2 I CENTRI IN ITALIA
8 LA MENTE
L'energia
pura è un mito o una possibilità?
15 IL MONDO
Un'avventura
particolare in Bosnia: Perché la guerra?
18 IL MONDO
L'inaspettato
affetto di un turista per la Terra dei Padri
20 LA COMUNE
Pradeepa e
Gopal parlano della sfida di guardarsi dentro
25 LA MEDITAZIONE
Servizio
fotografico di Swami Vimal Pantha
30 LA COMUNE
L'incanto di
dipingere dei mandala
34 IL MAESTRO
Cavalli selvaggi
cavalcano la tua mente
Osho
risponde a quattro domande di meditatori che cercano di capire la mente
42 LA COMUNE
Portare Osho
per le strada d'America
44 IL CUORE
Jyoti
descrive l'arte di condurre dei campi di meditazione in India
46 IL MONDO
Il lavoro
segreto dell'Opus Dei per il Vaticano
52 IL CUORE
Dedicato a
tutti coloro che si amano, che amano, che sono amati
55 TUTTE LE STELLE
Come leggere
il tuo oroscopo
56 TUTTE LE STELLE
Il tuo
oroscopo di febbraio
58 VETRINA
Video di
Osho, musiche per la meditazione e tutti i libri di Osho in italiano
Tutte le fotografie e le
parole di Osho sono coperte da Copyright © 1972 – 1990
OSHO INTERNAYIONAL
FOUNDATION
. . . . . . . . . . . . .
. . . . .
Swami Prem
Oscar ci racconta della sua storia d’amore con l’energia.
Swami Prem
Oscar è un uomo di tipo rinascimentale che si è interessato un po' di tutto,
dalla fotografia alle macchine con moto perpetuo, dai computer a progetti
d'intervento per villaggi africani. Qui parla con l' Osho Times International del suo costante interesse per gli aspetti
esoterici dell'energia...
OTI: DA DOVE VIENE IL TUO
INTERESSE PER L'ESPLORAZIONE DELLE SORGENTI DI ENERGIA?
Oscar: Ero interessato già da
bambino. Mio padre era uno scienziato e fin da giovane avevo il mio laboratorio
che era abbastanza avanzato, con quasi tutto ciò di cui avevo bisogno a quel
tempo. Ero in particolare interessato a razzi ed esplosivi – mi piacevano le
energie estreme. Il mio interesse per l'energia mi portò a studiare la fisica e
l'elettronica all'università, ma ho sempre sentito un enorme divario tra i miei
sentimenti personali e quello che stavo imparando.
PUOI DESCRIVERE QUESTO DIVARIO?
Prima che andassi all’università, per un anno
intero, ho viaggiato per il mondo, passando dall’India, alla ricerca di
qualcosa – a quel tempo nemmeno sapevo cosa. È stato solo di recente che ho
capito che stavo cercando un ponte nel divario che c’è tra i sentimenti e le
energie del mio corpo da una parte e quello che stavo imparando a scuola e
all’università dall’altra.
Non avevano assolutamente niente in comune tra di
loro. Per esempio mio padre era un medico e aveva un approccio alla vita molto
scientifico. Mi diceva sempre che il mio corpo aveva bisogno di 2000 calorie al
giorno, altrimenti avrebbe iniziato a deperire. Eppure se digiunavo per
parecchi giorni, di fatto mi ritrovavo con sempre più energia. C’era un divario
enorme di comprensione. Di fatto cominciavo a non credere più nella maggior
parte della scienza occidentale, perché per quanto a un livello grezzo
sembrasse funzionare bene, non spiegava niente di me stesso e della vita
intorno a me.
QUALCHE ESEMPIO SPECIFICO?
Be’, una delle leggi fondamentali della natura è
che l’energia non può essere creata né distrutta, eppure l’idea di moto
perpetuo è un tabù per la scienza occidentale . Non puoi nemmeno richiedere un
brevetto se la tua invenzione assomiglia a una macchina di moto perpetuo.
Intanto gli elettroni stanno girando intorno agli
atomi e ai nuclei da miliardi di anni, apparentemente senza nessuna immissione
d’energia da una sorgente esterna; però se vuoi essere rispettato come fisico,
non puoi prendere in considerazione, nemmeno come ipotesi, il moto perpetuo.
Tutto questo mi sembrava un paradosso. Sono cose che considero importanti.
Balzano all’occhio. Mi urlano di essere prese in considerazione.
Nelle mie ricerche, cominciai a trovare delle
risposte nella filosofia orientale, cominciai a capire che c’è un “mare di
energia” sotterraneo che sostiene e nutre questi fenomeni, ma la scienza
occidentale non accetta la cosa per niente.
NON È STATA ACCETTATA MAI OPPURE È UN
ATTEGGIAMENTO RECENTE?
È piuttosto recente. Fino all’inizio di questo
secolo c’erano due diverse scuole di scienza. Una di esse, generalmente
chiamata degli Eteristi, accettava l’idea di un mare universale di energia.
L’approccio scientifico attuale, tuttavia, si è sviluppato dalla scuola opposta
– l’approccio riduzionista – che cerca di ridurre tutto a parti indivisibili.
La nostra scienza attuale è molto convinta di questo, ma funziona solo fino a
un certo punto.
NON VEDI DELLE AFFINITÀ TRA L’APPROCCIO ETERISTA E
IL MISTICISMO ORIENTALE?
Certamente. In Oriente, 2500 anni fa, Gautama il
Buddha definì il centro dell’esistenza come vuoto, shunyata, che non è un puro
stato negativo, non è un’assenza di energia. È più come un’energia senza forma,
indefinibile. È stata chiamata anche Rama, la parola di Dio, il canto di
Brahma, la musica delle sfere… nomi diversi in tradizioni diverse. L’idea
generale è che c’è un oceano universale d’energia dal quale ogni cosa prende
forma e nel quale ogni cosa alla fine si dissolve. La scienza occidentale non
lo accetta, ma così tanti campi di ricerca si sono ormai spinti ai limiti
massimi dell’approccio riduzionista che rischiano di andare in frantumi – se
non si introduce la possibilità di un pozzo universale di energia.
COS’È SUCCESSO ALL’APPROCCIO ETERISTA?
All’inizio di questo secolo ci si è mossi a favore
del riduzionismo, perché dimostrava la sua utilità in termini di potenziamento
dell’era industriale e tecnologica moderna. Ha sviluppato una specie di arroganza
– uno sforzo concertato per dimostrare che questa è l’unica scuola scientifica
degna di considerazione. Non so come fu deciso, non voglio dare sostegno a
teorie di cospirazioni, ma la scuola Eterista venne sistematicamente soppressa
e spinta nell’ombra.
COSA DICI DI NIKOLA TESLA, LO JUGOSLAVO EMIGRATO
IN USA CHE INVENTÒ LA CORRENTE ALTERNATA? NON ERA UNO SCIENZIATO ETERISTA?
Tesla ha prodotto tantissime invenzioni
stupefacenti. È stato offuscato dalla presenza di Thomas Edison – erano
contemporanei – ma è colui che ha inventato la corrente alternata che ha reso
possibile fornire la corrente elettrica in modo pratico ed economico a milioni
di persone lontanissime dalle centrali elettriche. Inventò anche la radio, il
radar e molte altre cose.
Comunque era in anticipo sul proprio tempo e un
cattivo affarista, mentre Edison era un abile businessman con un potente
sostegno commerciale. Inoltre Tesla era un sognatore e un idealista. Con alcune
sue invenzioni stava lavorando per rendere l’energia disponibile a tutti
gratuitamente, in modo che chiunque potesse collegare una macchina a sorgenti
di energia naturale e disponibile a costo zero. Disse di aver sviluppato delle
macchine capaci di far questo. Scatenò una grande paura nel governo e negli
interessi costituiti e venne messo fuori gioco.
IN CHE ANNI SUCCEDEVANO QUESTE COSE?
Dalla fine degli anni 1890 fino alla seconda
guerra mondiale. Tesla aveva un incredibile intuito, era un visionario che
visualizzava invenzioni complete che doveva poi descrivere e spiegare in un
modo che gli altri potessero capire. Descrisse anche le basi della televisione
e cose del genere, anni prima del loro tempo.
Da questo spazio visionario sembra trasparire
molto del lavoro Eterista. In generale sembra che siano persone più meditative,
persone con un maggior contatto con la natura. Non so come funziona, ma
concepivano macchine complete e poi dovevano trovare il modo di costruirle.
COS’È SUCCESSO A QUESTE MACCHINE?
È molto
strano come funziona la gente e la psicologia: quando nasce qualcosa che è
troppo bello per essere vero, sembra vada a finire in niente. I tempi non sono
maturi. Così sebbene alcune invenzioni di Tesla siano alla base delle
attrezzature che usiamo oggi – qualunque lavoro ad alto voltaggio usa le bobine
di Tesla – gli aspetti più esoterici sono stati ignorati. Alcune sue visioni
sono ben descritte: ci sono libri, ci sono associazioni Tesla, organizzazioni
che lavorano con i suoi esperimenti e ora il suo lavoro sta tornando di moda.
Riceve sempre maggiori riconoscimenti. Penso che verrà acclamato come uno dei
maggiori inventori e il suo lavoro verrà riconsiderato.
Nei suoi ultimi anni, Tesla divenne così
amareggiato per essere stato respinto e non riconosciuto nelle sue invenzioni,
che nei suoi libri non descrive completamente le cose e quindi alcuni punti
sono difficili da seguire. Ma i suoi primi lavori sono ben documentati.
CI SONO ALTRI SCIENZIATI CHE HANNO SEGUITO IL SUO
APPROCCIO?
Wilhelm Reich ha lavorato col principio di un mare
universale di energia. L’ha chiamato orgone o energia orgonica. Ha fatto
esperimenti per dimostrare che la vita può scaturire spontaneamente da questo
mare. Per esempio, Reich ha sigillato dei granelli di sabbia in una provetta
sottovuoto, l’ha tenuta a livelli di incandescenza per un po’, per poi
lasciarla raffreddare lentamente. Poi ha esaminato la sabbia e scoperto in essa
elementi vivi. Li ha chiamati “bioni”.
A quel tempo il lavoro di Reich veniva
discreditato completamente. Ma qualche anno fa gli scienziati hanno trovato una
meteorite giunta incandescente sulla terra. La esplorarono immediatamente e
scoprirono gli stessi elementi che aveva scoperto Reich, che da un punto di
vista razionale sembra impossibile – che qualcosa possa ancora contenere gli
elementi base della vita dopo essere passata incandescente attraverso
l’atmosfera.
BOLLENTE FINO A DIVENTARE ROSSO?
Incandescenza vuol dire così caldo da emettere
luminosità. Reich dice che la teoria dell’evoluzione non ha senso: le cose si
possono evolvere molto, molto velocemente perché una delle qualità intrinseche
dell’energia universale – dalla quale nascono le cose – è l’intelligenza.
Generalmente sia gli Eteristi che i mistici
orientali dicono che la vita sta diventando sempre più consapevole, sempre più
cristallizzata – che esiste un desiderio naturale e intrinseco, all’interno
della vita, di acquisire consapevolezza, di crescere in consapevolezza. Quindi,
se la vita sorge spontaneamente da un mare di energia, è intrisa di fresca
consapevolezza e può quindi essere molto, molto sensibile a situazioni in
cambiamento.
C’È QUALCUN ALTRO CHE SI È FATTO NOTARE PER LE SUE
RICERCHE IN QUESTO CAMPO?
C’era un altro scienziato, Luther Burbank, che
viveva negli Stati Uniti all’inizio di questo secolo. Lui è un’altra anomalia
nel mondo scientifico. Ha prodotto quasi la totalità della frutta e delle
verdure che sono in commercio oggigiorno.
Usava certe tecniche per selezionare semi e piante
e i risultati sono incredibili – un normale coltivatore non sarebbe in grado di
farlo. Nemmeno tre o quattro generazioni di coltivatori riuscirebbero a fare
quello che ha fatto Burbank. Per esempio ha prodotto un cactus senza spine; ha
prodotto il kiwi partendo da un frutto selvatico cinese, in tempi
incredibilmente brevi.
Quando gli scienziati gli chiesero come faceva,
Burbank disse qualcosa tipo: “Io chiedo solo alle piante cosa vogliono. Le
piante hanno due modi di evolversi: possono sopravvivere attraverso la forza e
la tenacia, oppure il modo più intelligente è di lavorare per l’uomo
assicurandosi in questo modo la sopravvivenza della specie. Così io chiedo a
loro, dico loro molto chiaramente quello che voglio e loro eseguono i miei
ordini.” E produsse da solo centinaia di diverse qualità di piante – ogni tipo
di tuberi, verdure, frutti – cose create in un modo che la scienza ancora non
sa credere o capire.
PARLIAMO DELLE TUE ESPERIENZE, DELLA TUA
COMPRENSIONE E DELLA RELAZIONE TRA ENERGIA E MEDITAZIONE.
Dovrei cominciare dicendo che non ho fatto molto
lavoro a livello tecnico. Mi sento bloccato dalla mia preparazione occidentale
convenzionale. Ci sono due parti in me: una che sa che queste cose sono vere,
che funzionano, che sono reali, e l’altra parte – lo scienziato occidentale –
che se ne sta fuori, deridendo il tutto.
Ma ho letto molto, studiato molto, ho incontrato
persone che lavorano con queste cose. Per esempio, c’è un particolare strumento
basato sull’energia reichiana chiamato “acchiappa nuvole”. Reich diceva che
l’atmosfera è controllata dall’energia orgonica e che condizioni di clima per
lungo tempo inalterate – come lunghi periodi di alluvioni o siccità – sono
causati da blocchi nel flusso dell’energia orgonica. Reich sviluppò un tipo di
antenna che assomiglia un po’ a un cannone antiaereo, che introduce correnti
nel campo orgonico e rimette in moto il flusso dell’energia orgonica in un modo
più sano, finendo col generare un clima equilibrato.
Feci visita a uno scienziato in California che
gestisce un’organizzazione chiamata Orgone Bio-Physical Research Laboratory. Lì
vidi una di queste macchine acchiappa nuvole e dissi allo scienziato che volevo
provare a coinvolgere il direttivo dell’Environmental Program delle Nazioni
Unite in Kenya, dove io vivevo.
Erano aperti fino a un certo punto, ma poi il
direttore ONU disse: “Devo dirti una cosa: non posso proprio avere niente a che
fare con questo progetto, mi tira matto!” Diedero l’ok a monitorare via
satellite il funzionamento della sua macchina durante la siccità in Namibia. Ci
furono dei risultati positivi, ma nonostante questo, non poterono accettarlo.
Sempre questo scienziato mi consigliò di usare una
coperta orgonica reichiana – uno strumento molto semplice – per curare
un’infezione alle ossa che avevo da tre anni. Molti dottori mi avevano detto
che era incurabile. Mi feci questa coperta e fui stupito nel vedere l’infezione
sparire in pochi giorni. Fui ancora più stupito quando il mio chirurgo si
rifiutò di esaminare la ferita incredibilmente guarita.
SO CHE STAI ANCHE ESPLORANDO, IN SVIZZERA, UNA
MACCHINA DI MOTO PERPETUO CHE PRODUCE CORRENTE ELETTRICA.
È vero. Sono passato da una comunità esoterica
vicino a Berna chiamata Metherneta. Esiste da circa 50 anni ed è a indirizzo
tecnologico. Hanno un laboratorio che produce componenti per computer e
televisori e varie forniture high-tech. La persona che ha fondato la comunità è
un uomo meditativo – l’intera comunità si basa sulla meditazione e sui
cristalli. Hanno un grande tempio di cristallo. Quest’uomo mi ha detto che,
durante una delle sue meditazioni, sono scesi gli angeli e gli hanno mostrato in
dettaglio come costruire una macchina.
Non essendo lui stesso una mente tecnica, ha passato il progetto ai tecnici della sua
comunità che hanno costruito la macchina che chiamano Thesta Distatica. La
macchina è molto semplice. La maggior parte di chi ha seguito degli studi di
fisica sa come è fatto un generatore elettrostatico Wimhurst: un semplice
foglio di plastica con lamine di metallo che ruota tra delle spazzole
metalliche che raccolgono energia.
Il modello Metherneta include anche un sistema di
amplificazione sincronizzato. Avvii la macchina dando una spintarella alla
ruota che comincia a girare e a produrre elettricità. Una parte della corrente
va ad alimentare la macchina che continua a girare per sempre.
Per più di dieci anni hanno prodotto una buona
parte della corrente elettrica necessaria alla comunità con questa piccola
macchina – potrebbe stare in un armadietto di grandezza media – che non ha
assolutamente effetti collaterali, radiazioni o altro. È stato studiato da
molti scienziati che semplicemente non ci credono.
COSA DICONO?
Dicono che è impossibile. Ed è lì davanti a loro.
Che funziona. Quello che hanno fatto adesso… la comunità non ha permesso a
nessuno scienziato di portarsi via la macchina per paura che sparisse e ha
organizzato l’esperimento con molta cura in modo che la macchina non potesse
essere facilmente distrutta da chiunque se ne fosse voluto sbarazzare. Adesso
stanno costruendo una macchina più grande che produrrà più di un megawatt di
corrente elettrica. Quando dico grande, intendo che avrà un diametro di due
metri, e la stanno installando in una casa di cura tra le Alpi. Questa volta ci
sarà anche un laboratorio dove gli scienziati potranno studiare il fenomeno.
PERCHÉ NON VENDONO QUESTE MACCHINE AL PUBBLICO?
Quando ho chiesto loro di lasciarmi prendere una
di queste macchine per portarla in Africa, dove molti posti hanno bisogno di
corrente – per scopi umanitari – mi hanno detto che la macchina funziona solo
in un ambiente meditativo, dove ogni cosa è in armonia con la natura.
Mi sorride l’idea di far funzionare una macchina
del genere in una comune come la nostra di Puna. Quando le luci incominciano a
vacillare, allora sai che hai avuto un cattivo pensiero – sei diventato meno
consapevole, meno meditativo o qualcuno sta bisticciando – e la corrente si
abbassa! (Oscar si fa una bella risata)
COME SI POTREBBERO USARE QUESTE NUOVE MACCHINE?
Lasciami prima dire che, in termini di fisica
reale, io ho ancora un blocco mentale circa l’idea di energia illimitata che
viene da una sorgente universale – ho subìto un buon lavaggio del cervello,
temo. Ma c’è un professore, in Giappone di nome Inamoto, che lavora in uno dei
laboratori di ricerca più prestigiosi del paese, che ha sviluppato un intero
sistema matematico che include questa forma di energia. Come dicevo prima,
quando includi questo fattore, molte delle anomalie nella nostra comprensione
della fisica improvvisamente hanno un senso. Ogni cosa va a posto. Per “ogni
cosa” intendo energie di base come la luce, il magnetismo, la massa, il
movimento e il tempo.
Vuol dire anche che si possono intrinsecamente
cambiare le cose da una forma in un’altra. La mia comprensione è che appena la
nuova fisica prende piede, cose come la telepatia, il teletrasporto, persino il
viaggio nel tempo e l’antigravità, possono diventare dati di fatto. Può
sembrare una cosa assurda, ma nascono in modo naturale e ovvio, partendo da una
diversa comprensione dell’energia.
È UN GROSSO SALTO. PUOI INTRODURRE ALCUNI ALTRI
ELEMENTI A SUPPORTO DELLE TUE IDEE?
Certo. Uno dei fondatori della fisica dei quanti,
Nils Bohr, disse che chiunque non venga completamente trasformato dallo studio
della fisica dei quanti, vuol dire che non l’ha compresa.
Ho la sensazione che ben poche persone l’hanno
capita e accettata. Per esempio, uno dei dogmi principali della fisica dei
quanti è chiamato “principio di indeterminazione di Heisenberg”. Che dice che
non possiamo conoscere come si comporta veramente un elettrone perché, quando
lo osserviamo, si comporta diversamente.
Questo ha delle profonde implicazioni: vuol dire
che possiamo influenzare la materia intorno a noi. Se, per esempio, possiamo
farci ascoltare dagli elettroni in modo che rispondano come le piante
assecondavano Luther Burbank, se possiamo guadagnarci la loro collaborazione,
allora – perlomeno in teoria – dovremmo essere in grado di materializzare la
materia in qualunque forma ci vada.
Un’altra cosa: molte nazioni hanno costruito
macchine per scindere gli atomi e studiare le forme elementari della materia.
Accelerano le particelle in un enorme circuito e poi le spaccano, facendole
scontrare, per vedere cosa contengono – di nuovo l’approccio riduzionista.
Spaccano gli atomi in quella che si chiama camera
a bolle, dove possono vedere il percorso delle particelle dopo che l’atomo
esplode per via dell’impatto. Le telecamere sono puntate su una piccolissima
area dove sperano di vedere e registrare le particelle prodotte nell’impatto.
La cosa interessante: i percorsi delle nuove
particelle non devono necessariamente passare per il punto su cui sono puntate
le telecamere, però ci passano sempre, comparendo proprio di fronte alle
telecamere e i ricercatori non riescono a capire perché. È una di queste
anomalie: “Come mai succede sempre dove sono puntate le telecamere?” È come se succede
solo perché ci sono le telecamere presenti – i fisici vogliono che succeda in
un certo punto e quindi è lì che succede. Perché? I fisici non hanno una
risposta, ma io dico che gli atomi danzano per noi. Lo fanno per noi. Non è
carino da parte loro? (risate)
PENSI CHE LA MATERIA, O LE PARTICELLE, RISPONDONO
DI PIÙ ALLE PERSONE MEDITATIVE CHE CERCANO DI VIVERE IN ARMONIA CON LA NATURA?
Non direi proprio così. Direi che quando siamo in
armonia con l’ambiente e lavoriamo in un gruppo ben dedicato alla cosa, è più
probabile che si crei un effetto più in armonia anche con la natura. Vedi, può
darsi che noi umani stiamo in continuazione creando cose con le nostre forme di
pensiero, ma siccome sono pensieri così caotici, non focalizzati, in conflitto,
accidentali, stiamo probabilmente annullando gli sforzi reciproci.
FACENDO UN ALTRO PASSO NELLA FANTASIA, UNO
POTREBBE CONSIDERARE CHE LA VITA SU QUESTO PIANETA POTREBBE ESSERE STATA CREATA
DA ALCUNI ESSERE EVOLUTI CHE SAPEVANO COMUNICARE CON LE PARTICELLE ATOMICHE E
INSIEME COMINCIARONO A CREARE TIGRI, LEONI, ORSI...?
Quando lascio correre l’immaginazione a ruota
libera, sogno squadre di “angeli” progettisti che producono zanzare e
scarafaggi! Mi piace intrattenermi con idee come questa, anche se non ci credo.
Però so che con la fisica quantistica tutto è possibile. Non è necessariamente
una questione di preparazione – tu non hai bisogno di essere un fisico esperto
per accedere a queste aree misteriose della natura.
Per esempio, c’è una persona che amo molto, Victor
Schauberger, una guardia forestale austriaca senza particolare erudizione. Era
responsabile di una vasta area di bosco e c’erano spesso problemi su come
portar fuori dal bosco i tronchi per le segherie.
Scoprì dei modi di lavorare con l’acqua che la scienza
ancora non accetta. Poteva costruire canali artificiali, acquedotti, che
trasportavano tronchi usando piccolissime quantità d’acqua – a patto che
venisse fatto in particolari momenti, come quando c’è la luna piena, a
mezzanotte. Uno dei principi che scoprì è che quando l’acqua gira su di sé,
ruota in un certo modo, schizza via dal recipiente e accelera per conto
proprio. Altri cercarono di copiare il suo sistema, ma non funzionò mai – per
cui venne tenuto in grande considerazione e con un certo timore. Era uno
scienziato naturale. Poteva sedersi di fianco a un fiume per settimane solo per
osservare lo scorrere dell’acqua. Era affascinato dai pesci perché, secondo
lui, non avevano una muscolatura sufficientemente potente per saltare le
cascate e nuotare risalendo forti correnti. Diceva che salmoni e trote usano lo
stesso principio dei mulinelli d’acqua per risalire la corrente. Sviluppò
quella che venne chiamata “turbina a trota”, che, una volta avviata, continuava
a produrre enormi quantità di corrente. Adolf Hitler sentì parlare di lui e gli
diede un laboratorio con possibilità illimitate. Una delle implicazioni del suo
lavoro era che, quando generi un’enorme quantità di energia, cominci di fatto a
contrastare la forza di gravità e questo è uno dei concetti base anche della
meccanica quantistica.
ALLORA POSSIAMO VOLARE…?
Possiamo. Il generatore di Schauberger venne usato
per una serie di macchine volanti che assomigliavano da vicino agli UFO, sia
nelle loro caratteristiche di volo che negli effetti elettromagnetici sulle
vicine radio, luci, etc. Queste macchine raggiunsero velocità di oltre 2000
km/ora nel giro di secondi – e questo succedeva intorno al 1930. Ufficialmente
non abbiamo superato il muro del suono fino al 1950, quindi queste erano cose davvero
rivoluzionarie. Gli Alleati sentirono parlare di Schauberger e mandarono un
commando apposta per catturarlo e distruggere il laboratorio, cosa che riuscì.
Venne portato negli Stati Uniti e interrogato per più di un anno. Gli venne
promesso un laboratorio che non gli fu mai dato, finché poi morì. C’è un uomo
in Inghilterra che si chiama Searl, il quale ha sviluppato un generatore
simile. Il suo primo modello ruppe l’albero motore, accelerò a un ritmo
incredibile, sfondò un soffitto di cemento armato e non venne più ritrovato!
(risate) E di nuovo tutte le radio della zona impazzirono e ci furono parecchi
avvistamenti di dischi volanti… Fece la cosa tre o quattro volte.
Negli USA c’è poi Richard Newman, che ha un’auto
che funziona da vent’anni con un motore di questo tipo. È stato controllato. È
apparso molte volte in TV e di solito, dopo lo show, qualcuno con un camice
bianco da scienziato e una piastrina di riconoscimento sul taschino, dice
“Divertente, non è vero? Ma tutti sappiamo che è solo uno scherzo.” Questa è la
cosa che mi affascina: la psicologia del rifiuto delle cose che non entrano in
un modello, nella nostra visione dell’esistenza.
COME COLLEGHI IL TUO INTERESSE PER QUESTI FENOMENI
COL TUO ESSERE DISCEPOLO DI OSHO?
Attraverso il filo della meditazione. Uno dei
primi fili che ho trovato è stato l’antico sistema di cura cinese
dell’agopuntura. Ero affascinato da come chiunque senza la sofisticata
tecnologia moderna, senza microscopi, poteva tracciare la mappa del sistema
energetico del corpo e per giunta così nei dettagli – meglio di come lo
possiamo fare noi. La mappa venne rivelata attraverso il viaggio interiore, in
profondità, collegandosi all’universo, al divino, al mare di consapevolezza. E
ho avuto delle esperienze io stesso, piccole, ma evidenti, dove le cose sono
state rivelate a me in modo simile. Osho parla di “una scienza unica” con una
dimensione interiore, la meditazione, e una dimensione esteriore, la scienza,
ma dove le cose rimangono collegate tra loro.
DUE POLI DELLO STESSO FENOMENO.
Esatto. Mi è chiaro che quando andiamo dentro di
noi ogni cosa diventa accessibile. Siamo tutti delle porte sull’universo. Dopo
anni di tentativi dall’esterno, attraverso la porta della scienza occidentale,
trovo che l’unico modo sicuro per trovare la verità è di andare dentro.
Non sto dicendo che chiunque mediti scoprirà
sistemi rivoluzionari nel campo della fisica e della medicina – quello penso
sia un dono specifico legato all’interesse – ma penso che, siccome sempre più
persone meditano e nel loro lavoro hanno a che fare con la dimensione
dell’energia universale, ci sarà un aumento delle scoperte tipo quelle di cui
ho parlato.
COSA SUCCEDERÀ ALL’ATTUALE APPROCCIO DELLA
SCIENZA?
Ha raggiunto i suoi limiti. Migliaia di anomalie
sono state scopate sotto il tappeto. Di fatto ora c’è una tale montagna sotto
il tappeto che è impossibile non inciamparci in continuazione. Per questo si
sta riconsiderando da più parti l’approccio Eterista. Adesso viene chiamato
stato di vuoto – o mare di vuoto, o punto zero – ma è sempre la stessa cosa.
Quando arrivi allo zero cosa succede? Stanno scoprendo che esiste ancora
qualcosa dopo lo zero: la sorgente stessa.
A proposito, è affascinante ricordare che in
matematica non esisteva lo zero prima di Gautama il Buddha e il suo concetto
filosofico di shunyata, vuoto. Questo è ciò che ha ispirato i matematici a
includere lo zero nei loro calcoli e formule. Non giunse in Europa fino al
XII˚ secolo e venne, all’inizio, violentemente represso dalla chiesa. Lo
chiamavano “il numero del diavolo”.
Succedeva questo perché, fino ad allora, la
matematica era considerata parte della filosofia e l’intero sforzo era di
riportare tutto all’“uno” – allo stato di unità. Quindi non esisteva uno zero,
se non usato per descrivere i numeri dal dieci in su. Lo zero entrò nell’uso
generale nel XVI˚ secolo quando venne messo davanti all’uno. In seguito
poterono muoversi al disotto dello zero, usando i numeri negativi, aprendo la
porta alla matematica moderna.
VEDI ALLORA UNA FORTE INTERCONNESSIONE TRA
MEDITAZIONE, MATEMATICA E SCIENZA?
Assolutamente sì. Le cose sono interconnesse, sia
che lo vediamo oppure no. E siccome cresce la meditazione nel mondo, questa
interconnessione diventerà sempre più ovvia e, spero, produrrà un numero sempre
maggiore di risultati benefici.
Un’avventura particolare di ma anand
priyatama in Bosnia: Perché la guerra?
Essere a Milano in giugno, senza
qualcosa di preciso da fare, aiuto! Una voce dentro mi diceva: “Fai qualcosa,
esprimiti qui e ora, trova qualcosa che ti appassioni!”... Un'altra voce
querula rispondeva: “Ma cosa? Cosa?”, poi: “… il sociale… la politica… ti ci
sei divertita, poi hai lasciato perdere, perché? Ecco qualcosa da
approfondire”, mi son detta. In realtà, avevo voglia di qualcosa di nuovo, avevo voglia di avventura.
Mi è sempre piaciuta. Ma l'avventura sociale sembrava in contrasto Osho. Ci
sono i suoi giudizi sui politici, sulla politica, però, però… “Sii te stesso/a”
è di certo uno dei messaggi forti di Osho.
Così, senza pensarci su oltre, ho
seguito la pista, prendendo contatti con organizzazioni non governative (ONG)
coinvolte nella solidarietà internazionale. Sono andata a Roma dove gran parte
ha sede, ma niente succedeva se non eri ‘amico di amici’. Ho insistito e
finalmente a Bologna sono capitata da persone sincere di una ONG, ‘focal point’
per l’invio di volontari per le missioni civili dell’ONU. È stato un buon
incontro in cui ho espresso il desiderio di partecipare con il mio background
giuridico. Dopo quindici giorni mi hanno proposto di andare in Bosnia per il
processo elettorale imminente. Mi sono buttata sui formulari ed ho persino
dichiarato di essere disponibile a guidare veicoli a doppia trazione su strade
non convenzionali. Nostalgia del Ranch mai diventata realtà, per fortuna!
Della Bosnia di prima sapevo ben poco,
ricordavo qualcosa da “Il Ponte sulla Drina” del Nobel Ivo Andric: i Turchi, i
Serbi… una convivenza secolare difficile poi… gli Austriaci, i Croati, la prima
guerra mondiale. Parto per Vienna il 12 agosto 1996 e lì mi dicono che non
andrò subito in Bosnia ma in Serbia, per seguire il processo elettorale
all’estero, anticipato, per i rifugiati serbo-bosniaci. Arriviamo a Belgrado il
15 agosto e ci ritroviamo in uno di quegli enormi alberghi stile lusso
socialista sul Danubio. Piove e il fiume scorre opaco fra noi e un’isola verde
che sembra disabitata. Vengo investita dalla malinconia socialista. Che ci
faccio qua? Che idea assurda essere partita! E via di questo passo. Per fortuna
mi sono portata Dinamica/Kundalini… non male davanti al grande fiume! Intanto
parte il training sui compiti di supervisione elettorale. Nelle ore libere oso
qualche incursione in centro. Cerco di andare oltre la prima impressione, oltre
il senso che le dittature rosse o gialle o nere esprimono sempre una
grandiosità fasulla che schiaccia l’individuo. C’è vita e persino eccitazione
nella folla che mi circonda: lungo il Danubio gente fa jogging o porta a spasso
il cane, la sera giovani cantano a ballano sui battelli-ristoranti del Danubio.
Gli addetti internazionali, circa 30, sono bulgari, polacchi, italiani, alcuni
francesi e svedesi. Spagnoli e americani sono stati destinati alle elezioni
all’estero in Croazia. Lavorerò a Kralievo in team con un funzionario del
Ministero degli Esteri bulgaro. Il nostro compito è organizzare alcuni seggi
elettorali e poi controllare le procedure di voto. Cominciano gli incontri con
la gente. Anche per questo sono qua. Perché questa guerra? Perché tanti orrori?
Le notizie in Italia erano confuse: migrazioni di massa, tragedie personali e
collettive. Volevo capire. Mia madre è bulgara, slava dei Balcani anche lei, e
poi tutto questo casino è successo a circa quaranta minuti di volo dall’Italia!
A Kralievo i sindaci della zona, il
prefetto sono tutti programmati a darci un’immagine positiva. Ecco allora le
visite ai monumenti ai caduti serbi per mano nazista nella seconda guerra
mondiale, ecco gli inviti a cena con conversazione sempre portata a volerci
tirare dalla loro. Ascoltavo, mi divincolavo, ribattevo, ma il meglio era
quando potevo andarmene per i fatti miei. I quarant’anni di Tito hanno
congelato tutto e la gente è rimasta ferma a valori da dopoguerra, all’identità
nazionale alimentata da una musica straordinariamente intensa, dalla religione
cristiano-ortodossa e dal credersi i salvatori dell’occidente contro il mondo
mussulmano, da sempre… Il tutto senza alcuna ironia! Però la gente comune che
ho incontrato aveva una bella carica vitale e non dava l’impressione di essere
completamente senza risorse. I primi veri bosniaci che ho incontrato lavoravano
in un seggio elettorale per i rifugiati a Kralievo. Due erano di Sarajevo, nati
e cresciuti là. Avevano combattuto contro la loro città, sulle montagne
circostanti, poi, alla fine delle ostilità, erano tornati ‘a casa’. Ma quale
casa? Dovevano avere la coda di paglia… la polizia di Sarajevo era mussulmana e
certo non era tenera. Allora sono andati dalle autorità militari internazionali
in cerca di protezione! “Che sì, capivano ma potevano garantire incolumità solo
di giorno sino alle otto di sera, poi la città era delle autorità locali.” E
così se ne sono andati. Al primo impatto con gli ‘internazionali’, Anton il
bulgaro ed io, erano proprio incazzati. Qui vivevano da profughi, non potevano
lavorare ed erano considerati stranieri… una situazione assurda.
Abbiamo cominciato a parlare e tutta
la settimana in cui il seggio era in funzione è stata qui e ora. Siamo
diventati amici. Ho ascoltato tutto, la vita militare per tre anni al freddo
sulle montagne in trincea… No, no… di donne mussulmane non ne avevano mai
viste. E la violenza? Se ne vergognavano per quelli che l’avevano fatta,
volevano uscire da quell’incubo, ma ancora se la prendevano con gli altri, con
i mussulmani e con i croati soprattutto. Tutto questo odio collettivo, altro
che tribù africane, questi sono come me, eppure eccoli qua a vivere dentro un
film con mitra e scontri e tutto! Ora sognavano di andarsene per sempre in
Australia, in America, ovunque.
“Perché questa guerra?” chiedevo.
“Perché sembrava la cosa giusta” rispondevano.“Lo rifareste?” dicevo. Silenzio
e occhi che vagavano qua e là. Una donna, con una bella energia diretta, non
diceva nulla del passato, non voleva più saperne. Aveva le carte per andarsene
in Svezia da una sorella emigrata da tanti anni. Era serena e la sua serenità
era una conquista, si vedeva. Era brava nel lavoro elettorale. Si chiama
Milena. La considero un’amica e così gli altri due.
Che casino in Bosnia! Un casino non al
ketchup come al cinema. Un odio senza scampo, una lacerazione tremenda in
questa gente. Provate a immaginare che cosa può essere stato ritrovarsi in
mezzo a tanta violenza, vederne i segni
nei luoghi e nella gente mi faceva sentire un’intrusa.
Dalla Serbia siamo arrivati a Sarajevo
su un aereo militare rumorosissimo seduti sul duro metallo, portandoci dietro
le schede elettorali dei rifugiati serbi da aggiungere al voto in Bosnia. La
discesa all’aeroporto di Sarajevo e le colline attorno: rovine, trincee, fili
spinati, sacchetti di sabbia ovunque, accoglienza spartana e subito una
conferenza sulla sicurezza e le mine. Mine ovunque a Sarajevo.
Non avvicinarsi alla case distrutte
sono minate, non camminare nei prati, non, non, non. La città: grattacieli
sventrati, intieri quartieri ridotti a puri scenari spettrali, la biblioteca
del sultano – un palazzo moresco bellissimo di cui hanno retto all’incendio
solo i muri esterni e la scalinata centrale – bruciata, distrutta, libri
compresi. È stato uno degli ultimi atti di guerra dei Serbi assedianti. Ma
molto, molto in peggiori condizioni la città di Mostar, praticamente rasa al
suolo dai Croati, ponte medioevale compreso.
Ho vissuto un paio di mesi a Sarajevo.
Perché sono venuta qua? Curiosità perversa? Esorcizzare la solitudine?
Abitavo vicino alla famosa fabbrica di
birra, alla biblioteca del sultano e al ponte dove nel 1914 un nazionalista
serbo ha ucciso un Asburgo, la scintilla della prima guerra mondiale.
La vita risorge in fretta e la gente
sopporta scherzosamente il coprifuoco, trincerandosi nei locali a porte chiuse.
La gente… tutti biondi e tutti mussulmani, le donne molte velate, nelle case
via le scarpe, le moschee belle e frequentatissime. In un villaggio abbiamo
dovuto evitare che organizzassero il seggio quasi dentro la moschea! Molti
inviti dei membri del comitato elettorale in case con donne discrete che al
secondo invito iniziano a raccontare – avevamo sempre con noi un’interprete –
la guerra… la paura… il figlio morto… il marito disperso.
Mi ricordo una domenica, durante lo
spoglio dei voti. Da lontano si sente uno stadio di calcio rumoreggiare. Il
lavoro continua monotono, fra caffè turco e numeri. Eravamo sei al tavolo,
anch’io e il mio amico francese contavamo, non aveva senso stare lì a guardare
soltanto! L’atmosfera era rilassata, lavoravamo insieme da molte ore e per
molte ore al giorno da diversi giorni. Ho sentito me stessa dire: “Ma perché non avete
organizzato un torneo di calcio invece di questa stupida guerra?” Mi sono
gelata. Ancora una volta qualcosa dentro di me mi aveva spinto oltre i limiti! Silenzio, al tavolo si
sono fermati per un attimo, poi uno ha detto: “È troppo presto!” E una donna,
dopo un po’: “Noi non sappiamo più ridere, abbiamo dimenticato come si fa.
Forse dovremmo ricominciare!” Che gioia! L’ho abbracciata, abbiamo riso,
ridevano tutti. E’ arrivato altro caffè turco con babà.
I mussulmani
bosniaci sono in mezzo, fra Croati e Serbi, cui la Bosnia fa gola, da inglobare
nella Croazia per gli uni e nella Federazione Jugoslava per gli altri. La
Bosnia sulla carta è un unico stato, diviso dalla linea di tregua in due ‘entità
territoriali’: la Federazione croato-mussulmana e la Repubblica serba.
In Bosnia ci sono tornata nel 1997,
per la seconda fase delle elezioni, quelle comunali e provinciali rinviate nel
1996 per le troppe tensioni ancora presenti. Sono stata inviata a Banja Luka,
l’unica città della zona serba alla stessa latitudine di Bologna.
Da Sarajevo, Banja Luka dista circa
duecento chilometri, per raggiungerla si attraversa tutta la Bosnia. Un paese
molto bello, con montagne non troppo alte ma non più colline. Era maggio, una
primavera verdissima, con fiori mele albicocche ciliege sole aria limpida cielo
azzurro intenso trasparente. Lungo il percorso d’un tratto… zone devastate,
interi villaggi e cittadine distrutti, desertificati. Ho saputo poi che si
trattava di posti serbi, ora in territorio controllato dai croati che avevano
distrutto sistematicamente tutte, dico, tutte le case per impedire a chiunque
di tornare a viverci, un lavoro sistematico… ogni casa una granata e via il
tetto e la struttura interna… ridotte a scheletri vuoti con solo le mura
esterne in piedi e minate. Questo spettacolo si è ripetuto più e più volte…
Dvar, Krupta na Una, Gracovo… i nomi li ho saputi dopo, guardando le mappe e
incontrando gli impiegati comunali che erano fuggiti con i libri dell’anagrafe.
Banja Luka si trova in una ricca pianura e non è stata direttamente toccata
dalla guerra, salvo la comparsa di alcuni caccia americani che, verso la fine
della guerra, l’hanno sorvolata a scopo intimidatorio. È una città piacevole,
ci sono cinema, concerti, ristoranti, case confortevoli, parchi, un castello
sul fiume.
Uno dei seggi di cui mi dovevo
occupare era in un quartiere mussulmano. Le case islamiche sono a base quadrata
con tetto a piramide. Sin dal primo giorno mi colpivano le tante case bruciate
o danneggiate dal fuoco. Ho chiesto in giro e ricevuto risposte vaghe, poco
convincenti. Quello che ho saputo poi era desolante: i mussulmani, circa il 25%
della popolazione erano stati intimiditi e scacciati alla spicciolata. Ben
pochi i rimasti e le case assegnate a profughi serbi – i maiali allevati nei
cortili retrostanti non lasciavano dubbi. In quel quartiere, vicino al bagno
turco, da poco tempo c’era una piscina modernissima. Ci sono andata una volta e
poi più: mi pareva che i culturisti presenti fossero gli stessi delle bande
oltranziste, l’atmosfera era sinistra!
La guerra rompe con la morale
corrente, nessuno è migliore dell’altro. Recentemente è emerso che, nel 1992 a
Sarajevo, gruppi mussulmani paramilitari hanno ucciso migliaia di civili serbi.
“Cosa ci faccio qua? Forse stufa del quotidiano privo di slanci della società
del benessere – di Milano - confrontarsi con la guerra, con la morte è più
reale. Almeno qua… giù la maschera!”
I Balcani sono da secoli punto di
incontro/scontro di culture molto diverse, quella turca presente per almeno
quattrocento anni, quella austriaca e quelle locali, serba, bulgara, albanese
congelate in vario modo dentro sentimenti nazionalisti arcaici, che i regimi
socialisti credevano di aver soppresso.
La Bosnia è anche un bell’esempio
dell’andazzo della politica mondiale. Sul conflitto si sono innescati gli
interessi dei paesi europei e degli USA. La Germania e la Francia non sono
riuscite a fermare la guerra, la prima troppo dalla parte dei Croati e la
seconda dei Serbi!
I veri interessi in gioco erano le
zone di mercato. In Bosnia la moneta corrente è il marco tedesco! Nella zona
serba le macchine più diffuse sono francesi! In questa situazione sono arrivati
gli USA ‘in difesa dei mussulmani di Sarajevo assediati dai serbi’ con il
trattato di Dayton che sono riusciti a far firmare a tutti i belligeranti,
sotto la minaccia dell’intervento militare diretto. Gli obbiettivi del trattato
sono la convivenza di tutti con tutti, in un unico stato. Da qui le elezioni.
La realtà è un’altra. Il trattato di Dayton è stato per Clinton un punto di
forza elettorale, ma in Bosnia nessuno vuole stare con nessuno. Che cosa
succederà è difficile a dirsi. Forse un’evoluzione nella gente dopo
l’esperienza dolorosa di questa stupida guerra. La comunità internazionale dà
una versione ipocrita dei fatti. Per dirla con Osho “the situation is
hilarious:” le bugie dei politici e dei media coprono tutto, tutti fanno a gara
a sbrogliare conflitti altrui e nascondere intrighi e pasticci propri.
Cosa ci facevo io là? Cosa è stata per
me quell’esperienza? Sento di aver fatto bene a seguire l’avventura, senza
farmi fermare dai dubbi. Mi ha dato radici e insieme leggerezza perché mi sono
accettata. Sento di aver acquistato un pezzetto di libertà e di chiarezza, un
po’ di nebbia si e’ diradata. Ho anche toccato momenti di risonanza con energie
che erano là fuori e che sono dentro di me – attraverso mia madre – la musica,
certi modi di fare diretti, una certa testardaggine, una certa tendenza alla
rissa – senza ketchup però – ma così andiamo troppo nel personale... Beh ciao
l’avventura continua qui e ora a Puna! Già, perché sembra proprio che l’unico
modo di viverla questa vita sia come un’avventura, come una continua
esplorazione.
Sw.
Anand Subhuti ha vissuto inaspettatamente alcuni mesi nella Terra dei Padri e,
– ancora più inaspettatamente, – gli è piaciuto molto.
Stavo attraversando il cancello
dell’Osho Commune International dopo un assenza di parecchi mesi, quando ho
incontrato una vecchia amica.
“Uau, stai benissimo!” fu il suo
commento.
“Dove sei stato?
“In Germania,” risposi.
La sua fronte si corrugò in un
cipiglio perplesso, mentre potevo quasi vedere gli elettroni impazzire nel suo
bio-computer, cercando di conciliare due termini in sé contradditori: Germania…
e un bella faccia felice? Com’era possibile?
La Germania ha una pessima reputazione
tra i molti sannyasin giramondo di Osho anche se, per essere reali, bisogna
dire che quest’atteggiamento è diffuso principalmente tra i sannyasin nati in
Germania.
In parole povere, non possono
sopportare la Terra dei loro Padri.
Per un inglese, invece, ha un certo
fascino.
C’è da dire che la maggior parte dei
Tedeschi – almeno quelli che ho incontrato – sembrano amare gli Inglesi. Il perché,
non lo so. Ho il sospetto che, per capirlo, occorra risalire alle due ultime
guerre mondiali e al fatto che, in entrambe le occasioni, gli Inglesi
riuscirono a stare dalla parte dei vincitori, contro i Tedeschi.
Penso che siano ancor’oggi perplessi:
come è potuto accadere? In verità, sono anch’io d’accordo con loro. Se guardi
bene i due paesi, è davvero difficile da concepire. La Germania funziona
benissimo.
Persino oggi, nel cuore di una
depressione economica, il paese è ordinato e lindo, gli orari dei treni – molti
dei quali sono nuovissimi, come appena usciti dalla fabbrica locale della
Siemens – sono rispettati.
Le persone sono ben vestite, lavorano
sodo, sono intelligenti, per lo più gentili. Salta all’occhio il contrasto con
l’atteggiamento depressivo, sgarbato e ritroso dei lavoratori britannici. Gli
stipendi sono bassi, i prezzi alti, la produttività è una parola sporca e per
spostarsi in treno non vale neppure la pena di consultare un orario
ferroviario. Se vogliamo poi parlare di modernizzazione, l’ultimo treno nuovo
data dell’epoca di Robert Louis Stevenson. Fai più in fretta a prendere una
macchina, se hai i soldi per pagare la benzina.
Non c’è da stupirsi che io me ne sia
andato alla prima occasione.
Di fatto, ciò che impedì ai Tedeschi
d’invadere l’Inghilterra non fu certo l’eroico coraggio di “pochi” – come
romantizzato dalla mitologia inglese di guerra – bensì 32 chilometri di acqua e
l’intervento degli Stati Uniti.
Qualsiasi sia stata la ragione, la
leggendaria collera del temperamento tedesco sembra addolcirsi quando si
confronta con un accento inglese.
“Sono spiacente, il mio inglese è
pessimo. Non lo parlo dai tempi di scuola,” si presenta normalmente scusandosi,
con una grammatica senza grinze, un tedesco quando incontra un inglese. Non gli
passa nemmeno per l’anticamera del cervello che dovrebbe essere l’anglosassone
a scusarsi per non parlare tedesco.
Un altro punto a favore dei Tedeschi è
che sanno cuocere il pane. Per chi è cresciuto con spesse fette di cartone
bianco morbido – questa è l’idea inglese di pane – quello tedesco appare come
una conquista che incute timore.
Andate in qualsiasi panificio tedesco
e capirete cosa intendo: interi scaffali su scaffali pieni di pane nutriente e
con un profumo allettante. Non devi spalmarlo con marmellate per non
ingozzarti.
E posso andare avanti di questo passo:
le finestre tedesche che si aprono da entrambe le parti e dal di sotto – una
brillante invenzione molto semplice – in contrasto con quelle inglesi che
sembrano costruite appositamente per far entrare raffiche di vento. Le macchine
tedesche che non vanno a pezzi, la minestra di patate e porri, le donne
tedesche, invariabilmente alte, bionde, di bell’aspetto e intelligenti…
Qui a Puna ci avviciniamo forse al
centro dell’attrazione. Nel calderone dei sannyasin di Osho, in cui si
incontrano uomini e donne del mondo intero, ho notato che esiste un’affinità
naturale tra le donne tedesche e gli uomini inglesi.
Le donne tedesche amano gli uomini
inglesi per la loro enigmatica eccentricità, e perché sanno ascoltare la donna
in contrasto – mi dicono – con l’atteggiamento neo-bavarese più sciovinistico
del maschio tradizionale tedesco.
All’inverso, gli uomini inglesi amano
le donne tedesche perché sono spontaneamente dirette. Non sul sesso - non il
classico “Antare mia kasa adezzo, ya?”, cosa che fa restare l’inglese a bocca
aperta. È per il loro approccio su tutto: un modo entusiastico e pratico di
vivere la vita. In contrasto con la tendenza inglese a ridurre ogni cosa a un
frizzo sarcastico che in effetti vuole dire: “non abbiamo bisogno di affrontare
ciò che sta succedendo tra di noi, perché possiamo far morire la cosa con una
barzelletta.”
C’è da dire che stiamo ancora
soffrendo dell’antico retaggio lasciato dalla Regina Vittoria: tenere le labbra
strette e tese, stringere fermamente le chiappe e tenere il rospo in gola.
Mi dicono che con Tony Blair va un po’
meglio, ma non sono ancora ritornato laggiù per verificare.
Da qualsiasi parte mi giri per
guardarmi indietro, mi accorgo che ho iniziato a comunicare con le donne solo
dopo aver lasciato la mia terra.
C’è un’altra cosa interessante che ho
scoperto delle donne tedesche solo l’estate scorsa, mentre ero in vacanza in un
albergo sul Mar Baltico. Si tratta piuttosto di un’epidemia.
Mi riferisco al fatto che migliaia di
donne tedesche di età compresa fra i 35 e i 55 anni “stanno muovendosi” in un
senso spirituale. Sono arrivate alla conclusione eretica che c’è molto di più
nella vita che portare a Helmut il suo pasto serale mentre beve una birra dopo
l’altra guardando alla TV il Borussia Dortmund giocare contro il Bayern di
Monaco.
Queste donne sono alla ricerca di se
stesse, con grande costernazione e apprensione dei loro compagni. “Mi sembra
sia meglio cambiare moglie” fu la risposta minacciosa di un marito in risposta
all’insistenza della moglie che il loro matrimonio doveva cambiare.
Poiché mi trovavo in un albergo tipo
“Bio e Salute” che offre anche programmi di meditazione, molte di queste donne
lo frequentavano ed ebbi l’occasione di parlare con loro – perché,
naturalmente, parlavano tutte inglese.
La maggior parte di esse non sapeva
neppure che cosa andava cercando. Di un maestro spirituale non se ne parlava
neanche. Neppure sicure che cosa voglia
dire meditazione, al di là, forse, di certe posture yoga.
Ma tutte sapevano cosa non volevano e
tutte speravano, sinceramente e con tutto il cuore, di trovare una sana
alternativa. Per molte, già era un sollievo aver trovato un posto dove andare e
poter parlare liberamente di sé, della loro situazione familiare, delle loro
speranze e paure. Da questo punto di vista l’albergo era un’oasi, un rifugio e
un punto di partenza, un luogo dove potevano prender coraggio per rompere col
passato e iniziare qualcosa di totalmente nuovo.
Qui devo fare un’altra diversione e un
altro confronto – questa volta non con gli Inglesi, ma con quella strana razza
che sono gli Americani e in particolare i Californiani.
Avendo vissuto in California per
alcuni anni, ho dovuto concludere che poche persone sono pronte a osservarsi in
modo approfondito. Non c’è nessuno spazio tra l’identificare un problema e
creare una soluzione. È la mecca della trasformazione istantanea.
Che sollievo, quindi, passeggiare
lungo le spiagge spazzate dal vento del Mar Baltico, parlare con persone che
non erano assolutamente interessate a far mostra del proprio raffinato ego
spirituale, ma che piuttosto volevano condividere se stesse con semplicità,
cuore a cuore, in modo aperto e intimo.
Come dice Osho, il fondamento della
crescita spirituale è l’accettazione – accettare te stesso come sei – e a
questo riguardo trovo che i Tedeschi e specialmente le donne tedesche, hanno un
solido punto di partenza.
La mia vacanza nel nord della Germania
non è andata tutta liscia. Per esempio, un pomeriggio estivo, mentre cercavo
un parcheggio in un affollato luogo di
vacanza al mare, mi sono imbattuto in tre uomini tedeschi arrabbiatissimi –
tutti e tre sorveglianti del parcheggio – pronti a vendicarsi di entrambe le
guerre se non avessi immediatamente spostato la macchina da un’altra parte.
Ma questa è stata l’eccezione, non la
regola.
Da nomade sannyasin che cerca dei
posti dove stare sul pianeta – tra un viaggio e l’altro a Puna – un appello
tenero nel mio cuore si sta facendo decisamente sentire per la Germania.
È strano. Ma in questo viaggio
misterioso con Osho, ciò che è strano è
da tempo diventato la norma.
Aiutare
le persone a scoprire la strada della meditazione è una cosa delicata. L’Osho Times International intervista Ma
Prem Pradeepa e Swami Venu Gopal, condirettori dell’Osho Meditation Academy.
OTI: Pradeepa,
conduci gruppi di meditazione, in particolare Vipassana e Zazen, da più di
vent’anni. Qual è la tua esperienza personale e come puoi paragonare questa esperienza
rispetto ad altre?
Pradeepa: Be’, il mio
cammino personale è interessante perché, quando mi fu assegnato il compito di
condurre queste tecniche di meditazione classiche, Osho mi disse molto
chiaramente di non fare gruppi terapeutici. A quei tempi – parliamo di circa 20
anni fa – quasi tutti facevano come prima cosa gruppi di terapia come un
processo di pulizia e di preparazione alla meditazione.
Per ben due volte lo chiesi a Osho -
una volta volevo fare un gruppo sulla relazione col mio innamorato e Osho disse
che lui poteva farlo, ma io no! La seconda volta, mi fu detto in modo fermo:
“Vipassana è il tuo unico gruppo. Osserva e aspetta,” cosa che a quel tempo
pensai fosse piuttosto drastica.
OTI: Sei riuscita
a comprendere perché Osho ti disse questo?
Pradeepa: No,
assolutamente (ridendo). Ma devi sapere che ho una famiglia molto speciale per cui mi sono fatta i gruppi
di primal ed encounter vivendo le dinamiche della mia famiglia.
OTI: È una
famiglia molto emotiva?
Pradeepa:
Estremamente. Mia madre è molto emotiva ed espressiva e vuole sempre che tutti
sappiano cosa sta sentendo. Così, crescendo con questo come modello di donna!
(ridendo), non ho avuto bisogno di imparare a esprimermi – avevo più bisogno di
imparare a osservare la mente, infatti Osho mi disse che sarei diventata più
comprensiva e che il metodo è la meditazione.
OTI: È stato così
per te?
Pradeepa: Sì e no. Sì
nel senso che molte cose che prima non lo erano sono diventate ovvie. Ma è
stata necessaria tanta comprensione.
OTI: Cosa vuoi
dire, fammi un esempio?
Pradeepa: Quando
sorgono delle difficoltà con un’altra persona, in particolare in una relazione
d’amore, è nata la comprensione che non c’è da condannare nessuno. Prima dovevo
sempre cercare di capire chi avesse ragione e chi avesse torto, adesso penso
che non sia più importante.
OTI: Per nulla?
Pradeepa: Per nulla.
Il mio partner attuale ha addirittura creato il suo istituto – l’Istituto per
il Rimprovero Cosciente – che consiste nel prenderci in giro, cosicché nessuno
di noi può prendersi troppo sul serio.
OTI: Per molti è
difficile accettare l’idea che, quando esiste conflitto tra due persone,
nessuna delle due sia da biasimare.
Pradeepa: Lo so
(ridendo). Le persone vogliono identificarsi con l’avere torto o l’avere
ragione, essere vittima o carnefice, cosa che prendono molto seriamente,
specialmente quando sono in una relazione d’amore, ma penso che si tratti
proprio di un’incomprensione.
OTI: Cosa accade
quando le persone entrano in conflitto?
Pradeepa: Sarebbe molto più
interessante vedere cosa succede quando le persone non sono in conflitto, qual
è l’ingrediente magico… deve essere la consapevolezza, l’essere allerta, la
meditazione.
OTI: Stai dicendo
che quando le persone non sono consapevoli sorgono per forza problemi?
Pradeepa: Credo di sì.
OTI: Perché
succede così?
Pradeepa: Per via
dell’ego. La coesistenza di due ego è molto difficile. È d’obbligo che si
scontrino. Ma naturalmente le persone sottoscrivono vicendevolmente bellissimi
contratti per cercare di evitare il conflitto. Puoi vedere le personalità più
sorprendenti interconnettersi vicendevolmente sulla base di un accordo
reciproco.
OTI: Per prendere
cura delle zone in cui gli ego si sfregano nel senso sbagliato?
Pradeepa: Be’, per
essere sicuri che si strofinino nel senso giusto. Cercano di mettere
particolarmente l’accento su ciò che funziona per entrambi – è così che la
maggior parte delle persone si barcamenano. Funziona per le persone che si
amano veramente, ma non sembra che le persone si amino per molto. Ci vogliono
due persone intelligenti per passare un lungo periodo di tempo insieme in
armonia – ed entrambe devono avere un buon senso dell’umorismo. Questo sembra
essere importante. Le persone che si prendono sul serio tendono a creare problemi
molto velocemente.
OTI: Pensi che,
quando le persone diventano più meditative – specialmente con Osho – tendano a
vedere il lato umoristico delle umane vicissitudini?
Pradeepa: Sì, è
proprio così.
OTI: Mentre altri
tendono a mettere l’accento più sull’infelicità?
Pradeepa: Sì.
L’umorismo è la cosa principale che Osho ha aggiunto alle meditazioni passive.
Buddha era un po’ serio – non c’è molto umorismo nel Dhammapada. Lo Zen è il
solo approccio tradizionale in cui l’umorismo è presente. Fra tutte le
religioni consolidate, lo Zen è quella che Osho preferisce. Infatti egli parla
molto più dello Zen che di qualsiasi altra religione.
OTI: Quale credi
siano le difficoltà di base delle persone che partecipano a un gruppo di
meditazione?
Pradeepa: Una delle
domande che si pongono più comunemente è: “Sarò sulla strada giusta? È questo
proprio ciò che mi deve accadere?” Per esempio, le persone vedono che dopo
essere state sedute per un po’ la mente, invece di acquietarsi, diventa più
attiva – ciò che è una cosa comune.
OTI: Questo
accade di più all’inizio?
Pradeepa: Non
necessariamente. Osho ci incoraggia sempre ad andare più in profondità – questo
è ovviamente il lavoro del Maestro – e uno non sa mai a cosa va incontro.
Grazie al cielo, abbiamo a disposizione molte indicazioni sulla meditazione
tratte dai discorsi di Osho che è, in assoluto, il Maestro del paradosso.
Puoi trovare una citazione che dice
che una mente superattiva è un buon segno e un’altra in cui dice che è un
cattivo segno. Le persone trovano dell’umorismo nel paradosso. E cosa succede
alla mente quando si trova a confronto con il paradosso? Osho dice – questa è
una delle mie citazioni preferite – che più vicino sei alla verità, più grande
è il paradosso. Questa citazione mi piace molto e corrisponde a un’esperienza
molto interessante.
OTI: Quando le
persone si salutano dopo il ventunesimo giorno di un ritiro di Vipassana, che
percezione hai di ciò che è successo dentro di loro?
Pradeepa: Una pulizia
profonda, uno scontro con se stessi e che hanno passato del tempo più vicino al
loro essere – ciò che io chiamo tempo reale.
Normalmente le persone sono così interessate a quello che dicono gli
altri… ognuno si dà da fare a chiedere consiglio a tutti. Concedersi del tempo,
creare del tempo per andare dentro di sé e scoprire in prima persona quello che
senti – questa è la tua realtà, questa è la tua verità. Non c’è nessun altro
modo. Nessun altro può darti questa verità.
OTI: Questo è lo
spazio di ognuno?
Pradeepa: Giusto.
Nessuno può fare l’osservatore per te! Dipende da te. Ognuno può incoraggiarti,
darti sostegno, provocarti, ma alla fin fine dipende da te. Solitamente le
persone si sentono bene dopo aver fatto un ritiro. Anche se è stato un inferno,
non lo prendono male. Le persone se la spassano in modo sorprendente a meditare
tranquillamente con se stessi.
OTI: Le
meditazioni silenziose, passive, non sono l’unico approccio offerto
dall’accademia, vero?
Pradeepa: No,
assolutamente. Ci sono altri approcci che offrono grandi aperture alla meditazione.
OTI: Questo è un
punto importante… C’è una tendenza fra i ricercatori spirituali a pensare che
la sola meditazione reale sia semplicemente star seduti, con occhi chiusi, a
osservare la mente?
Pradeepa: Be’, ci sono molti tipi di
persone e Osho ha dato uno sguardo profondo all’umanità del ventesimo secolo,
ha visto in quale specie di circo viviamo e ha creato moltissimi tipi di
tecniche di meditazione. Mi piace particolarmente lavorare con la Vigyan
Bhairav Tantra, che comprende molte tecniche tantriche date dal Dio Shiva alla
sua consorte Devi, o Parvati, o Shakti – ha molti nomi – specialmente per
giocare con l’energia vitale, sessuale.
Questo è l’approccio del Tantra alla
meditazione: addentrarsi in stati estesi di consapevolezza, dissolversi,
fondersi e unirsi. Completamente diverso dall’osservare e dal testimoniare. Il
gruppo “Watching the Fire” è molto popolare e si rifà a questo approccio.
OTI: Com’è il
gruppo Sammasati? Non è stato Osho a volerlo?
Pradeepa: È vero.
Sammasati significa “il giusto ricordo” e Osho usa questo termine ripetutamente
nei suoi ultimi discorsi sullo Zen. A un certo momento mandò un messaggio
suggerendo di creare un processo di supporto per Vipassana e Zazen che
includesse il rilassamento, l’osservazione e lo sviluppo di una mente senza
giudizi. Generalmente un gruppo del genere viene seguito da un ritiro di
Vipassana della durata di 21 giorni.
OTI: Pradeepa,
grazie. Gopal, la tua partecipazione all’accademia è stata principalmente di
combinare l’ipnosi e la meditazione. Da quanto tempo lo fai?
Gopal: Ormai da
tanti anni. Mi cominciai a interessare a unire l’ipnosi alla meditazione dopo
aver ascoltato i discorsi di Osho durante il suo giro del mondo nel 1986,
quando parlò per esteso di questo argomento.
OTI: Puoi dirci
in breve cosa dice Osho?
Gopal: Dice che
l’ipnosi può essere un ponte per andare più in profondità nella meditazione e
che nessuno, proprio nessuno nel passato ha usato l’ipnosi per la
trasformazione spirituale. Parla molto di come la chiesa ha condannato l’ipnosi
– come persino oggi, in tempi moderni, molte persone ne hanno ancora paura.
Solo ascoltare Osho parlarne in questo
modo mi ha permesso di rilassarmi, di accettare l’ipnosi come un processo
semplicissimo e bellissimo. Fino ad allora, avevo lavorato principalmente con
le tecniche di Vipassana e Zazen.
L’ipnosi, come modo per attirare le
persone alla meditazione, per tendere una rete più larga – si fa per dire – si
è dimostrata molto efficace. Molte persone, grazie all’approccio con l’ipnosi,
si sono avvicinate alla meditazione.
OTI: Prima d’ora
eri uno specialista in questo campo?
Gopal: Avevo
partecipato a dei training di ipnosi, ma le direttive più profonde vennero dai
discorsi di Osho e da lettere personali che gli scrissi sull’uso dell’ipnosi e
della meditazione.
OTI: Cosa ti
disse Osho?
Gopal: Mi
interessava l’autoipnosi e mi chiedevo a quale livello della mente lavorasse
questa tecnica – Osho parla di molti diversi livelli di consapevolezza,
dall’inconscio al superconscio.
Mi disse che andava bene, all’inizio,
aiutare le persone a rilassarsi nell’inconscio, lasciando penetrare i
suggerimenti del terapista dentro di sé mentre si trovavano in stato di
profondo rilassamento – non aveva importanza se erano sveglie o in uno stato di
sonno deliberato, ipnotico.
Osho mi chiese anche di fare un altro
gruppo, nel quale poter sperimentare l’ipnosi con il superconscio. Il gruppo
venne poi chiamato “Tesori del Superconscio”, in programma all’inizio di questo
mese.
OTI: Nel primo
gruppo, che suggerimenti dai per portare le persone in una trance ipnotica?
Gopal: All’inizio
faccio rilassare le persone usando qualsiasi cosa stia succedendo nel momento,
parlando a voce bassa, con una musica dolce. Il mio messaggio principale – come
Osho mi ha indicato – consiste nel dire che il processo dell’autoipnosi è molto
facile, che possono usarlo da soli, con il suono della loro voce e le immagini
che preferiscono. Così all’inizio del gruppo do molti suggerimenti su come il
potere dell’ipnosi è nelle loro mani.
Osho dice che questo è il miglior modo
per imparare l’autoipnosi: avere qualcuno che ti manda in trance, dandoti dei
suggerimenti che tu puoi, poi, darti da te molto facilmente. E naturalmente,
mentre faccio questo, suggerisco che la loro meditazione va sempre di più in
profondità.
Piano piano le persone cominciano a
praticarla per conto loro, fino a quando possono fare l’intero processo di
rilassamento da soli, dandosi dei suggerimenti che sono utili per la
meditazione, questi suggerimenti devono essere dati prima di entrare nel
processo profondo di rilassamento.
Allora si possono lasciar andare
completamente, sapendo che i suggerimenti dati continuano a lavorare nel
profondo del loro inconscio, mentre riposano, senza che debbano fare nulla.
All’inizio della sessione si sono anche date un messaggio, di portare a termine
l’esperimento dopo un certo lasso di tempo.
OTI: Devi
ricordare di tornare indietro, non è vero?
Gopal: Sì. Oppure
puoi metterti una sveglia, o puoi lasciarti andare per un periodo di tempo più
lungo – se non hai, ad esempio, impegni importanti nella giornata! (ridendo).
Ma il processo non presenta alcun pericolo.
OTI: Puoi
ipnotizzarti in modo tale da restare in coma per il resto della vita?
Gopal: No!
(ridendo). È un paradosso, perché aiutiamo le persone a rilassarsi
nell’inconscio, ma i suggerimenti ti aiutano a diventare più cosciente, a
svegliarti. Questo è il paradosso: uno stato di sonno che ti aiuta ad arrivare
a uno stato di vigilanza.
È per questo che, dopo l’esperimento
di ipnosi, facciamo di solito alcune sedute in silenzio, durante le quali le
persone possono immediatamente sentire gli effetti dell’ipnosi – come la mente
collabora con la meditazione, mettendo l’enfasi sulla testimonianza.
OTI: La funzione
principale del tuo lavoro è quella di convincere la mente a cooperare con la
meditazione?
Gopal: Sì. Questa è
una parte importante del processo, perché il nostro condizionamento, la nostra
educazione sono tali che abbiamo molte idee contro la meditazione…
OTI: … che essa è
una perdita di tempo, che non arrivi da nessuna parte nella vita se non ti
mantieni occupato, se non fai degli sforzi?
Gopal: Esattamente.
La mente ha molte obiezioni e l’ipnosi è un bellissimo strumento per aiutare a
persuadere la mente a essere più cooperativa. Infatti, questa era la domanda
che chiesi a Osho: “Nell’ipnosi è sufficiente dare solo suggerimenti positivi o
abbiamo ancora a che fare con la mente
vecchia, negativa?”
In un certo senso, io speravo che Osho
mi dicesse di dare semplicemente i suggerimenti positivi, ma mi disse qualcosa
di molto bello e che mi fu molto di aiuto: se c’è una parte della mente che
crea problemi, allora va bene persuaderla amorevolmente che ora è il momento di
cambiare.
Per alcune persone, che non hanno
questo tipo di obiezioni, non c’è bisogno di entrare a fondo in questi spazi,
mentre ad altri può essere di aiuto parlare alla parte della mente che fa
obiezioni.
Osho dice che, se tu lo fai in modo
amichevole e amoroso, puoi persuadere la mente a cambiare. In questo modo tu
dai alla mente delle informazioni più intelligenti, così può capire e avere
veramente voglia di cambiare.
Ci sono alcune tecniche ipnotiche
semplici da far fare alle persone per conto loro. Così esse si possono muovere
da uno stato di conflitto interiore verso un altro meno conflittuale – rendendo
così più facile l’osservazione.
OTI: Che tipo di
risposta ottieni dai partecipanti al gruppo?
Gopal: Le persone
amano il processo perché è facile, vivo e al tempo stesso profondo. Non
richiede molto tempo. Quando ci spostiamo dalle sessioni ipnotiche a quelle da
seduti, le persone possono immediatamente sentirne gli effetti. E molte persone
fanno questi gruppi per delle ragioni pratiche: devono tornare in Occidente,
confrontarsi con le sfide nel mondo del lavoro e vogliono delle tecniche
semplici che possano aiutarle. Soprattutto sono i tedeschi che vengono a
chiedere queste tecniche. Non so se la Germania è un paese più pericoloso di
altri per i meditatori… (ridendo).
OTI: Chi lo sa?
Grazie Gopal.
OGNI
MEDITAZIONE NON È ALTRO
CHE UNA
RICERCA DELLO SPECCHIO VUOTO,
CHE RIFLETTE
MA RIMANE COMPLETAMENTE VUOTO.
OSSERVA IL
CORPO:
TU NON SEI IL
CORPO,
TU NON SEI LA
MENTE,
TU SEI SOLO IL
TESTIMONE.
TU SEI
L’OSSERVATORE.
E
L’OSSERVATORE NON HA
NESSUNA OPINIONE,
NESSUNA IDEA,
È SOLO UNO
SPECCHIO.
Fotografie
di Swami Vimal Pantha
’’Mi hanno chiesto se potevo fare
delle foto al gruppo dello Zazen che si teneva nel corridoio a vetrata in Lao
Tzu House, la casa di Osho. Avevo ancora tre giorni prima che il gruppo
finisse. Quel pomeriggio passeggiavo in giardino chiedendomi come avrei potuto
realizzare la cosa. Pioveva, non c’era luce sufficiente, ed è rimasto buio
tutto il giorno rendendo il corridoio a vetrata un tutt’uno col giardino.
Così mi son detto ‘Okay, vedrò di far
saltare fuori qualcosa. È una bella sfida.’ E poi mi sono state anche poste
delle condizioni, tipo di non farmi vedere dal gruppo, niente uso di luci o
flash. Insomma sembrava che dovessi diventare parte del giardino, parte della
pioggia...”
NEL CENTRO PIÙ
INTIMO, DEL TUO ESSERE TU SEI COLLEGATO
COL CUORE
DELL’UNIVERSO.
Tutti i brani
di Osho sono tratti dal libro Ma Tzu: The
Empty Mirror
di Ma Deva Sarito
Io faccio solo scarabocchi. Per gran
parte della mia vita da adulta ho avuto con me uno di quei grossi quaderni che
la maggior parte delle persone usa come diario, e una serie di penne colorate.
E quando mi mancano le parole tiro fuori questi giocattoli non-verbali e faccio
dei disegnini. Questo mi aiuta a rilassarmi e acquietarmi, la migliore cura che
conosco contro quell'indefinito senso di irrequietezza che mi prende quando ho
avuto troppo da fare, oppure sono stata troppo pigra, oppure sono stata troppo
nella testa.
Quando, l'estate
scorsa, Ma Prem Taro ha iniziato a offrire i suoi workshop di pittura di mandala
presso la Comune di Puna, sono stata attratta dai manifesti che annunciavano
le date. Uau, ma questo è scarabocchiare con stile! È un far disegnini con
grazia! Uno scarabocchiare “da professionisti”! Prima che me ne rendessi conto
stavo già facendo un giorno intero di workshop a Meera Barn disegnando ghirigori
con tutto il mio cuore. Questa volta con un minimo di struttura, qualche strumento
in più e una gamma di colori e brillantini e vernici capaci di portare in
superficie l'artista interiore.
Alcune settimane dopo, Taro è venuta
all’Osho Times a mostrarci le foto che aveva appena fatto ai suoi mandala
preferiti. In un batter d’occhio abbiamo messo insieme una dozzina di persone
che sceglievano le loro foto preferite. Taro, che negli anni ha praticato
ogni tipo di lettura divinatoria – “i tarocchi, le foglie del tè, le linee
della mano, l'insalata nel piatto!” dice ridendo – si è trovata a fare la
lettura dei caratteri personali in base alla foto scelta. È stata una sorpresa
anche per lei. Per fare queste letture improvvisate ha dovuto mettere da parte
i significati
e le storie personali
dietro i mandala dipinti da lei. Ma lo sapevo che c’erano delle storie personali
da dire, e Taro era d’accordo di raccontarle quando sarebbe tornata alcuni
giorni dopo. Quando ho esposto i miei mandala la prima volta qui nella Comune,
mi sono ammalata gravemente con febbre altissima, come se qualcosa si stesse
davvero pulendo dentro di me. E come parte dell’esposizione, avevamo in programma
che i visitatori potessero provare a dipingere loro stessi dei mandala, così
tutto quello che potevo fare era solo starmene seduta lì, salutare e dare
loro un foglio di carta dicendo: “Comincia così, e prova a far qualcosa.”
Nel frattempo io dipingevo questo. Lo chiamo “ali d'angelo” perché in esso
c'è qualcosa di molto etereo e delicato e gentile. Per me è stato come aprirmi
a un’altra realtà, permettendo a me stessa di condividere interamente con
gli altri il mio amore per i mandala.
Se guardi i miei
mandala puoi notare che molti sono piuttosto precisi e ben delineati. Mi piace
fare questi lavori veramente precisi e quando faccio un errore lo accetto
e cambio il mandala. Ma poi un giorno ho sentito che adesso volevo giocare
in modo diverso, lavorare più a mano libera. Così questo è un miscuglio… il
blu è un’esplosione di colori, ma ci sono anche queste frecce molto dritte
e chiare. E l’ottagono, elemento importante del Feng-shui, è un’energia molto
completa.
L’anno scorso sono andata a vivere in
Tailandia per sei mesi. Vivevo in una casa vicino alla spiaggia e c’era anche
un lungo molo vicino, un posto molto bello dove potevo andarmi a sedere,
guardare l’oceano e dipingere. Così questo mandala ingloba i miei sentimenti
per la Tailandia, i colori dell’oceano, i colori delle palme e del sole
nascente, e tramonti incredibili… e c’era un tal silenzio!
Sai cosa? dopo
aver fatto questo mandala sono stata travolta dall'entusiasmo! Era come se
mi fossi esposta completamente… La griglia che ho usato si basa su principi
numerologici e questo disegno è un numero tre, che ha a che fare con l’amore
e il cuore e le sue possibilità. L’ho iniziato pressappoco nello stesso periodo
in cui stavo tenendo un workshop e il mandala continuava a volersi espandere
e diventare più grande. Era come fare tre meditazioni dinamiche di fila! E
dopo averlo finito non sono riuscita a toccarne un altro per almeno una settimana.
Ero pervasa da un sentimento forte e vasto!
Questo è il mio primo mandala in
assoluto, quindi gli sono particolarmente affezionata. Non avevo un compasso o
una riga o altro, solo tazze e piatti.
CAVALLI
SELVAGGI CAVALCANO LA
TUA MENTE
Osho
risponde alle domande di alcuni meditatori che cercano di comprendere la mente
per andare oltre.
MIO AMATO MAESTRO,
COME ESSERE CONSAPEVOLE, SPECIALMENTE
QUANDO SONO IN COLLERA? QUESTA SENSAZIONE È COSÌ FORTE, ARRIVA SEMPRE COME
MIGLIAIA DI CAVALLI SELVAGGI IN CORSA. SONO PROPRIO STUFA! PUOI AIUTARMI,
ANCORA UNA VOLTA?
Prem Ila, il tuo problema è
semplicissimo – lo stai rendendo più grosso di quello che è.
“Come migliaia di cavalli selvaggi in
corsa” – una collera così grande ti avrebbe consumata!
La collera è una cosa molto piccola.
Se puoi soltanto aspettare e guardare, non sentirai “migliaia di cavalli
selvaggi.” Se ti imbatterai in un asinello, sarà già tanto! Osservalo e lui se
ne andrà, lentamente. Entrerà da una parte e uscirà dall’altra. Per un po’ devi
solo avere la pazienza di non cavalcarlo. Collera, gelosia, invidia, avidità,
competizione… tutti i nostri problemi sono piccini, ma il nostro ego li
esagera, li rende grandissimi. L’ego non può fare altrimenti: anche la sua
collera deve essere grande. L’ego si ingigantisce con la sua grande collera, la
sua grande infelicità, la sua grande avidità e la sua grande ambizione.
Ma tu non sei l’ego, sei
l’osservatore. Mettiti da parte e lascia passare mille e mille cavalli –
vediamo quanto ci mettono a passare tutti. Non c’è ragione di preoccuparsi. Come
sono venuti – sono selvaggi – se ne andranno. Invece noi non ci lasciamo
scappare nemmeno un asinello: ci
buttiamo immediatamente sopra! A cosa ti servono queste migliaia di cavalli
selvaggi, se ti basta una piccola cosa per riempirti di rabbia e di fuoco. Più
tardi riderai della tua stupidità.
Se puoi osservare, senza rimanere
coinvolto, come se fosse qualcosa su uno schermo cinematografico o televisivo…
qualcosa sta succedendo: osservala. Non sei tenuto a far nulla per ostacolarla,
per reprimerla, per distruggerla, non devi tirare fuori la spada per ucciderla.
Da dove prenderesti la spada? – dallo stesso spazio da cui viene la rabbia. È
tutta immaginazione.
Guarda soltanto e non fare nulla – né
a favore né contro. E rimarrai sorpreso: ciò che sembrava molto grande diventa
molto piccolo. Ma noi siamo abituati a esagerare.
Quando ti sale la rabbia, Ila, non
viene per ucciderti. È stata con te tante altre volte prima e sei sopravvissuta
benissimo. È la stessa rabbia dalla quale sei già passata prima. Fai qualcosa
di nuovo – qualcosa che non hai mai fatto: ogni volta ti lasciavi coinvolgere,
lottavi. Questa volta osserva semplicemente, come se non ti appartenesse, come
se si trattasse della rabbia di qualcun altro. E sii pronta a una grossa
sorpresa: scomparirà in alcuni secondi. E quando la rabbia scompare senza
alcuna lotta, lascia dietro di sé uno spazio straordinariamente bello,
silenzioso e amorevole. La stessa energia che avrebbe potuto diventare lotta
contro la rabbia rimane dentro di te. L’energia pura è delizia – cito William
Blake: “L’energia è delizia” – solo energia, senza alcun nome, senza nessun
aggettivo… Ma non permetti mai all’energia di essere pura. O è rabbia o è odio
o amore o avidità o desiderio. È sempre impegnata in qualcosa, non te la concedi
mai nella sua purezza.
Tutte le volte che in te emerge
qualcosa, è una grande occasione per sperimentare la purezza dell’energia.
Semplicemente guarda, e l’asino se ne andrà, potrà sollevare un po’ di polvere,
ma la polvere si deposita anche da sola: non ci devi pensare tu. Stai
semplicemente ad aspettare. Non smettere di aspettare e osservare e presto ti
troverai circondata da pura energia non impegnata nella lotta, nella
repressione o nella collera.
Di certo l’energia è delizia. Quando
conosci il segreto della delizia, godrai di ogni emozione e ogni emozione che
sorge in te diventa una grande occasione.
Osserva semplicemente e fai scendere
una pioggia di piacere sopra il tuo essere. Piano piano tutte queste emozioni
scompariranno: non verranno più – non vengono mai senza un invito. Osservare,
essere svegli, essere consapevoli sono tutte espressioni diverse di uno stesso
fenomeno: essere testimoni. Questa è la parola chiave.
La maggior parte del tempo tieni gli
occhi aperti, non russi, ma non vuole dire che sei sveglio. Vuole semplicemente
dire che fai finta di essere sveglio. Nel tuo intimo ci sono così tanti
pensieri, così tanta confusione, così tanti cavalli selvaggi, come fai a vedere
qualcosa? Di fatto, nonostante i tuoi occhi siano aperti, non vedono. E
nonostante le tue orecchie siano aperte, non sentono.
Stranamente Dio ha fatto gli occhi in
modo diverso dalle orecchie. Non puoi chiudere le orecchie, ma puoi chiudere
gli occhi. Hai delle ciglia da chiudere, da aprire, ma cosa succede alle orecchie?
Dio non si è mai preoccupato di darti delle piccole ciglia per le orecchie,
perché sapeva che sei così coinvolto con la tua mente, che non ne hai bisogno.
Le tue orecchie sono sempre sorde: non senti o senti solo quello che vuoi
sentire. Per quanto riguarda la sua spiritualità l’essere umano è addormentato
ventiquattr’ore su ventiquattro. Nel tuo sonno vedi rabbia e avidità che si
ingigantiscono, diventano così grandi da farti cadere molto facilmente nella
loro rete. Un essere umano che possiede la semplice arte dell’osservazione ha
in mano una chiave d’oro. Allora non importa che si tratti di rabbia, avidità,
o di sensualità o lussuria, o di infatuazione. La stessa medicina funziona per
qualsiasi genere di malattia, poco importa quale. Osserva semplicemente e ne
sarai libero. E piano piano, osservando,
siccome è sempre meno contenta, un giorno la mente stessa scomparirà. Non può
rimanere senza rabbia, senza paura, senza amore, senza odio – tutti sono
essenziali per farla esistere.
Con l’osservare, non ti sbarazzi solo
della rabbia, ma ti sbarazzi di una parte della mente. E piano piano… un giorno
ti ritroverai improvvisamente sveglio – la mente non ci sarà proprio più. Sei
solo un testimone, un testimone sulla collina. È il più bel momento, l’alba più
gloriosa. Solo da quel momento ha inizio la tua vera vita.
tratto da: The Invitation, #4
AMATO OSHO,
SEBBENE MI STIA ACCORGENDO DI ESSERE
GRADUALMENTE PIÙ CONSAPEVOLE, NON RIESCO ANCORA A IDENTIFICARE CHI È COLUI CHE
SI ACCORGE. LA COSA PEGGIORE È CHE LA MENTE COGLIE L’OCCASIONE DI UN CERTO
SPAZIO DI SILENZIO PER ENTRARE NELLA SALA DEGLI SPECCHI, CON OSSERVATORI CHE
OSSERVANO GLI OSSERVATORI, CHE OSSERVANO GLI OSSERVATORI CHE NON SONO
OSSERVATORI.AMATO OSHO, PUOI ILLUMINARMI O ELIMINARMI?
Rashid, è lo stesso: illuminarti o
eliminarti. Sono due aspetti della stessa esperienza. Senza la tua eliminazione, l’illuminazione
non è possibile.
Tu sei l’unico ostacolo alla tua
realizzazione.
Hai sollevato un argomento che ha
tormentato per secoli l’umanità, in particolare la sua parte intellettuale. Nel
linguaggio della logica si chiama regressione infinita. Ma l’esistenza non è
logica. Se te ne ricordi il problema scompare. Se invece pensi che l’esistenza
sia logica, il problema diventa insolubile.
Apparentemente è vero che puoi
osservare la mente, ma qualcun altro dietro di te può osservare te,
l’osservatore. Puoi andare avanti all’infinito: c’è sempre qualcuno dietro a
colui che osserva. Per la logica è una situazione assurda.
In termini più semplici è come Dio che
ha creato il mondo: chi ha creato Dio, dal momento che senza creazione, nulla
può esistere? Questa era la premessa sulla quale si supponeva l’esistenza di
Dio. Come può esserci questa esistenza senza un Dio che la crea? Ma si crea lo
stesso problema: come può Dio esistere senza essere creato? Dove si va a
finire? Si esaurirà l’alfabeto… A – Dio è creato da B, e B è creato da C e
presto si arriverà a X, Y, Z, e dopo la Z c’è solo la musica jazz. Tutto il
lungo percorso della logica finisce in qualcosa di illogico. Le persone molto
logiche non hanno mai cercato di immaginare il Dio primo perché sarebbe
l’inizio di un problema senza fine in cui ti ritroverai sempre di più
impantanato.
Ma nell’esistenza le cose vanno in
modo diverso. Per quanto riguarda Dio, non posso dire nulla – ho esplorato a
fondo tutto il mio essere e non l’ho trovato da nessuna parte. Ma tutte le
religioni insistono nell’affermare che è dentro di te. Non so fuori: l’universo
è vasto, forse si nasconde da qualche parte – ma per quanto riguarda la mia
consapevolezza, sono perfettamente consapevole che non esiste alcun Dio. E se
non è parte della mia consapevolezza, non può esserci neppure nella
consapevolezza di chiunque altro, perché la qualità della consapevolezza è la
stessa. Così come la luce è la stessa, sia che si tratti della fiamma di una
candelina o di quella del grande sole o delle stelle più lontane – la qualità è
la stessa.
Puoi osservare la mente perché tu non
sei la mente.
Questa è la sola ragione per
osservarla: per diventare consapevole che ne sei separato. Da un punto di vista
esistenziale, non sorge alcun problema perché non puoi osservare questo
osservatore. Sei arrivato alla fine della corsa: solo con il primo passo sei
alla fine del viaggio.
Da un punto di vista logico, puoi
riuscire a farne un problema. L’osservatore uno osserva la mente; l’osservatore
due osserva l’osservatore uno… e vai avanti fino all’assurdo. Non fartene un
rompicapo, metteresti in gioco la tua possibilità di diventare consapevole.
Non è una conclusione logica.
La logica non ha alcun peso nei
confronti dell’esistenza.
Colui che osserva è l’unico
osservatore, se tu potessi osservarlo vorrebbe dire che non è l’osservatore, ma
una parte della mente – la mente ti sta ingannando. Una parte della mente può
osservare l’altra parte, ma se non sei assolutamente identificato con la mente
e sei solo un osservatore – non un pensatore, non parte in alcun modo della
mente – già dall’inizio del viaggio sei arrivato alla fine della corsa. Oltre
non c’è niente comunque provi non riuscirai ad andare oltre. È l’esperienza di
coloro che meditano provare a trovare al di là dell’osservatore un altro
osservatore. Ma è la parola osservatore che crea il problema. In realtà non si
tratta del soggetto osservatore quanto del processo dell’osservare. È un
processo completo in se stesso. Non puoi schizzar fuori e osservarlo. Sei tu il
processo: non puoi spostarti dietro te stesso.
È possibile osservare la mente perché tu non
sei la mente, per questo puoi prendere le distanze e dare uno sguardo alla
mente. E questo fare un passo indietro e guardare la mente è la più grande
trasformazione che possa accadere all’essere umano. Liberato dalla mente, sei
liberato da tutto ciò che ti legava, imprigionava, rendeva schiavo: le tue infelicità,
le tue sofferenze, i tuoi desideri, le tue paure. L’osservatore non è
inquinato, l’osservatore è semplicemente uno specchio che riflette. E il
miracolo del processo è che, appena diventi chiaramente separato dalla mente,
la mente inizia a scomparire. È questo il modo in cui scompare.
La mente esiste soltanto grazie al tuo
sostegno, non ha altre fonti di sostegno. Tu la sostieni identificandoti con
essa: diventi uno con la mente e la mente continua a vivere come un parassita.
Ma nel momento in cui ti separi dalla mente, il parassita muore. Lo vedi
svanire come fumo nell’aria leggera. Resta solo l’osservare. Non puoi
osservarlo, sei tu.
Lo conosci, ma non lo osservi, lo
senti, ma non lo osservi, lo vivi, ma non lo osservi, perché non puoi
mettertici dietro. Sarà sempre e comunque lo stesso osservatore.
È una cosa buona che l’esistenza non
sia logica, altrimenti non ci sarebbe stato nessun buddha, nessun illuminato.
Ci sarebbe stato il numero uno, il numero due, il numero tre… I numeri non
finiscono mai e tutto il processo sarebbe noioso. Ma questo tipo di processo
non esiste: solo la mente può creare il problema e impedirti di entrare
nell’esperienza esistenziale.
Uno dei miei insegnanti, un uomo
bellissimo, un vecchio mussulmano e un uomo pieno di vita… Prima di cominciare
un corso, era solito presentarsi con queste parole: “Ci sono alcune cose che
dovrete tenere a mente: non credo al mal di testa, al mal di stomaco e altre
cose del genere. Se non potete provare quello che dite, non dite nulla:
sedetevi e fate quello che dovete fare. Non chiedete tempo libero per un mal di
testa.”
Era un tipo molto logico. O puoi
provare… ma come puoi provare di avere mal di testa? Mi chiedevo cosa avrei
potuto fare con quest’uomo, che di fatto mi stava chiudendo tutte le possibilità
di sfuggire allo studio! E io andavo raramente a scuola: avevo sempre qualcosa,
mal di testa o mal di stomaco, che sono scappatoie fantastiche: non devi
fornire delle prove, devi solo dirlo e sei libero. Con quest’uomo si faceva
dura – ma ho trovato il modo. Aveva creato un problema mentale, la mente non
poteva risolverlo, ma l’esistenza è sempre disponibile ad aiutarti.
Proprio di fronte alla sua villetta
c’erano due bellissimi alberi di mango. I manghi non erano ancora maturi. I
manghi devono essere presi dagli alberi prima che maturino perché quando sono
maturi vengono i pappagalli a mangiarseli prima che tu te ne accorga. E i
pappagalli adorano i manghi, vengono a centinaia. Solo un mango acerbo può
farla franca! Ed erano proprio manghi grossissimi.
Mi arrampicai su uno di quegli alberi…
ogni sera era solito uscire per una passeggiata. Appena lo vidi uscire mi
arrampicai sull’albero. Era solito rientrare quando il sole era quasi
tramontato, era buio ma c’era ancora un po’ di luce. Mentre passava sotto
l’albero, lo colpii con un grosso mango. Un mango acerbo ti colpisce quasi come
una pietra. Gridò: “Ahi!” Gli dissi: “Smetti di fare chiasso. Devi ancora provare il dolore, che la testa ti fa
male.” “Innanzitutto scendi”. Perché l’hai fatto?” disse. “L’ho fatto in
risposta alla presentazione di oggi. Era il tuo primo giorno di lezione, sono
uno studente e ho bisogno di avere quanto tempo libero voglio. Un mal di testa
o un mal di stomaco sono la migliore scusa e tu hai chiuso tutte le scappatoie.
Tu dici: ‘Puoi avere un giorno libero se mi fai vedere la febbre e io posso
controllarla. Se hai una ferita, posso controllarla. Se hai una gamba rotta,
posso controllarla. Ma al mal di testa e al mal di stomaco e cose del genere,
non ci credo, quindi non chiedere mai un giorno libero con queste scuse.”’ Gli
dissi: “Adesso puoi provare che hai male alla testa? So che ti deve far male,
tu sai che ti fa male, ma puoi provarlo?” Mi guardò e disse: “Ascoltami voglio
fare un compromesso con te. Non hai bisogno di dire che hai mal di testa perché
darebbe l’idea agli altri. Non hai che da alzare la mano. Se alzi la mano ti
darò un giorno libero. “Dissi: “Non c’è problema. Se me lo avessi detto prima
ti saresti risparmiato un colpo di mango in testa .”
Gli altri studenti si agitavano,
perché ogni volta che alzavo la mano, mi diceva di andare a casa a riposare.
Gli studenti pensavano: Che razza di comunicazione è questa? Alcuni provavano
ad alzare le mano e lui chiedeva: “Perché alzate la mano?” Rispondevano: “Non sappiamo.
Ma tu perché lasci andare quello studente quando alza la mano? E lo fa quasi
ogni giorno!”
Siccome gli studenti mi chiedevano
continuamente quale fosse il mio segreto, dicevo “Questo non posso dirlo,
perché è un patto tra me e lui. E lui mantiene la sua promessa, così io
manterrò la mia.”
Consapevolezza, osservazione non sono
esperienza comune. Potrebbe essere comune, dovrebbe esserlo perché è l’unico
modo per liberare la consapevolezza umana. Non farne un problema mentale.
Diventare consapevole della mente e
cercare allora di diventare consapevole della consapevolezza, ti porterà al
fallimento. Se puoi diventare consapevole della tua consapevolezza, ciò proverà
che la prima consapevolezza non era tale, ma parte della mente. Quando diventi
consapevole sei alla fine del percorso. Il tuo viaggio è compiuto.
tratto da: The Invitation, #8
PERCHÉ ESISTE LA MENTE? SEMBRA UNA
PARTE MOLTO REALE DEL NOSTRO ESSERE. VORREI CERCARE DI FUNZIONARE SENZA DI
ESSA, MA PERCHÉ, PERCHÉ ESISTE? A VOLTE SEMBRA CHE LA MENTE NON CONSENTA LA
CONSAPEVOLEZZA, MA SEMBRA CHE SIA MOLTO PRATICA E CHE AIUTI A FARE LE COSE. LA
MENTE HA UN SUO POSTO O DEVE ESSERE COMPLETAMENTE TRASCESA?”
Chiedere “Perché” è sbagliato. Le cose
semplicemente esistono. Non c’è un perché. Se continui a chiederti, ‘perché’,
questo ti porterà sempre più dentro la filosofia e la filosofia è una terra
desolata. Non ci troverai nessuna oasi, è un deserto. Chiediti ‘perché’ e hai
iniziato a muoverti nella direzione sbagliata: non arriverai mai a casa.
Alla religione non interessano i
perché, alla scienza non interessano i perché. L’approccio della scienza e
della religione è pragmatico. È pratico, assolutamente pratico. Chiediti “Cos’è
la mente?” così si crea una possibilità: la mente esiste, tu ci sei, puoi guardarci
dentro, puoi osservarla, puoi tenerla d’occhio e puoi sapere cos’è. La
consapevolezza può rivelare i suoi segreti. Per conoscere il perché devi
muoverti all’indietro, verso il principio di ogni cosa. Non è possibile.
Chiediti “Cos’è la mente?” e presto sarai in grado di vederne la realtà.
La mente non è altro che il processo
del pensare, il traffico dei pensieri. Non esiste una facoltà definibile come
mente. È come uno specchio. Uno specchio può trovarsi in due situazioni: in una
lo specchio riflette qualcosa – persone stanno passando e lo specchio riflette,
immagini che sorgono e scompaiono. Questo è lo stato della mente: la
consapevolezza che riflette la realtà esterna. Nell’altra situazione dello
specchio nulla si riflette, nulla sta passando. Lo specchio è assolutamente
silenzioso, non c’è nessuna immagine. Questa è la meditazione.
La mente è uno stato di consapevolezza
quando viene riflesso il mondo esterno e la meditazione è uno stato della
stessa consapevolezza quando non viene riflesso il mondo esterno. La mente e la
meditazione sono due aspetti della stessa realtà che si chiama consapevolezza.
La mente è appesantita dall’esterno. La meditazione è uno stato di
consapevolezza non pesante, nulla viene riflesso, la consapevolezza è nella sua
purezza. Al suo interno non c’è alcun elemento estraneo. La mente non è che
consapevolezza che reagisce alla realtà e la meditazione è consapevolezza che
esiste semplicemente, senza riflettere alcunché.
Non c’è bisogno di lottare con la
mente: basta la comprensione, la consapevolezza, l’osservazione perché la mente
inizi a dissolversi.
Chiedi: “VORREI CERCARE DI FUNZIONARE
SENZA DI ESSA, MA PERCHÉ, PERCHÉ ESISTE?”
Il fatto che esista non ti impedisce
di conoscere l’altro stato. Infatti entrambi gli stati sono fatti della stessa
energia, sono fasi della stessa energia. È la mente che ti dà la possibilità di
entrare nell’altro stato. Senza la mente non saresti in grado di meditare,
senza la mente non conosceresti nulla della meditazione. È per questo che gli
animali non sanno nulla della meditazione. Non ci sono buddha dalle loro parti.
Perché? – la mente non è ancora nata. Se la mente non è ancora nata, come è
possibile conoscere lo stato della non-mente? La mente ci deve essere; solo
allora puoi, a volte, mettere da parte la mente e vedere la realtà senza la
mente. La mente è necessaria!
E quando dico di trascendere la mente
non vuole dire che sono contro la mente. Ti sto dando un messaggio semplice:
non tralasciare la mente. La mente è solo l’inizio della meditazione. Fanne
invece un trampolino di lancio, usala. Un essere umano che non è arrivato alla
meditazione rimane un seme, pensando che sia tutto lì.
Il seme deve essere fatto cadere nel
terreno, solo così può dissolversi. Il seme deve trasformarsi in albero, solo
allora sarà appagato. È un grande paradosso: il seme è appagato soltanto con la
morte. La mente è appagata solo nella meditazione e la meditazione è la morte
della mente. La sua funzione è preparare la via alla meditazione.
Solo così la mente non è nemica
della meditazione. Puoi fartene una nemica, dipende da te. Se sei in antagonismo
con la mente, trasformi un amico in nemico. Trasformi uno scalino in ostacolo.
Ricordati sempre: tutto è necessario, ogni cosa ha il suo posto nella suprema
armonia delle cose. La mente è una necessità!
Cosa fece Adamo quando venne via dal
Paradiso terrestre? Creò la mente. Ecco che nasce il simbolo dell’albero
simbolo della conoscenza. C’era la proibizione di mangiare i frutti dell’albero
della conoscenza. Perché era proibito? – Perché questo era l’unico modo per
invogliare l’uomo a mangiarlo. Adamo non ha disobbedito a Dio, al contrario ha
adempiuto al desiderio di Dio. Dio voleva che mangiasse il frutto dell’albero
della conoscenza, perciò il rifiuto, perciò l’ordine: “Non mangiare i frutti di
quell’albero!” Il Paradiso terrestre era un immenso giardino. L’esistenza è il
Paradiso terrestre – milioni e milioni di alberi. Se Adamo fosse stato lasciato
per conto suo, forse non avrebbe trovato l’albero della conoscenza. Era quasi
impossibile trovarlo, la probabilità di trovare proprio quell’albero tra
milioni e milioni di alberi era ben piccola. Ma Dio era stato chiaro e dicendo:
“Non mangiare da quest’albero” ha creato in Adamo il desiderio.
Non è stato il serpente a sedurre
Adamo, è stato Dio in persona. Perché questa seduzione? – perché era necessario
creare la mente. Altrimenti Adamo avrebbe vissuto come un animale, felice ma
inconsapevole. Che felicità è se non sei consapevole?
La mente ha i suoi vantaggi. È
pratica, è necessaria, e sarà necessaria anche quando sarai diventato un
meditatore. Allora, però, sarà un servitore, non un padrone.
Io uso la mente – per parlarvi devo
usare la mente. Ma la mente non mi sta usando. Così la mente è un bellissimo
meccanismo da usare. DEVE essere usato. ESSA conserva le tue memorie. ESSA
conserva la tue esperienze, continua a selezionare ciò che è utile, ciò che è
inutile. Non se ne può fare a meno nella vita. Persino un buddha ne ha bisogno.
Ma Buddha è andato oltre, ne è al di sopra. Ogniqualvolta
la mente è necessaria, la usa, come tu usi le gambe. Quando vuoi correre usi le
gambe, ma quando sei sdraiato sul letto a riposare, non le usi, non ce n’è
bisogno. Ma di solito non è questo il caso: è la mente che usa te.
Non c’è bisogno della mente – sei
sdraiato sul letto a riposare e la mente continua a correre, dando la caccia a
cose inutili. Sei stufo, vuoi che la smetta. Gridi: “Fermati!” ma non si ferma,
non ti ascolta. Non sei tu il padrone. Non si preoccupa minimamente di te. Vuoi
dormire ma la mente continua ad andare, andare, andare.
Dici: “PARE CHE LA MENTE SIA MOLTO
PRATICA, AIUTI A FARE LE COSE. LA MENTE HA UN SUO POSTO O DEVE ESSERE
COMPLETAMENTE TRASCESA?”
Ha un suo posto e ciononostante deve
essere totalmente trascesa. Infatti
quando l’hai totalmente trascesa, sarai in grado di usarla perfettamente, da
esperto.
tratto da: Wisdom of the Sands
Vol 2, #2
NOSTRO AMATO MAESTRO,
IERI SERA HO VISTO PER LA PRIMA VOLTA
CHE NON OCCORRE CHE LA MENTE SIA NEMICA DELLA MEDITAZIONE. QUELLO CHE HAI DETTO
DELLA MENTE CHE ACCETTA L’ILLUMINAZIONE VALE ANCHE PER LA SUA ACCETTAZIONE
PRIMA DELL’ILLUMINAZIONE, PER ESEMPIO, DELL’ESSERE TESTIMONI? LA MENTE PUÒ
RICONOSCERE CHE L’ESSERE TESTIMONI È SOVENTE PIÙ UTILE DEL PENSARE E PUÒ IN
QUEI MOMENTI METTERSI SEMPLICEMENTE DA PARTE, SENZA ANDARE SU TUTTE LE FURIE?
Maneesha, è impossibile. Ci deve prima
essere l’illuminazione. La mente può capirla in quanto esperienza e, vedendo
agire la sua grazia può diventarle amica. Ma prima dell’illuminazione la mente
può solo credere, non può diventarne l’amica. La mente può solo credere che c’è
l’illuminazione. Tutt’al più è possibile la fede – ma la fede non serve. La
mente deve sperimentare l’illuminazione quando è in atto, non come un atto di
fede, ma come un accadere. E lo stesso vale per l’essere testimoni: la mente si
opporrà sempre all’essere testimoni perché l’essere testimoni blocca il suo
lungo retaggio del pensare. La mente ha familiarità col pensiero: tutt’al più
essere testimoni può diventare un pensiero, ma non una realtà.
Devi mettere la mente da parte per
diventare testimone, e ovviamente la mente vi si oppone. Chi vuole metterla da
parte? – specialmente da uno spazio dove è stata per secoli la padrona. E tu
vuoi metterla da parte per qualcosa che non sai cos’è? La mente non ti
permetterà di rimanere un testimone a lungo. Puoi provare un piccolo
esperimento. Metti semplicemente il tuo orologio da polso di fronte a te e
inizia a guardare la seconda mano e rimani a osservare come testimone. Ti
sorprenderà: non saranno passati neppure quindici secondi e sarai crollato,
avrai dimenticato che stavi osservando. Sono arrivati altri pensieri. Ti
sveglierai improvvisamente dopo pochi secondi: “Mio Dio, solo quindici
secondi!” Non puoi stare in osservazione neppure per sessanta secondi – un
minuto. La forza e il flusso della mente sono troppo intensi. Ecco perché un
maestro intelligente deve creare degli strani stratagemmi per mettere la mente
da parte senza farsene una nemica. Infatti presto o tardi, quando ti illuminerai
la mente stessa dovrà essere usata come un’amica. È un meccanismo utilissimo.
All’inizio sarà contrario a ogni tuo sforzo per metterlo da parte. La
meditazione non è altro se non mettere da parte la mente, togliere la mente di
torno e portare alla luce un testimone che è sempre lì, nascosto dalla mente.
L’essere testimoni arriverà al tuo centro e appena ti illuminerai, allora non
ci sarà più alcun problema. Metterai la mente in sintonia con te stesso. È
un’arte straordinaria. Prima metti la mente da parte, poi la riprendi, ma come
servitore. Prima era la padrona, per questo, se cerchi di metterla da parte
prima dell’illuminazione, andrà su tutte le furie. Quindi non ce n’è bisogno,
le sue bizze intralceranno il tuo cammino verso l’osservazione. Non fartene un
nemico. Inizia a osservare in silenzio, senza attaccare direttamente la mente.
Devi stare molto attento a colpire il centro. La mente cercherà in ogni modo di
portarti lontano e farti fare un giro del mondo. E ti sedurrà, ti persuaderà,
ti farà grandi promesse: “Dove stai andando? Cosa c’è dentro di te? Il tuo
ragazzo ti aspetta fuori dal cancello e tu invece stai andando dentro. Il party
si tiene al Blue Diamond – e chi ha mai sentito parlare di un party interiore?”
La mente creerà molte altre cose, ma
nondimeno deve essere messa da parte con amore e cautela. Ricorda le mie
parole: con amore e cautela. Non ferire la mente, perché la mente ti sarà molto
utile dopo l’illuminazione. Prima dell’illuminazione è l’ostacolo: dopo
l’illuminazione è un meccanismo immensamente complesso che può venire usato in
tanti modi diversi. Allora non è più un nemico. Bisogna svegliare il padrone e
allora la mente vede una grande luce dentro, e spontaneamente si mette in
sintonia. Non c’è bisogno di lottare. Ma prima dell’illuminazione, se vuoi
lasciarla indietro o metterla da parte, non perderà l’occasione di lottare.
Questa è semplice psicologia. Gurdjieff usava dire che in una classe dove il
maestro è uscito, c’è devastazione. I bambini gridano, saltano, lottano, fanno
tutto quello che da sempre volevano fare, ma per via del maestro… Poi il
maestro entra e tutti sono seduti al posto con gli occhi sul libro. Non
significa che stiano leggendo: vogliono semplicemente far vedere che si danno
da fare. Che c’è silenzio.
Gurdjieff usava dire che qualcosa di
assai simile accade quando ti illumini. Il maestro entra e la mente, alla sua
vista, improvvisamente riconosce qual è il suo posto. Di fronte allo splendore
la mente si azzittisce. A questo punto puoi diventare amico della mente che
sarà immensamente felice di dare ogni possibile aiuto all’eternità che porti in
te.
Non provare prima dell’illuminazione:
la mente ti disturberà senza motivo. Più sarai in lotta con la mente, più sarai
nella mente invece di diventare un testimone.
Essere testimone è un semplice
scivolare fuori dalla mente – in modo aggraziato, perché nel momento in cui
inizi a osservare il processo del pensiero, vuol dire che sei scivolato fuori
senza creare conflitti. Stai solo osservando la carovana di pensieri dentro di
te. Non ne sei più parte: mentre passa il traffico ti sei messo di lato, sul
ciglio della strada. Non lotti e nemmeno giudichi. Non dici: “Questo è buono,
questo è cattivo.” Qualsiasi cosa passi, il tuo lavoro consiste nell’osservare.
Presto questo silenzioso osservare… e la mente viene messa da parte.
È l’osservazione che ti porterà
all’illuminazione. Dopo l’illuminazione la mente può essere usata, può venire
usata in modo molto significativo. È la più grande evoluzione biologica. Non
deve essere buttata nel cestino della carta straccia, deve essere usata. Ma
prima, trova il padrone che può usarla. Per il momento è la mente che ti usa.
Chiunque, a meno che non sia illuminato, è un servitore della mente.
L’illuminazione sei tu e la mente diventa il tuo servitore.
tratto da: San: No in The Blu, #3
Per
molti sannyasin l'America è stata un posto da evitare, dopo la deportazione di
Osho e la fine di Rajneeshpuram, la grande comune internazionale in Oregon. Ma
la scorsa estate una piccola banda di musicisti e di persone che conducono le
meditazioni è partita da Puna per girare gli Stati Uniti. Osho Times International ha parlato con loro per conoscere le loro
esperienze.
SWAMI
ANAND MILAREPA, uno dei musicisti di Osho più conosciuti, è nato e cresciuto
negli Stati Uniti, ma non ci era stato da tempo.
"Alla fine del Ranch non mi sono
sentito di far qualcosa in America," spiega Milarepa. "L'Europa è
sempre stata più viva per me, con tutti i centri di Osho e i suoi buddhafields.
L'estate scorsa avevo già in programma laggiù due weekend e quando Vatayana mi
ha chiesto di aiutarla a «fare qualcosa» in America, i miei sentimenti erano
contraddittori. Il fatto stesso che il tour sia stato un successo mi dice che
qualcosa di nuovo sta succedendo da quelle parti. Le persone hanno voglia di
mettersi insieme, c'è una sete. Molte questioni legali ancora legate alla fine
del Ranch si sono risolte negli ultimi due anni e adesso tutto ha l'aria di un
nuovo inizio." La spinta al tour è stata data da Ma Arpana Vatayana che,
dopo aver preso alcuni contatti via e-mail e fax, ha messo in programma quattro
weekend di meditazione attraverso gli Stati Uniti, suddivisi in quattro
settimane. L'accompagnavano nel suo giro Ma Prem Shivani e Ma Yoga Sudha e una
banda di cinque musicisti: Milarepa alla chitarra e alla parte vocale, Joshua
al sassofono, flauto e sitar, Chintan al basso e alla tabla, Anant ai tamburi,
Dinesh alla tastiera.
Vatayana: "Sono
molto riconoscente ai sannyasin dei centri di Osho che hanno organizzato questo
tour. Hanno corso un grosso rischio. Era qualcosa di nuovo e dovevano sborsare
dei soldi senza sapere cosa sarebbe successo: non hanno l'infrastruttura che i
sannyasin hanno in Europa, ad esempio. Hanno dovuto trovare dei posti da prendere
in affitto e non sapevano se, menzionando Osho, avrebbero potuto affittare gli
spazi. In verità tutta la faccenda si definì in un modo totalmente diverso da
quello che avevo programmato. Per noi ha voluto dire andare avanti, senza mai
fermarsi, sempre sul pezzo, il tempo stringeva, non c'era possibilità per la
mente di interferire."
Milarepa:
"Abbiamo preso il tour alla larga. C'erano immense distanze da coprire tra
un posto e l'altro, ma con uno speciale pilota automatico installato nei nostri
minivan non c'era nulla che non potessimo affrontare."
Per il primo evento membri del tour si
sono ritrovati a Boulder, in Colorado in provenienza da ogni parte del mondo.
Ma Shivam Suvarna, uno degli organizzatori locali, ha scritto un articolo sull'Osho Boulder Newsletter: sul «Festival
di Meditazione e Celebrazione della Montagna Rocciosa.» "Il grande finale
con Sudha è stato un'esplosione d'energia, che si è andata costruendo dapprima
in modo dolce a partire dal cuore per poi raggiungere livelli di crescendo
sempre più alti. Poco dopo, quando il silenzio riempiva la hall, ho dovuto
aprire gli occhi per vedere se fosse entrato Osho – avrei potuto giurare che ci
fosse, talmente intensa era la sua presenza. La banda si è sciolta in uno
specchio di lacrime di gioia che le hanno impedito di continuare a suonare – ma
penso che non ce ne fosse davvero bisogno."
La fermata successiva è stata a
Milwaukee in Wisconsin, una città famosa per la sua birra. Jerry Lee Lewis, il
famoso cantante rock, una volta si lamentò in una canzone: "Ciò che rese
famosa Milwaukee fu la mia perdizione..." Ma per i musicisti di Osho è
stata un'esperienza favolosa.
Joshua: commenta:
"Questo evento è stato parzialmente organizzato dai negri americani, una
cosa per me totalmente nuova. Conosco gli Africani, ho suonato moltissimo con
loro, ma non mi erano familiari gli Afro-Americani. Mi rendo conto che, se si
lasciassero andare al sannyas... accidenti quanta energia! Il luogo per questo
evento era una vecchia fattoria, 55 acri di colline ondulate e di alberi
sempreverdi, sul lago Geneva. C'erano moltissimi non-sannyasin, si potrebbe
dire «gli Americani medi». La proprietaria del luogo è una psicologa che ha
lavorato con Fritz Perls. Una volta dato in affitto lo spazio per il week-end,
la proprietaria ha partecipato a tutte le meditazioni. Improvvisamente nel suo
luogo c'era come un ... Bum!... un'immensa esplosione di energia. Lei è stata
completamente presa da questa energia e abbiamo saputo che verrà presto a Puna.
Dopo il Wisconsin, c'è stata un'altra serata a St. Louis in Missouri, alla
quale hanno partecipato un gran numero di non-sannyasin.”
Vatayana: “Sono
bastate due ore di musica e di meditazione per trasformare quel gruppo di
persone. Si sono sciolte. Nessuno voleva più andarsene. Erano lì in piedi e si
chiedevano... «e adesso?...» Il tour si è spostato nel Texas per «Il Festival
della Stella Solitaria» organizzato da sannyasin di Houston, Austin e San
Antonio. Come dice Ma Paritosho, uno degli organizzatori, la parola «celebrazione»
divenne un'esperienza autentica per ciascuno. E poi abbiamo continuato a
Sedona.”
Shivani: “Sedona è
stata un momento di ricarica, un incontro con tutti i vecchi amici. L'energia
era fantastica. Siamo stati accolti in bellezza e si sono presi cura di noi in
un modo... Al momento di ripartire mi sono sentita fresca e pronta a
continuare..."
Joshua: “Purtroppo
abbiamo dovuto metterci subito in marcia! Siamo andati a Grant's Pass, in
Oregon e a Vancouver in Canada... ogni evento aveva una sua fragranza
particolare.”
Shivani: “Sono
rimasta colpita dalla diversità di ogni luogo, ma ho anche notato come la
musica dal vivo e le meditazioni portano sempre la stessa fragranza di Osho,
persino a persone che non hanno mai avuto nulla a che fare con il sannyas – è
la scintilla che infiamma. Erano così felici dopo le due giornate di
meditazione e di celebrazione! Hanno aiutato dovunque ci fosse bisogno, in
cucina, nel preparare le stanze... con grande amore.
"Potevo sentire che hanno
sperimentato cos'è Osho. Poi hanno cominciato a chiedere «dov'è il centro più
vicino dove possiamo meditare?» Durante le sessioni di condivisione i
partecipanti si sono molto aperti, portando alla luce domande sulla meditazione
o sul modo di relazionarsi.”
Milarepa: "Spesso
la loro innocenza era commovente. Una sera stavo lavando i piatti insieme a un
tipo che era venuto a Milwaukee, doveva avere sui 55 anni, montava parti di
auto in una fabbrica. Ha iniziato a farmi domande tipo: «Cosa succede alla
mente quando chiudi gli occhi per meditare?» Potevo toccare con mano la sua
sincerità – voleva veramente sapere. Diceva: «È così duro per me. È veramente
duro per me meditare e lo voglio davvero. Mi attira molto, ma anche tu hai
questi pensieri e cose del genere che ti disturbano?» Dissi «Oh, quella roba
lì! Certo...» (risate)
Joshua: "Ho
sentito che siamo arrivati negli Stati Uniti come un goccia d'acqua, una sola
goccia, e il germoglio era pronto nel terreno per uscir fuori, per crescere.
Per noi musicisti è stato molto bello perché le persone hanno apprezzato molto.
In Europa, in alcuni posti dove andiamo regolarmente, le persone sono abituate
a noi..."
Milarepa: "Basta,
non li vogliamo più questi tipi!” (risate)
Vatayana:
"Meditare con musiche dal vivo è un'esperienza incredibile. L'ultimo
pomeriggio ero sempre in lacrime. Come ha detto Milarepa, la sincerità delle
persone ci ha portato tutti in uno spazio bellissimo. Assorbivamo la musica
così totalmente che sembrava che rimbalzassimo gli uni sugli altri. C'era
un'unità, una sintonia e una semplicità. Eravamo come un campo energetico in
movimento e il modo armonioso con cui lavoravamo insieme ha commosso le persone.
Molti ci hanno detto: «Avete portato qui Osho, avete portato qui Puna.»"
Joshua:
"Un'ultima storia. C'era un evento a Grant's Pass, in Oregon. Abbiamo
guidato per 18 ore da Sedona. Non sapevamo neppure se ce l'avremmo fatta ad
arrivare in orario. Finalmente la sera del nostro arrivo abbiamo trovato
quaranta persone ad aspettarci. Credo che abbiamo battuto il record della
preparazione: ci abbiamo messo in tutto 37 minuti! E abbiamo iniziato a suonare
in questo bellissimo centro nuovo, in questa sala che avevano appena terminato
e che prima era una stalla. Siamo venuti a sapere, mentre suonavamo, che questa
era l'inaugurazione del posto. Tutti si sono messi improvvisamente a danzare e
in meno di due minuti l'energia era così fresca, nulla aveva più importanza...
tutte quelle ore di viaggio, le notti nel motel... e abbiamo continuato a
suonare per un'ora e mezzo. Ho voluto ricordare questo fatto, perché ogni posto
è stato un piccolo paradiso."
Ma
Dharm Jyoti ricorda quando ha iniziato a condurre campi di meditazione.
All’inizio, quando le chiedevano di
condurre campi di meditazione non se la sentiva, non tanto per i viaggi in giro
per l’India, quanto perché Jyoti è una persona schiva e senza ambizioni e non
le piaceva l’idea di esporsi di fronte a estranei. Una volta, però, è successo
che la persona che doveva condurre un
campo di meditazione in Gujarat si è ammalata e gli organizzatori non potevano
assolutamente annullare il programma. È così che Jyoti ha iniziato. Si ricorda
di essere partita per il Gujarat – lo stato a nord-ovest del Maharastra – senza
nessuna esperienza di pubblico e di microfoni… con nient’altro con sé se non
alcune cassette datele da Swami Jyantibhai, uno dei cinque sannyasin che
conducono campi di meditazione in India.
Il campo è andato benissimo. Fra i
partecipanti c’erano tre monaci giainisti, due anziani e un giovane che avevano
camminato otto giorni per partecipare a quel campo. I tre avevano letto
alcuni libri di Osho e avevano avuto il
permesso dal loro maestro di recarsi al
campo. I monaci giainisti sono un ristretto gruppo religioso che segue gli
insegnamenti di Mahavira, mistico contemporaneo di Buddha. Sono noti per le
regole molto austere, fra cui quella di evitare rigorosamente di nuocere a
qualsiasi essere vivente – fino al punto di portare una mascherina sulla bocca,
simile a quelle che portano i chirurghi, per paura, respirando, di inghiottire un insetto e nuocere così a un
essere vivente, anche se minuscolo.
Durante la partecipazione al campo
Jyoti chiese loro di togliersi la mascherina, dimenticare tutte le regole e
scordarsi persino di essere monaci giainisti. Accettarono a condizione di non
essere fotografati.
“Quei tre monaci mi hanno
profondamente commosso,” ricorda Jyoti. “Quando c’era un intervallo fra le
meditazioni venivano di soppiatto nella mia stanza per fare domande su Osho. La
loro partecipazione alle meditazioni era totale e durante l’iniziazione al
sannyas, mi ha molto sorpreso vederli ballare! Dopo l’iniziazione, l’ultima
sera del campo di meditazione, i partecipanti vengono normalmente a salutarmi
prima di andarsene. I monaci giainisti non toccano le donne, così i tre stavano
in disparte, salutandomi con un namaste a mani giunte,” aggiunge Jyoti.
“Ma erano così commossi che dopo sono
venuti a salutarmi nella mia stanza, sempre con un namaste a mani giunte.
Dimenticandomi che erano monaci giainisti, mi sono fatta avanti e ho preso
nelle mie le mani di uno di loro! Che shock – quelle mani erano di ghiaccio,
senza energia, come morte. Mi sono accorta della mia energia che passava dalle
mie mani a quelle del monaco. “Tenevo le mani del monaco più giovane. Le ha tirate
indietro, ma mi sono ben accorta che gli era piaciuto. Vedendo la scena gli
altri due sono arretrati – «cosa stava mai succedendo!»
Due mesi dopo Jyoti venne a sapere che
il monaco più giovane aveva lasciato l’ordine cui apparteneva. Era andato a una
riunione con il suo acharya e gli altri monaci, portandosi in valigia gli abiti
che indossava nella vita civile. Si alzò e chiese all’acharya che cosa avesse
sperimentato durante i suoi 30 anni di insegnamento. L’acharya rimase in
silenzio. Rivolse allora la stessa domanda a tutti gli altri monaci. Nessuno
disse una parola. Infine lui stesso dichiarò che durante i dieci anni passati
da monaco non aveva mai sperimentato nulla di autentico e che perciò aveva
deciso di andarsene. A questo punto, indossati gli abiti che aveva portato,
stava per uscire, quando vicino alla porta, voltandosi esclamò: “E me ne vado
con la vostra benedizione!”
“Dopo questa prima esperienza, ho
capito che condurre un campo di meditazione è una cosa semplice e spontanea,
non così complicata come pensavo,” spiega Jyoti.
“Non programmo niente. Quando le
persone mi invitano, sono loro che preparano tutto. In genere chi organizza ha
un centro e visita spesso la Comune a Puna per mantenere la stessa energia, la
stessa fragranza anche nei campi che si organizzano altrove. C’è così tanto
amore. Succede due o tre volte al mese. Fra qualche giorno parto per condurre
tre campi uno dietro all’altro.” La prima volta che mi sono capitati tre campi
uno dietro l’altro pensavo fosse troppo. Poi mi son detta: «Perché stai a
pensare ai tre campi tutti insieme – quando un campo finisce, dopo tre giorni
ne comincia un altro nuovo e fresco.
Chiudi il capitolo e non se ne parli più.» Così la stanchezza non c’è più.
D’altra parte la stanchezza è tutta psicologica. Dovunque sia, in treno o in
aereo, sono nel qui e ora.”
“Finalmente è chiaro che nulla viene
dal di fuori. La cosa principale è come sono io dentro – il mio atteggiamento,
come prendo le cose, come vivo le situazioni. Ogni situazione ha in sé un’opportunità,
una sfida.”
Jyoti ricorda di aver sentito molte
volte Osho dire che insegnare è un modo per imparare.
“A volte mi ascolto dire delle cose di
cui sono la prima a sorprendermi. Da dove vengono tutte le cose che dico? Cosa
dico mai? Sono la prima io ad ascoltare!” Con questo spirito Jyoti ha scoperto
che condurre un campo di meditazione non richiede né lavoro né sforzo. È il
campo di meditazione stesso che la nutre. “Quando finisce, mi sento come se
tornassi da uno di quei campi di meditazione che teneva Osho. Nelle meditazioni
la sua presenza e la sua energia sono ancora fortissime. Ho partecipato a campi
di meditazione tenuti da Osho e posso dire «È ancora lui che conduce, io partecipo soltanto.»”
I campi di meditazione si svolgono
nell’arco di tre giorni. Jyoti ha dentro il sentimento che coloro che
partecipano stanno dedicando alla meditazione tre giorni preziosi della loro
vita indaffarata. Per questo fa in modo che non si perda tempo in scherzi,
chiacchiere o in pettegolezzi.
Le giornate sono completamente
dedicate alle meditazioni di Osho. “Do alcuni suggerimenti, ‘siate il più
possibile silenziosi, parlate soltanto quando è necessario.’ Anche altre
istruzioni che ho sentito dare da Osho, ‘per tre giorni accettate qualsiasi
cosa, in particolare per quanto riguarda le comodità. «Potreste sentirvi un po’
a disagio. Accettatelo e non ci saranno problemi.» E le persone capiscono. A
quel punto cominciano a fluire insieme nella medesima energia. Apro il mio
cuore e loro aprono il loro.”
“Ogni giorno ci sediamo insieme per
un’ora, per ascoltare e rispondere alle domande sulla meditazione o altro.
Nell’ultimo campo un partecipante mi ha chiesto se ero presente quando Osho ha
lasciato il corpo e se volevo condividere la mia esperienza, perché aveva sentito
cose strane in proposito. Ho iniziato a parlare di quanto il corpo di Osho
soffrisse e come riuscisse a tirare avanti per noi, rinviando… le lacrime mi
appannavano gli occhi tanto da non poter più parlare. Piangevo così a dirotto
che ho dovuto dire: «Adesso voglio piangere. Voi fate quello che volete!»”
“Alcuni partecipanti si sono messi a
piangere, seguiti poi dagli altri. È accaduto spontaneamente, senza
preparazione… del genere «adesso ci mettiamo a piangere.» Per alcuni minuti
c’era solo tristezza, tristezza totale. Poi ci siamo messi a ridere! Dopo il
pianto è successa la meditazione della risata!”
Nei campi che conduce, Jyoti propone
una serata intitolata: «Andiamo a Puna», in cui dà informazioni e risponde alle
domande su come visitare la Osho Commune International. Per Jyoti è anche
importante condividere e divulgare il modo in cui Osho insegna a celebrare la
morte. Una delle serate è dedicata al video di una celebrazione nella Comune,
in occasione della morte di qualcuno. “Di solito è il video della celebrazione
per Mataji, la madre di Osho.”
“Il terzo giorno del campo chi si
sente di prendere il sannyas viene a parlarmi. In quei momenti ho sempre questa
forte sensazione: ‘Adesso il Maestro sceglie la sua gente!’ Non mi dimentico
mai quanto Osho ha insistito di non fare i missionari, ma di diventare il suo
messaggio. E voglio davvero che questa consapevolezza sia sempre presente.”
“Le persone arrivano a Osho da uno
spazio di amore e di libertà. Per esempio, su 150 partecipanti, 25 o 30 – per
lo più giovani – decidono di prendere il
sannyas. Quello che vien fuori dai campi di meditazione in India è che il
futuro è Osho. Quando le vecchie generazioni non ci saranno più, si porteranno
nella tomba le loro religioni. I giovani invece sono in sintonia con Osho.”
Quando le viene chiesto di parlare di
quali sono le qualità per condurre campi di meditazione, Jyoti risponde: “Per
condurre un campo di meditazione, devo soltanto creare un’atmosfera di
meditazione e di comprensione. Chi conduce non deve fare altro che lasciarsi
andare e mettere il proprio cuore in sintonia con Osho.
“Amo molto un brano di un discorso
tenuto da Osho durante un campo di meditazione a Bombay. È breve, solo qualche
minuto alla fine dell’ultimo discorso e parla di come andar via quando il campo
di meditazione finisce. Il terzo giorno ascoltiamo questo brano che tocca
sempre il cuore di tutti coloro che hanno partecipato. Osho dice: “Prima di
partire lasciate a me tutte le vostre miserie, le ansie, le paure e tutte le
vostre infelicità. A me non danno nessun fastidio e voi vi sentirete
alleggeriti. E quando rientrate a casa, non disperdetevi: qualsiasi cosa
abbiate imparato qui, continuatela. Ricordate che sono sempre con voi.”
Jyoti conclude: “Alla fine del campo
di meditazione, mentre ascoltiamo una musica che parla al cuore, suggerisco ai
partecipanti di congiungere le mani a coppa, riempirla con le proprie
infelicità e deporla ai piedi del Maestro. Basta questo e ci sentiamo tutti
come bambini e balliamo leggeri.”
Opus
Dei
E LA SUA VIA
SEGRETA AL POTERE
NEL
NOME DEL
PADRE
L'Europa
è perseguitata da un fantasma: la paura delle sette. I bravi credenti a destra,
i cattivi membri delle sette a sinistra. Ma ci sono sette all'interno della
chiesa stessa che non attirano l'attenzione del pubblico. Satyananda dà uno
sguardo all’Opus Dei.
Klaus Steigleder, uno studente
intelligente e sensibile, aveva 15 anni quando lo studente più in vista della
scuola lo avvicinò. Klaus era solito chiamarlo solo “H.P.” H.P. gli chiese se
voleva entrare nel gruppo teatrale della scuola e recitare il ruolo principale
in un thriller. Klaus era senza parole e accettò l’offerta con entusiasmo,
perché H.P. – un tipo simpatico e uno studente modello – era sempre stato un
suo idolo.
Klaus non sapeva, tuttavia, che H.P.
era un membro dell’Opus Dei, un nome che alla lettera significa “Il Lavoro di
Dio”.
Quest’ordine secolare è forse lo
strumento più potente della chiesa cattolica, sempre alla ricerca di nuovi
membri in tutto il mondo e che seleziona tra i giovani cattolici solo i più
capaci.
L’ordine lavora preferibilmente dietro
le quinte. Difficilmente qualunque cosa succede all’interno dell’Opus Dei
diventa di dominio pubblico. I suoi membri sono votati all’assoluta obbedienza
e legati dal segreto.
Durante le prove del teatro i due
giovani cattolici divennero amici. Klaus vedeva il direttore della recita,
H.P., che aveva tre anni più di lui, come un compagno attento a gentile, un
amico, che gli dava molta attenzione e si prendeva cura di lui – e che gli
faceva sempre più domande sulle sue convinzioni religiose.
Klaus era colpito dal grande impegno
di H.P. Come molti altri giovani era alla ricerca del significato della vita.
Solo quando Klaus si trovò egli stesso totalmente coinvolto nell’Opus Dei, capì
che H.P. era un fanatico religioso. Tutto cominciò al “The Firestone”, un club
giovanile di Colonia. Presto Klaus passava più tempo lì che a casa. Succedevano
continuamente un sacco di cose: gite in bici, campeggio, escursioni, dibattiti,
workshop, esercizi spirituali... a Klaus piaceva stare al The Firestone anche
perché il suo nuovo amico H.P. aveva una parte nella gestione del club.
Solo quando il “The Firestone”
occupava ormai tutta la sua vita Klaus venne a sapere che il club giovanile era
gestito dall’Opus Dei. L’entusiasmo religioso del club lo ispirava e non si
accorgeva affatto che veniva preparato da H.P., e qualche altro anziano del
gruppo, a venire introdotto nell’Opus Dei.
Questo succedeva per lo più nelle
tavole rotonde, durante le contemplazioni spirituali e giornate di riflessioni.
Una contemplazione ebbe un impatto particolarmente forte su Klaus: avvenne
nella cappella proprio prima di andare a dormire. L’argomento era la morte e
l’inferno. Il prete dell’Opus Dei parlò con insistenza fanatica: dannati per
sempre sono coloro che hanno commesso un peccato mortale. La masturbazione per
esempio, era considerata un peccato mortale, come pure la mancanza di sincerità
verso una guida spirituale.
Nella cappella il buio era quasi completo.
Il volto del prete era illuminato solo da una candela. Improvvisamente alzò la
voce e il suo grido echeggiò nell’atmosfera tenebrosa della cappella:
“L’inferno esiste!” Quella notte Klaus non riuscì a dormire.
Solo dopo che Klaus aveva assorbito
completamente l’ideologia e gli scopi dell’ordine, H.P. gli chiese, a sorpresa,
se si sentiva chiamato a diventare membro dell’Opus Dei. Alcuni anni dopo Klaus
ricordava: “Dovevo prendere una decisione. Ero pietrificato da una paura che mi
paralizzava completamente. H.P. mi aveva spiegato che la paura – come diceva il
padre – era il segno più certo della chiamata dell’ordine. Alla fine dissi di
sì.” Quando Klaus parlava del “padre”, non si riferiva a Dio Padre, ma a un
prete spagnolo di nome Escrivç de Belaguer. Il prete aveva solo 26 anni quando
nel 1928 fondò l’ordine cattolico laico dell’Opus Dei, seguendo un segno di
Dio. Per tutta la vita Escrivç de Belaguer visse e agì come esecutore della
volontà di Dio e quindi diede al suo ordine l’ambizioso nome di Opus Dei – il
lavoro di Dio.
Morì nel 1975 e fu canonizzato da papa
Giovanni Paolo II nel 1992. Da allora è noto col nome di San Josef Maria
Escrivç.
Anche all’interno della chiesa stessa,
l’idea di fondo dell’ordine era considerata all’inizio come radicale e
controversa: grazie al suo contatto personale con lo Spirito Santo, Escrivç de
Belaguer annunciò che ogni essere umano è capace di raggiungere lo stato di
santità a patto che continui a seguire il messaggio di Gesù nella vita di tutti
i giorni, e in particolare nel suo lavoro. Non è necessario fare qualcosa di
straordinario.
L’Opus Dei cominciò come
un’associazione di laici – esclusivamente uomini. Ma nel 1934 il fondatore
ricevette un nuovo segno di Dio: anche le donne potevano partecipare. Così
all’Opus Dei venne aggiunta una sezione femminile. Naturalmente non c’è nessun
contatto tra i membri maschili e femminili dell’Opus Dei e nemmeno nessun senso
di emancipazione femminile. Il ruolo delle donne dell’Opus Dei è confinato ai
lavori di pulizia nelle case dell’ordine e alla cucina. Non è loro permesso
vedere i membri maschi dell’ordine nemmeno durante il loro lavoro. Nove anni
dopo, nel 1943, Escrivç de Belaguer
fondò la congregazione sacerdotale della Santa Croce. Fino a quel
momento i membri dell’Opus Dei in ogni diocesi erano rimasti in contatto con i
sacerdoti locali che non avevano niente a che fare con l’ordine. Si
confessavano, per esempio, da loro. Ma molti membri dell’Opus Dei si sentivano
fraintesi dai loro padri confessori. L’Opus Dei si era già staccata dalla
corrente principale della chiesa e alcuni preti non erano sempre disposti a
accettare i metodi che usavano i membri dell’Opus Dei per raggiungere i propri
scopi.
Fin dalla fondazione della
congregazione sacerdotale della Santa Croce, alcuni membri scelti dell’Opus Dei
– i cosiddetti Numerari – potevano essere ordinati sacerdoti
dell’organizzazione permettendo ai membri dell’Opus Dei di confessarsi presso i
propri preti. In questo modo nessun segreto dell’ordine poteva più finire nella
corrente principale della Chiesa Cattolica attraverso le confessioni a preti
normali. “È meglio lavare i panni sporchi in casa,” era solito dire Escrivç de
Belaguer. I preti dell’Opus Dei sono la crema dell’ordine più elitario. La
maggior parte di loro hanno ricevuto una normale preparazione seminaristica e
si sono laureati all’università con i voti migliori. Ognuno di loro ha
praticato la propria professione per parecchi anni.
Questi preti, dall’esterno, non sono
riconoscibili come tali. Si sentono a loro agio sia in giacca e cravatta
eleganti, come in jeans. Si sentono a casa loro sul terreno decisionale e
parlano il linguaggio dei manager. Non puntano alla ricchezza e alla
felicità... ma trovano soddisfazione nel potere.
Klaus aveva 15 anni quando chiese
all’ordine di essere accettato come un cosiddetto Numerario. I Numerari sono
totalmente disponibili alla volontà dell’ordine. Si sottomettono a una
disciplina molto rigida. Obbediscono e stanno buoni – e si impegnano a non
sposarsi mai per tutta la vita.
Klaus aveva studiato per esteso le
opere classiche dell’ideologia dell’Opus Dei: il libro di Escrivç de Belaguer “The Path”, e “Talks with Rev Escrivç de Belaguer” – una selezione di interviste
col padre. Queste parole lo toccarono nel profondo del cuore.
Anche lui voleva essere seriamente
impegnato nel cristianesimo stando in mezzo al mondo. E voleva incontrare Dio
nella vita di tutti i giorni. Metteva una piccola croce tascabile vicino ai
suoi quaderni mentre faceva i compiti a casa. La croce doveva ricordargli Dio.
Seguendo l’incoraggiamento di H.P., Klaus iniziò a fare dell’apostolato,
l’opera del missionario.
Il padre aveva dato le sue istruzioni
su questa cosa, nel libro The Path,
“Non ti viene voglia qualche volta di gridare ai giovani intorno: «Voi sciocchi!
È il momento di lasciare da parte tutte queste cose mondane. Vi induriscono
solo i cuori! Abbandonatele e seguiamo tutti la via dell’amore!»”
In realtà questo significava per Klaus
e per gli altri giovani praticanti l’apostolato dell’Opus Dei, cercare costantemente
di avvicinare gli studenti migliori della scuola invitandoli alle
manifestazioni del club giovanile.
Il suo compito principale era
“sondare” questi compagni di scuola e carpire i loro segreti. Era obbligato a
far rapporto sulla cosa alla sua guida spirituale – regolarmente. Gli vennero
poi date le istruzioni su come comportarsi in seguito con loro in modo da
accendere il loro entusiasmo per il club giovanile.
Quando Klaus cominciò a studiare
filosofia all’università, lasciò i genitori a Colonia e si spostò a Bonn,
presso il dormitorio per studenti dell’ordine. La sua guida spirituale, un
confratello più anziano dell’ordine, era già stato suo consigliere al “The
Firestone” ed era adesso in pieno controllo.
Klaus fu obbligato a confessare a lui
tutti i suoi piani e le sue intenzioni. La guida spirituale leggeva tutta la
sua corrispondenza e sceglieva cosa lui poteva leggere. Ora il lavoro di
apostolato era ancora più importante: Klaus continuò a convertire compagni di
studi e a far rapporto alla sua guida spirituale sulle persone con cui aveva a
che fare all’università.
Divenne presto assolutamente naturale
per lui rivelare i propri pensieri e i sentimenti più intimi alla sua guida
spirituale. Klaus non aveva più segreti personali. Funzionando da amico intimo
e consigliere premuroso, la sua guida spirituale prese il posto dei suoi
genitori. Loro non dovevano sapere che lui era stato ammesso nell’ordine. Non
avrebbero capito – non ancora. Solo quando Klaus fu più maturo e membro
dell’ordine da tre anni, gli fu chiesto di informare i genitori. La guida
spirituale ordinò a Klaus di dire ai genitori che era un membro dell’Opus Dei e
che non avrebbe passato il Natale a casa, ma con la sua nuova “vera famiglia”.
Klaus aveva paura. Per la prima volta
ebbe delle resistenze. Amava i suoi genitori anche se si era un po’ estraniato
da loro. Fino ad allora tutto ciò che i suoi genitori sapevano è che lui era
affascinato dall’Opus Dei. Ma avevano sempre sperato che, maturando, lui
avrebbe capito come veniva manipolato dall’ordine e privato della propria
volontà.
Erano credenti cattolici anche loro,
ma l’Opus Dei faceva loro paura come una setta. Non avrebbero mai permesso al
proprio figlio di diventare membro dell’ordine. Ma adesso era troppo tardi:
Klaus era maggiorenne e poteva fare quello che voleva.
Quando Klaus disse loro che non
sarebbe stato a casa a Natale, tutto il loro mondo crollò. Per loro il Natale
era sempre stato un momento di festa familiare. Ogni anno, in occasione della
nascita di Gesù, celebravano il loro essere insieme. Non era pensabile che un
membro della famiglia fosse assente. Ma adesso succedeva. Klaus se n’era andato
dalla sua famiglia.
Klaus Steigleder ha descritto la sua
vita e le sue esperienze con l’Opus Dei in un libro pubblicato in Germania
dalla Wilhelm Heyne Verlag, dal titolo Opus
Dei -- An Insider’s View. È il libro di un emarginato, ma non si può
paragonare Klaus Steigleder a nessun altro emarginato.
Non gli interessa girare la Germania a
raccontare del suo dolore per l’Opus Dei e di fare un mucchio di soldi con TV,
radio e conferenze. Non diffonde lo scioglimento dell’Opus Dei. Secondo lui
l’ordine laico ha bisogno di una riforma. È sua esperienza che l’Opus Dei vista
dall’interno è molto diversa da come appare all’esterno. In altre parole c’è
una grande distanza tra l’ideale e la realtà dell’ordine. A tutt’oggi lui è
sempre un cattolico credente. L’intenzione di Klaus Steigleder col suo libro è
di mettere in moto una discussione all’interno della chiesa stessa e quindi di
fare ad essa un favore.
Tuttavia, questa discussione non è mai
accaduta, e nessuno sa se ci sia stata una riforma all’interno dell’Opus Dei.
L’ordine è trasparente tanto quanto i servizi segreti di certe dittature
dell’America Latina. Le informazioni sull’ordine si limitano a quello che gli
specialisti dell’informazione pubblica dell’Opus Dei mettono a disposizione dei
massmedia.
Molti preti cattolici sono sospettosi
sulla segretezza dell’ordine. Molti cattolici attivi considerano addirittura
l’ordine laico elitario una chiesa dentro la chiesa. E molti genitori si
lamentano presso i sacerdoti su come i propri figli vengano manipolati
dall’ordine. Comunque da quando l’Opus Dei fu fondata nel 1928, i papi hanno
sempre espresso la loro piena fiducia in essa: papa Giovanni Paolo II è già il
quinto papa che sostiene l’Opus Dei. E probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo,
perché nessun altro ordine cattolico – inclusi i Gesuiti – è altrettanto
potente.
Al pari di tutte le altre
organizzazioni elitarie, l’Opus Dei investe un’enorme energia nel trovare nuovi
membri. I suoi metodi educativi – sebbene appaiano piuttosto bizzarri – non
sono affatto insoliti: disciplina di ferro, lavaggio del cervello, obbedienza
assoluta, stile di vita spartano, autoaccusa, subordinazione e un’attitudine
missionaria arrogante sono sempre stati gli aspetti caratteristici di
un’educazione elitaria, sia essa dei collegi scolastici del sistema britannico,
delle scuole dei Gesuiti, delle scuole per cadetti prussiane o sovietiche o
delle istituzioni scolastiche del Terzo Reich. “Obbedisci come obbedisce lo
strumento nelle mani dell’artista. Esso non chiede perché sta facendo questo o
quello,” esigeva dai propri studenti il fondatore dell’Opus Dei, Escrivç de
Belaguer. “Puoi stare certo non ti verrà mai chiesto di fare qualcosa che non
sia buona e che non faccia onore a Dio.”
Klaus Steigleder aggiunge che durante
il suo periodo di addestramento all’Opus Dei, imparò a interiorizzare le
istruzioni della sua guida spirituale così totalmente che finì col pensare che
fossero una propria iniziativa. Per esempio, da un membro dell’Opus Dei ci si
aspetta che interpreti l’ordine di non far visita ai propri genitori come una
sua decisione personale.
Un elemento importante della
disciplina dell’Opus Dei è la cosiddetta “mortificazione”. Dietro questa
terrificante parola si nascondono esercizi con lo scopo di aiutare a vincere il
proprio lato debole. Insieme alla sua guida spirituale, il giovane membro
dell’Opus Dei stende una lista di mortificazioni che deve fare quotidianamente.
All’inizio include solo cose piccole: una doccia fredda la mattina, niente
zucchero nel caffè oppure, se lo beve di solito senza, allora con lo
zucchero... e così via.
Per essere sufficientemente motivati a
queste mortificazioni, ai membri dell’Opus Dei viene detto di immaginare che le
fanno per amore del padre – o per amore del papa, oppure della guida
spirituale. È anche possibile associare queste mortificazioni a degli scopi
speciali: per esempio immaginare che un compagno di scuola potrà esser aiutato
da ciò a progredire nella sua vita interiore – e forse diventare addirittura un
membro dell’Opus Dei. Come Escrivç de Belaguer dice nel suo libro:
“...trattenere la battuta scherzosa e la frase appropriata che volevi dire;
sorridere a qualcuno che ti dà fastidio; rimanere in silenzio quando
ingiustamente accusato; essere gentile con i prepotenti; mostrare clemenza
verso le abitudini fastidiose di qualcuno con cui hai a che fare tutti i giorni
e che ti dà i nervi... Tutto ciò praticato con costanza, è pura mortificazione
interiore. Io non credo alla tua mortificazione interiore se disprezzi la
mortificazione dei sensi e tralasci di farla.”
Obblighi come questi crearono a Klaus
una particolare preoccupazione. Persone a cui non è permesso mostrare i propri
sentimenti, che dovrebbero sorridere quando sono arrabbiate, che sono gentili
verso chi le disturba, non possono essere veri amici. Non sai mai cosa succede
dentro di loro.
Presto Klaus scoprì che lui stesso era
diventato incapace di avere degli amici. Esitava nell’avvicinarsi ai compagni
di scuola essendo sempre consapevole del fatto che qualunque cosa loro gli
avrebbero confidato privatamente lui l’avrebbe dovuto riportare alla sua guida
spirituale.
Anche all’interno dello stesso ordine,
Klaus si sentì presto isolato. Non aveva compagni di cui si poteva veramente
fidare. La guida spirituale era sempre la terza persona dell’intesa.
Più passava il tempo e più l’ordine
gli sembrava una contraddizione. Ma non poteva condividere i suoi sensi di
colpa e i dubbi con un altro confratello perché era contro le regole.
Ironicamente il padre aveva obbligato
i membri dell’Opus Dei a sentirsi felici. “Se qualcuno non è sempre felice, non
è in contatto con Dio” – come affermava il fondatore dell’Opus Dei nel suo libro
The Path.
L’infelicità era considerata un
peccato e un soggetto su cui fare rapporto alla guida spirituale. L’unica
possibilità di alleggerirsi dal peso della colpa era durante le discussioni di
gruppo, dove doveva mettersi in ginocchio e autoaccusarsi di essere infelice.
Due anni dopo essere entrato nell’Opus Dei, Klaus partecipò a un programma di
contemplazione a Utrecht, dove un pezzo grosso dell’Opus Dei – che Klaus chiama
confidenzialmente Dott. X – gli chiese se indossasse tutti i giorni un cilicio
e si autoflagellasse. Klaus non aveva la più pallida idea di cosa stesse
parlando e il Dott. X era sorpreso che la guida spirituale di Klaus non lo
avesse introdotto alle regole dell’autopunizione.
Prese un cilicio dal suo armadio – una
striscia di metallo che ci si doveva avvolgere e stringere intorno alla coscia.
All’interno della striscia c’erano delle punte acuminate, che penetravano
dolorosamente nella pelle. Il cilicio andava indossato due ore al giorno
esclusa la domenica e i giorni di vacanza e, naturalmente, non era permesso
mostrare nessun dolore causato da questo strumento di tortura.
La frusta consisteva in una corda con
una serie di nodi e andava usata una volta la settimana. Il membro dell’Opus
Dei la usa per colpire se stesso sulla schiena nuda, come il Dott. X spiegò a
Klaus, per la durata di un Credo, una Salve Regina o preghiera similare. Il
sacerdote dell’Opus Dei consigliò a Klaus di reclamare presso la sua guida
spirituale per non averlo considerato abbastanza maturo per usare il cilicio e
la frusta.
Da quel momento in poi, Klaus agì
secondo delle regole che non aveva mai notato nel libro di Escrivç de Belaguer:
15 minuti extra di cilicio per le anime del purgatorio, altri 5 minuti per i
tuoi genitori, altri 5 minuti per i tuoi confratelli di apostolato. Che cosa
preziosa, pensava, continuare a mortificarsi in questo modo!
Più avanti Klaus ricorda: “Non mi era
permesso indossare il cilicio fuori casa, per non parlare di portarlo a casa
dei miei genitori. Per quanto fosse doloroso flagellare se stessi, era ancora
più spiacevole e penoso sentire i secchi colpi di qualcun altro che si stava
autoflagellando. Quando abitavo a Bonn, al centro per studenti, ho dovuto
vivere la cosa parecchie volte.”
L’ordine elitario – soprattutto le
persone di grado superiore – esige un grado di autopunizione quasi da
superuomo, un’obbedienza totale, forza di carattere e prestazioni intellettuali
di prim’ordine, oltre a un forte desiderio di espandere l’influenza dell’ordine
sulla società. La richiesta di aver potere e influenza viene giustificata
nell’ottica di essere al servizio di un ordine superiore. Di conseguenza i
membri più giovani – i pochi prescelti – chiamati a migliorare il mondo,
sentono una certa superiorità sul resto dell’umanità. Questo arrogante “spirito
di corpo” li aiuta a sopportare con orgoglio i duri rituali dell’ordine. I
cadetti sovietici servivano l’imperatore e la patria nello stesso modo, come i
cadetti napoleonici servivano il loro condottiero. I membri dell’Opus Dei stanno semplicemente
servendo Dio.
Ogni membro dell’Opus Dei considera la
propria vocazione come un dono di Dio. Nel libro di Escrivç de Belaguer, The Path, si legge: “Vuoi diventare solo
un uomo medio qualunque? Una parte della grande massa, quando tu sei nato per
essere una guida? Qui non abbiamo posto per le persone mediocri.”
Fin dal giorno in cui il padre
ricevette le istruzioni dirette da Dio, per mezzo dello Spirito Santo, tutto
ciò che succede all’interno dell’Opus Dei – e da essa operato sull’esterno –
nasce dal volere di Dio. Questa convinzione giustifica tutti i metodi usati
dall’Opus Dei per raggiungere i propri obiettivi. Si vanta di essere religiosa,
ma il suo vero obiettivo è il potere.
In generale, l’élite dell’Opus Dei non
esercita il potere direttamente. Agisce dietro un’impressionante schiera di
manager impegnati sia in affari che in politica che sono collegati all’Opus Dei
in modo sciolto sotto forma di “supernumerari”. Di solito, nessun estraneo viene mai a sapere che questi
dirigenti sono collegati all’Opus Dei e che di loro si prendono cura i
“numerari” dell’ordine – che li confessano, danno loro consigli, ne celebrano
le nozze, ne battezzano i figli... in breve l’Opus Dei gioca un ruolo
importante, se non predominante nelle vite di queste persone influenti.
In seguito alla pubblicazione del
libro di Klaus Steigleder, c’è stato un certo numero di commenti da parte della
stampa. Il Zƒrcher Tages-Anzeiger ha
chiamato l’Opus Dei “la santa mafia,” e il Neue
Zƒrcher Zeitung, Der Spiegel e il
Frankfurter Allgemeine hanno mosso
caute critiche. È piuttosto chiaro, tuttavia, che i massmedia trattano
generalmente l’Opus Dei con i guanti di velluto.
Steigleder non è stato invitato come
testimone dalla Commissione Inquirente del parlamento tedesco che investigava
sulle cosiddette sette psicologiche. Nessuno sembra interessato a rischiare
l’ostilità di questo piuttosto sinistro ordine cattolico che persegue i suoi
“alti scopi” in un modo così insondabile.
Steigleder è stato un “numerario”
coscienzioso e devoto, ma dopo cinque anni di lavaggio del cervello, stress,
pressione psicologica e conflitto interiore, ha deciso di venirne fuori. Molti
altri hanno lasciato l’ordine prima di lui, ma fino alla pubblicazione del suo
libro nessuno ha osato criticare l’ordine in pubblico. Il loro silenzio è
comprensibile. Dopo essersi sentiti continuamente dire che ogni critica
all’Opus Dei è punibile col fuoco eterno dell’inferno, chi avrebbe voluto
arrischiarsi. L’uscita di Klaus Steigleder è una storia a sé. Non ha potuto
fare semplicemente le valigie e tornare dai genitori. Ha voluto comportarsi
correttamente e andarsene ufficialmente, per così dire. Si è dimostrato un
processo di rottura molto doloroso mentre la sua guida spirituale,
naturalmente, cercava di convincerlo a restare. Quando la guida non ci riuscì,
intervennero membri delle alte sfere dell’ordine. Uno di loro mise un disegno
davanti a Klaus, che mostrava un Gesù crocefisso con le mani amputate. Sul
braccio orizzontale della croce si leggeva: “Non ho altre mani se non le tue!”
Comunque, nonostante tutto se ne andò.
Dedicato
a tutti coloro che si amano, che amano, che sono amati.
Canzone
d’amore
Grazie. Grazie di esistere. Grazie per
essere così come sei. Grazie per averti incontrata.
Questo pianeta ci ha messo più di 4
miliardi di anni, per produrre un essere come te. E ci ha messo più o meno lo
stesso numero di anni, per produrre un individuo come me… Eppure ci siamo
incontrati! Non è semplicemente miracoloso? Come definirlo altrimenti, se non
come un miracolo? Quattromila milioni di anni e passa…! Ma ci pensi? È che non
ci pensiamo mai. Nessuno ci pensa mai. Eppure, smarriti in questi 4 miliardi di
anni, noi ci siamo incontrati. Sarebbero bastati pochi secondi, di questo
calendario cosmico, e non ci saremmo incontrati mai. Pochi anni di differenza,
ed io non avrei mai saputo della tua esistenza. Né tu della mia. E se questo
non è un miracolo…
Avrei potuto essere una scimmia –
probabilmente questo mi accadeva fino ad appena mezzo milione di anni fa,
un’inezia – e tu già una signora. Avresti potuto essere tu farfalla, e io lupo.
O tu ameba, e io plancton e ci saremmo
baciati (o mangiati) senza riconoscerci.
Avresti potuto nascere pesce, e io
pescatore: e ti avrei uccisa, capisci! Avresti potuto essere l’aquila o il
falco, e io la lepre che cerca inutilmente rifugio. Avresti potuto nascere
mangusta, e io cobra, e ci saremmo affrontati tutta la vita per distruggerci. E
pare – dalle antiche leggende – che molti uomini e molte donne portino ancora
con sé quel retaggio. Invece noi due no: ci siamo incontrati, un uomo e una
donna, nella stessa infinitesimale epoca, che si perde come un granello, tra
quattro o cinque miliardi di anni. Grazie per avermi incontrato. sono
sopraffatto (a volte) dall’insostenibile leggerezza di questo miracolo. E sono
colmo di gratitudine.
Non riesco a smettere di pensare che
avrei potuto nascere capra selvatica, e tu pastore. E avrei conosciuto solo il
bastone. E ignota mi sarebbe stata la tua dolcezza. Avresti potuto nascere
daino, e io gattopardo. E ti avrei inseguita solo per divorarti… e mai e poi
mai avrei conosciuto la dolcezza dei tuoi baci. Anche se le antiche leggende
che parlano di “Leela” e del gioco divino narrano che ancora oggi molti uomini
e molte donne giocano al “daino e il gattopardo”.
E ci pensi se tu fossi nata formica, e
io elefante… Ci saremmo, per la legge dell’attrazione degli opposti, forse
innamorati lo stesso. Ma il nostro sarebbe stato, per così dire, un amore
impossibile. Grazie, allora, perché tu non sei impossibile. E poiché tu sei il
mio specchio, anch’io lo sono per te. Ma avremmo potuto, e così facilmente,
capitare nel girone dell’impossibilità. E non incontrarci mai, se non in forme
impossibili a dirsi, a darsi l’un l’altro per condividere la propria danza. Grazie.
Quante volte potrei dire “grazie”, per
averti incontrata così come sei. E così come sono. Né più né meno. Così
improbabile, che nessuno l’avrebbe (letteralmente) mai detto! Eppure, quasi
sempre, lo diamo per scontato. Ed è così che ci sfugge il miracolo. E la
gratitudine ci elude, invece di sommergerci. Come al pensiero che in quattro
miliardi di anni (e passa), sarebbe stato molto più facile ch’io fossi locusta,
sparviero, rinoceronte, salamandra, coyote… e tu bambina, regina, assassina, o
dolcissima ape, che sugge nettare per la vita, ma non per me. Non per me. Io ti
ringrazio dal più profondo del cuore, per questo miracolo. E se la
reincarnazione ti sembra un po’ troppo lontana, o poetica oltre il tuo
percepire, ti ringrazierò lo stesso. Perché avresti potuto nascere a Saigon, e
io a Boulder in Colorado, in quegli anni in cui ci si salutava lanciando piogge
di napalm, e l’accoglienza era pungente come le trappole irte di punte di
bambù, in attesa del mio costato di “yankee”. E tutto quello che avresti saputo
dirmi (e a ben ragione) sarebbe stato “VATTENE A CASA!” Avremmo potuto
incontrarci in mille modi. O non incontrarci affatto. Tu alla corte di
Tutankamen, io a quella di Costantino. Tu nell’harem di Suliman, e io tra le
orde di Attila, flagello di un Dio che nessuno di noi avrebbe conosciuto.
Avresti potuto nascere in Mesopotamia, e io in Palestina. Non sarebbe stata
molta, la distanza che ci divideva, ma a quei tempi sarebbe stata sufficiente a
non farci incontrare mai. Mai.
Nemmeno una volta, al mercato di
Tabriz, dove forse avrei potuto intravedere i tuoi occhi splendere da sotto il
velo. Non ci sono veli, tra me e te, ora. Anche se le antiche leggende che si
tramandano da tempi immemorabili, tra uomini e donne, narrano con certezza che
milioni di essi, in tutto il mondo, ancora praticano il gioco “degli occhi
splendenti celati dal velo”.
A volte vorrei scegliere l’oblio,
dimenticare il peso e la responsabilità di questo miracolo, procedere
spavaldamente, senza dire grazie a nessuno. Vorrei gridare che non ho bisogno
di nessuno. Io. Perché io sono un uomo forte. Ma mi basta allontanarmi solo un
poco da quell’io, per vedermi come realmente sono: un normalissimo essere
vulnerabile, forte a volte come un uomo, vulnerabile come una donna, bisognoso
di affetto e di supporto come un bambino. Per questo ti dico “grazie”.
Per questo ti sono grato. Per il
semplice fatto che ci siamo incontrati. La gratitudine è un peso, a volte.
Anche perché non c’é modo di esprimerla veramente. Percepire il miracolo di
questo incontro, la fortuna e la grazia della sua imprevedibilità, della sua
astronomica casualità, è essere semplicemente sopraffatti dalla gratitudine.
Una sensazione che invero ti lascia
senza parole. Posso solo sussurrare “grazie”. E anche questo timidamente, con
la paura di essere udito, e così la sua inadeguatezza.
Esploro, con un sorriso di
gratitudine, i miliardi di ipotesi che avrebbero potuto capitarci in sorte,
invece. Sarei potuto nascere un negro, e tu, politicamente scorretta, mi
avresti chiamato così, perché nata in una famiglia dell’Alabama.
Avresti potuto nascere Montecchi, e io
Capuleti - o viceversa, e ancora una volta l’odio delle famiglie avrebbero
ucciso l’amore. (E si narra, nelle più tristi leggende del ventesimo secolo,
che questo accade in molte contrade…). Avresti potuto chiamarti Fahtima, e io
Moshes: solo una linea immaginaria ci avrebbe diviso, ma quanto sangue, quante
morti per questa linea d’ombra sul ricordo di chi siamo. Avresti potuto
chiamarti Costantinova, e io Karlheinz, e solo un muro ci avrebbe diviso, fino
alla porta di Brandeburgo – maledetta porta che quarant'anni e diecimila morti
non sono riusciti ad aprire. Avremmo dovuto anche noi aspettare la primavera
del grande disgelo, per poterci incontrare ormai vecchi, incanutiti e stanchi,
e forse saremmo riusciti appena ad abbracciarci o a sorriderci, “Costantinova,
finalmente” “Oh! Karlheinz… ti posso toccare!”
Così tanti i muri che avrebbero potuto
frapporsi al nostro incontro. Gli infiniti miliardi di paradossi temporali. I
poetici paradossi delle innumerevoli forme del creato – che sempre s’inseguono,
per non incontrarsi mai. E i muri, i muri ancor più innumerevoli fatti di
paradossi da noi stessi creati, nella separazione e nel sangue, nella paura e
nel possesso, nell’insicurezza e nella vergogna. E se questo non fosse bastato,
per non farci incontrare, un alito di vento sarebbe stato sufficiente… Gli
occhi rivolti in un’altra direzione. Un autobus in ritardo. Una farfalla
colorata, all’improvviso. Un negozio chiuso, una strada a senso unico. Due
gocce d’acqua. Un semaforo rosso. Un semaforo verde. Un moscerino nell’occhio.
Un vetro appannato. Un’inezia qualsiasi… E non ci saremmo incontrati mai. Mai.
È festa invece, poiché siamo
totalmente in balia della grazia dell’esistenza: e vederlo apre la porta al
miracolo. Così improbabile. Così ti sono grato. Grazie.
Innumerevoli sono le ipotesi o i
destini che avrebbero potuto capitarci in sorte, invece. Un numero che
annichilisce e paralizza semplicemente la mia ragione, e mi accende il cuore di
gratitudine. Lascia dunque ch’io lo dica una volta ancora, per la prima e
l’ultima volta, o mio amore: “Grazie. Grazie perché ci siamo incontrati. Grazie
per essere così come sei.”
Swami
Sariano
Come
leggere il tuo oroscopo
QUANDO
LEGGI IL TUO OROSCOPO, TI ACCORGI di essere molto di più di quello che il tuo segno
rappresenta. Ci sono gli otto pianeti, il sole e la luna, i nodi della luna,
sei asteroidi principali, dodici segni, dodici case, quattro angoli, sei aspetti
principali, governatorato e domicilii, progressioni e transiti.
Il tuo oroscopo è così vasto, così complesso, che
ci vorrebbero 20 astrologi che lavorino 20 ore al giorno per 20 anni per
interpretare in modo approfondito ogni aspetto della tua carta astrale.
1001 capricorni corrispondono a 1001 persone
differenti e a ognuna di esse succedono cose diverse. Anche se nati nello
stesso momento, i codici genetici e i condizionamenti sono diversi.
Oltre a ciò, è a volte difficile parlare a
proposito di un segno particolare, per via delle contraddizioni in atto. Un
pianeta potrebbe transitare nella prima parte del segno e un altro pianeta
nell’ultima parte.
Ad esempio, gli acquari nati in gennaio
attraversano un periodo di grande cambiamento (Urano), mentre per gli acquari
nati il 12 febbraio c’è espansione, fortuna e abbondanza (Giove). I sagittari
nati il 28 novembre attraversano una grande crisi (Plutone), mentre quelli nati
in dicembre hanno l’energia per viaggiare (Mercurio).
Malgrado queste complessità, sorprende come la
descrizione del tuo segno solare possa individuare accuratamente ciò che sta
accadendo, anche se può essere altrettanto rivelatore leggere il segno del tuo
ascendente. In genere l’oroscopo è orientato verso gli avvenimenti, perché è quello
che vuole sapere la maggior parte delle persone. Più predice avvenimenti, più
piace. Tuttavia è importante, per il ricercatore, essere consapevole di cosa
rappresenta ogni evento specifico e poter determinare la risposta da dare.
L’uso ultimo dell’astrologia stabilisce se
l’esperienza è essenziale e quindi inevitabile, o se non è essenziale e quindi
si può scegliere e cambiare qualcosa.
Per esempio, in gennaio Saturno è in
13°-15°Ariete. Questo influenza la maggior parte degli arieti nati tra il 2 e il
6 aprile (anche gli altri punti cardinali - Capricorno, Cancro, Bilancia - nati
tra il 2 e il 6).
L’astrologia profetica tradizionale direbbe che
c’è troppa responsabilità sul lavoro, problemi con l’autorità. L’astrologia
psicologica parlerebbe di tristezza, frustrazione, un super-ego troppo
sviluppato, il bisogno di risultati. L’astrologia spirituale parlerebbe del
bisogno di radicarsi e di creare una struttura intorno a ciò che è
infinitamente senza forma.
L’oroscopo
dell’Osho Times è concepito in questo modo:
(1) Stabilire quali sono i
transiti in corso.
(2) Vedere quale avvenimento
è più arriverà dal transito in questione.
(3) Determinare qual è la
risposta più probabile della persona a questo avvenimento e quindi come la
persona si può sentire.
(4) Capire quale lezione
imparare e la consapevolezza da raggiungere.
(5) Vedere come comunicare
tutto ciò nel modo migliore alla mente conscia e inconscia della persona.
Nel leggere
l’oroscopo, ricordati quanto segue:
o
I
pianeti ti dicono qual è l’energia.
o
I
segni ti indicano come questa energia si manifesta.
o
Le
case ti precisano dove queste energie si manifestano nella tua vita.
o
Gli
aspetti fra i pianeti ti indicano chi è connesso e coinvolto.
o
I
transiti e le progressioni ti precisano quando avvengono queste lezioni e
questi cambiamenti.
Ogni pianeta rappresenta una parte diversa dentro
di te, che corrisponde a una funzione diversa.
Sole: Essenza
e Individualità
Mercurio: Mente
e Analisi
Venere: Attrazione
e Relazione
Luna: Emozioni
e Abitudini
Marte: Desideri
ed Energia
Saturno: Struttura
e Limiti
Giove: Espansione
e Abbondanza
Urano: Consapevolezza
e Cambiamento
Nettuno: Fusione
e Compassione
Plutone: Trasformazione
e Crisi
Un’ultima osservazione dell’astrologo: non credere
troppo a quello che dico. Prendilo alla leggera e sii contento dei doni che le
stelle e i transiti portano con sé.
Swami Prem
Deepak