte le volte che dici sì

sei in armonia con l’universo

e tutte le volte che dici no

sei diviso dall’esistenza”

Osho

 

 

Ma qualcos’altro era successo proprio all’inizio del viaggio.

Quando eravamo a Shrinagar il capo comitiva aveva offerto quattro biglietti gratuiti per un volo Delhi-Bombay a chi voleva proseguire la vacanza. Le stesse persone che mi hanno fatto visitare il cimitero dove si dice sia sepolto Gesù, mi suggeriscono di seguirle in questo viaggio, che io non avevo assolutamente in progetto di fare e mi presentano così bene la cosa che accetto. Loro hanno infatti in programma di andare a Goa (famosa spiaggia sull’Oceano Indiano frequentata dagli hippy).

Un altro amico, che invece proseguirà per Pondichery, ci dice che vicino a Bombay, esattamente a Puna, c’è un Ashram con un Maestro vivente frequentato da molti occidentali.

Siamo negli anni Settanta, gli anni in cui l’India rappresenta un’alternativa a una situazione sociale gonfia di promesse di cambiamento, ma che in realtà non si muove di un millimetro. Io faccio parte di quell’onda di viaggiatori molto curiosi che, avendo conosciuto solo una religione tradizionale, sono affascinati dall’idea di visitare un Ashram dove c’è un Maestro vivente. Sono molto emozionata, e quando entro nell’Ashram ho la sensazione di essere su un altro pianeta.

Le cose che mi sembrano irreali sono soprattutto le facce e gli occhi delle persone che frequentano questo luogo.

C’è un forte senso di vitalità e libertà di espressione, gioia e scambio d’amore, senza i vecchi tabù, come se tutti fossero di nuovo tornati bambini. Tutte queste persone sono vestite di arancione e portano al collo una strana collana di legno con la foto del Maestro. Uomini e donne hanno capelli lunghi e occhi luminosi, grandi e felici.

Mi propongono subito di fare una meditazione che, di fatto, è una danza. Dopo due giorni di queste danze mi trovo a piangere a dirotto senza motivo apparente, ma nessuno si stupisce di questo fiume di emozioni e anzi mi incoraggiano a proseguire. Sono curiosa e spaventata, ma si tratta ormai di una sfida tra me e queste emozioni represse che finalmente rompono le dighe e diventano un fiume. Mi consigliano comunque di chiedere un incontro con il Maestro, un darshan, che significa incontro cuore a cuore con il Maestro.

La sera fatidica in cui devo essere ricevuta sento di aver bruciato ogni mia resistenza. Mentre mi avvio per sedermi di fronte al Maestro, sento questo messaggio che viene da tutto il mio essere: “Non so chi sei, non so cosa vuoi, ma hai vinto.”

Vengo accolta con un gran sorriso, a cui segue subito la domanda:

 

“Hai qualcosa da dirmi?”

Io rispondo lì per lì: “Sono appena arrivata e tutto quello che credevo di sapere non mi sembra più giusto ora.”

Grande sorriso di nuovo: “È vero, è proprio così! Hai trovato una cosa molto fondamentale. Ma io posso insegnarti a scoprire ciò che è giusto, non ci sono problemi.”

“Cosa devo fare?”

“Prima vestiti di arancione e diventa una sannyasin.”

Acconsento e Osho mi porge il mala, collana di legno con la foto del Maestro e dice: “Questo è il tuo nuovo nome: Ma Deva Tharsita. Deva significa divino e Tharsita significa assetata, assetata di divino. Questo è quello che sei stata tutta la tua vita: assetata, assetata e assetata. Ma ora non c’è bisogno di restare assetata… puoi bere da me.”

Alla domanda di Osho, “Qual è il tuo lavoro?”, rispondo che lavoro in un ospedale psichiatrico e aggiungo che potrei far conoscere là il suo lavoro, al che Osho commenta:

“Prima devi fare qualcosa dentro di te. Prima devo cambiarti e poi sarai capace di aiutare le persone a cambiare. Tu puoi fare la rivoluzione in quell’ospedale psichiatrico. Prima cercheremo di cambiare i dottori e poi i pazienti.”

Alla parola rivoluzione affermo di avere già iniziato un tipo di rivoluzione politica e Osho commenta sorridendo:

“Ora sei arrivata alla vera rivoluzione. La rivoluzione politica non è che una riforma. Cambi solo la forma e la chiami rivoluzione, ma non è così. I veri problemi rimangono gli stessi. A meno che l’uomo cambi da dentro, nulla cambia.

Tu puoi cambiare la struttura economica o la struttura sociale, ma se l’uomo rimane lo stesso, non cambierà nulla, perché l’uomo è la realtà di base. Nella società le cose sono sbagliate, perché c’è qualcosa di sbagliato nell’uomo, e non viceversa.

C’è così tanto malessere nella società perché c’è così tanta gente che proietta il proprio malessere interiore sulla società. La società non ha un’anima, solo l’uomo, l’uomo come individuo, ha un’anima. E la vera rivoluzione può solo accadere nell’anima” E sorridendo davanti alle mie lacrime, Osho conclude: “Ma ora la vera rivoluzione sta accadendo!”

 

Il giorno seguente nel discorso mattutino, alla domanda su come un discepolo arriva al maestro, Osho risponde: “Quando il discepolo è pronto, il Maestro appare.” Questo è l’incontro tra Maestro e discepolo. Cosa poi accade veramente al discepolo va al di là di ogni aspettativa e di ogni previsione, ma se oggi mi guardo indietro posso trovare il filo conduttore del percorso che ho fatto in tutti questi anni: ho imparato a dire sì.

Una volta tornata in Italia, nel mio paesetto e nel mio ospedale psichiatrico, non mi sento più in grado di reggere le contraddizioni del vissuto quotidiano.

Ho capito che la realtà con la quale mi sono identificata mi separa dal mio essere.

Ho assaporato per un attimo cosa vuol dire essere e, rientrando, mi accorgo che mi si chiede solo di fare, l’essere non viene coltivato.

Ho molta paura, perché il mio fare non ha più senso e il non fare mi è del tutto sconosciuto. Devo regalarmi il tempo per essere e, come se fossi dotata di raggi X, comincio a vedere e a capire che l’altro, l’esterno, è una fuga da sé e che bisogna prendere la torcia puntata verso l’esterno e girarla di 180 gradi, per vedere chi è colui che porta la torcia. Per fortuna c’è il Maestro. Ho bisogno di stargli vicina, perché nessun altro è in grado di aiutarmi, se non questo grande faro, questa presenza, questa amorevole consapevolezza.

E così mi ritrovo ora in India, ora negli Stati Uniti, ora a Creta a sorbire come oro colato la grazia di questa presenza che ha il potere di rendere tutto celebrazione. Nel 1987, tornata in India, espongo a Osho questa mia paura.

 

 

“Il no è la mente.

Il sì è la tua anima.

Puoi scegliere,

non c’è alcun problema.

Ma se rimani una sannyasin

non puoi continuare ad avere il no.

La libertà verrà,

ma verrà

dalla porta del sì.”

OSHO

 

 

“Ho avuto un barlume di cosa vuol dire semplicemente essere. Ma ho così tanta paura del non fare. Ho la sensazione di essere ferma. Cos’è questa paura?”

Il Maestro mi dice che quando la goccia si avvicina all’oceano ha sempre paura. Con grande amore e saggezza aggiunge:

“Se l’oceano ti fa paura, se la sostanza stessa della vita ti fa paura, il solo modo per evitarla sarebbe dire: « È solo un’allucinazione, un’illusione, un sogno. Non è una realtà » Puoi proteggere il tuo piccolo ego, ma esso è la causa di tutti i tuoi problemi. Devi stare molto attenta al tuo ego, perché il linguaggio dell’ego è il no. Il linguaggio dell’essere è il sì. Queste due semplici parole appartengono a piani diversi della vita: il no è il più basso e il sì è il più alto. Dì di sì.”

 

Da quel momento tutto diventa più facile. L’esperienza del sì si fa sempre più profonda. E da questo senso di pienezza nasce l’Osho Mulya Meditation Center (Mulya vuole dire valore), un gioco tutto nuovo che devo continuamente reinventare, attingendo dalla mia esperienza e dal mio rapporto con la realtà. Ci vuole molta fiducia, una qualità che cresce con la meditazione e l’amore per il Maestro. Ho capito che non si tratta di lottare, ma di scorrere, di lasciarsi andare, di essere disponibile.

E il mio koan è dire sì.

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arrivare nel corpo

Ma Prem Radika descrive gli effetti di una serie di sessioni di Rebalancing

 

 

Un cliente prima e dopo aver ricevuto delle sessioni

 

 

“Chiudi gli occhi e lasciati arrivare nel corpo,” dice Mamta, mentre me ne sto in piedi, piuttosto impacciata, in attesa della mia prima sessione di Rebalancing.

Entrare in contatto con il mio corpo in questo modo deliberato e consapevole mi dà un senso di avventura, è strano comunicare così con questo tempio dell’anima che sono solita dare per scontato – a volte lo amo e lo apprezzo, altre no, e spesso lo considero semplicemente come una macchina che mi permette di andare avanti. La sessione mira a “riequilibrare” il corpo, un termine che mi fa supporre che il mio corpo possa aver perduto il suo equilibrio. E in realtà, mentre Mamta mi guida dolcemente a entrare in contatto con il corpo, noto che non sento per nulla le anche, che ho tensione nei polpacci, che le ginocchia tremano, che i piedi sono freddi nonostante fuori faccia caldo. Il collo e la zona attorno agli occhi sono tesi. Ovvio, visto che lavoro tutto il giorno al computer. La pancia è calda e rilassata, ma in generale non mi sento molto “a casa” e a mio agio nel corpo. Negli ultimi mesi ho trascurato molto il suo bisogno fondamentale di movimento.

Questa è la prima di una serie di quattro sessioni. Mentre me ne sto distesa sul lettino, Mamta comincia a lavorare sul mio corpo, partendo dalla testa per poi passare al torace. È un tipo di massaggio molto intenso, che va in profondità, le mani di Mamta si muovono esperte e precise su muscoli e tessuti. Mi chiede di respirare attraverso la bocca e lasciar emergere qualunque suono mi venga naturale.

Presto sento che tra noi nasce una specie di danza: il suo tocco, la mia risposta con il respiro e il suono creano un forte flusso di energia nel mio corpo. Contemporaneamente, entro in uno spazio di rilassamento profondo – a volte quasi mi assopisco – che mi conduce in meditazione, soprattutto durante il massaggio delle gambe.

Le sensazioni che provo vanno dal piacere rilassato al dolore, quando vengo invitata a lasciar che i blocchi energetici si dissolvano. Questo scioglimento dei blocchi sembra essere il “lavoro” che dobbiamo fare insieme… Mamta conclude la sessione lavorando sulla schiena, che ha bisogno di cure speciali ed è grata di ricevere così tanta attenzione. Dopo avermi lasciata riposare un pochino, mi invita a rimettermi in piedi e sentire il mio corpo. Che differenza! Mi sento attraversare da forti ondate di energia, calde e quasi elettriche, che mi fanno sentire molto viva.

Noto che prima della sessione sentivo il corpo come diviso, mentre ora è un “pezzo unico”. Ho anche una gradevolissima sensazione di apertura e distensione. Mentre cammino lungo i vialetti della Comune, mi sembra di saltare su soffici nuvole rosa. Il mio modo di danzare durante l’Osho White Robe Brotherhood la sera è diverso rispetto alle ultime settimane: più libero e sciolto – le vecchie strutture corporee mi sembrano svanite, dopo una sola sessione.

Ma due giorni più tardi, la schiena e il collo cominciano a farmi male, come se il mio corpo volesse mostrarmi con chiarezza quanto mi sono lasciata andare alla pigrizia scegliendo solo il “comfort”, senza badare ai suoi bisogni.

Seconda sessione: all’inizio, mentre Mamta studia il mio corpo, noto che c’è molta più leggerezza e un maggior senso di integrazione. Mi sento meno divisa. Quando lavora sulla schiena, sento salire emozioni dolorose che dovevano essere bloccate e congelate lì. Oggi collo e viso ricevono molta attenzione, ed è bello essere toccati con dolcezza e amore. Durante il colloquio post-sessione sono sorpresa di notare che mi sento più in contatto con la terra, sebbene non sia stato fatto alcun lavoro sulle gambe; collo e testa sono così leggeri che non pensavo ci si potesse sentire così. Sono pervasa da un profondo senso di gratitudine.

Terza sessione: che differenza rispetto al primo incontro! Mi sento più a casa nel mio corpo. È molto più vivo e flessibile, anche se la schiena manda ancora messaggi di dolore e rigidità.

Ora comprendo molto chiaramente questi messaggi: “Muoviti, fai un po’ di stretching, gioca, dammi attenzione, e ti sentirai felice e in forma.”

Oggi osserviamo la differenza tra il lato sinistro e quello destro del corpo e, di nuovo, noto una divisione. Il lato destro mi sembra più piccolo, più debole, con meno energia. Mamta inizia a massaggiare il lato destro e questa volta sono in grado di lasciarla lavorare più in profondità muscoli e tessuti.

Quando mi tocca in un punto che fa male, comprendo che questo “fa male” è una mia interpretazione. Quasi sempre sono in grado di trasformare questa sensazione “poco piacevole” attraverso un respiro profondo, immaginando che il respiro vada direttamente nell’area interessata, e immediatamente l’energia comincia a muoversi, a fluire.

A metà della sessione, dopo aver completato il lato destro, Mamta mi chiede di alzarmi e sentire la differenza tra i due lati. La differenza è enorme! Ora è il lato sinistro che mi sembra piccolo, freddo, rigido, mentre il destro è caldo, aperto, tonificato, flessibile. Non vedo l’ora di sentirmi allo stesso modo anche sul lato sinistro – è una sensazione piacevolissima. Sdraiandomi sul lettino da massaggio una volta di più capisco che, sebbene sia possibile che qualcuno lavori sul mio corpo per rimetterlo in equilibrio, questo lavoro non fa altro che ricordarmi quanto bene posso stare se do attenzione ai miei bisogni fisici quotidiani.

Sessione quattro: Mamta decide di lavorare sul lato interno delle gambe, perché quando cammino ho la tendenza a tenere in fuori il piede destro. Mi spiega che i muscoli e i tessuti sono spesso incollati gli uni agli altri e lavorando su quest’area si separano di nuovo.

Capisco che potrebbe essere una sessione dolorosa e inizio a respirare coraggiosamente in quelle parti dove le dita di Mamta entrano profondamente nei muscoli. Mi ritrovo a pensare: “Mi fa male e io non voglio sentire questo dolore.” In quel momento, Mamta dice: “Muoviti verso le mie dita,” e, mentre lo faccio, respirando e gemendo, e accogliendo il suo tocco invece di rifiutarlo, immediatamente la qualità dolorosa della sensazione passa e sento un intenso passaggio di energia, come un fuoco che mi sale dalle gambe e scioglie strutture congelate e blocchi di energia. Ancora una volta vedo quali profondi cambiamenti può produrre l’alchimia dell’accettazione. E sento anche l’impegno totale di Mamta nel suo lavoro, la capacità di essere totalmente presente con me. Questa qualità, insieme al mio contributo al processo – il mio desiderio di cooperare e aiutare il suo lavoro – opera la magia di trasformare l’energia che a sua volta genera gratitudine e silenzio. Alla fine, sento che le mie gambe sono come rinate. Mi sento solida, piena di energia e al tempo stesso flessibile – ho voglia di correre e di ballare, e sono di ottimo umore.

Nel salutare Mamta ancora una volta riconosco che la sfida reale sta nella capacità di mantenere questo livello di benessere nella vita quotidiana, portando maggiore consapevolezza nel modo di camminare, di muovermi, di fare sport, dando al mio corpo l’opportunità di mantenere la sua naturale integrità.

 

Ma Veet Mamta parla dell’Osho Rebalancing

Verso la fine degli anni settanta molti terapisti provenienti da formazioni diverse si erano radunati attorno a Osho nella Comune di Puna, e qui, guidati da lui, misero insieme le loro capacità. Da questa atmosfera creativa nacque una nuova forma di massaggio profondo e olistico. Nel 1980 Osho lo chiamò Osho Rebalancing.

A tutt’oggi sono più di 1000 le persone specializzate nel Rebalancing.

Il Training di Osho Rebalancing, che dura tre mesi e mezzo, ha luogo una volta all’anno nell’Osho Commune di Puna e, oltre a preparare le persone a svolgere un’attività professionale, rappresenta anche un profondo processo di trasformazione interiore.

Vi si insegna una serie di dieci sessioni che lavorano su ogni parte del corpo, in modo da permettere al cliente di sentire di nuovo il corpo come un insieme organico in equilibrio.

Poiché con ogni sessione si va sempre più in profondità – raggiungendo cioè i muscoli più interni – inevitabilmente si entra in contatto con le emozioni, gli atteggiamenti verso la vita e i vecchi schemi di comportamento.

Ma, come avrete notato dal resoconto di Radhika, anche una sola sessione può far aumentare la consapevolezza del corpo.

Da quando lavoro come rebalancer ho incontrato tanti corpi diversi con bisogni diversi. Quindi ogni sessione è una nuova esperienza di apprendimento per sviluppare le mie capacità e riuscire a entrare in sintonia con quella particolare persona, che è molto di più del solo corpo, e lavorare armoniosamente insieme.

 

 

 

 

Diamo ora brevemente uno sguardo alla nostra realtà: in Italia il Rebalancing ha una discreta diffusione. Dal 1982 a oggi più di 100 italiani si sono specializzati in questa terapia corpo/mente e molti di essi lo praticano professionalmente con successo.

Shunyam, il primo italiano a essersi specializzato nel Rebalancing nel 1982, attualmente sta coordinando il Training italiano che, diviso in vari blocchi, ha la durata di due anni. Gli abbiamo chiesto: “Nella vastità di terapie che emergono nell’area New Age, qual è secondo te l’originalità del Rebalancing?”

“Il Rebalancing, oltre a essere un processo di trasformazione fisica e psicologica, ci fa acquisire, con un’esperienza interiore diretta, la capacità di aprirci al mondo della meditazione, in quanto ci riconduce nel qui e ora. Solo da questo spazio è possibile creare momenti di espansione della consapevolezza: consapevolezza del corpo, della mente e delle emozioni. E da lì è facile capire che la nostra vera realtà è quella di essere dei testimoni.”

Abbiamo incontrato alcuni degli studenti del Training in corso in Italia e abbiamo cercato di farci un’idea, più dall’interno, di cosa significa prendere parte a un processo così impegnativo qual è un training della durata di due anni.

 

 

 

“Mi aspettavo che imparare una tecnica di massaggio volesse dire lavorare esclusivamente sugli altri, mi ha colpito scoprire invece che dovevo cominciare da me stessa, dal mio corpo e dalle mie sensazioni.

Osservando il respiro percepisco i blocchi che vi sono all’interno: tempo fa mi sono accorta di respirare quasi esclusivamente dalla parte sinistra e che la destra, nella zona del fegato, era completamente bloccata. Mi sono, per così dire, sintonizzata con quella parte, respirandoci dentro dolcemente e dopo pochi secondi ho rivisto episodi di tre mesi fa in cui ho perso il lavoro. Rabbia, tristezza, dolore e senso di impotenza, sono spuntati come dal nulla insieme anche a tanta chiarezza. Niente è facile per me in questo momento, ma è tutto assolutamente chiaro e posso pazientemente costruire qualcosa ancora una volta…” Questo è ciò che Ma Prem Mani, di Torino, ha condiviso con noi parlando della sua esperienza nel Training di Rebalancing.

 

Cristina è un’impiegata di Padova sulla trentina. “Cosa ti colpisce del training e come questo influisce sulla tua vita?”

“Mi colpisce com’è strutturato. Il fatto che sia suddiviso in blocchi di 10 giorni ogni 3 mesi circa, permette veramente di integrare nella vita di tutti i giorni il lavoro molto intenso e profondo che facciamo insieme, dandogli continuità. Il processo del Training mi aiuta a ritrovare una giusta dimensione, uno stato meditativo: quando finisco un massaggio generalmente sto bene, mi sento tranquilla e in pace. Ho scoperto una nuova forma espressiva, un modo di dare senza fraintendimenti, cioè senza aspettarsi niente in cambio e senza il bisogno, da parte dell’altra persona, di ricambiare.

Ero da tempo alla ricerca di qualcosa di simile, qualcosa che mi aiutasse a mettermi in relazione con gli altri in un modo che io sento vero e profondo e contemporaneamente avere l’opportunità di lavorare su di me, per la mia crescita personale”.

 

 

 

 

Maria Rita Melis è un’insegnante di Oristano (Cagliari). “Mi ha fortemente stupito del Rebalancing la capacità/possibilità di risvegliare l’energia. Mi sono resa conto di quanto la mia mente, piena di condizionamenti famigliari e sociali, abbia sempre soffocato la mia energia e la combinazione di lavoro sul corpo e meditazione mi aiuta a sbloccarmi.”

 

Akhil ha 44 anni, sposato con figli, vive vicino a Bergamo e si è buttato nell’avventura di questo Training per lavorare con costanza su di sé e aprirsi nuove possibilità di lavoro future. “… la cosa che più mi colpisce è senza dubbio come l’attenzione venga posta in primo luogo su di me, sul mio corpo, il mio respiro, le mie mani e i miei piedi. Questo porta a una maggiore consapevolezza quando poi sono io a dare un massaggio.

«Cosa ho imparato di nuovo riguardo a me stesso?» Quando lavoro su di me in profondità, nuove o vecchie cose emergono in superficie; una di queste è stata il rendermi conto di quanto io sia poco consapevole dei bisogni del mio corpo e come ciò mi abbia creato e mi crei tuttora disagio e difficoltà nella vita quotidiana. Rispetto al passato mi accorgo molto più velocemente quando il mio corpo si appesantisce e quando l’energia comincia a ristagnare. Certamente, questo nuovo rapporto con me stesso e con il mio corpo mi porta a una maggiore apertura e fluidità”.

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DAL SUICIDIO … ALL’AMORE

Dei fatti rigorosamente esatti, un percorso coraggioso

di Swami Anando Masta

 

 

 

 

Sono nato in una setta.

Chi nasce in una setta non ha modo di relativizzare la visione del mondo che gli viene trasmessa… Non riesce neppure a immaginare che si possa vivere in modo diverso. Sin dalla più tenera infanzia ho creduto che la setta nella quale ero nato avesse la missione di salvare l’umanità e che la più bella cosa che mi potesse succedere nella vita fosse di morire per la sua causa e per il suo dio.

Ero quindi pronto a soffrire, costi quel che costi, pur di diventare un adepto perfetto.

I miei genitori mi picchiavano spesso, perché avevo fatto un errore o un peccato: dicevano di farlo per il mio bene. Mia madre diceva che i bambini fino ai tre anni devono essere addestrati come degli animali perché non hanno né coscienza né sensibilità.

Diceva anche che per dei genitori era meglio avere un figlio morto che uno che abbandonasse la setta e le sue credenze.

Non si può dire che avessi un gran margine di libertà!

Mi sono lasciato convincere che dovevo sacrificarmi e torturarmi per mettere alla prova il mio amore per dio e per gli altri. Ci ho talmente creduto che all’età di sette/otto anni mi alzavo alle 6 del mattino per partecipare al rito della setta prima di andare a scuola. A undici dormivo con una tavola di legno nel letto per offrirmi in sacrificio per la salvezza degli altri.

Mi insegnavano che il mio corpo era abietto, fonte di peccato e che dovevo domarlo. I miei desideri sessuali erano perversi e se mi toccavo gli organi genitali o mi masturbavo – atto altrettanto criminale quanto uccidere qualcuno! – sarei finito nelle fiamme eterne. Se soltanto mi accadeva nel pensiero o in sogno, dovevo confessarmi a un prete della setta, che mi puniva.

Dal momento che era impossibile reprimere del tutto le mie pulsioni naturali, mi sentivo pervaso da un sentimento continuo di vergogna e di paura che creavano in me uno stato di dipendenza e sottomissione.

A diciotto anni ero talmente nevrotico e fanatico che decisi di entrare nella scuola speciale della setta per prepararmi a diventare prete. All’epoca, non potevo guardare una ragazza senza arrossire e tremare. Per sei lunghi anni ho creduto parecchie volte di morire.

Ho visto molti dei miei amici essere ricoverati in manicomio. Quando non ci sentivamo bene, ci persuadevano che era perché non ci impegnavamo abbastanza, perché i nostri sforzi non erano abbastanza intensi. Qualsiasi cosa connessa alla sessualità era totalmente repressa.

Avevamo a nostra disposizione delle catene metalliche da usare per aiutarci a vincere le tentazioni (eravamo negli anni sessanta!)

Parecchie volte ho pensato al suicidio: volevo lasciarmi morire di freddo nei boschi o saltare dalla finestra.

Fortunatamente, prima di farlo, ho potuto consultare uno psichiatra e uno psicologo.

Sono riuscito a uscire vivo da questa scuola, anche se piuttosto scosso psicologicamente.

Paradossalmente, è stata proprio la mia energia sessuale che mi ha salvato e che mi ha permesso di uscire dalla setta. Una ragazza veniva ogni tanto a fare del segretariato alla scuola della setta che era frequentata esclusivamente da maschi. Ogni volta che la vedevo tutte le cellule del mio corpo cominciavano a vibrare, e anche se doveva essere peccato, questo mi dava una sensazione piuttosto gradevole. Non solo, ma erano i soli momenti in cui mi sentivo veramente vivo. A quel punto ho capito che non ero fatto per il celibato.

Tra il suicidio e l’amore, ho scelto l’amore.

C’è stato un altro avvenimento importante che mi ha fatto prendere brutalmente e in modo definitivo distacco dalla setta. Quando ho deciso di ritirarmi dalla scuola per preti sono tornato a casa dai miei genitori pensando di trovare conforto e supporto per la ripresa degli studi. La sola reazione fu: “Ci hai deluso!” Ho allora capito che mi ero identificato con i loro desideri e che, per loro, l’onore di avere un prete in famiglia era molto più importante del mio benessere personale.

A partire da quel momento ho capito che non facevo veramente parte di quella famiglia e che dovevo trovare me stesso.

Fu difficile, ma salutare.

Emergere dalle credenze e dai precetti morali contro natura che mi erano stati inculcati non fu un’impresa facile.

Ho avuto bisogno di capire cos’era successo. Ho avuto bisogno di ritrovare il cammino verso le mie emozioni. Ho dovuto osare nuovi comportamenti, ho fatto parecchi anni di psicanalisi, ho letto Freud, Jung, Alice Miller. Ho fatto una terapia Primal e del Rebirth. Ho cercato in vari modi di riappropriarmi dei miei sensi. Ho bussato a molte porte e un giorno ho incontrato Osho.

Avrete certamente capito che la setta di cui parlo è la chiesa cattolica. I suoi membri, nonostante ci abbiano provato, non sono riusciti a farmi fuori!

Il colmo di tutta la storia è che questi stessi cattolici mi tacciano ora di essere un membro di una delle sette francesi più pericolose solo perché un giorno ho incontrato Osho e amo il suo insegnamento.

 

IL MIO INCONTRO CON IL MAESTRO

Eravamo alla fine degli anni 70 quando leggo in un libro di Yoga una frase che mi colpisce direttamente al cuore, in modo totalmente inaspettato: “Quando il discepolo è pronto, il maestro appare.”

Mi sono detto: “Come vorrei che questo mi accadesse un giorno!”

All’epoca seguivo una formazione di professore alla scuola di Yoga di André Van Lysebeth in Quebec. Colpito dagli scritti di Lama Anagarika Govinda e soprattutto da quelli di Alessandra David Neal, mi attirava anche il buddhismo tibetano.

Inizio comunque a raccogliere gli indirizzi degli Ashram di maestri Yoga e di centri tibetani, da Madras a Dharamshala. È a questo punto che sento parlare per la prima volta di un maestro che vive nell’India centrale, nella città di Puna, Osho Rajneesh. Mi arrivano su di lui i commenti più contraddittori. Dicono che è il guru del sesso e della droga, il suo Ashram è un luogo di perversione. Usa delle tecniche terapeutiche violente, i suoi discepoli ballano in continuazione. Sempre tenendo le debite distanze, decido di prendere il suo indirizzo. Non si sa mai. Se devo essere sincero, la prospettiva di trovare un livello di energia che sia capace di farmi danzare giorno e notte non mi dispiace per nulla. Il fatto che questo maestro osi lavorare sulla sessualità è un altro punto in suo favore. Tre mesi più tardi, nel dicembre 1979, sbarco all’aeroporto di Bombay. Sono completamente perso: un vero choc culturale…, tanto più che né parlo inglese, né la lingua del posto.

Arrivato a Puna, cerco disperatamente un albergo. Non trovandolo e facendosi ormai sera, dormo completamente sfinito ai piedi di un albero in una specie di piccolo parco. È mattino presto quando un indiano mi sveglia con una tazza di tè e scopro che ho dormito, senza saperlo, in uno dei giardini dell’Ashram di Osho. Ero arrivato a casa. Tutto il mio viaggio in India si è svolto in questo posto.

Curiosamente, non ho mai più fatto Yoga: non solo avevo trovato quello che cercavo, ma molto di più…

Osho mi ha detto che la verità è dentro di me. Mi ha mostrato quanto un atteggiamento di fede sia stupido: colui che conosce non ha bisogno di credere, perché vede. Mi ha parlato dei condizionamenti dell’infanzia. Mi ha aiutato a capire che il corpo non è un nemico, ma il luogo e il supporto della mia crescita spirituale e che una sessualità cosciente è la prima tappa nella ricerca del sacro. Mi ha continuamente rinviato a me stesso. Mi ha aiutato a fidarmi dei miei dubbi e della mia capacità di trovare la verità. Diceva sovente: “Sii la tua luce.”

Ha lasciato il corpo ma gli sarò riconoscente per tutta la vita. Mi ha indicato la strada per arrivare al mio cuore e mi ha insegnato a diventare un ribelle.

Il rapporto tra maestro e discepolo è certamente una delle cose più misteriose e sicuramente più incomprese in Occidente.

Quando qualcuno mi chiede se sono discepolo di Osho, mi rifiuto di rispondere finché il mio interlocutore non ha definito cosa intende per discepolo. Se questo significa essere dipendenti dal maestro, adorare qualcuno, riconoscergli un dono d’infallibilità e ricevere il suo insegnamento in modo dogmatico o fargli dono di tutti i miei averi, allora non sono discepolo di Osho.

Mi sento invece profondamente discepolo di Osho perché ho ricevuto da lui una trasmissione di energia che mi ha permesso di osare riaprire il mio cuore e di accedere all’esperienza del silenzio interiore. Mi si offre in quanto specchio del mio potenziale e mi dà, col suo insegnamento, i mezzi per realizzarlo. Non mi ha mai chiesto di credere alle sue parole, ma di vagliarle attentamente per scoprire se contengono qualche elemento che possa nutrire la mia ricerca.

Ancora di più, mi invita a fare l’esperienza della meditazione; se ciò mi rende più allegro, più amorevole, più radicato nella mia verità, allora sono pronto a inoltrarmi sempre di più nella sperimentazione del suo insegnamento.

 

 

Il sesso può sembrare fango,

ma contiene il fiore di loto.

questo è uno dei miei principi fondamentali:

l’infimo contiene il supremo

e il supremo non è altro

che la manifestazione dell’infimo.

Il seme contiene i fiori

e i fiori non sono che l’espressione del seme.

il sesso contiene il samadhi

perché la vita

contiene dio.

OSHO

 

 

 

 

L’ESPERIENZA DELLA COMUNE

Agli inizi degli anni ottanta ho fatto numerosi soggiorni nella comune di Osho in Oregon. Quell’esperienza mi ha fatto diventare consapevole della profondità del mio condizionamento cattolico e di come questo colora ancora la mia vita di tutti i giorni.

Sono entrato nella comune con la stessa totalità, lo stesso slancio di cuore che mi aveva condotto verso la vita religiosa. Ma a poco a poco, senza rendermene conto, mi sono dimenticato di me stesso, dei miei bisogni, dei miei limiti, nonostante il messaggio di Osho fosse esattamente il contrario? Cos’era successo?

I vecchi condizionamenti, di cui credevo essermi sbarazzato, continuavano a manipolarmi a mia insaputa e occorreva che fossi estremamente allerta per rendermene conto.

Alla fine di Rajneeshpuram in Oregon lasciai la comune, ma non Osho. Appena potevo, ho continuato a frequentare il suo Ashram di Puna. Ho seguito diversi processi di terapia alla Multiversity e ora, 12 anni dopo, ecco che partecipo a tempo pieno alla vita della comune.

Il fenomeno che mi colpisce di più è la distanza che separa le emozioni e gli scenari interiori che vengono stimolati in me e la realtà energetica e relazionale della quale sono impregnato. Ebbene sì, la trasformazione interiore qui diventa possibile!

Mi rendo fin troppo conto quanto la mia mente sia piena di giudizi e di atteggiamenti fascisti verso me stesso: sono troppo lento, non sono abbastanza efficiente, il risultato non è abbastanza buono, mentre invece la mia presenza è apprezzata e tutto ciò che presento come progetto o come lavoro finito viene accolto con piacere. Mi sento in colpa se arrivo qualche minuto in ritardo, quando non c’è assolutamente nessuno a controllare.

Non mi ero mai prima d’ora reso conto che ci sono alcuni lavori che evito di fare sia perché mi sento inadeguato, poco produttivo, sia perché la paura dell’insuccesso e del giudizio mi paralizzano.

Ora il clima che mi circonda è così accogliente che per me è facile esporre questo genere di sentimenti e rischiare delle nuove situazioni.

Contribuire al lavoro nella Comune mi fa entrare continuamente in contatto con un gran numero di persone in situazioni molto varie, come lavare i piatti, riorganizzare un ufficio, ballare e meditare insieme durante la meditazione serale…

Le interrelazioni continue con delle persone provenienti da ogni paese del mondo, con dei condizionamenti e dei caratteri completamente diversi, mi offrono molteplici occasioni per osservare come funziono, identificandomi sempre di meno con quello che faccio.

Gli scenari della mia infanzia continuano a emergere; è doloroso a volte rendermene conto, ma che gioia sentire come questa consapevolezza sia liberatoria!

Le occasioni di conflitto non mancano, ma sono commosso nel constatare che ciascuno riconosce rapidamente ciò che gli appartiene.

Quello che impariamo con la terapia e gli spazi che tocchiamo nella meditazione permettono veramente di trasformare la vita quotidiana.

Scopro che gli errori, i piccoli conflitti che possono sorgere nel quotidiano possono rendere le persone più umane e più vicine le une alle altre. Le mie paure nel relazionarmi vanno svanendo a poco a poco.

È da due mesi ormai che mi occupo della Osho Global Connections e non so ancora che gerarchia esiste fra le persone con le quali mi muovo. Non mi preoccupo neppure di saperlo, perché le persone collaborono con quello che faccio e anch’io faccio lo stesso. Osho è per la meritocrazia, non per la democrazia. Qui, il sistema sembra funzionare.

Oggi mi ritrovo ad aprire un poco di più il mio cuore, a Osho e a tutti i suoi amici che mi circondano. Che gioia celebrare, danzare, amare tutti questi amici, i vecchi, i nuovi, quelli che conosco bene come quelli di cui non mi ricorderò mai il nome.

Adesso sono le 16.00 ed è ora di chiudere il computer e di tuffarmi in piscina; dopo di che, la meditazione serale… e ancora della danza. L’amore non viene forse danzando?

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Porta la tua CROCE

 

 

 

Ogni anno, il venerdì santo, gli abitanti di Villanueva, in Nuovo Messico fanno una rappresentazione sacra della salita al Calvario portandosi in spalla una pesante croce di legno.

 

… ma perché NON una chitarra ?

 

 

Persino prima di essere crocifisso Gesù diceva ai suoi discepoli: “Ognuno deve portare la sua croce.”

Perché una croce? Perché non un flauto? o una chitarra? “Ognuno deve portare la sua chitarra…”

Naturalmente non puoi suonare la chitarra di qualcun altro, due persone non possono suonare un unico flauto. Anche due amanti non possono suonare lo stesso flauto nello stesso momento. Ognuno deve avere il suo flauto. Ma Gesù ha scelto la croce. Con tutto quello che c’è al mondo, doveva scegliere proprio la croce! Quest’uomo deve essere stato profondamente infelice. Penso che, alla fine, gli ebrei si siano stufati della sua infelicità e abbiano detto: “Quest’uomo non cambierà e non sarà mai contento fino a quando non sarà messo in croce.”

 

tratto da: From Darkness to Light

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CHI L’HA VISTA?

di Ma Prem Kiya

Un gioco degli specchi a puntate. Scopri che tipo sei!

Ogni riferimento a fatti o persone reali è assolutamente inevitabile.

 

 

LA GOANA MANCATA

 

Se avesse preso un altro aereo e fosse sbarcata a Goa invece che a Puna?

Eccoola la punkettina teenager arrivata qui sulla scia di amiche curiose, e scaraventata nella giostra dell’ashram con gli occhi spalancati. La vedi che si chiede ancora come diavolo è capitata qui, e forse sogna fughe strategiche.

Dall’India si aspettava techno-music sotto le stelle su spiagge tropicali e sballi a buon mercato, ma intanto si accontenta di socializzare allo smoking temple per rimediare un puntello.

Frequenta il bar dell’ashram ogni sera, bevendo ostentatamente per sembrare tosta, ancora alla ricerca di emozioni forti, sfoggiando pesanti look dark degni di un rave party in una stazione abbandonata di Rotterdam. Dà il meglio di sé nei music group, ma è chiaro che le manca la sua tribù di mutoidi. Di solito è di passaggio, dura poco, ma ce n’è un ricambio continuo. Di rigore: lo scarponcino nero pesante anche sui 36º all’ombra, piercing multiplo (anche al terzo occhio!), rossetto violaceo e ciocche colorate.

 

 

la danzatrice estatica

 

Per avvistarla, fate un giro in Buddha Hall.

C’è quella che muove le manine come farfalline belle e bianche; quella che sbatte i capelli a destra e sinistra, e guai se le capiti vicino, è peggio di una frusta; c’è la technomusic-dipendente, che se non suda a litri non si diverte; la gitana con l’ancoraggio fisso al primo chakra, e infine lei, l’estatica, quella che sublima nella danza ogni contraddizione.

La danza le sale dall’ombelico, la sua pancia è il centro dell’universo, e lei sembra persa nel vortice di celebrazione creato dal suo corpo.

Quando danza o fa whirling ha le braccia appena flesse all’indietro, il corpo arcuato come un pistillo di ibisco, gli occhi chiusi e un vago sorriso fisso, che dice: “Sono in bliss, non disturbate.”

In una vita passata, ma tanto tempo fa, deve essere stata impollinata da Giove in quella posizione, e il suo corpo ancora ricorda…

 

(Nel prossimo numero leggerete:

La Pluri-rincarnata e La Strega mistica)

 

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