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Hera
N°
1 - gennaio 2000
Parla
Robert Temple · Le mummie radioattive
· Alessandro Magno · I
miti da impatti cometari
EDITORIALE
Buon
2000 e benvenuti su Hera, una capsula spazio-temporale creata per un viaggio
nel tempo, tra le pieghe della storia, per osservare, capire e meravigliarsi
dell’incredibile e sconosciuto passato dell’Uomo. Un viaggio che ha lo scopo di
svelare quanto questo passato, sebbene patrimonio di tutti, sia stato spesso
insabbiato per secoli dal mondo accademico, che ha ignorato audaci ma non
inverosimili ipotesi disconoscendo prove e testimonianze di una storia oltre il
mito, per evitare che il paradigma ufficiale venisse messo in discussione.
Con
questa rivista intendiamo aprire un dibattito costruttivo sulle ultime ricerche
archeologiche e soprattutto sulle più recenti e coraggiose teorie di cui alcuni
egittologi e ricercatori si sono fatti portavoce: esistono vestigia sul pianeta
Terra che risalgono ad una civiltà evoluta di oltre 10.000 anni fa. Il tutto
basato su una solida ricerca scientifica interdisciplinare, di cui la mitologia
è parte integrante. È da qui che nasce il nome della rivista, Hera, figlia di
Crono e moglie di Zeus, a simboleggiare la possibilità di viaggiare nel passato
per riesaminare e rimettere in discussione, mediante un processo cognitivo e
scientifico, la nostra concezione dello svolgersi degli eventi umani. Hera come
Nuova Era, per immaginare il futuro, ascoltando il monito che civiltà scomparse
hanno lasciato all’umanità di oggi.
La
rivalutazione che Atlantide ha ricevuto negli ultimi anni ne è un segnale
importante. Il leggendario continente sta riemergendo dal mito per divenire una
realtà storica e imponendo un riesame, non solo all’archeologia, ma alla
cultura tutta. Le ricerche di egittologi, geologi, oceanografi e storici, hanno
riportato alla luce della discussione culturale, quel continente rimasto
relegato nell’oscurità del mito dal diluvio che lo sommerse. Non porremo limiti
alla conoscenza, né alle ipotesi che molti potrebbero definire più ardite.
Un’affascinante spedizione intellettuale per conoscere i personaggi che hanno
fatto la storia, osservandoli in una luce nuova, basata su dati concreti e
ricerche storiche approfondite. Un processo di rinascita culturale che vuole
creare un ponte ideale, una connessione tra passato, presente e futuro.
È
questo il nostro scopo, che tenteremo di realizzare numero dopo numero,
attraverso la collaborazione delle più importanti firme nazionali ed
internazionali del settore. Benvenuti a bordo...
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il mistero dele sferette da calcolo
rimpatriate le sfere del Costarica
morti Ron Wyatt, e Johannes Fiebag
l'alfabeto, stenografia egiziana
Zoom, Qumran
la
scoperta del "Rotolo dell'Angelo"
le rivelazioni della Piramide della Luna a Teotihuacan
di DINO VITAGLIANO
di ROBERT SCHOCH
di ADRIANO FORGIONE
di VITTORIO DI CESARE
di ADRIANO FORGIONE
ALESSANDRO
MAGNO: L'ULTIMO INIZIATO
di JOSÈ LEON CANO
REX DUES:
il linguaggio degli Esseni
di PAUL ROLAND
Dedicata a Peter
Kolosimo (1922 - 1984)
perché Hera possa
essere ancora l’espressione della tua voce.
“Tutti gli eventi storici sono immortali. Tutte le
culture d’un tempo vivono in noi e noi viviamo sorprendentemente radicati nel
profondo di remote enigmatiche civiltà”.
Peter Kolosimo
da “Terra Senza Tempo”
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Il
mistero
Archaeology News
Novembre 1999
Venti sfere sumere
d’argilla cotta con iscrizioni cuneiformi potrebbero rappresentare un sistema
di registrazione sino ad ora sconosciuto dell’antica Mesopotamia. Le sfere, che
misurano circa due centimetri e mezzo di diametro, sono state scoperte da una
spedizione francese a Tell Mohammed Diyab nel nord-est della Siria. Recano
incisi simboli quali “uccello”, “schiavo” e indicazioni temporali come “il
terzo giorno” e “mese”, scritti tutti nello stile cuneiforme mesopotamico
meridionale della seconda metà del terzo millennio a.C.. Jean-Marie Durand del Collège de France di Parigi asserisce
che alcuni dei simboli erano colorati con ocra rossa, mentre altre sfere
presentavano segni di unghie, forse notazioni numeriche. La studiosa aggiunge
che i primi ricercatori della regione probabilmente scambiarono le sfere per
pietre da fionda. Altre registrazioni numeriche su dischi d’argilla e mezzelune
sono state portate alla luce nella regione, ma niente di altrettanto remoto è
paragonabile alle sfere di Tell Mohammed Diyab.
Wire - Novembre 1999
Archeologi italiani
hanno portato alla luce la tomba di un condottiero militare indios, vissuto
mille anni prima di Cristo nelle Ande settentrionali del Perù. Lo studioso
Mario Polia ha scoperto la tomba dell’indiano Huayakuntur, nella provincia di
Ayabaca, accanto al confine con l’Ecuador, 500 chilometri a nord-est di Lima. I
resti ossei del condottiero, che stringeva una conchiglia, erano disposti su un
altare di pietra con a fianco un’ascia, ha riferito Polia al quotidiano locale
El Commercio. Con il corpo sono state sepolte due donne e cinque guardie, oltre
a due vittime sacrificali, tutti in posizione fetale. Il giornale ha pubblicato
le fotografie dei resti, circondati da vasellame cerimoniale. La cultura
Huayakuntur si spostò dalla giungla dell’Amazzonia agli attuali Perù ed
Ecuador, e giunse a dominare una regione nota come la Sierra di Piura, sino
alla conquista Inca nel tardo XV° secolo.
Rimpatriate
da Christie Pashby - Ottobre 1999
Le opere archeologiche più importanti del Costarica hanno
fatto recentemente ritorno nel loro sito d’origine, I funzionari del National
Museum hanno spostato otto antiche sfere di pietra dall’area di San José alla
penisola di Osa, molto vicina al luogo in cui furono scoperte nel 1940. Durante
la creazione di una piantagione di banane nell‘area del delta del Diquis gli
operai si imbatterono in una serie di perfette sfere granitiche disposte con
cura. Altre ancora sono state scoperte sull’Isola del Cao. Vengono considerate
i reperti pre-colombiani più significativi del Costarica. Le misteriose sfere,
le cui dimensioni variano da quelle di un’arancia ad oltre due metri di
diametro, si ritiene ufficialmente siano state realizzate da gruppi indigeni
nel 800 d.C. Il loro peso è di oltre 16 tonnellate. Almeno 500 sfere di
dimensioni varie sono state sinora ritrovate. Gli archeologi non sono ancora giunti
a dare una valida spiegazione all‘accurata sfericità dei manufatti o del loro
possibile impiego. Alcuni geologi ritengono che un vulcano abbia eruttato globi
di magma raffreddatisi in forma di sfera in seguito al contatto con l’aria.
Altri ancora pensano che vennero realizzati con utensili di pietra. Il
ricercatore Ivan Zapp. nel suo libro Atlantis
in Costa Rica afferma che le sfere siano state indicatori di navigazione
impiegati da una cultura marinara altamente sviluppata nel passato. Gli
artefatti sono stati accolti dagli abitanti di Osa con una cerimonia al Central
Park nella città di Palmar Sur. Venti anni fa gli indigeni bloccarono le strade
della loro comunità per evitare la rimozione delle sfere e ora ne festeggiano
il ritorno. Per anni sono state utilizzate come decorazione per molte
istituzioni pubbliche e in abitazioni private. La ricollocazione è parte del
progetto Community Archaeology and Environment in Osa, dedicato al
la promozione turistica del sud del Costa Rica.
BBC News - Ottobre 1999
Lo stesso oceanografo che rintracciò i resti del Titanic,
Robert Ballard, assicura di aver trovato le tracce del Diluvio Universale. Si
tratta di un’antica linea costiera che scomparve in seguito ad una grande
inondazione, circa 7.600 anni fa, e che sarebbe ubicata tra il Mar Mediterraneo
e il Mar Nero. L’esame dei fossili di molluschi d’acqua dolce, effettuata con
la tecnologia al radiocarbonio, ha consentito di datare la spiaggia ad un
periodo compreso tra 6.900 e 7.600 anni prima di Cristo. “È la prova che una formidabile inondazione può essere avvenuta in quel
lasso di tempo. Quello che ci interessava era provare la plausibilità della
leggenda del Diluvio Universale“. Nella Genesi il diluvio di Noé viene
fatto risalire a 2400 anni prima di Cristo. Gli studiosi americani ritengono
però che l’evento catastrofico verificatosi 5000 anni prima, fu di tale entità
“da venire tramandato nella letteratura
amanuense del tempo”. Ballard ha dichiarato averla scoperta seguendo il mito
di Giasone e degli Argonauti, aiutato anche dalle ricerche dei geofisici
William Ryan e Brian Pittman, della Columbia
University di New York, il cui saggio “Il
Diluvio” è stato pubblicato in Italia nel 1999 da Piemme. Nota della redazione: la scoperta di Ballard
conferma che alla base dei miti e delle cronache religiose, vi sono fatti
storici reali. A nostro avviso questa è però solo metà della storia, in quanto
un diluvio nel Mar Nero non avrebbe dovuto lasciare tracce nei miti delle
popolazioni dell‘America pre-colombiana. Eppure anche tra le popolazioni
nativo-americane si parla di un diluvio che distrusse la loro patria d’origine,
in modo molto più esplicito di quanto narrato dalle religioni semitiche del
medio-oriente.
Archaeological Institute of America Novembre 1999
Una spedizione congiunta georgiana-americana ha ritrovato
artefatti che si ritiene possano stabilire l’ubicazione di Phasis, la
leggendaria destinazione di Giasone e gli Argonauti nella loro ricerca del
Vello d’Oro. Gli archeologi subacquei hanno scoperto parte di un insediamento
abitato da almeno il IV° secolo a.C. sino all’VIII° d.C., al di sotto delle
acque del Lago Paliostomi (in foto), sulla costa centrale della Repubblica di
Georgia. Numerosi autori antichi, compreso Strabone, Arriano ed Aristotele,
hanno fornito descrizioni della città che hanno permesso agli studiosi di
determinare che Phasis era localizzata nelle vicinanze di Poti, un grande porto
commerciale-militare dell’ex URSS. I ritrovamenti della spedizione di ricerca,
che consiste di membri del Institute of
Nautical Archaeology (INA) presso la Texas
A&M University e il Center for
Archaeological studies (CAS) della Georgian
Accademy of Science, coordinate dall’organizzazione no-profit Pipeline Archaeology for the Recovery of
Knowledge (PARK) Inc., comprendono monete e ceramiche importate e del
luogo.
I greci stabilirono una colonia a Phasis tra la fine del
XVII° secolo e l’inizio del XVI° secolo a.C. e convissero con la nativa
popolazione della Colchide, che venne assimilata durante il Periodo
Ellenistico. Costruita al livello del mare, Phasis poteva ricordare un’antica
Venezia con i suoi numerosi fossati e canali. Gli archeologi ritengono che la
combinazione del graduale insediamento della città nel limo alluvionale,
insieme ad un innalzamento del livello marino di svariati metri nei trascorsi
2000 anni, hanno contribuito alla sparizione di Phasis dalle cronache storiche
intorno alla fine del Periodo Bizantino (IX° sec. d.C. circa). La spedizione ha
in animo di tornare al lago Paleostomi la prossima estate, alla ricerca di
strutture menzionate dalle antiche fonti, compresi il Tempio di Apollo e di
Artemide, una miniera, e quello che è stato descritto come un museo
dell’antichità che, secondo il Periplo del
Ponto Eusino di Arriano, esponeva l’ancora originale della nave di Giasone,
Argo.
Morti
Ron Wyatt, e
Mas Allà - AA-S - Novembre 1999
Lo scorso 4 agosto è morto Ron Wyatt (nella foto in alto
a destra), vittima di un male incurabile. Wyatt, archeologo, rivendicava di
aver individuato alcune delle più preziose reliquie bibliche, tra cui l’Arca
dell’Alleanza e l’Arca di Noé. La sua attività era sempre
stata sospinta dalle sue credenze religiose e più volte
dichiarò apertamente che la Bibbia era un libro di storia e non un testo
esclusivamente dogmatico e religioso. Questo contribuì a guadagnarsi
l’avversione di molti colleghi e l’ammirazione degli studiosi di archeologia di
frontiera. Tra le voci circolanti sul suo lavoro, la supposta prova in video
della scoperta dell’Arca dell’Alleanza, la cui diffusione, secondo quanto si
conosce sin’ora, può essere autorizzata dal solo governo di Israele.
Il dottor Johannes Fiebag (a sinistra), ricercatore
austriaco, impegnato in prima linea nel campo della Paleoastronautica, l'11
Ottobre scorso ha abbandonato questo livello di esistenza per passare ad uno
superiore e certamente migliore. Fiebag era Capo Redattore dell’edizione
tedesca di Legendary Times, membro
della Ancient Astronaut Society, nonché autore di alcuni notevoli saggi sulle
antiche civiltà. In Italia lo si ricorda soprattutto per la pubblicazione del
libro Gli Alieni, edito dalle
Edizioni Mediterranee, e per la partecipazione ad alcuni simposi di ufologia e
metascienza.
Meta Research Bullettin - Ottobre 1999
Nell’edizione del settembre 1999 di Meta Research Bullettin, Tom Van Flandern, scienziato che ha fatto
parte dello US Naval Observatory,
fautore dell’ipotesi del Pianeta X (un pianeta del sistema solare oltre
Plutone, forse appena scoperto. Cfr. articolo di questo numero su Nibiru)
rilascia la seguente dichiarazione: “La
scoperta di più di tre oggetti transnettuniani conferma la presenza di una
seconda fascia di asteroidi oltre Nettuno. Questo probabilmente indica che
l‘ipotetico pianeta X è ora una fascia di asteroidi piuttosto che un pianeta
intatto". Secondo l’ipotesi di Van Flandern, il Pianeta X può essere
esploso dieci milioni di anni fa, scagliando un’onda di frammenti meteoritici
all’interno del sistema solare. La sua ricerca coincide con l’ultima scoperta
di Alan Alford nel mondo degli antichi miti, la quale suggerisce che “gli Dei che caddero dal cielo sulla Terra”
erano quindi considerati come “meteoriti
generati da un pianeta esploso”.
Alford, attualmente uno dei più noti ricercatori
britannici che idealmente segue il filone di Zecharia Sitchin, suggerisce che
l’umanità non ne sia stata necessariamente testimone. Nota della redazione: recenti scoperte, pubblicate in questa rivista,
potrebbero confutare questa tesi.
L’alfabeto,
stenografia egiziana
dalla Redazione - Novembre 1999
La scoperta in Egitto di due iscrizioni su roccia ha
rivoluzionato la datazione dell’invenzione dell’alfabeto. Si pensava che il
sistema di scrittura alfabetico fosse stato creato nel 1600 a.C. da popolazioni
stanziate nel Sinai. Le iscrizioni sono incise su rocce calcaree, insieme a
classici geroglifici, nella zona di Wadi el-Hol, tra Abydo e la Valle dei Re.
L’accostamento ha permesso all’egittologo John Coleman Darnell della Yale University di stabilirne la
datazione al Medio Regno, durante i primi due secoli a.C. (1800-1900 a.C.
circa). La scrittura è una semplificazione di alcuni geroglifici e quindi può
considerarsi una derivazione di questi ultimi, quasi un sistema stenografico
impiegabile da chi doveva comunicare con classi sociali più basse, come
mercenari, prigionieri etc.
Il ritrovamento chiude un periodo intenso per la storia
della scrittura. Nel maggio 1999 venne data notizia che antichissimi esempi di
scrittura erano venuti alla luce in uno scavo archeologico nel Pakistan (foto
sopra). Incisioni cosiddette “a forma di pianta” e “a tridente” furono
ritrovate su frammenti di vasellame datati a 5.500 anni fa (3.500 a.C.) Il
luogo della scoperta fu Harappa, nella regione in cui fiorì la grande
civilizzazione dell’Indo, nel 6.500 a.C.. Secondo Richard Meadow della Harward University, direttore dell’Harappa Archaeological Research Project,
queste primitive iscrizioni pre-daterebbero tutte le altre scritture conosciute.
Nel 1998 venne invece dichiarato che la più antica scrittura potesse provenire
dall’Egitto meridionale, in quanto tavolette d’argilla contenenti termini
primitivi furono rinvenuti nella tomba del primo faraone chiamato Scorpione
(foto a destra). La datazione al carbonio le assegnava al 3.300 -3.200 a.C..
Più o meno la medesima epoca della scrittura sumera, sviluppata nel 3.100 a.C..
Archaeological Institute Novembre 1999
I resti di almeno 40 abitazioni Taìno erette su palafitte,
sono state ritrovate in una remota striscia di spiaggia a Los Buchillones, sulla costa settentrionale di Cuba. Fra i più ampi
e vasti insediamenti nei Caraibi, Los
Buchillones può svelare l’evoluzione tecnologica e i costumi sociali dei
Taìno, gli abitanti precolombiani dei Caraibi, durante i 500 anni precedenti il
contatto con gli Spagnoli. Studi passati sulle colonie di Taìno del codirettore
progettuale David Pendergast del Toronto
Royal Ontario Museum, avevano sinora portato alla scoperta di sparpagliati
segni di abitazioni costruite sulla terraferma ma poche evidenze della cultura
che le eresse. La squadra congiunta cubano-canadese ha scavato sinora due
abitazioni. La prima, più di 60 piedi di diametro, si suppone abbia funzionato
come una residenza comune o edificio pubblico, mentre la seconda, scoperta agli
inizi di quest’anno, era molto probabilmente un’abitazione singola per
famiglia. La seconda casa sembra fosse costruita su trampoli che affondavano
nell’acqua. Le altre abitazioni erano edificate alla stessa maniera. Il
progetto ha identificato anche fondazioni su un’area della costa che era parte
dell’insediamento. “È possibile che i Taìno occuparono prima la terra asciutta,
spostandosi in seguito verso il mare“, dichiara Pendergast, aggiungendo che non
é sicuro sulla motivazione di tale gesto. “Dev'essere esistita una valida
motivazione - nota - poiché le costruzioni sull‘acqua richiedono uno sforzo
maggiore di quello necessario sulla terraferma". I sedimenti lagunari
hanno conservato ampiamente il tetto di paglia dell’abitazione; la squadra ha
scoperto inoltre semi di frutti (alcuni da uva passa) e una buccia non ancora
identificata, probabile rifiuto gettato dalla piattaforma dell’abitazione nel
mare. Pendergast spera che i sedimenti attorno alle case contengano rifiuti in
quantità maggiori. “Le nostre prospettive per un ‘esauriente conoscenza della
dieta dei Taìno sono molto buone”, dichiara.
Archaeology News - Settembre 1999
La scoperta di una grondaia di calcare dalla forma di
coccodrillo, che un tempo adornava un tempio romano a Gortyn, nella Creta
centrale, fornisce l’evidenza di stretti contatti tra l’isola e l’Egitto. Gli
scavi condotti da Antonino Di Vitta, direttore dell’Italian Archeological School di Atene, hanno rivelato che il tempio
è stato costruito durante il regno di Marco Aurelio (161-180 d.C.), rimodellato
nel IV° secolo e alla fine demolito per ricavarne calcare in una data
imprecisata. Dipinto a colori vivaci e forgiato con orbite oculari una volta
dotate di una pasta di vetro brillante, il coccodrillo è stato trovato sepolto
da pietrisco in una fognatura che lo ha nascosto agli antichi scavatori. Di
Vitta dichiara che l’animale è uno dei quattro che una volta adornavano la
trabeazione del tempio e rappresenta il primo esempio dell’impiego di motivi
egizi su templi romani a Creta. Da frammenti di iscrizioni trovati sul tempio,
sembra che un certo Tito Pactumeius Magnus, cretese e
prefetto dell’Egitto ha costruito e dedicato il tempio agli imperatori romani.
La grondaia, esposta nel passato autunno alla manifestazione Creta-Egitto,
presso il Museo Heraklion a Creta, sarà in visione permanente al nuovo Museo di
Messara nella Creta centromeridionale.
Nota
della redazione: sebbene la derivazione egizia sia provata dalle ricerche di Di
Vitta, l'aspetto del coccodrillo è sospettosamente somigliante al volto di
Quetzalcoatl, il serpente piumato. effigiato sulla piramide di Chichén Itzà in
Messico. Sarà materia di un prossimo articolo.
dalla Redazione -
Novembre 1999
Sabato 14 novembre, a
96 anni si è spenta l’antropologa francese Germaine Dieterlen, nota per aver
studiato per oltre venti anni, assieme al collega Marcel Griaule, le conoscenze
iniziatiche della popolazione Dogon del Mali, narrate loro dal sacerdote
Ogotemmeli. Nella cosmogonia di questo popolo africano ricorrevano riferimenti
precisi a dati astronomici millenari, riscoperti dalla nostra civiltà solo di
recente. Gli studi che facevano perno sul sistema di Sirio vennero poi ripresi
da Robert Temple che scrisse
Il Mistero
di Sirio. La Dieterlen pubblicò il saggio “Le Renard Pale” (The Pale Fox, 1965), scritto con Marcel Griaule
(1898-1956) e “Les Dogon, notion de
personne et mythe de la creation“. I loro studi ricevettero dure critiche
dalla scienza ufficiale. L’antropologo belga W.E.A. van Beek dichiarò, dopo
avere trascorso sette anni con i Dogon, di aver individuato l’origine di tali
conoscenze astronomiche: Un gesuita, che visse per alcuni anni con Ogotemmeli,
a cui passò queste informazioni poi mitizzate. Crediamo che la critica alle
ricerche della Dieterlen sia infondata in quanto, le conoscenze Dogon sono
molto approfondite e di derivazione egizia più che “Gesuita”. Da dove avrebbero
attinto il mito dell’Uomo pesce, analogo all’Osiride egizio, all’Oannes sumero
o all’Uana Maya? Come potevano i Dogon conoscere Sirio C e parlarne così
precisamente se è stata individuata dai nostri radiotelescopi solo nel 1995 e
nessun gesuita ne era a conoscenza quando vi furono i menzionati contatti?
BBC News - Novembre
1999
Gli antichi abitanti
delle montagne Andine erano portatori dello stesso virus che oggi possiedono i
moderni giapponesi, suggerendo che viaggiatori provenienti dall’Asia colonizzarono
il Sud-America migliaia di anni fa. L’inusuale forma di scoperta archeologica è
stata possibile grazie all’analisi di campioni di DNA, prelevati da ossa di 104
mummie trovate nel nord del Cile. L’età stimata per le mummie è compresa tra i
1000 e i 1500 anni. Due campioni di virus, provenienti da San Pedro de Atacama,
hanno fornito frammenti di DNA analizzabile. Kazuo Tajima e colleghi dell’Aichi Cancer Center Research Institute del
Giappone hanno trovato che i frammenti erano simili a campioni di virus
prelevati da Cileni e Giapponesi. Questa prova, pubblicata su Nature Medicine, dà peso alle teorie che
popoli mongoloidi invasero il Sud-America già 20.000 anni fa. È scartato che il
virus sia stato importato dagli europei dal 1492. Infatti si tratta di un ceppo
presente esclusivamente nel sud-ovest del Giappone e Sud-America. I ricercatori
sono convinti che le analisi di queste sequenze di DNA virale potrebbero essere
usate per favorire la ricerca antropologica, storica e archeologica. Nota della
redazione: la possibilità di una connessione culturale tra Giappone e
America-precolombiana viene affrontata su questo numero nell‘articolo su
Yonaguni, suggerendo l‘esistenza di una Terra nel Pacifico che collegò i due
continenti in un lontano passato.
La
scoperta del
Un testo religioso,
considerato da alcuni come uno dei Papiri perduti del Mar Morto, è venuto alla
luce in Israele. Stephen Pfann, studioso e presidente della University of the Holy Land lo sta
attualmente esaminando. Pfann afferma che il testo utilizza alcune locuzioni
tipiche dei famosi papiri di 2.000 anni fa. Ulteriori studi saranno necessari
prima che gli esperti possano confermare se il cosiddetto “Papiro dell’Angelo”
sia un elaborato autentico oppure un falso.
Se fosse autentico,
getterebbe nuova luce sul misticismo ebraico e le origini del Cristianesimo.
“Se è contraffatto - dichiara il Dr. Pfann - è stato realizzato da un esperto che ha studiato i Papiri del Mar Morto
a lungo “. La storia del Papiro dell’Angelo è molto strana. Circolavano
voci tra gli studiosi da molti anni sul fatto che uno dei Papiri di Qumran — i
testi religiosi degli Esseni trovati nelle grotte contigue al Mar morto tra il
1947 e il 1954— fosse finito nelle mani di un antiquario in una delle vicine
capitali arabe.
Il Jerusalem Report Magazine ha riferito
che ad acquistare la pergamena, composta da 1.000 righe di caratteri ebraici,
furono i monaci benedettini nel 1974, che la portarono in un monastero al
confine austro-tedesco per studiarla di nascosto. I religiosi erano votati al
vincolo di segretezza, ma uno di essi — identificato soltanto con lo pseudonimo
di Mateus — ruppe il voto lasciando in eredità, dopo la sua morte nel 1996, la
trascrizione e il suo commento ad un amico in Germania. Lo scritto fu poi
consegnato al direttore di un college israeliano e ad un fisico, con un
interesse per la Kabbalah, scrive la rivista. I due hanno insistito per
l’anonimato, permettendo però alla rivista di esaminare il documento. Il
direttore del college ha affidato al Dr. Pfann — uno degli eruditi cristiani
che stanno decifrando i Papiri del Mar Morto — un quarto del documento. In
esso, un tale Yeshua ben Padiah
descrive una visione religiosa avuta ad Ein Englatain, un insediamento nel
deserto sulla riva est del Mar Morto.
L’autore viene preso
da un angelo di nome Panameia per un
viaggio nei cieli, penetrando attraverso i cancelli di un luogo celestiale. Una
seconda fonte non identificata nel documento fornisce la descrizione di
contenitori atti all’imbalsamazione per la resurrezione del morto e l’uso di
erbe e pietre guaritrici, pratiche attribuite agli Esseni dallo storico ebraico
Giuseppe Flavio, loro contemporaneo. Espressioni associate agli Esseni
ricorrono nel nuovo testo, come “Figli della Luce”, “Figli delle Tenebre” e la
parola “El” per Dio. La grammatica e la pronuncia sono simili a quelle dei
Papiri del Mar Morto. Il Dr. Pfann afferma di aver trovato anche una frase
completa della storia di Gesù che ha cercato di ricostruire in uno dei Papiri
del Mar Morto. Padre Bargil Pixner, autorità benedettina sui Papiri, si ritiene
scettico riguardo il testo. “Se i
benedettini fossero stati in possesso di una pergamena, lo sarei venuto a
sapere” ha commentato”.
Il
comunicato di Chamish
Circa questa scoperta,
il primo ottobre, il giornalista israeliano Bany Chamish, ha comunicato: “Gli esperti sono in generale accordo sul fatto
che il testo del papiro, rilasciato dopo tanto tempo, sembri genuino. Quel poco
del papiro che è stato divulgato, rivela un viaggio verso i cieli accompagnato
dagli angeli. Secondo Pfann, il testo è pieno ditemi di troni divini con
elaborati dettagli di angeli che ascendono ai molti cancelli celesti. Questo
risulterebbe di grande interesse per i beniamini di Von Daniken che prendono
alla lettera le parole della Bibbia, inserendo i molti riferimenti alle ruote
nelle ruote, ai papiri volanti e colonne di fuoco in un contesto ufologico. Da
molto tempo l‘ufologo israeliano, ora studioso di Kabbalah, Mordechai Spasser
ritiene che sia un errore interpretare il nuovo papiro da un punto di vista
ufologico. “Quello che ho letto, mi sembra filosofia su un piano astrale o,
semplicemente, misticismo ebraico”. Con
tale possibilità, combinandola con le famose letture di UFO delle esistenti
sacre scritture ebraiche, vi sono due passaggi del Papiro dell’Angelo cui ho
dato la mia interpretazione letterale: ‘E l’Angelo Pnimea (o Panameia) mi
disse: “Figlio dell’uomo, solleva gli occhi e osserva tutti i segreti... che
sono nel quarto cancello che è il cancello della nascita. E io vidi, ed era
come l’utero e le camere dello stomaco, e le acque sgorgavano e rumoreggiavano
come i flutti marini sul muro della grotta, che non poteva contenere la sua furia.
V’è qui un seme della vita nell’acqua che scaturisce dal seme dell’uomo e della
donna perché Egli li ha creati maschio e femmina. E il seme unito dai due semi
non appare come ardesia pulita.
È scritto all’interno
e all’esterno e possiede allo stesso tempo conoscenza e coscienza prima della
sua creazione nell’utero. E l’inizio del bambino non è nella nascita o nella
concezione e non si esaurisce neanche con la morte”.
Sembra
che al narratore venisse mostrata un‘avanzata versione in tempo reale della
nostra toccante tecnologia a ultrasuoni. Egli è fermo di fronte a un cancello o
ad un monitor, per lui sconosciuto, e osserva l‘eiaculazione maschile
nell’utero, compreso un primo piano dello sperma e dell‘ovulo. È testimone
della concezione e gli vengono poi riferiti i segreti del DNA e dei geni.
Evidentemente, Dio li ha creati entrambi insieme al genere umano.
“Secondo il piano di
quel giorno, la Voce mi arrivò diretta e mi guidò in Spirito. E una visione mi
si rivelò dall’Altissimo, e Panameia, Principe degli Angeli, mi sollevò in
Spirito e ascesi verso il cielo sopra gli alti luoghi delle nuvole e mi mostrò
il vasto mondo e le immagini degli dèi. E ne constatai l’apparenza all’intorno
e non v’era tempo e spazio e le loro sembianze dalle dimore di luce erano come
un arcobaleno nelle nuvole. E non avevano corpi né strutture corporee e la
vastità delle tenebre copriva l’intera terra tutt’intorno”.
Ora,
questa è un ‘accurata descrizione di un viaggio in Space Shuttle. Dapprima il
viaggiatore penetra attraverso il livello delle nuvole. Osserva gli alti luoghi
delle nuvole, forse quelle increspature invisibili dal suolo. Poi vede la Terra
dallo spazio ed è circondata dalle tenebre. Gli vengono mostrate immagini degli
dèi e delle loro dimore sopra un monitor di controllo e si meraviglia di fronte
alla qualità e al fatto bizzarro che non v‘è firmamento sullo schermo. Dopo
tale descrizione e interpretazione, me per primo, sto attendendo per leggere il
testo completo del Papiro dell‘Angelo.
Commento del direttore: a nostro avviso l’interpretazione
di Chamish non sta in piedi La descrizione fatta da Yeshua ben Padiah è una
tipica visione associata alla Cabala ebraica di profondo valore
simbolico-spirituale, come ha giustamente osservato Mordechai Spasser. Un
articolo nei numeri successivi chiarirà il nostro punto di vista.
Decifrazione
digitale
Sempre per quanto
riguarda i Rotoli di Qumran. apprendiamo dalla Newhouse News Service che gli scienziati stanno impiegando metodi
digitali per riportare alla luce il testo mancante nei rotoli. Un processo di
intensificazione del contrasto rivela una scrittura nascosta al di sotto di uno
spazio apparentemente vuoto del Papiro
del Tempio, uno dei Papiri esseni
del Mar Morto. Quasi contemporaneo all’epoca di Gesù, conservato in grotte per
due millenni e ritrovato nel 1947, un pezzetto raggrinzito di cuoio tenuto a
Teaneck, N. J., nasconde la chiave di un antico salmo. Il frammento dei Papiri
del Mar Morto è stato più un cimelio che un documento storico, prima che
l’archeologo Robert Johnston e i suoi colleghi ricercatori entrassero in scena.
Facendo uso di una videocamera digitale e delle analisi computerizzate, la
squadra di Johnston ha fatto parlare l’antico documento. Da una macchia scura
sono emerse diverse righe, fra cui: “Benedetto
è il Signore che ci permette di gioire di nuovo, poiché è il motivo per cui ci
hai creati”.
“Essere capaci di vedere scritture mai viste per oltre 2.000 anni è
stato molto eccitante”, afferma il Rev. John Peter Meno della St. Nark’s
Cathedral a Teaneck. Meno è segretario generale delle Eastern United States Archidioceses della Syrian Orthodox Church, che custodisce il frammento.
La scoperta alla fine
ha completato quello che è stato soprannominato l’inno del raccolto, un salmo
ebraico mai visto prima. Johnston e i suoi colleghi sono stati dei precursori
delle tecnologie di Imaging - una
volta riservate per le spie e utilizzate dagli astronomi - per svelare i
segreti di antichi testi oscurati o dimenticati dal tempo. La squadra,
sponsorizzata dalla Eastman Kodak Co. e dalla Xerox Corp., sta sperimentando l’Imaging multispettro ai Rochester Institute of Technology’s Chester F.
Carlson Center for Imaging Sciences, New York, del quale Johnston è
professore. I Papiri del Mar Morto furono trascritti nel linguaggio semitico
dall’aramaico tra il 25 a.C. e il 68 d.C. e nascosti in grotte vicino Qumran,
un insediamento essenico. Gli scritti gettano luce sugli aspetti della secolare
vita primitiva e religiosa essenica durante l’epoca in cui i Romani
saccheggiarono Gerusalemme, intorno al 70 d.C., quando la cristianità stava nascendo.
della
Luna a Teotihuacan
fonte: Arizona State University, 22/9/99
Una serie inaspettata di nuove scoperte negli scavi in corso sotto la Piramide della Luna, a Teotihuacan, antica metropoli messicana, potrebbe fornire indizi fondamentali per ricostruire 2.000 anni di storia ancora avvolta nel mistero delle sue rovine. L’ultima scoperta nel sito è una tomba edificata, in apparenza, per consacrare la quinta fase della costruzione della Piramide, contenente quattro scheletri umani, ossa di animali, grandi gusci di conchiglie, gioielli, lame di ossidiana e un’ampia varietà di altre offerte. Scoperta da un team di archeologi guidati da Saburo Sugiyama, professore associato alla Aichi Prefectural University in Giappone, facoltà aggiunta alla Arizona State University, e Ruben Cabrera del Mexico‘s National Institute of Anthropology and History, la sepoltura contiene un’importante prova che può aiutare gli archeologi ad esaminare e definire un periodo particolarmente attivo nella storia di Teotihuacan e forse uno dei momenti determinanti ditale cultura.
La tomba e le sue
offerte sembrano differenziarsi per molti versi da un’altra tomba trovata nel
sito un anno prima. Tale monumento, associato in maniera chiara alla quarta
fase di sviluppo della piramide, ospitava soltanto un donna — una vittima
sacrificale — così come un lupo, un giaguaro, un puma, un serpente e scheletri
di volatili, oltre a 400 offerte, comprese una grande pietra verde e figurine
di ossidiana, coltelli cerimoniali e punte di lancia.
“Il contenuto di tale nuova sepoltura sembra significativamente differente
dalla tomba che abbiamo scoperto l‘anno scorso“, ha dichiarato Sugiyama. “Ma vi sono molti aspetti, qui, forse
simili a quelli che riscontrammo dieci anni fa nelle tombe sotto la Piramide di
Quetzalcòatl”.
Sugiyama nota la
presenza di molte lame di ossidiana verde nella nuova tomba — ossidiana che
manca nella tomba della piramide quattro, ma comune nelle sepolture della
Piramide di Quetzalcòatl — e un pendaglio nasale in pietra verde a forma di
farfalla che è “esattamente dello stesso stile di quelli trovati nella suddetta
Piramide
Fasi
successive
L‘attuale scoperta
sembra collegarsi ad una fase dello sviluppo della piramide, che seguì alla
costruzione della piramide quattro — una fase distinta nella storia della
struttura sconosciuta fino ad ora. Gli abitanti di Teotihuacan edificarono
piramidi più grandi sulla cima di monumenti precedenti, spesso ricostruendo
parzialmente i preesistenti.
Da ricerche passate si
pensava fossero esistite cinque fasi per la Piramide della Luna, che durante la
fase uno (I secolo a.C.) assurse a monumento più importante di Teotihuacan. Gli
scavi mostrano un salto nelle dimensioni e nelle complessità dell’ingegneria
con la costruzione della piramide quattro. Sugiyama e Cabrera hanno trovato
evidenze che indicano un significativo rimodellamento della piramide quattro —
un quinto periodo di ricostruzione — che avvenne prima dell’aggiunta finale
alla piramide.
Questa quinta fase,
che comprende la tomba scoperta di recente, sembra essere un importante
modificazione dell’architettura, della posizione e delle dimensioni della
quarta struttura. Parte del rimodellamento coinvolse lo stile architettonico “talud-tablero” della Piramide della Luna
che domina le strutture oggi visibili, compresa la Piramide di Quetzalcòatl e
la Piramide del Sole.
L’evidenza nelle
differenze delle offerte cerimoniali tra la piramide quattro e la sua versione
rimodellata, la piramide cinque, suggerisce pertanto un importante mutamento
nella cultura che può essersi riflettuto nella costruzione della Piramide di
Quetzalcòatl e nella Piramide del Sole.
Entrambe furono
costruite in gran parte in una volta e sono più recenti rispetto alla prima
fase della Piramide della Luna.
“Non vi sono ancora abbastanza dati per dare una valutazione definitiva,
ma la cosa affascinante è che le immagini mitiche che osserviamo nei murali di
guerra dell’ultimo periodo di Teotihuacan — giaguari, coyotes e aquile con
vestimenti e copricapi — sono composti di elementi presenti nelle sepolture più
antiche. Le usanze del periodo in questione sembrano aver avuto un effetto
duraturo“, ha affermato Sugiyama.
Il luogo
degli Dei
Sebbene gli archeologi
siano rimasti a lungo affascinati dal sito, la cultura di Teotihuacan e la sua
storia sono ancora in gran parte misteriose.
La civiltà ha lasciato
enormi rovine, ma non è stata trovata traccia di un sistema di scrittura e
molto poco si conosce dei suoi abitanti, cui succedettero per primi i Toltechi
e poi gli Aztechi. Gli Aztechi non vivevano nella città, ma furono loro a dare
i nomi attuali al posto e alle sue strutture più grandi.
Lo consideravano il “Luogo dove nascono gli Dèi “, dove
sarebbe stato creato il mondo attuale. Al suo apogeo intorno al 500 d.C.,
Teotihuacan conteneva forse 200.000 persone, una città superbamente progettata
che copriva all’incirca 12 chilometri quadrati, più grande ed avanzata di ogni
altro insediamento europeo del tempo. La sua civiltà era contemporanea
dell’antica Roma, e durò a lungo — più di 500 anni.
Gli scavi attuali
sotto la Piramide della Luna potrebbero essere una delle più grandi opportunità
per rispondere a domande ancora irrisolte sulla civiltà di Teotihuacan, poiché
la sua sottostante, antica e primitiva costruzione rocciosa non compatta, può
aver protetto segreti sepolti rendendo difficoltoso lo scavo sotterraneo.
Sugiyama spera di
trovare ancora altre tombe. “Quello che
abbiamo notato è che questa tomba si trova a pochi metri ad est dell’asse
nord-sud della città. Questa popolazione era di norma molto precisa e raramente
compiva qualcosa asimmetricamente. Con questo dato di fatto, crediamo di poter
scoprire altre sepolture basate su mappe accurate”.
di Dino Vitagliano
Una griglia magnetica
di antichissimi monumenti, specchio del Cielo sulla Terra avvolge il nostro
globo, tessuta da una razza sapiente che aveva compreso i segreti del
l’universo e dell’animo umano, chiave dell’immortalità. Questa la scoperta di
Graham Hancock, il giornalista e ricercatore inglese, nel corso dei suoi viaggi
intorno al mondo, alla ricerca di una traccia comune in grado di ricollegare le
misteriose civiltà scomparse di cui conserviamo gli imponenti monumenti.
Un messaggio di
indicibile bellezza, scritto nella pietra, si dipana dal Golfo del Messico al
Sud America, dall’Egitto all’Indocina, per giungere infine alle lontane isole
del Pacifico.
Una costante
cosmologica che scandiva la vita del pianeta in tutte le sue forme ci
accompagnerà in un viaggio affascinante, parte dell’Armonia Ancestrale
tramandata nel corso dei millenni, a lungo nascosta e pronta a schiudere i suoi
segreti.
I
“Seguaci di Horus”
La città sacra di
Heliopolis era chiamata dagli antichi Egizi Innu
Mehret, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della
Terra. Rappresenta il luogo originario in cui si manifestò il dio Atum, dopo la
Creazione, dando vita alla Collina Primordiale.
Nacque così il Primo
Tempo, un’era mitica di fratellanza e di pace assicurata dagli Shemsu-Hor, i “Seguaci di Horus”, una
mistica congrega appartenente ad una civiltà avanzatissima, scampata alla
distruzione della patria d’origine. Veneravano la stella Sole, Sirio e Orione,
perpetuando in tal modo l’esistenza della triade divina Iside, Osiride e il
figlio Horus.
Definendosi anche seguaci della via di Ra, la barca solare
— altro aspetto di Horus — svelano un segnale importante per la piena
conoscenza del segreto della precessione, quando il Sole vivifica ognuna delle
dodici costellazioni ogni 2.160 anni. Non a caso Innu divenne per i Greci Heliopolis, la Città del Sole.
I sacerdoti che
presenziavano i culti sacri nel tempio principale scrutavano incessantemente il
cielo, guidati dal Capo degli Astronomi
che indossava una veste trapuntata di stelle.
Il ricercatore
londinese John Ivimy, nel suo libro The
Sphinx and the Megaliths, dichiara apertamente: “Il tempio di Eliopoli, anche se veniva presentato ai non iniziati come
un luogo di venerazione religiosa, era in realtà un osservatorio astronomico
progettato e attrezzato dagli studiosi a scopi scientifici“.
Notevole è
l’informazione che proviene dal papiro di Leyden: “Quando giunge un nuovo messaggio dal cielo si ode a Innu “. Un
santuario, destinato, secondo il nostro parere, a un’intensa fusione con ogni
forma di vita presente nel cosmo, di cui gli egiziani erano ben coscienti.
La via
del Duat
L’opera degli iniziati
prosegue a Edfu, nell’alto Egitto, dove si trovano le vestigia dello splendido
Tempio di Horus.
La sua età è
antichissima, difatti l’archeologia ortodossa lo fa risalire al 3.000 a.C., ma
i geroglifici impressi sulle sue mura, meglio noti come i Testi della Costruzione di Edfu, ci raccontano che l’edificio fu
eretto in base a un progetto “caduto dal cielo”, in un’epoca imprecisata del
passato. Il cielo, ancora una volta, è indissolubilmente legato al tempio che
si orienta verso una regione stellare che abbraccia Orione e l’Orsa Maggiore,
cioè il Duat-N-Ba, luogo ove, secondo
la tradizione, le anime terrestri si purificavano nel ritorno all’Energia
Primordiale.
Il
Cancello del Sole
La conferma più
evidente delle conoscenze astronomiche appartenute ai saggi eliopolitani si
ravvisa nel complesso monumentale di Karnak, a pochi chilometri da Luxor.
La sala centrale del
tempio di Amon-Ra culmina in un viale lunghissimo che si estende da 26 gradi a
sud dell’est a 26 gradi a nord dell’est. Gli studi accurati dell’astronomo
britannico Norman Lockyer, nel secolo scorso, frutto di numerose ed attente
osservazioni hanno stabilito che sin dall’11.700 a.C., ai solstizi d’inverno e
d’estate, la luce solare inondava il tempio, provocando l’effetto di un lampo.
Lo
Zodiaco primordiale
Se da Karnak ci
spostiamo in direzione nord, appare in tutta la sua magnificenza il tempio
della dea Hathor a Denderah.
Il nome è sicuramente
evocativo per i cultori della paleoastronautica, che ricorderanno le misteriose
raffigurazioni, nel buio dei suoi sotterranei, di oggetti affusolati simili
alle odierne lampadine elettriche, citate per la prima volta dallo studioso
americano Charles Berlitz ne Il triangolo
delle Bermuda (Sperling e Kupfer-1974). Senza addentrarci in speculazioni
tecniche, possiamo affermare che all’interno delle sale nascoste di questa
maestosa struttura avvenivano studi e cerimonie segrete sulle invisibili
energie celesti e terrestri. La costruzione era consacrata ad Hathor. dea del
cielo, rappresentata sotto forma di vacca, simbolo della volta celeste.
Le 24 colonne,
elegantemente istoriate, conducono al cosiddetto Zodiaco Quadrato in cui domina la costellazione del Leone, e alla
cupola sovrastante che ospita una configurazione circolare, sempre formata dai
dodici segni astrologici, che ruotano in coppia. L’astronomo professor
Alexander Gurshtein afferma che il bassorilievo risale al 6.000 a.C.
Come per Edfu, i piani
di costruzione di Denderah appartenevano alla Prima Età, e furono rinvenuti in antiche linee scritte su pelle di animali
del tempo dei Seguaci di Horus.
La vita
cammino di perfezione
Scopo dell’accurata
ricerca astronomica egizia è la perfetta conoscenza del cosmo per la
comprensione del Sé. Un modus vivendi che ritroviamo in tutti i monumenti e
raggiunge il suo acme nel tempio di Deir el Medina, sulla riva occidentale del
Nilo, costruito nel III secolo a.C. in onore di Maat. dea della Verità e della
Giustizia, simboleggiante l’anima del dio Thoth. Edificato per volere di
Tolomeo IV Philopator (221-205 a.C.), contiene l’enigmatica e affascinante
rappresentazione della Psicostasia o
Pesatura del Cuore. Il faraone, vestito con una candida tunica di lino, avanza
verso il dio della rinascita Osiride, fiancheggiato da Maat, che riappare
davanti mentre stringe l’Ankh, o croce ansata della vita eterna. Oltre, si
giunge alla bilancia del giudizio, sorvegliata da Anubi, conduttore di anime
dal volto di sciacallo, e da Horus, con la testa di falco, i quali pesano il
cuore del defunto comparandolo alla piuma della verità. Thoth, con la maschera
di ibis, scrive il verdetto.
Se il cuore pesa più
della piuma, il giudizio è negativo e l’anima viene divorata da un terribile
essere di nome Ammit, altrimenti godrà della vita eterna assieme ad Osiride. Un
simbolismo eloquente che mostra il cammino dell’uomo, che spoglio e umile deve
affrontare i propri mostri, con l’aiuto della coscienza, e volare senza paura
verso l’immortalità.
L’Orologio
dell’Universo
Il quadro cosmologico
del popolo egizio riposa nelle piramidi di Giza, le opere più imponenti e
spettacolari in termini architettonici e metafisici, che incarnano il frutto di
una scienza dimenticata. Il sito è contiguo a Heliopolis, tanto da costituire
un solo sofisticato complesso astronomico. Le misure geometriche della Grande
Piramide racchiudono approfondite nozioni di geodesia che, rapportate alle
coordinate celesti, rendono questo monumento un orologio cosmico che scandisce
i battiti dell’Universo.
La sua altezza
moltiplicata per 43.200 equivale al raggio polare della Terra e il risultato
della base per la stessa cifra si avvicina di molto alla circonferenza del
pianeta all’equatore. Inoltre sembra certo che conoscessero il fenomeno della
precessione dell’asse terrestre, per il quale le stelle ruotano all’orizzonte
un grado ogni 72 anni. Seicento volte 72, non a caso, corrisponde a 43.200 che
se accresciuto ancora rivela ciò che gli induisti chiamano il respiro cosmico
di Brahma, che si espande per 4.320.000.000 di anni (un concetto cosmologico
incentrato sull’espansione e contrazione del creato).
La Porta
dell’Aldilà
Il numero 72 e le sue
molteplici combinazioni di calcolo sono il fulcro della matematica del cielo.
Nella Camera del Re all’interno della Piramide di Cheope riposa un sarcofago di
granito. La camera è un ambiente rettangolare lungo 20 cubiti reali egiziani e
largo 10.
Se tracciamo una serie
di diagonali dalle pareti e lungo il pavimento scopriremo un triangolo
rettangolo di armoniche proporzioni. Il rapporto dei suoi lati di 15, 20 e 25
cubiti assomma a 3:4:5, espressione del teorema di Pitagora, in cui la somma
dei quadrati dei cateti equivale al quadrato dell’ipotenusa.
Il matematico
islandese Einar Palsson ha avuto una geniale intuizione elevando 3, 4 e 5 al
cubo. Una volta addizionati, il risultato sarà 216, ossia 72 x 3. Un prodotto
del caso? L’attenzione si sposta sul misterioso sarcofago. Numerosi indizi,
raccolti in anni di attente ricerche archeologiche, mostrano come nessun
faraone sia mai stato sepolto al suo interno. Hancock afferma con sicurezza che
il sarcofago “facesse parte dell’apparato
fisico di un sofisticato rituale di rinascita — un gioco di realtà virtuale del
viaggio dell‘anima dopo la morte”.
Gli iniziati, una
volta adagiatisi, sperimentavano il contatto con altre dimensioni utilizzando
la pratica del viaggio astrale e della meditazione trascendente, imparando a
liberarsi dell’illusorietà della materia. È oramai necessario svestirsi dei
dogmi polverosi che dipingono la storia degli antichi quali esseri primitivi
ingenui e sprovveduti. I messaggi, pieni di comprensione, che tali uomini ci
inviano dal passato mostrano, ancora una volta, il loro amore verso l’umanità.
Un messaggio che proviene anche da oltreoceano.
Apparsa
dal nulla
La maestosa Cittadella
di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, nasconde tra le sue pietre
segreti astronomici di capitale importanza. Nata in un’epoca imprecisata ed
ereditata dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di
piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico proprio del numero
72, come a Giza. L’intero complesso sembra apparso improvvisamente, senza un
piano preordinato. Secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse i/fatto più strano rispetto alla
pianta di questa grande città è che non c ‘è assolutamente nessun precedente
nel Nuovo Mondo“.
La facciata ovest
della Piramide del Sole domina il maestoso Viale dei Morti che attraversa
l’intero complesso. È orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi
dall’equatore, il 19 Maggio e il 25 Luglio, elemento che mostra la precisa
conoscenza della fisica iperdimensionale ( che tratteremo in un articolo nei
prossimi numeri N.d.R.). Il professore di astronomia statunitense Anthony F.
Aveni ha rilevato che il sito, nel 150 d.C., presentava un allineamento
specifico con le Pleiadi, che sorgevano con un processo eliaco all’alba. Una
visione del ciclo, nel suo insieme, fondata sulla certezza degli iniziati di
raggiungere le stelle.
Teotihuacan, in lingua
azteca, significa il luogo dove gli uomini divennero dèi. L’analogia con gli
insegnamenti egizi è notevole. I sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni
erano i Seguaci di Quetzalcòatl, il magnanimo dio sceso dalle stelle per
diffondere tra le popolazioni primitive i segreti del Sole, la Luna e le
costellazioni. Furono loro ad erigere le piramidi, ora sepolte sotto le pietre
di Teotihuacan, nate dalle colline primordiali in un’era remota sconosciuta
agli uomini.
Il
Serpente di Luce
La maestria e la
perfezione architettonica degli Anziani raggiunge il culmine nella piramide
maya di Kukulkan, a Chichèn Itzà. Quattro scalinate di novantuno gradini, con
il tempio superiore, formano i giorni dell’anno, mentre agli equinozi di
primavera e autunno la luce solare dà vita a un serpente che striscia per tre
ore e ventidue minuti lungo la scalinata nord. Sotto di essa, negli anni ‘30,
gli archeologi penetrarono in una struttura più antica, la cui sommità ospita
la scultura di un giaguaro rosso con 72 pezzi di giada. Il felino rappresenta,
probabilmente, il pianeta Marte, col suo caratteristico colore. Anche in
Egitto, la Sfinge, dipinta di rosso, guardava nel 10.450 a.C. la costellazione
del Leone sorgere all’orizzonte.
Il
riflesso della perfezione
Lo scienziato
americano Stansbury Hagar, direttore del Department
of Ethnology al Brooklyn Institute
ofArt and Sciences, dopo un accurato lavoro sul significato simbolico di Teotihuacan,
estese le sue ricerche ai siti maya di Uxmal, Yaxchilan, Palenque, Copan e
Quirigua.
Nella città di Uxmal,
l’insieme degli edifici riproduce diverse costellazioni zodiacali del cielo.
Il Tempio
sud-occidentale è l’Ariete, la Casa dei
Piccioni è il Toro, la Casa del
Governatore è i Gemelli, quella della Tartaruga
il Cancro.
Il Leone rivive nella Sala da Ballo posta al centro, il
Sagittario nella Casa degli Uccelli
il Quadrato delle Suore è la Vergine,
la Casa dei Sacerdoti la Bilancia, la
fantastica Piramide del Mago incarna
lo Scorpione, infine i templi sud-orientali sono il Capricorno, l’Acquario e i
Pesci. Le sue rivelazioni hanno preso corpo in un libro notevole, The Zodiacal Temple of Uxmal, nel quale
dichiara: “Tutto in questo mondo è l’ombra
o il riflesso della realtà perfetta che esiste nei regni celesti“.
Il luogo
della Creazione
La connessione col
firmamento si rivela in tutto il suo splendore a Utatlan, la capitale dei Maya
Quichè, gli autori del Popol Vuh,
loro testo sacro. I suoi templi erano allineati con il tramonto delle tre
stelle della cintura di Orione, luogo del cielo che per i Maya rappresentava il
punto della creazione, analogamente alle credenze egizie che, secondo Hancock,
vedevano nelle piramidi di Giza la controparte terrestre delle stessa
costellazione. La Tavoletta della Croce Foliata, a Palenque, mostra l’asse
cosmico corrispondente all’enigmatico pilastro di granito Djed istoriato sopra
una colonna del tempio di Seti I ad Abido.
Semplici coincidenze,
sostengono molti, che mostrano ancora una volta, però, la stretta unione di
civiltà distanti tra loro migliaia di chilometri che condividevano un
patrimonio astronomico-cosmologico millenario.
(fine prima parte)
Chi è Dino Vitagliano: Studioso di
misteri del passato, ha maturato una visione globale dei fenomeni paranormali e
ufologici, collegandoli alle conoscenze di culture scomparse, con particolare
interesse verso quelle amerinde. Scrive per diverse riviste nazionali del
settore.
Zecharia Sitchin
Guerre
atomiche al tempo degli Dei
Piemme - 1999 - 385 pag.
“Molto, molto tempo
prima che l’uomo cominciasse a far guerra ai suoi simili, furono gli dei a
combattere tra loro. Anzi, fu proprio con le Guerre degli Dei che ebbero inizio
le Guerre dell‘Uomo. E le Guerre degli Dei per il controllo della Terra erano
cominciate sul loro pianeta. Fu così che la prima civiltà dell’uomo cadde sotto
i colpi di un vero e proprio olocausto nucleare. Questo é un fatto, non una
fantasia; tutto é stato scritto molto tempo fa, nelle Cronache della Terra”.
Cosi recita nella prefazione del testo Zecharia Sitchin,
sumerologo di fama mondiale, autore de Le
Cronache della Terra, di cui l’opera è parte integrante. Abituato a
comprovare in maniera innegabile le sue affermazioni, Sitchin decifra i
bassorilievi e le tavolette sumeriche, attingendo nel contempo alle fonti di
altre culture mediterranee e ai Libri della Bibbia, e ricostruisce fedelmente
una storia incredibile ormai dimenticata. Le pagine del libro, il terzo de Le
Cronache della Terra, narrano di un’era remota dominata dagli esseri di
NIB.IRU., il dodicesimo pianeta del nostro Sistema Solare, che scelsero la
Terra come avamposto, creando dal nulla e annientando intere città, regni e
nazioni. L’uomo, dal canto suo, assisteva impotente alle Guerre degli Dei,
destinate a divenire mito nei millenni a venire. Ancora oggi il pianeta reca le
ferite di un catastrofe cosmica, muta testimonianza di una tecnologia nucleare.
Un colpo magistrale all’archeologia e alla religione ortodossa, che hanno
volutamente ignorato un prezioso patrimonio culturale, destinato a sconvolgere
l’assetto della nostra società e a chiarire molti interrogativi.
Splendide illustrazioni impreziosiscono l’opera,
completata da una ricca bibliografia e dall’indice analitico.
Robert Schoch Ph.D.
- Robert Aquinas McNally
Voices of the Rocks
Lingua inglese -
Harmony - 1999 - 258 pag. - 27 fotografie
È possibile che la Sfinge di Giza sia stata costruita
molti secoli prima di quanto non voglia farci credere la storia ortodossa? I
grandi disastri naturali che hanno originato l’evoluzione della vita sulla
Terra, hanno giocato un ruolo determinante anche nella nascita e nella caduta
delle civiltà? Il nostro pianeta é stata la dimora di civiltà molto più
numerose - e più antiche - di quelle che i ricercatori convenzionali hanno
sospettato? In Voices of the Rocks il
Dr. Robert Schoch prende in esame queste ed altre cruciali domande sul nostro
passato e mostra che le risposte possono guidarci verso il futuro. Nel 1990,
Robert Schoch, scienziato e professore universitario si é recato in Egitto
conducendo test geologici per avvalorare la data accettata della costruzione
della Grande Sfinge di Giza. La sua ricerca ha rivelato che la Sfinge è
migliaia di anni più antica di quanto supposto in precedenza, una scoperta che
rovescia la storia corrente dell’antico Egitto. Seguendo il sentiero
intellettuale emerso da questa ridatazione, Schoch si è convinto che siamo al
centro di un profondo capovolgimento del paradigma scientifico corrente. La
nozione predominante che la nostra specie abiti un pianeta che muta lentamente
sta fallendo. Ci stiamo rendendo conto che la storia della Terra e delle
civiltà umane, comprende una serie di arresti e di avvii, nei quali
l’equilibrio termina improvvisamente con una violenta catastrofe. Asteroidi,
comete, spostamenti dell’asse terrestre, movimenti dei continenti, eruzioni
vulcaniche e terremoti sono fonti di tali cambiamenti. Secondo Schoch, la
storia della Terra ha oscurato l’evidenza di civiltà perdute. Ma permangono le
tracce per coloro che sanno dove e cosa cercare.
(tratto dalla quarta
di copertina del libro)
Yonaguni:
testimonianza di Mu?
Scoperta
nel 1997 nei pressi di Okinawa,
una
struttura sottomarina di aspetto regolare
potrebbe
confermare l’esistenza di
un’antica
civiltà prediluviana.
di Robert Schoch
Per decadi, scrittori
e investigatori hanno cercato quanto di vero ci fosse nella leggenda platonica
di Atlantide. Senza dubbio, oltre Atlantide, altri miti parlano di un secondo
continente che si crede sommerso sotto l’Oceano Indiano o nel Pacifico, e che è
stato denominato Mu o Lemuria.
Secondo l’interpretazione letterale della cronologia
platonica, Atlantide fu distrutta da un cataclisma nel 9600-9500 a.C., e si
crede che la civiltà di Mu sia addirittura più antica. Oggi non sono poche le
persone che credono nell’esistenza di prove tangibili di una civiltà perduta,
sofisticata e molto antica, ubicate sotto il livello del mare, nell’area di
Okinawa.
Che si tratti di Mu? Fino ad ora tutte le strutture
scoperte in detta area si trovano lungo la costa di Okinawa e in varie isole
dell’arcipelago Ryukyu, in Giappone. Ma la più spettacolare è stata scoperta
solo poco tempo fa, e giace a sud dell’isola di Yonaguni, una piccola isola
giapponese (approssimativamente di 10 x 4 chilometri) localizzata ad est di
Taiwan e ad ovest dell’isola di Ishigaki e Iriomote, ad est del Mar della Cina.
L’edificio
più antico del mondo
Negli ultimi mesi, la struttura sommersa di Yonaguni è
stata considerata come l’edificio più
antico del mondo. Di fatto possiede la forma di uno ziggurat e
geologicamente sembra risalire a circa 8.000 anni a.C., datazione che la rende
una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi 50 anni. Per
studiare il luogo, ho visitato Yonaguni in due occasioni, nel settembre 1997,
grazie all’invito dell’impresario giapponese Yasuo Watanabe, e durante l’estate
del 1998, come membro del progetto archeologico sottomarino Team Atlantis. In ognuno di questi due
viaggi ho effettuato diverse immersioni nella zona per tentare di risolvere il
mistero.
Il denominato Monumento Yonaguni appare al primo sguardo
come una struttura piramidale scalonata, motivo per cui è stata comparata con
alcuni templi d’America, come il tempio del Sole vicino Trujillo, a nord del
Perù. Il monumento ha una superficie di 50 metri di larghezza in direzione
est-ovest, e un’ampiezza di 20 in direzione nord-sud.
La parte superiore del monumento si trova a circa cinque
metri al di sotto del livello del mare, mentre la base si trova a 25 metri. Si
tratta pertanto di una struttura asimmetrica formata da giganteschi piani di
pietra, la cui dimensione varia da un minimo di mezzo metro a vari metri
d’altezza. Sono molte le persone che vedendo fotografie del Monumento Yonaguni ricevono
l’immediata impressione che si tratti di una costruzione artificiale. Se ciò
corrispondesse alla realtà, sarebbe ragionevole presumere che venne realizzata
quando si trovava fuori dall’acqua. Di fatto questa zona ha sperimentato
dall’era glaciale, diverse variazioni del livello marino.
Ma in quale epoca fu costruita? Secondo i grafici redatti
sul livello del mare nella regione, il monumento risulterebbe essere stato in
superficie tra gli 8.000 e i 10.000 anni fa, per cui se si trattasse di una
costruzione umana dovrebbe essere antica di almeno 8.000 anni.
Una
struttura artificiale?
Il dottor Masahaki Kimura, professore del Dipartimento di
Scienze Fisiche e Terrestri dell’Università di Ryukyu, ha sviluppato un
progetto cartografico sottomarino del Monumento Yonaguni. Durante i miei viaggi
in Giappone ho avuto l’opportunità di intrattenermi molte volte con lui, visto
che la zona di Yonaguni è divenuta il suo laboratorio di Okinawa.
Basandosi sui risultati ottenuti durante le sue ricerche,
Kimura è giunto alla conclusione che il monumento Yonaguni è, nella sua
totalità, una struttura artificiale. Se questo dovesse corrispondere al vero,
Yonaguni costituirà la testimonianza di una civilizzazione fino ad ora
sconosciuta, sviluppata e altamente sofisticata.
Una delle prime cose verificate è che la costruzione è
composta interamente - almeno fin dove si può vedere - di roccia solida viva e
che nessuna parte della stessa è costituita da blocchi collocati lì
posteriormente.
Questo è un elemento molto importante, giacché
l’esistenza di blocchi di roccia tagliati indicherebbe la certezza della mano
dell’uomo nella sua costruzione. Nessuna di queste prove è però risultata
evidente. In più, durante le mie due immersioni del settembre 1997, non fui in
grado di determinare, neanche in maniera generale, il tipo di pietra che
compone il monumento.
Questo si deve al fatto che la superficie delle rocce è
coperta da numerosi microorganismi (alghe, coralli e spugne) che creando una
patina più regolare ed omogenea nascondono la loro reale natura. Questo, in
parte, aumenta l’impressione che si tratti di una struttura artificiale. In
alcune delle mie immersioni posteriori dedicai del tempo a raschiare questi
organismi al fine di ottenere una visione delle superfici originarie e nello
stesso tempo prelevare campioni di roccia.
Il risultato delle analisi confermò che Yonaguni è composto
prevalentemente da arenaria e argilla -che variano da una testura media ad una
più fina, appartenenti al gruppo Yaeyama del Miocene inferiore e depositatesi
fino a circa 20 milioni di anni fa.
Queste rocce contengono numerosi piani paralleli di
stratificazione, ben definiti che si separano facilmente l’uno dall’altro. Le
rocce di questo gruppo sono attraversate da numerose giunture e fratture parallele
e verticali (rispetto ai piani orizzontali di stratificazione). Non dobbiamo
dimenticare che il Monumento Yonaguni giace in una regione soggetta ai
terremoti e che questi tendono a fratturare le rocce m modo regolare. Dedicai
molto tempo anche a girare l’isola di Yonaguni per esaminare la geologia
locale.
Potei così notare che al largo della costa sud-est e
nord-est dell’isola abbondano le rocce arenarie del gruppo Yaeyama, che si
trovavano esposte alle intemperie e all’erosione. Fu allora che mi convinsi che
in superficie l’azione naturale delle onde e delle maree è responsabile dell’
erosione ed eliminazione dell’arenaria. In tale maniera si formarono strutture
a scaloni regolari con l’aspetto di terrazze. Più comparavo le forme naturali
con le caratteristiche strutturali del monumento Yonaguni, più mi convincevo
che questo era di origine naturale.
Sulla superficie si incontrano anche depressioni e
cavità, formatesi in modo naturale, che hanno esattamente la stessa forma di
fori per pali, che alcuni ricercatori hanno rilevato sul monumento.
Migliorare
la natura
Il dottor Kimura crede che parte delle forme superficiali
che io interpreto come risultato naturale dell’erosione e del clima, furono
create dall’uomo o furono modificate da esseri umani. Finora non è stata
trovata nessuna prova (come tracce di utensili sulle rocce o blocchi tagliati e
poi trasportati) che secondo la mia opinione ratificherebbe la sua condizione
di opera artificiale. Ho avuto a disposizione un periodo di tempo molto breve
per investigare sull’esistenza di una prova e il fatto che io non l’abbia
incontrata non vuol dire che non esista.
La mia attuale ipotesi di lavoro è che il Monumento
Yonagumi è fondamentalmente naturale; la sua struttura globale è il risultato
di processi geologici e geomorfologici, motivo per cui credo che dovrebbe
essere considerata tale, fino a che ci saranno più prove a dimostrazione del
contrario. Nonostante ciò, penso si tratti di un caso che resterà aperto ancora
per molto.
Dovremmo anche considerare la possibilità che il
Monumento Yonaguni possa essere una struttura fondamentalmente naturale
utilizzata, ingrandita e modificata dagli uomini nell’antichità. Potrebbe
esserci stato un cantiere nel quale si tagliavano blocchi di pietra,
utilizzando i piani naturali di stratificazione, unione e frattura della
roccia, che poi venivano trasportati per edificare altre costruzioni scomparse
in epoche successive.
Nell’isola Yonaguni e in tutta l’area di Okinawa sembra
esistere un’antica tradizione che consiste nel modificare e migliorare la
natura.
A Yonaguni è possibile incontrare tombe antiche (di età
sconosciuta ma apparentemente millenarie) che possono compararsi al Monumento
Yonaguni. Esiste un’altra prova di qualche tipo di lavoro umano sulla roccia di
Yonaguni. In tutta l’isola abbondano vasetti di pietra molto antichi che sono
stati tagliati dall’uomo. Sono stati realizzati con roccia locale e di
conseguenza non risultano trasportati lì in tempi moderni (negli ultimi 500
anni).
Questi vasi continuano ad essere un mistero insieme al
monumento Yonaguni e ad altre strutture sommerse che si trovano nell’area di
Okinawa. Sull’antica pietra lavorata di Yonaguni sono trovati utensili che
potrebbero essere stati usati tanto per modellare i vasi e altri oggetti,
quanto per modificare il monumento. Ma quest’ultima è una speculazione.
Il sacro
tropico del cancro
Personalmente credo che l’arte e l’architettura della
zona potrebbero essere state influenzate dalla geomorfologia naturale del
Monumento Yonaguni e altre strutture simili. Forse furono tali vestigia ad
influenzare l’arte e l’architettura degli uomini sin dall’8.000 - 10.000 a.C.,
favorendo così l’inizio di una tradizione stilistica che continua sino ad oggi.
Durante gli ultimi anni il professor Kimura ha modificato
la sua posizione. Più recentemente Kimura si è riferito al monumento e alle
strutture relazionate , come terraformed
(terraformate). Ciò implica che può trattarsi di strutture geologiche naturali
manipolate e modificate da mani umane. Anche questa è essenzialmente una mia
conclusione, così che, a volte, le nostre opinioni su questo mistero
convergono.
Se è vero che Yonaguni è una struttura naturale
modificata dall’uomo, come mai la gente dell’antichità era tanto interessata a
questo particolare sito? Una possibile risposta è che fino a 10.000 anni fa
Yonaguni era ubicata molto vicino al Tropico del Cancro. Oggi, il tropico del
cancro è localizzato a 23° e 27’ di latitudine nord, mentre l’isola si trova un
grado completo più a nord. Senza dubbio la posizione del tropico del cancro è
variato nel corso dei millenni, dai 22° sino ai 24°, secondo un ciclo di 41.000
anni. Intorno all’8000 a.C. il monumento Yonaguni era molto vicino al Tropico
ed era forse l’avamposto di un luogo sacro allineato astronomicamente.
In conclusione, anche se non sono assolutamente convinto
che si tratti di una struttura artificiale, ammetto la possibilità di un
intervento umano.
È comunque necessario essere moderati nelle nostre
ipotesi e ammettere che ci troviamo appena all’inizio dello studio di
un’enigmatica struttura, unica al mondo che indubbiamente merita un esame più
dettagliato e senza pregiudizi.
La Pietra del Sol Levante
Nel 1907, il celebre orientalista e archeologo
britannico, sir Aurel Stein, attraversava la frontiera del Tibet, trovandosi
nella città di Dunhuang. Lì, alcuni monaci taoisti lo misero al corrente di una
scoperta realizzata sette anni prima. Dietro un muro di mattoni del XI° secolo,
qualcuno aveva nascosto una biblioteca di rotoli e libri scritti in tibetano,
cinese, sanscrito e altre lingue non identificate, che avevano resistito al
passare dei secoli grazie al clima caldo e secco dell’ambiente. L’attenzione di
Stein fu richiamata da una strana mappa che mostrava i dettagli di un
continente in pieno Oceano Pacifico. Incapace di capire chi fosse l’autore di
quella mappa, associò il continente alla mitica Lemuria, di cui si parlava in
Europa dal 1887. Il nome non era certamente quello originale, ma fu utilizzato
per indicare le enormi similitudini tra una razza di proscimmie, i Lemuri
dell’Africa del sud (Madagascar in particolare) e quelli dell’India, che
secondo il geologo inglese Philip L. Sclarer potevano spiegarsi solo con
l’esistenza di un continente scomparso, un ponte di terra, che in passato unì i
due continenti. In ogni caso, l’esistenza di questo continente si era basata su
curiose connessioni culturali tra le distinte e disperse isole del Pacifico o
poco più. Almeno sino all’apparizione di Yonaguni. Perché se l’esploratore e
scrittore americano Graham Hancock ne è certo, il geologo Robert Schoch e
l’egittologo John Antony West esprimono riserve, ma non negano, questa
struttura potrebbe rappresentarne la prima prova. Nel suo ultimo libro, Hancock
(Lo Specchio del Cielo - Corbaccio 1999) è convinto di aver scoperto sotto le
acque di Yonauni un monolito del tutto identico al Inti Huatana, la pietra del Sole presente in centri cerimoniali
quali Macchu Picchu o Pisaq in Perù.
Javier Sierra
Architettura anomala in Giappone
Il professor Masaaki Kimura si dichiara convinto che la
struttura di Yonaguni è opera di un popolo molto intelligente “con un alto grado di conoscenza tecnologica
e di cui finora non avevamo nessuna traccia“. Anche l’età stimata del sito
lascia perplessi; Teruaku Ishi, docente di geologia all’Università di Tokio,
sostiene che potrebbe risalire almeno all’8000 a.C. Risultato forse di una
civiltà che in un lontano passato dovette esercitare una grossa influenza su
tutto il globo terracqueo. Non sono altrimenti spiegabili le notevoli analogie
tra le costruzioni peruviane e quelle giapponesi. Non è noto a molti infatti
che anche in Giappone sono state ritrovate piramidi a facce levigate. Il 19
ottobre 1996 una spedizione archeologica ha scoperto nel nord del Giappone,
nell’isola di Honsu, in località Hang sul monte Kasagi, una piccola piramide
monolitica e simmetrica (in basso a destra), versione in miniatura della
piramide di Cheope. Formata da un unico blocco granitico, misura 4,40 metri di
base per 2,20 di altezza e rappresenta un elemento architettonico del tutto
sconosciuto in Giappone. Come le mura di cinta del palazzo imperiale di Tokio,
formate da blocchi perfettamente incastrati l’uno nell’altro (in basso a
sinistra), analogamente alle costruzioni incas e caratterizzate dalla medesima
tecnica ingegneristica. Tra i resti del palazzo è stata inoltre trovata una
piccola porta (a destra), simile alla Porta del Sole di Tiahuanaco in Bolivia,
o ai triliti di Stonehenge, sovrastata da un idolo, (il cui originale è stato
distrutto dai bulldozer durante gli scavi), che per stile è assimilabile agli
idoli a tutto tondo peruviani e non alla cultura nipponica. Indizi che danno
maggior valore alla scoperta di Hancock di una formazione rocciosa simile alla
Inti Huatana di Macchu Picchu (vedi box in quest’articolo). Se le recenti
scoperte archeologiche hanno rivelato incredibili corrispondenze con monumenti
americani, medioorientali ed egiziani, colpisce che anche elementi bretoni
trovino corrispettivi in Giappone. Abbiamo già legato la porta di Tokio con
Stonehenge, ma nella foresta di Nabeyama sono stati rinvenuti, sempre nel 1996,
due Menhir affiancati, elementi
estranei alla cultura giapponese. Incas, Celti, Egiziani, Sumeri attribuivano
al sole il ruolo principale tra le divinità. Evidente legame con il paese del Sol Levante.
Adriano Forgione
Ritrovata la Mu di Churchward?
“Questa scoperta e
il fatto più potente che mai si sia acceso sul mistero della formazione dei
continenti, è il ponte multiplo che ci mancava per attaccarci ad Australia,
Antartide ed India, e che può spiegare tutto, forse perfino dirci attraverso
flora, fauna, condizioni climatiche, come poterono generarsi i ceppi primevi
delle razze umane di questa parte del mondo“. È il commento di Mike Koffin,
geologo del Texas che, grazie ad una ricerca con base operativa sulla nave Joides Resolution, finanziata dal US
National Sciences Foundation, ha comunicato nel maggio 1999, la scoperta a due
chilometri sott’acqua nell’Oceano Indiano, di un continente sconosciuto,
inabissatosi a partire da venti milioni di anni fa. Grazie a trivellazioni e
carotaggi del plateau oceanico sono stati prelevati frammenti di legno, spore e
pollini. Il sesto continente una volta emergeva distendendosi dall’Australia
sud-occidentale sino al Madagascar. Ora bisognerà capire come sia sprofondato,
se improvvisamente oppure le catene dei suoi vulcani sono andate giù eruzione
dopo eruzione, lasciando a lungo emerse parte delle loro terre verso l’Africa.
Sembra certo che il disastro che ne provocò l’affondamento sia stato causato
dalla contrazione della crosta terrestre e del magma sotterraneo. È plausibile
che una frazione di questo continente sia sprofondata molto tempo dopo il suo
nucleo, lasciando nell’Oceano Indiano il solo Madagascar. “Perché se così fosse, ben altri segreti che felci giganti, dinosauri e
salamandre potrebbe sortire questa ricerca. Il Madagascar è la terra di Sem,
Cam e Jafet, cioè i ceppi umani neri, bianchi e gialli, che in teoria avrebbero
culla rispettivamente in Africa, India ed Estremo Oriente. Il sesto continente
morendo adagio potrebbe essere il papà di tutti noi” scrive il quotidiano
Il Giornale del 29 Maggio 1999. Un dato che emerge dai libri di James
Churchward (cfr. Mu: il continente scomparso - Armenia 1999) che già alla fine
del ’8OO considerava Mu, il continente sprofondato nell‘Oceano Pacifico, come
la terra d’origine della cultura umana. Sinora solo leggenda, potrebbe grazie
alla scoperta di questo plateau sommerso e alla struttura di Yonaguni assurgere
a dato scientifico e storico di inestimabile valore.
Chi è Robert
Schoch
Geologo
dell’Università di Boston, esperto in stratigrafia e paleontologia,
specializzatosi in studio sull’ erosione delle rocce tenere. Ha partecipato con
l’egittologo John A. West ad alcune campagne di ricerca a Giza in Egitto,
valutando, in base allo studio sulle tracce di erosione del monumento, la sua
datazione al 8000 a.C. E autore di un libro di recente pubblicazione dal titolo “Voices of the Rocks: A Scientist Looks al
Catastrophes and Ancient Civilizations” per
i tipi della Harmony Books - 1999.
a cura di Pino Morel
Oceania
(Point Music, distr. Universal)
11 brani, 59 minuti
Qualcuno forse ricorderà le accattivanti note dei due
progetti musicali denominati “Adiemus” oppure quello più celebre dei Deep Forest. Tutti generi, questi, che
in un modo o nell’altro hanno senza dubbio contribuito alla diffusione della
musica etnica da “classifica”, diluita da impasti sonori decisamente
commerciali.
I discografici ne hanno ben donde: il successo di “Indiani — Sacred Spirit” è stato
planetario e prolungato nel tempo, come accadde anche con i noti canti
gregoriani, nati dalle fortunate idee di Michael Creta, alias Enigma. Nel frattempo, sono arrivati
altri nomi ed analoghi progetti a completare il panorama, come quello
intitolato “Oceania”, prodotto da Jaz
Coleman. Il CD propone un percorso sonoro nel quale sono stati ingaggiati per
l’occasione, i migliori musicisti del popolo Maori.
Strumenti originali che si districano in delicati
campionamenti ritmati; canti che vengono da lontano, trasformati quel che basta
per renderli più appetibili al gusto occidentale.
I sequencers, scandiscono il ritmo, mentre fluiscono le
voci enigmatiche di uomini e donne che attraverso la loro spiritualità, offrono
all’ascoltatore una vibrazione d’inebriante freschezza.
Se poi l’atmosfera diventa più tranquilla, scopriamo che
la musica d’ispirazione classica, si sposa come d’incanto a quella etnica
costruendo emozionanti momenti di puro intrattenimento rilassante. Oceania poteva
diventare un piccolo capolavoro se avesse contribuito a spingere il pathos
dell’ascoltatore verso itinerari più avvolgenti. In fondo ci accontentiamo di
questo.
La lingua Maori è incantevole, quasi familiare ed assai
musicale, gustosa. È come se ci fosse uno strumento in più assieme alle note del
pentagramma. Immagino che fra non molto, sarà uso frequente scoprire nuovi
linguaggi sonori direttamente dallo strumento più antico del mondo, proprio
quello dell’ugola! Oceania ci fa vivere per quasi un’ora, in una foresta dove
si potrà bivaccare ascoltando rumori selvatici, riascoltando l’eco delle gesta
di tribù che, non dimentichiamolo, ci hanno insegnato per prime il senso del
ritmo e lo scandire del tempo. Noi ce ne siamo solo riappropriati. Ecco perché anche
i Maori dovrebbero entrare di rispetto nella nostra più o meno affollata
discografia.
P.M.
Kim
Robertson
“The
Spiral Gate”
(Narada Productions, 1999)
13 brani, 46 minuti.
C’è aria Antica nella musica dell’affascinante Robertson,
ma non certo arcaica. Una storia che si completa e poi si rinnova nello
scorrere del Tempo Sovrano, che modella A scolpisce i suoi scenari, le
tradizioni, i culti e i riti in un caleidoscopico rovescio di umori. Cerchiamo
di entrare così nel meraviglioso mondo celtico, tra megalitiche pietre ricce di
misticismo, magia e spirali: il tema portante di questo grazioso compact.
Qui, si percepisce tutto il bisogno di rinascita e rinnovazione
dello spirito umano, attraverso le opere e l’intelletto del proprio quotidiano
vivere.
Un collaudato cliché, accompagna l’ascoltatore tra dolci
arpe celtiche, delicate sessioni sinfoniche e suoni acustici che hanno reso
famosa la World Music.
Dopo la grande fama goduta dalla popolarissima Enya, il
pubblico ha trovato finalmente una propria dimensione commerciale, scegliendo
prodotti sempre godibili, ma di grande qualità e prestigio. La diffusione della
musica celtica ha perciò preso piede anche nel nostro Paese.
Quale cosa migliore, ritrovarsi in autunno, per
concedersi un album come “The spiral gate“!
Un titolo che vale da solo tutta una recensione e che ritroverete come
simbologia ricorrente e forse indispensabile per il collegamento dei vari
argomenti trattati in generale da questa rivista. Tra le note dei brani
composti dalla musicista (che presta anche la sua voce, tanto per gradire!)
affiorano sapori squisitamente etnici ispiranti ariose lande irlandesi,
labirinti colorati e arcane, positive presenze... Se credete che “semplice disco” possa rivelarsi invece
di grande aiuto per schiarire una giornata di stress o donare al nostro animo
un dignitoso alito di benessere, questo fa per voi.
P. M.
Le
tesi del sumerologo Zecharia Sitchin sono state
avvalorate
da nuovi dati astronomici. L’Uomo fu
creato
dagli Anunnaki, abitanti dell’ultimo pianeta
dl
sistema solare: Nibiru. oggi forse riscoperto.
di Adriano Forgione
Nel 1976 venne pubblicato un libro dal titolo The l2th Planeth (Il Dodicesimo Pianeta.
In Italia Il Pianeta degli Dei-
Piemme). L’autore, il sumerologo e orientalista di origine russa Zecharia
Sitchin, è uno dei pochi studiosi in grado di decifrare la scrittura cuneiforme
sumera. Nel libro, Sitchin, avanza una teoria rivoluzionaria: i testi sumeri
non descrivono leggende e gesta di personaggi mitologici, ma raccontano con
linguaggio epico, avvenimenti reali.
Una delle principali figure del pantheon sumero, il dio
Nibiru (in babilonese Marduk) non sarebbe altro, secondo Sitchin, che un
pianeta appartenente al sistema solare i cui abitanti, gli Anunnaki, furono i
creatori dell’uomo. La tesi di Sitchin, per quanto coraggiosa, è supportata da
validi indizi e i suoi studi alquanto difficili da confutare. Le ultime
scoperte in campo astronomico sembrano, inoltre, dare ulteriore credito alle
argomentazioni dello studioso.
Battaglia
cosmica
In The l2th Planet,
l’autore interpreta un sigillo accadico del III millennio a.C., catalogato con
la sigla VA/243, conservato al Museo di Stato di Berlino, in cui è riprodotto
il sistema solare, costituito dal Sole e altri undici globi o pianeti. È
risaputo che i pianeti sono nove, ma nel sigillo, oltre alla Luna, considerata
un pianeta, appare un undicesimo corpo. Dovrebbe trattarsi di Nibiru/Marduk, un
membro sconosciuto della famiglia dei pianeti solari, dotato di una rivoluzione
intorno alla nostra stella di 3600 anni, e catturato dal sistema solare in un
periodo imprecisato. Descriverebbe dunque un’ orbita irregolare, il cui punto
più vicino al Sole si trova, secondo i testi sumeri, tra Marte e Giove. Il suo
percorso marcatamente ellittico, come una cometa, e la sua orbita retrograda ne
avrebbero impedito la scoperta fino ad oggi. La battaglia che coinvolge il dio
Nibiru/Marduk nell’epopea babilonese di Gilgamesh, non sarebbe altro che la
versione mitizzata di uno sconvolgimento che interessò il sistema solare in
un’epoca lontana, causato dall’ingresso di questo corpo celeste all’interno
dell’anello di pianeti. Effettivamente la presenza di Nibiru/Marduk e le sue
caratteristiche, rilevabili dalle scritture cuneiformi potrebbero fornire agli
scienziati le risposte alle numerose anomalie che il sistema solare presenta,
mai sufficientemente spiegate. Vediamole.
Durante uno dei suoi passaggi, nei pressi di Nettuno, a
causa della gravità, una protuberanza di Nibiru si sarebbe staccata per divenire
la luna Tritone, che infatti ha un’orbita retrograda rispetto agli altri
satelliti.
Il transito vicino Urano, spiegato in modo affascinante
nei testi sumeri, avrebbe dato vita alle quattro lune del pianeta. Oggi infatti
gli astronomi accettano il fatto che le sue lune si formarono durante una
collisione. Penetrato ulteriormente all’interno del Sistema Solare, uno dei
satelliti di Nibiru avrebbe impattato contro Tiamat, pianeta posto tra Marte e
Giove, con la conseguente parziale frantumazione della sua superficie. Questo
scontro cosmico generò la cintura degli asteroidi, la nascita di alcuni corpi
cometari e scaraventò il resto di Tiamat con il suo vicino Kingu (la Luna),
verso un’orbita più vicina al Sole, generando il sistema Terra-Luna.
L’interpretazione di Sitchin su quest’ultimo punto è
stata confermata nel novembre 1997 da un comunicato pubblicato da Televideo che
recitava: “Alcune ricerche condotte su
campioni di suolo lunare, realizzate presso l’Università del Michigan, hanno
evidenziato la presenza di minerali di origine terrestre. Questo confermerebbe
una delle teorie accettate sulla formazione lunare:la sua nascita dalla
collisione della Terra con un pianeta grande quanto Marte“.
Genesi
rivisitata
Secondo gli studi di Sitchin, Nibiru sarebbe un mondo
pallidamente illuminato ma riscaldato da una fonte di energia forse
artificiale, prodotta dai suoi abitanti, il cui livello tecnologico sarebbe
molto avanzato. Chiamati in lingua accadica Anunnaki (coloro che dal Cielo sono
venuti sulla Terra), secondo Sitchin, sarebbero gli stessi Nefilim biblici
(dall’ebraico Nafal, caduti), cioè
coloro che sono scesi (o caduti) sulla Terra.
La loro discesa sarebbe stata motivata dal bisogno che
questi avevano di minerali in grado di sostenere la produzione energetica del
loro pianeta. Per facilitare l’operazione di estrazione, gli Anunnaki optarono
per la creazione di un essere ibrido, derivato dalla fusione dei geni di un
primitivo terrestre e di un Anunnaki, affinché fungesse da manovalanza. Sitchin
interpreta l’Atra Hasis per fornire
la chiave della creazione di Adamo. Adamo è il nome che gli Anunnaki diedero al
primo uomo (va ricordato che la Genesi
biblica è una ricompilazione di scritti più antichi di radice sumera). Questo
nome è ricavato dal termine accadico Adamah
che significa terra, pertanto il
reale senso di Adamo è venuto dalla terra o il terrestre. Ma c’è di più in
quanto il nome del terrestre Adamo è legato anche alla radice DAM, che sta per
sangue e come scrive Sitchin “riflette il
modo in cui fu creato“, cioè una unione genetica di sangue anunnaki con un
ominide della Terra.
Il termine accadico impiegato nell’Atra Hasis per indicare l’Uomo è infatti LULU che vuol dire mescolanza, indicando probabilmente
quest’operazione di ingegneria genetica. Lo stesso termine sumero LU che indica
l’uomo può essere tradotto come servitore
e questo evidenzia il fine per cui fu creato. Gli Anunnaki diedero all’Uomo
un’istruzione e la possibilità di organizzarsi socialmente, ma a modificare gli
eventi in modo drammatico e inaspettato giunse la catastrofe ricordata in tutte
le mitologie come il Diluvio Universale. Sitchin ipotizza che circa 13.000 anni
fa, al termine dell’ultima glaciazione, vi fu uno slittamento della massa di
ghiaccio delle calotte polari, teoria già enunciata da Charles Hapgood e
ratificata da Albert Einstein. Il cataclisma colpì anche la Mesopotamia e tutto
ciò che gli Anunnaki avevano costruito venne distrutto. Ut-Napishtim, il Noé
della Bibbia riuscì a sopravvivere al cataclisma ed a bordo dell’arca protesse
il “seme” dell’umanità. Gli Anunnaki iniziarono a guardare agli esseri umani
con occhi diversi, ed Enki, lo stesso Dio artefice della creazione, decise di
istruire l’umanità, dandole la possibilità di creare una civiltà.
Sìloe,
programma segreto
La storia che Zecharia Sitchin ha desunto dagli antichi
scritti sumeri è molto più complessa di quanto descritto. La sua opera è
raccolta nelle Cronache della Terra,
un insieme di saggi riproponenti la creazione in chiave
scientifico-tecnologica. La descrizione che i Sumeri facevano del sistema
solare, compresi i suoi pianeti più esterni è perfetta e anticipa di 6000 anni
le scoperte della scienza, così come la storia della Genesi sembra descrivere
realmente un intervento di alta ingegneria genetica moderna.
Se fino a due mesi fa nessuno era in grado di confermare
se Nibiru/Marduk esistesse, essendo Plutone l’ultimo membro della famiglia
solare, i fatti hanno iniziato a dare ragione a Sitchin nel Marzo del 1999. Il 10
Marzo tornavo dall’aeroporto di Fiumicino con il maggiore dell’esercito
americano in riserva, Robert Dean, il quale mi confessò: “Due settimane fa ho passato alcuni giorni con il mio amico Sitchin. Mi
ha detto che Nibiru sarà visibile ad occhio nudo entro quattro anni. Gli occhi
artificiali delle sonde lo hanno fotografato, ma le immagini sono rimaste
secretate. Qualcuno vuole evitare che la verità venga a galla”.
Dopo alcuni giorni riuscii ad ottenere quelle immagini.
Dalla fonte che me le procurò venni a sapere trattarsi di due fotogrammi
scattati con un sistema all’infrarosso da un satellite chiamato Sìloe, facente
parte di un omonimo programma di esplorazione, né militare né civile. A chi
appartiene? Da una ricerca approfondita che ho effettuato sui nomi presenti nei
testi sacri, Sìloe appare una volta sola nella Bibbia, in Giovanni 9,7 ed il
suo significato è Inviato. Questo collegamento biblico fornisce validità alla
mia ipotesi circa il fatto che una sonda è stata inviata, come il suo stesso
nome indica, verso le profondità del sistema solare a studiare un remoto
pianeta, Nibiru ovvero il dodicesimo pianeta dei Sumeri, di cui qualcuno era
forse già a conoscenza. Nelle foto, mai ufficialmente divulgate, è chiaramente
visibile un pianeta dall’atmosfera molto densa, proprio come descritto dai
Sumeri. In una delle due è stata immortalata la scia di un oggetto luminoso
zigzagante, quindi avente moto non uniforme, il che fa supporre una possibile
attività intelligente.
Pioneer
10, messaggero terrestre
Ma c’é di più. Sette mesi dopo aver ricevuto queste foto,
il 28 settembre la BBC News, pubblicava una notizia che ratificava le
intuizioni di Sitchin. In The l2th Planet
lo studioso scriveva: “Nel febbraio 1971
gli USA lanciarono nello spazio una navetta spaziale automatica che doveva
compiere la missione più lunga mai effettuata sino ad allora. (..) Gli
scienziati del Pioneer 10, prevedendo che un giorno la navetta potesse venir
attratta dalla forza gravitazionale di un altro sistema solare e scontrarsi con
qualche altro pianeta, legarono alla navetta una placca di alluminio con un
messaggio inciso. Il messaggio è scritto in una lingua pittografica, fatta di
segni e simboli non molto diversi da quelli usati nella prima forma di
scrittura pittografica di Sumer“.
Ancora nel 1990 in Genesis
Revisited (in Italia La Genesi)
Sitchin scriveva che il dott. John Anderson del JPL, in una dichiarazione
rilasciata dal centro ricerche Ames in California il 17 giugno 1982 dal titolo
“I Pioneer potrebbero trovare il 100
pianeta“, aveva asserito che
“persistenti irregolarità nelle orbite di Urano e Nettuno suggeriscono che ci
deve essere un oggetto misterioso in quella zona, molto al di là dei pianeti
più esterni. Poiché i Pioneer viaggiavano in direzioni opposte sarebbero stati
in grado di determinare a quale distanza si trova il corpo celeste: se uno di
essi avesse rilevato una maggiore attrazione gravitazionale, avrebbe significato
che il corpo è più vicino e probabilmente si tratta di un pianeta“. Con queste
premesse, il nome di Inviato per il programma Sìloe assume grande significato,
se lo colleghiamo al comunicato della BBC del 27 settembre 1999, dal titolo La
Pioneer 10 scopre un nuovo corpo oltre Plutone, che recita come segue: Gli
scienziati hanno scoperto un nuovo oggetto che orbita attorno al Sole dopo che
una sonda spaziale è stata misteriosamente deviata dal suo tragitto.
I
ricercatori non hanno ancora identificato l’oggetto, ma confidano nelle sua
esistenza per il fatto che sembra aver deviato la piccola sonda Pioneer 10
(..). Se le osservazioni venissero confermate da altri astronomi, sarà solo la
seconda volta nella storia che un oggetto del Sistema Solare è stato
individuato per via del suo effetto gravitazionale. Il primo fu il pianeta
Nettuno scoperto nel 1846 (..). Il nuovo corpo è stato localizzato da un team
del Queen Mary and Westfield College a Londra e dal Jet Propulsion Laboratory
di Pasadena, California. Gli astronomi hanno osservato i dati del tracciato
della Pioneer 10 ottenuti tramite il NASA Deep Space Network, uno spiegamento
di grandi telescopi progettati per comunicare con le sonde in orbita nello
spazio profondo. L’8 Dicembre 1992, quando la Pioneer 10 si trovava a 5,2
miliardi di km di lontananza dalla Terra, videro che era stata deviata dal suo
corso per circa 25 giorni. Gli scienziati hanno indagato su tale effetto per
anni e stanno tuttora studiando i dati attraverso differenti metodi di analisi,
per confermare le loro scoperte.
In poche
settimane, credono di essere in grado di stabilire un limite massimo alla massa
dell’oggetto e compiere previsioni sulla sua posizione. Prime indicazioni
suggeriscono possa trattarsi di un oggetto lanciato dal nostro Sistema Solare
dopo l’incontro con un pianeta più grande. La sonda spaziale Pioneer 10,
lanciata nel Marzo del 1972, si è dimostrata all’altezza del suo nome e al
momento si trova a 1,1 miliardo di km e ancora trasmette, anche se la NASA ha
cessato di monitorarne i segnali nel 1997 dopo che aveva trascorso venticinque
anni nello spazio.
Agli
inizi di quest’anno, gli scienziati erano confusi da quella che era descritta
come una misteriosa forza gravitazionale che agiva sulla sonda. Alla fine,
l’effetto è stato riscontrato sulla sonda stessa, che inaspettatamente si è
spinta in una direzione particolare“. Proprio quanto previsto da Sitchin anni prima, con tanto
di deviazione gravitazionale inclusa.
Il
profetico Sitchin
Nel mese di Ottobre, una inaspettata notizia divulgata da
più notiziari, ha confermato le affermazioni dello studioso e le foto del
programma Sìloe che ho ricevuto in Marzo. Ma riferiamoci ancora una volta a
quanto scritto in The 1 2th Planet: “Poiché
a Marduk (o Nibiru) venivano attribuiti gli epiteti di “grande corpo celeste” o
“colui che illumina”, fu avanzata la teoria che si trattasse di un dio del Sole
babilonese corrispondente al Dio egizio Ra.
Ma il
testo indica che Marduk “contempla le terre come Shamash” (il Sole appunto).
Dunque se Marduk era simile al Sole, di quale corpo celeste era si trattava?
(..) L’Epica della Creazione afferma a chiare lettere che Marduk era un
invasore che proveniva dall‘esterno del sistema solare. (..) Era una sorta di
sorvegliante degli altri pianeti e la sua orbita gli consentiva di girare
attorno a tutti gli altri come infatti viene descritto. ‘Egli tiene strette le
loro fasce (orbite) e traccia un cappio attorno a loro“.
Inoltre afferma: “Un
elemento indiscutibilmente a favore di questa tesi è che Nibiru/Marduk ha un
orbita retrograda” (Genesis Revisited - 1990). Dalle ultime scoperte sembra
che Sitchin abbia ragione, conferendo un’eccezionalità particolare alle
conoscenze astronomiche dei Sumeri e una validità indiscutibile al suo lavoro
interpretativo. Il comunicato stampa della BBC News del 7 Ottobre 1999 dal
titolo Un pianeta oltre Plutone recita: “Un
astronomo britannico potrebbe aver scoperto un nuovo pianeta che orbita attorno
al Sole (..). Il nuovo corpo, però, sarebbe distante dal Sole 30.000 volte più
della Terra. Sembra che il nuovo pianeta non possa considerarsi un membro reale
della nostra famiglia solare. Forse un pianeta nato altrove, che ha vagabondato
nella galassia per poi essere catturato alla periferia del nostro sistema
planetario oppure un gemello della nostra stella mai accesosi.
La
controversa ipotesi è del Dr John Murray, della Open University della Gran
Bretagna. Per diversi anni ha esaminato i peculiari movimenti delle comete di
lungo periodo. Le comete — montagne di roccia e ghiaccio orbitanti — si ritiene
provengano dai freddi e bui confini estremi del Sistema Solare, molto oltre i
pianeti, in una regione chiamata Nube di Oort. (..) Analizzando le orbite di 13
di tali comete, il Dr Murray ha individuato il segno rivelatore di un unico
oggetto gigante che le ha deviate tutte quante nelle loro attuali orbite. “Sebbene
abbia analizzato solamente 13 comete “in dettaglio” ha affermato alla BBC News,
il risultato è quasi definitivo.
Ho
calcolato che esiste soltanto una probabilità su 1.700 che questo sia dovuto a
un caso”. In uno studio di ricerca che sarà pubblicato la settimana prossima
nel Monthly Notices della Royal Astronomical Society, suggerisce che il remoto
pianeta invisibile è diverse volte più grande di Giove. Così distante dal Sole
— 4.800 miliardi di km — impiegherebbe quasi sei milioni di anni per orbitargli
attorno. “Questo chiarirebbe il motivo per cui non è ancora stato individuato”,
spiega il Dr Murray. “È appena percettibile e con un movimento molto lento”.
(.) Ma il pianeta orbita attorno al Sole nella direzione “contraria” rispetto
agli altri pianeti conosciuti. Questo ha portato alla sorprendente ipotesi che
non si sia formato in questa regione spaziale e sia invece “fuggito” da
un‘altra stella. (...) Il professor John Matese, della Universily of Louisiana
a Lafayette, ha portato a termine uno studio analogo e raggiunto conclusioni
simili. La sua ricerca sta per essere pubblicata su Icarus, la rivista sugli
studi del Sistema Solare“.
Da quanto si evince, il comunicato sebbene non menzioni
né i sumeri, né Sitchin, conferma nella sua totalità quanto lo studioso russo
aveva desunto dagli antichi scritti sumeri.
Fatti,
non parole
L’escalation di scoperte riguardanti Nibiru sembra dar
ragione a Sitchin. La NASA aveva annunciato di aver chiuso i contatti con la
sonda Pioneer 10 nel 1997. Come mai il suo segnale è ancora tracciato dai
laboratori? Il posizionamento della targa sulla sonda è stato intenzionale?
Esiste un legame tra il programma Sìloe e la Pioneer 10? Tenendo conto che
ufficialmente il Pioneer 10 è l’unica ad essere giunta a quelle profondità
siderali, e la prima a risentire dell’influenza di questo corpo celeste, il
fatto che Sìloe significhi Inviato contrassegna bene la funzione di messaggero
terrestre per questa sonda, confermata dalla presenza della targa di alluminio
con i dati del nostro pianeta e dal programma della NASA cui Sitchin ha fatto
riferimento nei suoi libri. Un progetto segreto assegnatole mai ufficialmente
divulgato ma pianificato già precedentemente al suo lancio, e attualmente in
pieno corso. Questo potrebbe rispondere anche al motivo per il quale il suo
segnale è ancora tenuto sotto controllo dai radiotelescopi della NASA. Nella
sua presentazione via Internet delle Cronache della Terra, Sitchin comunicava:
“Io fornisco i fatti così come li vedo,
ognuno è libero di interpretarli come desidera“. Oggi i fatti sono con lui.
John J. Matese (sopra) della Unlverslty
of Louisiana, il 19 novembre ha così risposto ad un nostro messaggio: “l’anomala
concentrazione di asteroidi intorno ad un largo cerchio vicino ai poli
galattici della nube di Oort, eccedente dl circa il 25% rispetto al normale,
potrebbe essere causata da un compagno oscuro del Sole che potrebbe aiutare la
massa di corpi nella nube dl Oort a divenire comete osservabili. Il compagno è
stimato essere 3 volte Giove e posizionato ad una distanza di 25.000 Unità Astronomiche
(una U.A. è la distanza tra la Terra e il Sole). La sua posizione attuale non è
prevedibile ma il compagno oscuro è potenzialmente individuabile mediante il
Very Large Array o agli infrarossi, impiegando i telescopi spaziali della
prossima generazione”. Interessante la menzione dell’impiego delle
apparecchiature ad infrarossi per individuare il pianeta X con quanto ci è
stato comunicato circa il programma segreto Sìloe e le sue foto agli infrarossi.
Nel XXIV secolo avanti Cristo alcune
civiltà dell’età del bronzo furono distrutte da terribili
disastri: un meteorite fu la causa di tutto?
di Vittorio Di Cesare
Di recente, in cinquecento siti archeologici in Iraq e in
Siria, risalenti al terzo millennio a.C., gli archeologi hanno scoperto le
prove di una catastrofe ecologica senza precedenti. Fu una crisi terribile.
Città fiorenti si spopolarono lasciando agli archeologi
le testimonianze inconfondibili della distruzione, come la città di Troia
(quella dello strato II d-g), che subì un inspiegabile abbandono in seguito ad
un gigantesco incendio. Persino in Palestina, nel 2300 a.C. la biblica città di
Gerico, in seguito a questi sconvolgimenti, fu incendiata e in parte sommersa,
da una frana fangosa scivolata dai monti vicini. Nei deserti del Sinai e del
Neghev si acuì la siccità mentre a migliaia di chilometri, altre grandi città
nel bacino dell’Indo da Mohenjio-Daro a Harappa si spopolarono nel giro di poco
tempo. Il fenomeno interessò anche l’Africa, con la riduzione del livello del
lago Turkana, affluente del Nilo.
Persino nella lontana Finlandia, verso il 2100 a.C.,
avvenne un calo di un terzo della popolazione, per cause sconosciute.
In molte stratigrafie degli scavi archeologici, in Medio
Oriente e in Siria, Marie-Agnès Courty, del CNRS-CM
Laboratoire del Science des Soils et Hydrologic di Grignon, in Francia, ha
individuato elementi chimici prodotti da un’esplosione, simile a quella che
farebbe seguito all’impatto di un meteorite di grandi dimensioni con la Terra.
Le stratigrafie, distanti tra loro centinaia di chilometri, dimostrano,
infatti, che la caduta di polvere avvenne quasi contemporaneamente su di
un’area vastissima. La ricercatrice ha confermato così le osservazioni fatte
fin dal 1948 dal francese Claude Schaeffer il quale, in più di quaranta centri
archeologici del Vicino e Medio Oriente, aveva scoperto strati di devastazione
risalenti tutti ad uno stesso periodo, ipotizzando un disastro su larga scala.
Schaeffer non fu preso seriamente dai colleghi, oggi però la sua teoria è stata
rivalutata dalla scuola di “catastrofisti” nata di recente in Inghilterra, tra
le cui fila ci sono eminenti scienziati da sir Fred Hoyle, a Mark Bailey
dell’Armagh Observatoiy e a Duncan Steel dello Spaceguard Australia.
Una Vela
nel cielo
Quale evento modificò allora il clima in Medioriente
trasformandolo in un calderone battuto dal vento, dalle tempeste e dalla
siccità? Fu un corpo extraterrestre, un meteorite o una cometa, caduti da
qualche parte in Medioriente, a determinare i mutamenti? Victor Clube e Bill
Napier dell’Oxford University, sostengono che non uno ma addirittura una serie
di impatti con la Terra avvenne al tempo delle antiche civiltà del Bronzo,
portando grandi cambiamenti climatici. Nubi di polvere cariche d’anidride
solforosa ed altri composti chimici, formarono una cappa nera che per mesi
oscurò i raggi del sole. L’effetto serra fece precipitare dense piogge che
localmente produssero allagamenti e smottamenti, cui seguì infine, un periodo
di aridità. Alcuni racconti mitologici sumerici sembrano contenere il resoconto
di questo catastrofico avvenimento.
L’archeologo George Michanowsky traducendo una tavoletta
del 1000 a.C., scoprì che i Sumeri, più di mille anni prima, avevano notato
l’apparizione nel cielo, di una “Stella
gigantesca del dio Ea nella costellazione di Vela del dio Ea“. Vela è una
costellazione inventata dagli astronomi settecenteschi, ispirandosi alla vela
della nave degli Argonauti. Come poteva un testo di 4000 anni fa citare un nome
che ancora non esisteva?
Riferimenti espliciti alla caduta di meteoriti si trovano
anche nel poema dell’eroe Gilgamesh, leggendario personaggio di un’epopea del
2700 a.C., giunta a noi in una versione del VII secolo a.C., emersa dagli scavi
della biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive. In uno di questi racconti
si narra che mentre l’eroe camminava: “...
traverso la notte, sotto le stelle del firmamento, (..) una meteora tutta della
materia di Anu, (forse di ferro)
cadde dal cielo...”. La cometa o il meteorite che provocò il disastro,
doveva essere però di tutt’altra dimensione, poiché i suoi effetti produssero
la fuga d’innumerevoli popolazioni, con conseguenti scontri e guerre che posero
fine a molte culture. Da questo ricordo nacque forse la convinzione che le
comete portavano sfortuna, una teoria che oggi ha nuovi sostenitori.
Annunciatrici
di disastri?
Fred Hoyle e Chandra Wikramasinghe, due astrofisici
inglesi, hanno formulato l’ipotesi secondo la quale le comete, conterrebbero
materiale organico batteriologicamente attivo. Lo confermerebbero le fotografie
in luce infrarossa riprese alla cometa di Halley dal telescopio australiano di
Siding Spring. Il nucleo cometario è colorato di nero, indice della presenza di
materiale carbonioso, che può favorire forme di vita batteriche e virali.
L’epidemiologo John Watkins, confermò questa tesi
sostenendo, che la terribile influenza detta “Spagnola”, l’epidemia che fece
milioni di morti nel mondo, all’inizio del 1900 si diffuse nello stesso
momento. Per Hoyle il morbo non si propagò da un “punto zero”, come avviene
sempre per le epidemie. La Terra, secondo la sua tesi, attraversò la scia della
cometa e l’atmosfera terrestre fu inoculata da un virus extraterrestre che si
propagò su scala mondiale. Nell’antichità meteoriti e comete furono considerate
portatrici di diluvi, di fuoco e di fiamme. Serpenti, draghi, mitici animali
con la bocca piena di fiamme, e gas velenosi, che emettevano terribili ruggiti,
divennero sinonimi di questi oggetti ai quali furono dedicati culti
particolari.
La stessa Ishtar, la Venere dei Sumeri, era considerata
una divinità capace di portare morte e disfacimenti. Per questo era
rappresentata a volte come una cometa il cui nome significava “Supremo uno che piove fuoco sulla terra”.
La leggenda dice, infatti, che la dea cercò di
distruggere la Terra scatenando un mitico animale, il “Toro Celeste”, il quale
sbuffò per tre volte, creando altrettante buche gigantesche. Sembra la
descrizione di quanto avvenne nel “bush” australiano a Henbury, cinquemila anni
fa, quando un meteorite grande 157 metri, cadde al suolo creando tre buche,
aperte come dal soffio di un dio.
Tauridi,
pioggia di fuoco
La costellazione del Toro, per gli antichi Sumeri, era,
in effetti, un importante punto di riferimento astronomico in quanto, tra il
4380 ed il 2200 a.C., indicava l’equinozio primaverile, che all’epoca cadeva
esattamente in questa parte del cielo, dando inizio al conteggio del nuovo
anno. Da questo punto, ogni anno a Novembre, oggi s’irradia una pioggia di
meteoriti dette Tauridi, frammenti lasciati dietro di sé nello spazio dalla
cometa P\Encke, (osservata per la prima volta a Parigi nel 1786 da P. Mèchaim).
Questi entrano nell’atmosfera terrestre quando il nostro pianeta interseca
annualmente la scia di questo bolide cosmico. E dunque da questa costellazione
che giunse l’oggetto che sconvolse il mondo nell’età del Bronzo antico? La
Terra è sempre stata minacciata da forze vaganti nello spazio, che niente e
nessuno possono fermare. Presenze inquietanti e spettacolari alle quali, fin
dalla più remota antichità, dall’Europa del Nord, alle regioni desertiche del
Sinai al Nefud, e nel cuore del Sahara, furono innalzati “Menhir”, stele di
pietra per ricordare gli dei che potevano lanciare dal cielo morte e
distruzione. Nei vari miti dell’uomo, da allora, sono sempre stati presenti
questi dei di fuoco.
Un cielo
di cristallo
Per i popoli primitivi, la volta celeste era fatta di
cristallo di rocca. Le “pietre di luce”, come i Dayaki di Sarawak chiamavano le
pietre silicee provenienti dal cielo, erano ritenute cariche di qualità
straordinarie: guarivano, davano risposte sul futuro, erano un attributo
divino. Persino in un pettorale, trovato nella tomba del faraone Tutankhamon,
era incastonato uno scarabeo ricavato da una pietra meteoritica.
I Greci invece, si recavano al santuario di Delfi, dove
un grosso meteorite, l’Onfalo, era venerato attribuendogli proprietà
divinatorie. I sacerdoti lo custodivano in una cella segreta del tempio,
avvolto in una corda di lana, un lembo della quale era tenuto in mano dalla
profetessa. Anche a Troia, si diceva, era custodita una statua della dea
Pallade Atena scolpita in un meteorite. Altre statue famose come quella di
Artemide, ad Efeso (un altro importante centro oracolare), o di Cibele, a
Pessinote, in Frigia, erano statue ricavate da pietre cadute dalla volta
celeste. E quando la statua non era d’origine uranica, la si associava ad un
meteorite, come nel caso dell’effige di Eros, scolpita dallo scultore
Prassitele e conservata in un tempio in Tepsia, accanto ad un blocco di pietra
dura, forse un aerolite come quello venerato alla Mecca.
A lunghi
intervalli sulla Terra
Questi “dei di fuoco”, dicono oggi gli scienziati, se ne
stanno ancora nel loro Olimpo siderale, dove sono stati individuati dagli astronomi
che li hanno chiamati con nomi adatti alla loro antichità: Eros, Amor, Apollo.
In realtà sono fasce di asteroidi pericolosi per la Terra. Milioni dei
frammenti pietrosi, stazionano tra Marte e Giove in orbite fisse, ed urtati da
una cometa o attratti dalla gravità di un pianeta, possono precipitare sulla
Terra, proprio come accadde nel luglio del 1994 alla cometa Shoemaker-Levy
caduta a pezzi su Giove. Uno di questi “mostri” causò la fine dei dinosauri 65
milioni di anni fa, come scoprì insieme con altri tre scienziati, il geologo
Walter Alvarez. Meteoriti caddero in epoche più recenti sulla superficie del
nostro pianeta, quando l’umanità era già in una fase avanzata della sua
civiltà.
Raccontando al saggio Solone la storia d’Atlantide un sacerdote
egizio con straordinaria intuizione, sosteneva che uno dei più grossi guai per
l’uomo poteva giungere dalla “...
deviazione dei corpi che si muovono attorno alla Terra e nel cielo, (portando) la distruzione per molto fuoco e a lunghi
intervalli di tutto ciò che è sulla Terra“. In effetti, ci chiediamo, come
sarebbe stato possibile descrivere un’Apocalisse se nessuno ne avesse mai
conosciuta una?
Chi
è Vittorio Di Cesare. Nato a Bologna nel 1949, curatore della Sezione di Storia
moderna del Museo Archeologico “A. Crespellani” di Bazzano (Bo) e titolare di
uno studio specializzato in consulenze tecniche per l’archeologia.
Collaboratore per la Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna e della
Puglia, del CNR e di varie facoltà univesitarie italiane. Ha contribuito al
recupero di numerosi siti archeologici italiani e partecipa a campagne di scavo
all’estero. Collabora con diverse riviste italiane del settore ed è autore di Gli Aborigeni Australiani
pubblicato
da Xenia tascabili.
Nigei Appleby, a capo dell’ Operazione Hermes preposta
alla ricerca della favoleggiata Sala delle Registrazioni sotto le zampe della
Sfinge di Giza, che conterrebbe gli artefatti tecnologici di un’avanzatissima
civiltà pre-diluviana, ha rilasciato di recente un comunicato dettagliato circa
l’operato del suo team:
“La mia
squadra in Egitto, sta facendo progressi dietro le quinte “, ha asserito, “e il lavoro sarò compiuto a tempo debito“.
L’Operazione Hermes ha inviato
recentemente un membro della squadra in Tibet ed ha terminato un altro
complesso addestramento nella giungla della Nuova Guinea, in modo da poter
formare personale specializzato da impiegare nella futura spedizione
nell’America del Centro e del Sud. Stessa metodologia viene applicata
nell’Antartico per una spedizione programmata per il 2002 o 2003.
Appleby, autore del saggio La Sala degli Dei dichiara inoltre che i continui progressi dell’Operazione Hermes vengono filmati e
registrati per un completo documentario televisivo, da presentare una volta
ottenuti gli scopi previsti. La determinazione di Appleby è giustificata dalla
convinzione dell’effettiva esistenza di un territorio sotterraneo sconosciuto
e, forse, inesplorato, nel sottosuolo di Giza.
La tomba
di Osiride
Una prova a sostegno è la scoperta nel 1998 della “Tomba di Osiride” anche definita “Pozzo di Osiride“, situato sotto la
strada rialzata di Kephren nella piana di Giza. Zahi Hawass, direttore dei
lavori archeologici a Giza ha soprannominato il luogo “Tomba di Osiride“, credendo che il terzo livello sotterraneo della
struttura rappresenti una tomba simbolica della principale divinità egizia.
Chris Ogilvie Herald, dell’Egyptnews afferma che “il riferimento ad Osiride si basa sulla scoperta fatta da Hawass di un
geroglifico inscritto sul fondo della tomba, “pr”, che significa “casa”.
Collegandolo all‘antico nome della piana di Giza (Pr Wsir Nb Rastaw, Casa di
Osiride, Signore di Rostau), Hawass giunge alla conclusione che il terzo
livello sia una tomba simbolica per Osiride “.
Olgivie Herald continua dicendo che “non ci sono, però, geroglifici o iscrizioni di alcun tipo in tutti e
tre i livelli. Quello a cui fa riferimento Hawass è fondamentalmente un
quadrato con l‘estremità aperta.
Una
descrizione che calza vagamente con il fondo di una tomba “.
Al momento sembra in corso un dibattito sull’età del
pozzo. Sebbene sia Hawass che Selim Hassan (che ha scavato in origine il pozzo)
siano d’accordo sul fatto che risalga alla Dinastia Saite (500 d.C. circa),
Hawass dichiara che, dagli oggetti recuperati, possa datarsi al Nuovo Regno (1.550
a.C).
Questo sembra suggerire ch’egli reputi il terzo livello
(inferiore) più antico del secondo. Un affermazione che permette di comprendere
lo stato attuale degli studi nel mondo accademico egizio, che agisce con molta
cautela nella conduzione delle ricerche nel sito principale di Giza.
La sfida
di Upuaut
Più di recente Robert Bauval, cui si deve la scoperta
della relazione tra le tre piramidi di Giza e le stelle della cintura di
Orione, in una comunicazione con lo stesso Hawass ha appreso che la porta del
pozzo meridionale della Camera della Regina nella Piramide di Cheope, scoperta
dall’ingegnere tedesco Rudolph Gantenbrink nel 1993, non sarà aperta durante le
celebrazioni di fine millennio nella piana di Giza, come previsto inizialmente.
La sua apertura, dichiara Hawass, potrebbe avvenire invece
nei primi mesi del 2000 grazie ad un team del National Geographic.
Probabilmente il lavoro svolto da Upuaut, il robot automatico di Gantenbrink,
mandato ad esplorare i pozzi stellari della Grande Piramide, ha dato buoni
frutti, nonostante il reciso insabbiamento iniziale della notizia, rivelando
che forse qualcosa di sconvolgente si nasconde all’interno del monumento più
famoso al mondo. La sua apertura sarà comunque ‘‘virtuale’’, almeno per il
momento. Hawass ha dichiarato che la porta non sarà aperta ma verrà utilizzato
un piccolo robot, simile ad Upuaut, che infilerà un piccolo cavo con telecamera
nella fessura posta nella parte inferiore destra del blocco.
Se questo dovesse avvenire senza le censure a cui siamo
normalmente abituati, potremmo essere vicini ad una rivelazione epocale.
I dubbi sono d’obbligo in quanto sebbene vi sia stata una
distensione dei rapporti tra i nuovi ricercatori, capeggiati da Hancock e
Bauval, le loro ricerche hanno subito un grave attacco proprio alla fine dello
scorso novembre, quando la BBC inglese ha mandato in onda due documentari che
hanno impropriamente criticato i loro studi. Ritorneremo sull’argomento.
Intanto, John Anthony West, il noto egittologo eretico
statunitense, sta approntando un serio programma di prospezione sismografica
radar della piana di Giza, insieme ai geologi Robert Scoch e David Coxhill,
probabilmente sotto l’egida di uno sponsor accademico.
La realizzazione del progetto avverrà solamente se Hawass
sarà convinto della validità delle prove addotte. West, nel momento in cui
scriviamo, è in Egitto per preparare la strada a questa nuova ricerca.
Ci ha garantito aggiornamenti che verranno pubblicati
appena disponibili.
Con
la mummificazione gli antichi egizi
anelavano
all’immortalità, ricorrendo anche ad
energie
inspiegabili per l’epoca.
Un
ponte culturale con l’America precolombiana
di Adriano Forgione
La notizia è solo dello scorso mese di Agosto ma la scoperta
risale a tre anni fa. Presso l’oasi di Bahariya, diecimila corpi mummificati e
intatti sono stati scoperti per puro caso, riportando in auge il mito della
mummia. Un sito di epoca greco-romana i cui sarcofagi dorati hanno stupito gli
egittologi per il loro fasto.
Zahi Hawass e Ashry Shaker, capo della soprintendenza
alle antichità di Bahariya, hanno preferito tenere sotto silenzio la notizia
per tre anni al fine di studiare il sito lontano dall’attenzione del pubblico.
Una delle prime scoperte di corpi imbalsamati risale al
1881. Presso Deir-el Bahari, il 6 giugno di quell’anno, Emile Brugsch scoprì
quaranta corpi mummificati, alcuni appartenenti a grandi faraoni del Nuovo
Regno (1567-1090 a.C.) come Amosis Tuthmosis III, Seti I, suo figlio Ramses II.
A questa scoperta si aggiunse nel 1898, all’interno della
tomba di Amenofi II, il ritrovamento di altri 16 corpi tra cui il faraone
Tuthmosis IV - lo stesso re protagonista del sogno magico sotto la Sfinge - e
di Amenofi III, padre dell’eretico Akhenaton. In entrambi i casi, le mummie
erano state collocate in quel sito dagli stessi sacerdoti egizi, come
prevenzione per le continue profanazioni. In questo modo si manteneva la
speranza che essi sopravvivessero al passare del tempo, ottenendo così
l’immortalità, cosa che in qualche modo conseguirono realmente.
In fin dei conti si è così realizzata una delle speranze
più accese degli egizi: che il loro nome venisse pronunciato, affinché
potessero tornare alla vita.
False
mummie o esseri mutanti?
La realizzazione di questo rito ancestrale su un corpo
umano era quindi dovuta al desiderio di conservazione del supporto fisico
dell’anima per l’eternità. A questa ipotesi logica, si contrappongono altre
congetture più azzardate sebbene scientificamente rifiutabili. Secondo lo
studioso svizzero di paleoSETI (il contatto con razze extraterrestri nel
passato) Erich von Däniken l’imbalsamazione era un tentativo di ibernazione,
nella speranza che gli Dei celesti tornassero a riportare in vita i faraoni in
un lontano futuro.
Molto simile la spiegazione di Robert Temple, autore de Il Mistero di Sirio (Piemme, 1999), che
la riconduce al ricordo che avevano gli egizi delle tecniche di animazione sospesa
degli uomini-pesce di Sirio (cfr. articolo in questo numero). Nonostante queste
congetture estreme, il reale motivo della mummificazione sembra oramai
chiarito.
Ufficialmente permane comunque il mistero sul perché gli
egizi mummificassero esseri umani e animali fondendoli in un unico essere. In
diversi luoghi dell’Egitto sono state trovate mummie metà bambino e metà
coccodrillo la cui spiegazione ufficiale è ancora da fornire.
Una di queste è esposta al museo Topkapi di Istambul, in
Turchia. Crediamo di poter dare una plausibile risposta rifacendoci alla
raffigurazione di Horus bambino (in greco Arpocrate) in alcuni “cippi”
raffigurato camminare sulle testi di coccodrilli, a simboleggiare la potenza
solare di superare le forze negative dell’oscurità. Questo potrebbe valere
anche per le piccole mummie “ibride”.
Non ci sono risposte logiche invece alle scoperte
realizzate in diverse necropoli egizie. La prima sorpresa capitò all’egittologo
francese Auguste Manette il 5 settembre 1852, dopo aver scoperto a Saqqara il
Serapeum, luogo dove la tradizione situava la tomba dei buoi sacri al dio Api.
Una volta aperti, i giganteschi sarcofagi scoperti nelle camere sotterranee, o
erano vuoti o contenevano una massa bitumosa maleodorante che si disintegrava
al tatto e alla minima pressione. Le mummie dei buoi non c’erano.
Più tardi, l’archeologo britannico Sir Robert Mond, scoprì
ossa di sciacalli e cani nei sarcofagi dei buoi (si ricorda che sciacalli e
cani erano la rappresentazione di Anubi, Dio della mummificazione, e aspetti
mitologici della stella Sirio).
Mummie
atomiche
Sebbene la principale leggenda che circonda le mummie, la
cosiddetta “maledizione dei faraoni” sia stata scientificamente spiegata con la
presenza di un fungo, l‘Aspergillus Niger,
che provocava la morte di chi ne veniva a contatto, altri esperti si
dichiararono inclini a pensare che la maledizione fosse dovuta al potere
radioattivo di alcuni oggetti conservati insieme ai corpi mummificati che dopo
3000 anni, avevano mantenuto inalterate le loro mortali emanazioni.
Per lo meno così credono alcuni scienziati della città
atomica di Oakridge. L’ipotesi non è azzardata, in quanto nelle miniere d’oro
(metallo molto impiegato nei sarcofagi) è comune incontrare minerali come
Uranio e Torio.
Inoltre, nel 1949, il professor Bulgarini affermò che “gli antichi egizi conoscevano le leggi della
disintegrazione dell’atomo. I suoi saggi e sacerdoti conoscevano l’Uranio. È possibile
che si servissero della radioattività per proteggere i loro santuari “.
Anche Peter Kolosimo, lo scomparso saggista e studioso italiano di “anomalie
archeologiche”, affronta quest’argomento. Nel suo Terra Senza Tempo riporta le parole del professor Ghoneim che
dichiarò, riassumendo i risultato delle ricerche compiute da un folto gruppo di
studiosi egiziani “che la pece con cui
venivano conservati i cadaveri mediante mummificazione, proviene dalle rive del
Mar Rosso e da alcune regioni dell ‘Asia minore e, contiene sostanze fortemente
radioattive. Non solo, ma la radioattività è propria anche delle bende usate
per fasciare le mummie. E le intere camere mortuarie erano probabilmente piene
della stessa polvere.” Tutto fa pensare che i sacerdoti egiziani abbiano
volontariamente richiesto l’impiego di quella specifica pece, in quanto
possedevano conoscenze avanzate lascito di una civiltà pre-diluviana. Forse gli
egizi sapevano che la disintegrazione dell’atomo è associata al Sole (le stelle
si basano sul principio della fusione nucleare), e la consideravano quindi una
manifestazione di Ra per cui richiedevano espressamente in determinati casi
l’utilizzo di materiali radioattivi. La simbologia solare è legata infatti al
culto heliopolitano di Ra, il più antico d’Egitto, che considerava il Sole
quale dispensatore di vita. Ricordiamo che il faraone era assimilato al Sole e
la radioattività essendo simbolo dell’energia vitale solare avrebbe potuto
rappresentare simbolicamente la vita del faraone dopo la morte. Nei
bassorilievi di Tell-el-Amarna, che ritraggono Akhenaton in adorazione del
disco solare Aton, quest’ultimo dispensa raggi simili a radiazioni, che offrono
l’Ankh, la chiave della vita eterna, al faraone, benedicendolo in tal modo per
l’eternità.
La Mica
La conoscenza dell’infinitamente piccolo e delle sue
leggi, da parte degli egiziani, verrebbe in effetti avvalorata dagli studi
esoterici su antichi testi compiuti da più egittologi tra cui spiccano
Schwaller de Lubicz e John Antony West. Secondo quanto tramandano i testi
egizi, il principio creatore del tutto era Atum, il Dio primordiale, dalla cui
sostanza ogni cosa è stata creata. In questa descrizione è insito che Atum è
proprio l’atomo o la protomateria, da cui ogni cosa prende forma. La
somiglianza delle parole Atum e Atomo è in tal senso chiarificatrice.
Tutto questo presenta interessanti analogie con alcune
scoperte fatte in Messico.
Nel 1906 venne rilevato tra due livelli della piramide
del Sole di Teotihuacan in Messico, un esteso strato di Mica, minerale del
gruppo di silicato di alluminio, presente anche nel Tempio della Mica, sempre a
Teotihuacan. Anche per la Mica, come per la pece egizia, l’importazione avveniva
da lontano, precisamente dal Brasile. La Mica, come Graham Hancock scrive nel
suo Impronte degli Dei
(Corbaccio-1996) “non è un ovvio
materiale universale da pavimentazione. (..) Siamo portati a pensare che i due
strati di Mica (..) fossero destinati a svolgere un ruolo preciso. La mica
possiede caratteristiche che la rendono particolarmente adatta ad applicazioni
tecnologiche. Nell‘industria moderna viene impiegata per costruire condensatori
ed è un ottimo isolante termico ed elettrico. È anche opaca ai neutroni veloci
e può funzionare da moderatore nelle reazioni nucleari“. Non è un caso che,
secondo quanto scrive Laurence Gardner nel suo libro “Genesis of the Grail Kings: The Pendragon Legacy of Adam and Eve“(Bantam,
1999), nel sarcofago della camera del Re sarebbe stata trovata dai primi
esploratori, non la mummia di Cheope, ma una polvere bianca poi identificata
come un composto di grani di Feldispato e Mica.
Piramidi, mummie egizie, e alcuni templi Toltechi
presentavano quindi caratteristiche che avevano legami con l’energia atomica, a
sottolineare una strana quanto indicativa coincidenza.
I
faraoni biondi
Il parallelismo tra Egitto e America trova ulteriori
conferme nella scoperta citata da Murry Hope nel suo libro Il Segreto di Sirio (Corbaccio 1997). Alle analisi, le mummie
regali della XVIII dinastia presenterebbero gruppo sanguigno A. Considerando
che il gruppo sanguigno più diffuso in Egitto era, ed è ancora oggi, il gruppo
0, la cosa è alquanto insolita.
La stranezza aumenta se consideriamo che il gruppo A di
solito si accompagna al tipo dalla pelle chiara e gli occhi azzurri o comunque
caucasico. Cosa ci facevano individui dall’aspetto nordico tra i faraoni
dell’Egitto del Nuovo regno? In più alcune mummie inca, conservate al British Museum di Londra, hanno dato i
medesimi risultati (gruppo A e aspetto caucasico) del tutto estranei alle
popolazioni preispaniche del Nuovo Continente. Individui biondi dalla pelle
chiara tra le caste dominanti dell’Egitto e d’America. Il professor WC. Emery,
autore di Archaic Egypt è convinto
che si tratti di un popolo venuto dall’esterno, non indigeno, tenutosi a
distanza dalla gente comune, unitosi solo con le classi aristocratiche.
Una maggiore conoscenza del DNA dei faraoni e dei suoi
legami con questo popolo potrebbe provenire da un’identificazione genetica
delle mummie disponibili. Inoltre mummie bionde e dai tratti caucasici sono
state ritrovate anche in Cina. Sembra che in epoca antica, una popolazione di
questo tipo abbia stabilito colonie in tutto il globo, mantenendo piuttosto
circoscritta la sua mescolanza genetica. Chi erano questi popoli biondi del
tutto estranei alle etnie locali? Che legame avevano con gli Shemsu Hor, i
semidei Seguaci di Horus e i biondi Viracocha delle mitologie americane?
Akhenaton
Forse erano Atlantidei, come ipotizza l’egittologo John
Antony West. È interessante notare che lo stesso Emery scrive: “verso la fine del IV millennio a.C. il
popolo noto come “Seguaci di Horus” ci appare come un’aristocrazia altamente
dominante che governava l’intero Egitto.
La
teoria dell’esistenza di questa razza è confortata dalla scoperta nelle tombe
del periodo pre-dinastico, nella parte settentrionale dell’Alto Egitto, dei
resti anatomici di individui con un cranio e una corporatura di dimensioni
maggiori rispetto agli indigeni, con differenze talmente marcate da rendere
impossibile ogni ipotesi di un comune ceppo razziale.
La
fusione delle due razze dev‘essere avvenuta in tempi tali da essere più o meno
compiuta al momento dell‘Unificazione dei due regni d‘Egitto“.
Anche in Messico sono stati ritrovati teschi allungati o
deformi, più grandi del normale, e ciò incrementa i legami tra l’Egitto e
l’America, oltre ad accrescere la possibilità di un ceppo razziale comune alla
base delle due culture.
La scoperta della presenza di tabacco e cocaina tra i
capelli e nelle fasce delle mummie egiziane ne è un indizio notevole,
considerando che tabacco e cocaina sono piante originarie del sud-America e non
vi sono segni di loro coltivazioni nell’Egitto antico.
Inoltre proprio nella XVIII dinastia, interessata dal
gruppo sanguigno A, ha regnato il faraone Amenofi IV, noto come Akhenaton, che
amava farsi ritrarre in statue e bassorilievi (e con lui l’intera famiglia
reale) con un cranio allungato e una corporatura tozza, caratteristiche
riscontrate nel ceppo pre-dinastico menzionato da Emery. Tracce riscontrabili
proprio nel cranio allungato della mummia del suo successore Tutankhamon, suo
figlio, e nel suo gruppo sanguigno “A”, comune ad altri membri della XVIII dinastia.
Akhenaton è ricordato per la sua riforma religiosa, ispirata al monoteismo del
Dio Sole Aton. Considerando che il culto solare è il più antico che l’umanità
ricordi (insieme a quello della Grande Madre), non è azzardato ipotizzare un
legame culturale e forse genetico tra questo faraone e ceppi razziali non
egiziani, la cui linea genealogica è appartenente forse ad una cultura avanzata
pre-esistente a quella Egizia.
Segreti
di un’arte millenaria
Con più di mezzo secolo di ricerche e a sue spese, l’antropologo
spagnolo José Manuel Reverte Coma (in foto) è, senza dubbio, una delle massime
autorità internazionali nel campo delle mummie. I suoi lavori
sull’imbalsamazione di culture antiche come l’Egitto e il sud-America sono
stati pubblicati ed apprezzati dovunque. Per 20 anni il professor Reverte ha
retto l’insolito museo che porta il suo nome. Situato nella facoltà di medicina
dell’Università Complutense di Madrid, attorniato da insoliti oggetti della
medicina spagnola, il professore possiede una collezione eccezionale di mummie
dei luoghi più disparati del pianeta. Reverte è un perfetto conoscitore del
processo di mummificazione impiegato in Sud-America, continente nel quale ha
lavorato per alcune decadi. Nel suo museo si conservano diverse mummie peruviane
di circa 2.500 anni di età. “Le
circostanze religiose, come la credenza in un aldilà, e naturali, come l‘elevata
aridità del paese favorirono l’eccellente tecnica di mummificazione egizia.
Circostanze totalmente diverse propiziarono la mummificazione in America. Per
esempio, a grandi altezze i corpi potevano congelarsi per il freddo, e nei
paesi tropicali si otteneva la perdita dei liquidi collocando i corpi al Sole
durante il giorno e vicino ad un falò durante la notte. In questo modo, i
grassi salivano verso l’estremità, seccando il cadavere “. Esistono però
per il professor Reverte Coma, similitudini tra le mummie dei Guanci (un antico
popolo delle isole Canarie N.d.R.) e quelle egizie. “Sebbene i metodi impiegati siano a grandi linee differenti, vi sono
alcuni punti in comune, specialmente se prendiamo come paragone la mummificazione
primitiva egizia che consisteva nell‘avvolgere semplicemente il cadavere in una
pelle di animale. Non è impossibile quindi che le due culture abbiano avuto
qualche sorta di contatto“.
ALESSANDRO MAGNO: L’ULTIMO INIZIATO
Grazie
al velo di magia che lo avvolge,
legato
all’antico Egitto
dove
fu considerato figlio di un Dio,
il
mito del Grande Alessandro
arde
ancora nel cuore degli uomini
di José Leon Cano
Il misterioso Alessandro Magno è un diamante dalle
multiple facce, alcune delle quali - le più interessanti - sono ancora
nascoste. Mentre prevale ai nostri giorni il mito dell’eroe e guerriero
sfortunato, audace e un tantino incosciente, la sua vera personalità, forgiata
da secoli di storia, è nascosta alla conoscenza dei più.
La sua straordinaria avventura costellata da folgoranti
conquiste, dà l’impressione di obbedire ad un proposito prestabilito, come se
l’eroe dallo sguardo bicromatico (dovuto ad un occhio azzurro ed uno castano)
seguisse i dettami di un poderoso daemon, un mediatore tra gli Dei e gli
uomini, attraverso il quale tutte le situazioni si volgevano favorevoli.
La sua lancia di guerriero fu anche una bacchetta magica,
poiché Alessandro Magno, fiero discepolo di maghi-sacerdoti egizi, aveva
ottenuto di allineare la realtà ai suoi desideri. Riuscì a seguire il “cammino
del guerriero” riservato agli eroi, come mille anni prima fece Mosè, discepolo
degli stessi maestri, seguendo il “cammino del Verbo” proprio dei profeti.
Un viaggio
per l’eroe.
Non c’è iniziato senza viaggio iniziatico. Quello di
Alessandro ce lo racconta Plutarco, autore di Vita di Alessandro, sacerdote di
Apollo, iniziato a sua volta ai vari culti mistici. Con Plutarco accompagnamo
l’eroe mentre si incammina verso l’oasi di Siwa, nel Sahara egiziano, dove si
prepara ad incontrare suo padre, il Dio Amon-Ra, in una delle pagine più
esaltanti ed enigmatiche della storia. Terminata la conquista dell’Egitto nel
331 a.C., a 24 anni, Alessandro ha necessità di fondersi con l’anima del popolo
che lo ha recepito come un liberatore.
Il viaggio, che durerà sei interminabili settimane, si
rivelerà prodigioso. Da tre secoli prima di lui, fin dalla XXVI dinastia, altri
aspiranti faraoni avevano attraversato la medesima via nel deserto occidentale,
la terra dei morti e degli Dei, vissuta come un rito pesante destinato a colui
che Amon, il Dio con la testa di ariete, avrebbe metafisicamente scelto perché
perfezionatosi con la forza del sangue e delle armi. Ma Alessandro, attento
sempre ai segni che il cielo gli inviava, avanza con veemenza nel deserto
capeggiando il suo ridotto seguito militare. Amon, il Dio nascosto, signore
delle regioni d’Egitto, sembra guidarlo con segnali inequivocabili, e poco
importano le difficoltà. Il cammino, appena praticabile per le truppe poco
numerose e leggere, diviene difficoltoso quando il Sole arroventa le sabbie del
deserto trasformandole in braci, soprattutto al terzo giorno, quando l’acqua
inizia a scarseggiare. Il condottiero senza titubanze vede però nel deserto il
mare, navigando con la sicurezza di chi si sente guidato da una forza
soprannaturale. E questa sicurezza non lo abbandonerà mai.
Plutarco lo racconta così “I favori che nelle difficoltà di questo viaggio, ricevette dal Dio
Amon, donarono ad Alessandro più fiducia negli oracoli datigli successivamente.
La rugiada del cielo e le improvvise e abbondanti piogge dissiparono la sete e
l‘aridità, in tal modo la sabbia si inumidì e l‘aria divenne più respirabile e
pura. In secondo luogo - continua l’autore di Vite Parallele - quando egli fu in pericolo di perdersi
nel deserto, apparvero alcuni corvi che fecero da guide, volandogli davanti
durante la marcia e attendendolo durante il riposo”.
Interpretare
i segnali
Alessandro vede segnali sacri nelle cose che accadono e
sa interpretarli per analogia, con stupefacente esattezza. Mediante Aristotele,
il suo mentore, aveva conosciuto le idee platoniche delle conoscenze egizie e
aveva certamente appreso da queste, a tal punto che possiamo considerarlo più Platonico
che Aristotelico. Ricordiamo che per Platone sono le idee a materializzare la
realtà che percepiamo. Le idee sarebbero quindi l’unica realtà. Questo
Platonismo di origine nilotica che tanto piaceva ad Alessandro non è un’eccezione
culturale. L’élite greca prima e macedone dopo, erano state incantate dagli
ultimi profumi della millenaria civiltà egizia, oramai prossima a soccombere.
Da parte sua l’élite egizia, con a capo i suoi maghi-sacerdoti, si attaccava
corpo e anima alla potenza greca come ultima possibilità di salvezza di fronte
alla minaccia mortale proveniente dalla Persia. Greci ed egizi unirono le loro
forze contro il nemico comune ed è per questo che Alessandro si trovava in
Egitto come a casa propria.
All’arrivo presso l’oasi di Siwa, i sacerdoti lo salutano
come se Alessandro fosse il prescelto del Dio Amon. Il tempio della divinità è
nascosto dalla vegetazione. Se qualcuno chiede di consultare il Dio, i
sacerdoti ne sollevano la statua su una nave dorata e un seguito di donne
inizia ad intonare un inno sacro per mezzo del quale Amon sarà propiziato a
pronunciare un oracolo. Alessandro, davanti al suo esercito, formula la domanda
se gli assassini del padre verranno puniti.
Il sommo sacerdote Psamon gli risponde affermativamente e
Alessandro soddisfatto ripartisce denaro e offerte tra i sacerdoti e il popolo.
Così si compie la parte ufficiosa del suo viaggio. Alessandro però si recherà
senza testimoni al tempio di Amon per formulare una domanda il cui contenuto
nessuno conosce e la cui risposta è ancora oggi un mistero. Probabilmente il
vero motivo del viaggio di Alessandro Magno è contenuto in questa domanda
occulta di cui nessuno sa nulla, ma la cui risposta oracolare dovette
commuovere profondamente il futuro conquistatore universale; prova ne sia il
fatto che ad uno dei suoi compagni più fidati Alessandro chiese di essere
sepolto a Siwa, nei pressi dell’oracolo. In una lettera destinata a sua madre
Olimpia, Alessandro comunica che durante questo secondo consulto gli sarebbe
stata rivelata una profezia segreta e che ella potrà conoscerla solo quando si
rivedranno.
Purtroppo non si rivedranno mai più. Jean-Luis Bernard,
nel suo libro Storia Segreta dell’Egitto fornisce un ipotesi sulla motivazione
segreta del viaggio all’oasi di Amon. Nell’opinione di questo autore,
Alessandro vi avrebbe incontrato un alto iniziato, in contatto telepatico con
la madre Olimpia.
Gli
Dei Cabiri
Chi era in realtà Alessandro, che la storia ufficiale ci
presenta come un giovane impulsivo sino all’eccesso? Perché vengono troppo
spesso trascurati e messi in secondo piano momenti della sua vita scomodi al
pensiero razionale? Alessandro è l’ultimo anello dell’antica magia sacerdotale
egizia, passata poi alla cultura greca e che, dopo la morte dell’eroe, ha
dovuto operare nella clandestinità per arrivare intatta ai nostri giorni.
Alessandro ottenne questa magia da due poderosi maghi
regali, sua madre Olimpia e suo padre Filippo di Macedonia, e da un terzo mago
“virtuale”, l’ultimo faraone egizio, Nectanebo II. Secondo Plutarco, Filippo di
Macedonia fu iniziato in Samotracia ai misteri degli dei Cabiri, i cui adepti,
sembra praticassero metodi di sperimentazione del paranormale, come la
catalepsia provocata per comunicare con gli dei tellurici, o la telepatia per
comunicare con altri iniziati (come oggi fanno i monaci tibetani n.d.r.).
I Cabiri sono entità con ampi poteri sul fuoco e metalli
(alchimisti, n.d.r.) per cui officiare nei loro misteri conveniva a qualcuno
che, come Filippo, aveva una spiccata vocazione militare. Filippo si innamora
di sua nipote Olimpia, la sposa e la inizia ai misteri cabiri.
L’iniziazione
dionisiaca
Olimpia, di carattere meno forte e più sensuale dello
zio-marito, abbandona presto i cabiri per misteri orfici e dionisiaci, somiglianti
nelle cerimonie sacre a quelle egizie delle Dee feline Sekhmet e Bastet in cui
gli emblemi fallici giocano un ruolo importante. Se nei riti dionisiaci sesso e
vino si porgono come esaltazione delle forze primordiali, nei riti di Sekmet si
tratta di offrire canti e libazioni alla dea del male per appacificarla,
ingraziarla e ammaestrarla. Olimpia una incantatrice di serpenti, suole
presentarsi con essi in pubblico scandalizzando la corte e dormire con essi,
considerati Dei proprio come accadeva per gli egizi. Tutto questo, unito
all’eccessiva sensualità della consorte non piace a Filippo che se ne separa.
Sarà Olimpia che alleverà il figlio Alessandro e lo educherà.
I misteri Dionisiaci sembrano trarre la loro origine in Egitto.
L’adepto era invitato a liberarsi dei pregiudizi per recuperare l’aspetto
dionisiaco, lo stesso che gli storici attribuiscono ad Alessandro con tanto di
dettagli orgiastici cerimoniali. I riti comprendevano sette atti: la presa di
coscienza, la presa di decisione, la partecipazione al banchetto rituale, la
comunione sessuale, la prova, l’identificazione con Dionisio, che implicava la
flagellazione con un frusta fallica, simbolo della potenza fecondatrice del
dio, e la liberazione mediante la danza.
Il
faraone ermetico
Nectanebo II è l’ultimo faraone tradizionale nato in
Egitto. È un personaggio affascinante e, se cosi si può dire, il vero occhio
trasmettitore dell’ermetismo egizio al mondo moderno. A lui si deve la
costruzione del tempio di Iside nella remota isola di Philae, ultimo bastione
autorizzato ai riti della religione nilotica, e dove i copti cristiani,
organizzeranno secoli dopo i miti isiaci, convertendo la sacra sorella di
Osiride, nelle stesse vergini nere; nere come il limo del Nilo che secoli dopo
verranno adorate dai Templari.
Di Nectanebo II la storia narra che affranto per la
pressione dell’esercito persiano si imbarcò sul Nilo per sparire in Etiopia.
La leggenda, quasi sempre espressione trasfigurata della
storia occulta, ci dice senza dubbio, cose molto più interessanti. Per esempio
che l’ultimo faraone egizio era un grande mago che utilizzava formule della
magia tradizionale del suo paese che riuscì a conservare la pace nel suo paese
per molti anni, proprio grazie ad essa.
Un’altra leggenda non meno interessante lo pone in Pella,
capitale della Macedonia, dove nascondendo la sua vera identità, vi si stabilì
come astrologo divinatore. Mentre Filippo era in guerra, il nome del mago
travestito arrivò sino ad Olimpia.
La regina lo fa chiamare al suo palazzo e lì avvenne tra
loro uno strano idillio, durante il quale, il faraone detronizzato dice alla
sacerdotessa dionisiaca di prepararsi ad incontrare il dio Amon, che la
feconderà e la renderà madre di un figlio straordinario.
Una
prodigiosa concezione
Nectanebo si copre la testa con corna posticce e una
parrucca di capelli dorati come incarnazione di Amon e abbigliato con una veste
confezionata con pelli di serpente, si offrì ad Olimpia come se fosse Amon.
Il curioso di questa leggenda è che con essa si
materializza la teogamia, una credenza dell’antico Egitto, secondo la quale il
dio primordiale Amon si incarnava nel faraone e prendeva la regina per generare
il discendente, legittimando in questo modo la successione.
Questa leggenda era stata utilizzata come propaganda
politica dell’epoca per legittimare la presenza di un macedone al trono
d’Egitto, ma riflette una verità incontestabile: che Alessandro il Grande,
l’ultimo iniziato è anche un figlio spirituale dell’ultimo faraone. Altri
prodigi riguardano il concepimento di Alessandro.
La notte precedente l’incontro sessuale con Filippo
incorporante il Ka (spirito in egiziano n.d.r.) di Nectanebo II o con il
proprio faraone travestito da dio, secondo le distinte versioni, Olimpia fa uno
strano sogno: un raggio cade sul suo corpo generando un intenso fuoco. Da parte
sua, Filippo, giorni dopo il suo matrimonio sognò di stampare un sigillo con l’immagine
di un leone sopra il corpo di Olimpia.
Il mago Aristando di Telmeso interpretò il sogno come una
profezia secondo cui la regina sarebbe rimasta incinta e avrebbe dato alla luce
un erede focoso quanto un leone. Da queste circostanze e da questi misteriosi
personaggi emerge Alessandro, un leone destinato a convertirsi nel primo faraone
non solo d’Egitto, ma di tutti i popoli conosciuti.
Per questo i maghi sacerdoti di Amon predicevano che
sarebbe stato il riconciliatore e governatore della Terra; un faraone destinato
ad ottenere la felicità del mondo, ciò che secondo Platone, in base alla
sapienza egizia “non sarà assicurata sino al giorno che il potere politico e la
filosofia si concentreranno nella stessa persona”.
Un
ambizioso progetto
Restano tuttavia molte incognite per risolvere l’enigma
dell’origine di Alessandro. Colui che si avventura in questa ricerca dovrà
superare pregiudizi di un’epoca come la nostra, guidata da un élite che crede
solo alla magia dei suoi laboratori. Ma il proposito della magia generatrice
dell’eroe per antonomasia è molto chiaro: ottenere il vero progresso del mondo,
che non consiste, come vogliono farci credere, nell’aumentare le nostre capacità
tecnologiche, ma nell’eliminare le differenze tra le razze, paesi e religioni
che ci separano violentemente.
Poco importa che un tale ambizioso progetto durerà molto
poco. Alessandro fallì, però diffuse una delle più valide testimonianze dell’antico
Egitto: il proporre agli uomini una religione ed un’unione realmente
universale, idea che porteranno nuovamente in Europa, nel Medioevo i Templari,
e nell’era moderna alcune logge massoniche, legate da un sottile filo
conduttore che, nato nelle viscere magiche e affascinanti del paese dei
faraoni, pare destinato a non spezzarsi mai.
IL
LINGUAGGIO SEGRETO DEGLI ESSENI
di Robert Goodman
Esistono
documenti segreti sulla vita e sulla
natura
di Gesù? Alcuni ricercatori assicurano
che
questi scritti sono in possesso di una
società
segreta chiamata Rex Deus,
perpetuatasi
dal tempo di Salomone
sino
ai giorni nostri
Potrebbe essere la storia, una successione di eventi
previamente studiati e previsti? Se così fosse, dovremmo concludere che esiste
un gruppo occulto di potere che ne maneggia fili. I più apocalittici
attribuiscono l’origine e le oscure motivazioni di questo controllo a forze maligne
che cercano di impedire il progresso dell’umanità. Ma è realmente così? Per gli
autori britannici Cristopher Knight e Robert Lomas, autori de “La Chiave di Hiram” e “Il Secondo Messia “ (entrambi editi da
Mondadori) i “grandi manipolatori”
non hanno intenzioni tanto funeste come molti credono, in quanto la loro
missione sarebbe quella di contenere le “forze del male “.
I citati studiosi alludono ad una società segreta che
opererebbe dai tempi della costruzione del Tempio di Salomone e alta quale si
riferiscono con il nome di Rex Deus (I Re di Dio), una società occulta che
sarebbe la detentrice dei segreti egizi portati a Gerusalemme da Mosè. Questo
gruppo, che potrebbe essersi perpetuato sino ad oggi, contò tra te sue fila -
teoricamente - Gesù di Nazaret, e la loro attività sarebbe stata ereditata dai
nuovi Templari che scavarono sotto le rovine del Secondo Tempio tra il 1118 e il
1128. Tra di loro si trovava Hugo de Payens, futuro fondatore e leader
dell’Ordine del Tempio. Senza dubbio, la condizione segreta dei Re di Dio non dovrebbe restare segreta
per molto tempo ancora, così che, molto presto - spiegano Knight e Lomas - si
mostreranno apertamente. Quando questo accadrà, mostreranno all’umanità intera
le ingiustizie commesse dalla Chiesa Cattolica, considerata la responsabile di
aver occultato la verità su Gesù e la Chiesa.
Rosslyn,
uno scrigno per il tesoro
Gli autori si imbatterono nell’esistenza di Rex Deus
durante una ricerca storica, finalizzata a portare luce sui rituali di
iniziazione massonica. Nel loro primo libro, La Chiave di Hiram, affermano di aver provato che Rosslyn, un forno
pubblico che divenne uno dei circoli massonici più importanti del mondo, era
stato scelto come nascondiglio, sotto l’inquisizione francese, di un consiglio
dove si occultarono i manoscritti trovati a Gerusalemme nel XII° secolo. Secondo
Tessa Ransford, esperta di linguistica gallese e direttrice della Biblioteca di
Poesia Scozzese di Edimburgo, lo stesso nome della località “Rosslyn” nasconde
alcuni segreti ai quali fare riferimento. La Ransford spiega che “ross” significa
“antiche conoscenze” e “lynn” sta per “generazione”. In tal modo il nome della
località può tradursi come “conoscenze antiche tramandate per generazioni”.
Tessa e i suoi colleghi credono che questo luogo fu eletto proprio per
conservare detti manoscritti. Per confermare queste conclusioni gli autori
verificarono da quale momento storico la parola Rosslyn aveva designato la
località e il castello dal medesimo nome. Arrivarono cosi alla storia della
famiglia scozzese St. Clair (ora Sinclair), giacché William Sinclair fu
l’ispiratore della costruzione della cappella di Rosslyn intorno all’anno 1447.
L’iniziatore dell’albero genealogico fu un cavaliere Normanno, tale William de
St. Clair, il cui primogenito Enrico, ricevette il titolo di Barone di Rosslyn,
al suo ritorno dalla prima crociata, poco dopo il 1100. Sembra che Enrico entrò
a Gerusalemme accompagnato dal fondatore dell’Ordine del Tempio, Hugo de
Payens, responsabile ultimo nello scegliere la parola Rosslyn per il titolo del
rampollo. Se venisse confermato che il barone Enrico scelse questo nome per le
sue connotazioni ermetiche, potremmo essere davanti alla dimostrazione che i primi
Templari cercavano qualcosa di concreto a Gerusalemme.
Sotto il
muro del tempio
Ne Il Secondo
Messia, Knight e Lomas presentano l’ipotesi che gli attuali massoni si
svilupparono in Scozia dopo lo sterminio dei Templari nel XIV° secolo.
Questo nuovo gruppo di massoni avrebbe basato le sue credenze
negli insegnamenti della Chiesa di Giacomo di Gerusalemme, supposto fratello di
Gesù conosciuto come “il Giusto” (Sadok in ebreo). È probabile, secondo gli
autori, che i Templari trovarono i manoscritti segreti che gli Esseni,
avrebbero occultato all’interno delle mura del Secondo Tempio, prima che questo
venisse distrutto nel 70 d.C.. Dopo la conquista della Città Santa, i pochi
sopravvissuti della Chiesa di Gerusalemme (la comunità essenica di Qumran)
furono venduti come schiavi, ma i loro manoscritti rimasero intatti sotto te
rovine del Tempio. Alcune decadi dopo, i cristiani gentili davano forma ad una
nuova religione, a quei tempi conosciuta come “la setta di Paolo”. La sua
dottrina sembrava un ibrido sincretistico che pretendeva di attrarre un gran
numero di persone. Durante tre secoli crebbero nella clandestinità, sino al 20
maggio del 325 d.C., quando Costantino, influenzato da una supposta visione,
legalizzò il Cristianesimo. A partire da allora si aprì una tappa sanguinolenta,
un periodo oscuro, in cui le violenze commesse dagli eserciti cristiani erano all’ordine
del giorno. Tra queste si distingue l’incendio della biblioteca di Alessandria,
che il Patriarca di Costantinopoli, San Giovanni Crisostomo descrisse così: “tutte le vestigia dell‘antica filosofia e la
letteratura del mondo antico sono sparite dalla faccia della Terra “. Il
buio abbracciò l’Occidente. L’istruzione, che secondo i gerarchi era terreno
fertile per le eresie, venne proibita e il Vecchio Mondo cadde nelle tenebre.
In tal modo la patriarcalizzazione della Chiesa fece un passo in più nell’assunzione
dei modelli imperiali dominanti e le antiche conoscenze vennero gettate alle
ortiche. L’Arte, la filosofia, la letteratura secolare, l’astronomia, la
matematica, la medicina, incluse le relazioni sessuali si convertirono in tabù.
Anche quella che in assoluto era la vera dottrina del leader giudaico Gesù,
venne manipolata dai suoi continuatori.
Nascite
iniziatiche
Sei secoli dopo la distruzione del tempio, il profeta
Maometto, ispiratore del nuovo culto che iniziava ad estendersi in
Medio-Oriente, salì al cielo - secondo la tradizione - con la medesima roccia
che Abramo aveva consegnato a suo figlio Isacco per completare il mandato di
Yahvè, e che probabilmente giaceva proprio sotto il sancta sanctorum del Tempio
di Salomone. Nell’anno 691 d.C. si edificò il tempio musulmano conosciuto come la
“Cupola della Roccia” al di sopra dell’antico tempio giudaico di Salomone.
Trascorsi quattro secoli, nel 1071 d.C., Gerusalemme fu bruciata dai turchi e
non molto dopo nel 1099, gli eserciti devastatori cristiani di Papa Urbano II
conquistarono la città. Una settimana dopo, i Crociati elessero Goffredo di
Buglione come governatore della città, incarico che occupò fino alla sua morte nel
1100. In questa stessa data mori anche Urbano II e i crociati tornarono alla
loro terra d’origine. Knight e Lomas sospettano che dietro queste morti, quasi simultanee,
potrebbe essere esistita una sotterranea trama machiavellica con lo scopo di
“eliminarli” una volta completata la loro funzione. Man mano che gli
investigatori avanzavano nelle loro ricerche sembrava che il puzzle si
ricomponesse da solo. Uno dei tasselli fu propiziato dallo storico e scrittore
Dr. Tim Wallace Murphy, che dopo una conferenza sui Templari a Londra, incontrò
un anziano dall’aspetto distinto che gli si rivolse in francese e gli assicurò
di essere un discendente di Hugo de Payens. L’uomo gli spiegò che, al
compimento dei suoi 21 anni, il padre gli raccontò una millenaria tradizione
orale, secondo la quale, prima della nascita di Gesù, i sacerdoti del Tempio di
Gerusalemme dirigevano due scuole, una dedicata agli uomini e una alle donne. A
quei sacerdoti venivano attribuiti nomi angelici come, Miguel, Mazaldek o
Gabriel ed erano incaricati di trasmettere il linguaggio di Davide e Levi. Le
giovani di quella scuola, quando giungevano alla pubertà, venivano poste in
stato interessante dai sacerdoti e successivamente si sposavano con uomini di
provato onore (altri iniziati N.d.R.) che assicuravano al bambino l’educazione
alla tradizione. Al compimento dei sette anni venivano poi educati nel Tempio.
Secondo detta tradizione orale, una di queste vergini era Maria, che fu resa
madre da uno di questi sacerdoti il cui nome sacerdotale era quello dell’arcangelo
Gabriele. Successivamente gli venne proposto come marito Giuseppe, altro
iniziato, che da quel momento diventerà il padre di Gesù. Dopo la
crocifissione, la Chiesa di Gerusalemme, seguendo la tradizione del governo
essenico, si sostenne su tre pilastri: Giovanni, Pietro e Giacomo. Contrariamente
a quello che dicono i vangeli - secondo quanto spiegò a Wallace l’anziano - la
morte di Gesù non ebbe grande ripercussione sul popolo, diversamente da quanto
accadde al fratello Giacomo, il cui assassinio provocò un’autentica rivolta
popolare contro i romani. A causa di questi eventi i sacerdoti esseni fuggirono
in Grecia per poi disperdersi per tutta Europa. Nell’anno 600 d.C. ritornarono
alla città Santa dove nascondevano ancora alcuni del loro segreti, sotto le
rovine, in un intreccio di passaggi e gallerie, tra i quali le linee
genealogiche dei bambini educati dal sacerdoti del Tempio fin dall’epoca di Davide
e Aronne. Quei sacerdoti che giunsero a Gerusalemme dopo la morte di Giovanni
si raggrupparono sotto il nome di Rex Deus e riuscirono a sopravvivere alla
persecuzione giudaica, nel paesi dove si stabilirono mediante l’adozione di
pratiche religiose monoteiste. Tutto con un unico fine: perpetuare il lignaggio
sacerdotale e stabilire il regno di Dio in Terra. Questa fu la storia che il
francese (certamente un iniziate membro della massoneria, diretta erede
dell’ordine Templare ed Esseno) raccontò a Wallace-Murphy. I sacerdoti
sarebbero emigrati in Europa per mantenere intatto l’antico lignaggio, e niente
di meglio che farlo nel seno delle famiglie aristocratiche. Questo sarebbe
perfettamente logico in quanto i nuovi Templari che scavarono nel tempo dal
1118 al 1128 d.C. appartenevano a dette famiglie.
Morte
simbolica
Sebbene il racconto di Wallace presentasse risposte ad
alcune dette domande di Knight e Lomas, questi non disponevano di ulteriori
fonti di informazione al di là delle parole dell’anziano, sentendosi in obbligo
di verificarle. Poco tempo dopo ricevettero la lettera di un tale Russell
Barnes che afferma di aver conosciuto tempo prima, un musicista jazz, chiamato Sinclair
Trail, e un avvocato, che presentavano una curiosa coincidenza: entrambi
portavano un anello con incisa una colonna.
Per i ricercatori inglesi, la questione era chiarire se
questi gioielli erano anelli identificativi di Rex Deus. Consultarono quindi
Robert Brydon, esperto in templari scozzesi, che negò in termini assoluti la relazione
tra questo simbolo e l’Ordine del Tempio. Scartata l’Origine templare era da
appurare se il simbolo appartenesse all’Ordine Segreto di Rex Deus (sebbene le
cose siano collegate n.d.r.). Le piste parevano indicare che Hugo de Payens e i
suoi otto crociati studiarono un piano molto preciso ai tempi dello scavo sotto
il tempio. Il gruppo templare non era costituito da semplici cercatori di tesori
ma da depositari di consistenti segreti che potrebbero aver cambiato la
concezione storica del mondo.
I manoscritti della Chiesa di Gerusalemme scoperti da
questo primo nucleo templare, narravano la vita e le opere di Gesù in modo ben
diverso da quanto ufficialmente divulgato dalla Chiesa Romana. Quei documenti
presentavano il Nazareno come un leader regio e non come un Dio. E la cosa più
grave era che la resurrezione, secondo queste fonti, fu un errore
interpretativo di Paolo e la sua scuola. In realtà, l’origine del mito avrebbe a
che vedere con un antico rituate durante il quale i nuovi membri del gruppo
“resuscitavano vivi”. Quell’iniziazione consisteva nel fatto che il neofita “soffriva”
una morte figurata ed era avvolto da un lenzuolo bianco da sacrario. La
cerimonia continuava con il rito di resurrezione, una simulazione che li
convertiva in nuovi fratelli, membri della comunità. Questo rituale fu adottato
prima dai Templari e poi dal Massoni.
La
loggia de “I Perfetti”
L’archivio bibliografico sulla Massoneria del ricercatore
bosniaco Dimitrije Mitronovic sviluppò nuovi dati sui rituali di una società
segreta la cui origine risaliva all’epoca della costruzione del Tempio di Salomone.
Nella documentazione si menzionava un certo Sadok, che
secondo una leggenda giudaica fu il primo sommo sacerdote di Gerusalemme, e
colui che incoronò il Re Salomone. Egli potrebbe essere stato anche uno dei
fondatori del Rex Deus. D’altra parte i manoscritti del Mar Morto e altri documenti
antichi ritrovati nel XX° secolo, descrivono la storia di un gruppo chiamato
“Figli di Sadok”, che costituiranno in seguito la comunità di Qumran.
Secondo Knight e Lomas, questo gruppo apparteneva al
lignaggio sacerdotale Rex Deus. Nei libri di Mitronovic, si ricorda la leggenda
di come Re Salomone creò la Loggia della Perfezione, la cui prima riunione ebbe
luogo nella cripta del Tempio. La leggenda segue dicendo che il Tempio di Salomone
venne costruito secondo conoscenze antiche trasmesse ai giudei dai
sopravvissuti di una civiltà distrutta durante il Diluvio Universale. Avanzando
nello status, i nuovi fratelli della Loggia ricevevano un anello d’oro.
Per gli autori, questo rituale rappresentava la prova di autenticità
dell’Ordine segreto di Rex Deus, la cui origine risale al Tempio di Salomone.
In più, la cerimonia descritta nei documenti di
Mitronovic, spiega come i discendenti della Loggia della Perfezione accompagnarono
i principi cristiani nelle loro crociate in Terra Santa, e come, poco a poco, i
loro segreti furono seminati tra la nobiltà europea grazie alla Massoneria. E così
in avanti fino ai nostri giorni.
Dei e
Vergini, amore a prima vista
Quest’articolo
è stato gentilmente concesso dalla
rivista
spagnola Mas Alla e dallo stesso autore.
Hera
ne detiene i diritti per l’Italia
La storia che
l'anziano francese raccontò a Tim Wallace non è molto strana se consideriamo le
pratiche di altre culture le quali si riferiscono ai costumi sacri sessuali
legati al Tempio e ai suoi sacerdoti. Nel "Ramo Dorato" di James. G. Frazer
leggiamo che in Babilonia, il Santuario del Dio Baal si elevava sopra la città come
una piramide gradinata di otto livelli. L'ultimo di essi era un grande Tempio
(come le piramidi Maya N.d.R.) il cui interno aveva un letto tappezzato e
imbottito con una tavola dorata sul lato. Sembra che in quel luogo portassero
una donna scelta di proposito dai sacerdoti caldei, la cui missione era
incontrarsi nottetempo con la deità e giacere con essa nel letto nuziale. La
vergine selezionata fungeva pertanto da consorte del Dio e doveva astenersi
dall'avere relazioni con gli uomini mortali. Anche a Tebe, in Egitto, una donna
dormiva nel tempio di Amon con identiche funzioni e, come la consorte di Baal a
Babilonia non poteva avere contatti con nessun altro. Nei testi egizi è frequente
trovare la sposa divina che godeva di una posizione speciale, tanto importante
quanto la regina d'Egitto. I futuri monarchi, secondo la tradizione, venivano
generati dallo stesso re impersonificante il Dio Amon, che si univa
sessualmente con l'eletta. La procreazione divina o teogamia (cfr. articolo su
Alessandro Magno in questo numero) è stata rappresentata sui bassorilievi dei templi
egizi a Deir el Bahari e a Luxor. È noto che questa tradizione era molto
diffusa nell'antichità: Secondo il racconto eviscerato a Tim Wallace dall'anziano,
una giovane vergine di nome Maria sarebbe stata scelta da Dio, rappresentato da
un sacerdote di nome Gabriele, per avere un figlio da lei. Il bambino, Gesù,
sarebbe entrato al Tempio a sette anni e sarebbe stato considerato come figlio
di Gabriele quale rappresentazione di Dio. In seguito Maria si sposò con un
uomo di ottima reputazione per dare una famiglia a questo bambino ed averne
altri. Senza dubbio. la differenza tra Maria e le elette d'Egitto è che la
prima non aveva alcun potere politico in Israele nel corso della sua vita. Da
parte sua Laurence Gardner nel suo libro "La linea di Sangue del Santo
Graal" (Newton Compton - 1997), cita il Vangelo di Filippo come fonte per
affermare che la maternità di Maria era di origine completamente umana e non
soprannaturale, come invece ci è stato insegnato per 2000 anni. In questo
vangelo si dice: "qualcuno dice che
Maria generò per opera dello Spirito Santo. Sono in errore, non sanno quello
che dicono" in un'altra opera; nel libro di Giacomo, che si suppone
scritto dal fratello di Gesù, si narra come Maria fosse una delle sette
"Almah" o Vergini, consacrate al servizio del Tempio di Gerusalemme.
Questa informazione potrebbe rafforzare l'idea che una di queste vergini
concepirà e darà alla luce un figlio, generato da un sacerdote secondo i
modelli dell'antichità; e ciò concorderebbe con la versione data da Tim Fallace
Murphy.
Javier
Sierra
QUARANTENA
COSMICA
di Paul Roland
Parla
Robert Temple, autore de “Il Mistero di Sirio”.
Il contatto
con una razza extraterrestre nell’antichità
è
come una fiamma accesa nel passato dell’Uomo
per
favorire la sua evoluzione
Tra i sostenitori di un contatto dell’uomo con civiltà
extraterrestri, in un passato remoto, Robert Temple occupa un posto d’onore. La
sua esaustiva ricerca, pubblicata in origine nel 1976 con il titolo Il Mistero di Sirio (in Italia - Piemme
1999, corposa edizione riveduta e aggiornata), è stata purtroppo adombrata dallo
scarso equilibrio che negli ultimi venti anni hanno dimostrato molti ricercatori
di PaleoSETI.
Il valido studio scientifico di Temple si è rivelato una durevole
ispirazione per una schiera di scrittori quali Robert Bauval, Graham Hancock e
Colin Wilson che si sono avventurati nella ricerca delle origini della civiltà.
Temple, eminente studioso classico nonché membro della Royal Astronomical
Society, fu affascinato dalle ricerche degli antropologi francesi Marcel
Griaule e Germaine Dieterlen (cfr. News) su una tribù africana, i Dogon, la quale
sembra conoscesse da secoli che la stella del Cane Sirio fosse un sistema
formato da tre astri, dato poi confermato dagli astronomi solo nel 1995.
La sua compagna principale, Sirio B, era invisibile
persino al più potente telescopio, sebbene si sospettasse la sua esistenza sin
dal 1830. La tradizione dogon tramanda che la conoscenza di Sirio B e di altri
dati astronomici (come il fatto che i pianeti ruotano attorno al Sole, che la
Luna è asciutta e senza vita, che Giove possiede dei satelliti e Saturno gli
anelli, che le galassie ruotano a spirate, etc) sono stati rivelati ai
loro antenati da Uomini Pesce provenienti dalla terza
stella del sistema di Sirio quasi 5.000 anni fa.
I Dogon chiamavano questi Dèi Nommo e hanno inglobato le storie su di loro nelle cerimonie e nei
rituali
Gli dei
d’acqua
L’interesse di Temple in un possibile legame dei Dogon
con l’antico Egitto e la terra di Sumer si intensificò quando comprese che gli
antichi Egizi consideravano sacre Sirio, la stella del Cane, ed Iside, la
principale dea dell’ antico Egitto, sorella-moglie di Osiride, spesso associata
a questa stella e rappresentata con due dee minori, suggerendo che gli Egiziani
sapessero che Sirio era un sistema stellare triplo.
Tate conoscenza non era incorporata nei loro geroglifici
ma riservata agli iniziati. Temple rimase anche colpito dal fatto che i
Babilonesi, che assorbirono Sumer nel loro impero nel 2.000 a.C., credevano che
la civiltà fosse stata fondata da dei in forma di pesce sotto la guida di un
capo chiamato Oannes, un nome
sorprendentemente simile al termine maya "Ooana", che significa "colui che dimora nell‘acqua".
Mentre Temple ammette prontamente che vi sono ancora molte questioni senza
risposta sulle quali possiamo solamente speculare, rimane convinto che un
numero di atterraggi simultanei da parte di una razza tecnicamente avanzata di
extraterrestri si verificarono nell’antico Egitto e a Sumer intorno al 3.500
a.C.
Questi visitatori aiutarono i nostri remoti antenati a
stabilire la prima civiltà.
Ma com’era in grado Temple di fare differenza tra i
resoconti di extraterrestri nell’antichità e gli elementi puramente mitologici
preservati nelle culture delle lontane terre di Sumer, Egitto e Africa Occidentale?
“Il
consistente ammontare di dati numerici altamente specifici e informazioni
astronomiche che tali culture avevano conservato, mi convinse che non avevo
semplicemente a che fare con mitologia pseudo-religiosa. Ero in grado di
dimostrare che la gran parte di tali asserzioni era astronomicamente corretta.
Per esempio. essi avevano registrato l‘esatta natura di quella che ora
chiamiamo la Materia Superdensa. Descrivono anche accuratamente la superficie
della Luna e gli anelli di Saturno. E la loro affermazione sull‘esistenza di
una terza stella nel sistema di Sirio mi portò a profetizzare che gli astronomi
l‘avrebbero alla fine individuata come una nana bianca. La terza stella è stata
scoperta nel 1995, quando gli antichi ne conoscevano l‘esistenza già da
millenni senza l‘aiuto di strumenti“.
Contatti
diretti
Temple chiarisce il malinteso che lo vorrebbe assertore
di un contatto diretto tra i Dogon e gli extraterrestri. “Per quanto ne so, gli extraterrestri non scesero nel Mali. I Dogon non
hanno mai rivendicato contatti alieni, né io ho suggerito tale ipotesi. Quello
che affermo è che i loro lontanissimi antenati a Babilonia, Sumer ed Egitto
sembrano aver avuto dei contatti attorno al 3.500 a.C.
La
connessione con i Dogon proviene da studi indipendenti di vari antropologi, che
hanno tracciato una comunanza culturale tra queste antiche civiltà. La prova
più convincente di un legame è l‘uso di un vocabolario comune, particolarmente
per i nomi sacri. Ad esempio, i Babilonesi chiamavano le sacre montagne da cui
sorgeva il Sole ogni mattina con l‘epiteto di Mashu.
Ho
dimostrato che Mashu è un vocabolo importato dall‘antica parola egizia che sta
per "Scorgere il Sole".
Rimane comunque una domanda cruciale: quanto erano
avanzate le idee riguardanti ha natura dello spazio, la materia e i pianeti,
trasmesse dai visitatori ai nostri antenati, a loro confronto dei primitivi,
dando per scontato che non condividevano lo stesso linguaggio? “Questa è davvero una domanda interessante“,
ammette Temple, “Non abbiamo idea di come
comunicassero tali concetti o insegnassero ai nostri antenati quello che
reputavano adatto al loro sviluppo. Sappiamo che le entità che asserivano di
provenire da Sirio erano acquatiche o anfibie.
Ci è
ignoto se respirassero l’atmosfera terrestre o se fossero equipaggiati con
respiratori simili a bombole subacquee. Non è possibile ricostruire la loro
reale natura a distanza di cosi tanto tempo, ma conosciamo il loro aspetto
fisico poiché è descritto molto chiaramente negli antichi testi e nelle
tradizioni orali. Non ho il minimo dubbio che stiamo parlando di entità fisiche
piuttosto che spirituali osservate in visione, poiché la descrizione dei
dettagli e le loro azioni furono registrate dai nostri antenati. Per
riconoscere il valore di queste tradizioni basta esaminare la profusione di
dettagli che riguardano il veicolo spaziale.
La
tradizione dei Dogon distingue chiaramente tra la base orbitante o astronave
madre, più sofisticata e, i veicoli d ‘atterraggio. I Dogon dicono che quando i
Nommo apparvero, la prima cosa che i loro antenati videro fu una nuova stella,
che io ritengo sia la base orbitante. La descrivono mentre si contrae e si
espande.
Poi da lì
esce un altro velivolo che descrivono come un‘arca che discende con un rumore
potente tra polvere e fuoco — proprio l‘effetto tipico di un veicolo a razzo.
La tradizione è che i Nommo insegnarono all’uomo principi della civiltà come le
leggi e la coltivazione del grano, ma tennero il piede in due staffe stabilendo
dei centri sia in Egitto che a Sumer nel caso che uno dei due fallisse.
Ritengo significativo
che entrambi gli avamposti fossero stabiliti nei pressi dell‘acqua perché sia i
Sumeri che gli Egiziani parlano di visitatori con estremità da pesce. “Infatti i
Babilonesi, discendenti dei Sumeri, sottolineano il fatto che i loro “dei” si
ritiravano ogni notte nelle profondità acquatiche“.
Toccata
e fuga
Nei vent’anni dalla pubblicazione originate de Il Mistero di Sirio ha convinzione di
Temple di un contatto extraterrestre nell'antichità si è fortificata dopo aver
scoperto descrizioni di deità simili nei miti di altre culture, specialmente Cina
e Grecia.
Ma l’autore rifiuta la tentazione di speculare sul problema
se i visitatori affidarono o meno agli antichi una conoscenza tecnica avanzata
che è andata poi perduta. “Perché la
gente è cosi bramosa di credere che gli extraterrestri avrebbero affidato un
alto know-how tecnologico ai nostri antenati in confronto primitivi?” si
domanda.
“Come
mai una specie avanzata consegna dei computer ad una società istruita, ma pur
sempre primitiva? Io considero che loro ci abbiano proposto un grande piano.
Hanno creato presso i nostri antenati la prima civiltà e introdotto i principi
dell‘agricoltura e delle leggi, che a parer mio è un grande dono, più che se
avessero lasciato la cura per il cancro. È puerile e stupido pensare ad un
antico contatto extraterrestre come una sorta di missione intergalattica d‘aiuto.
Gli extraterrestri non sono della mentalità di impedire il corso naturale dell’evoluzione
né di comportarsi come entità soprannaturali con la missione spirituale di
portare l‘illuminazione ai selvaggi. Sembra invece che essi ci abbiano lasciato
alla prima fase del nostro sviluppo, permettendoci di continuare da soli il
cammino dopo essere stati introdotti agli alti principi della civiltà“.
Il
guardiano cosmico
È piacevole
incontrare uno scrittore colto e di ampie vedute che ama la sua materia, senza
essere per questo dogmatico e insistente sul fatto che “la verità è la fuori” e
che soltanto lui la conosce e sappia dove trovarla. “Non pretendo di detenere la
verità”, confessa. “Odio le sette, i culti e i guru e mi tengo a un chilometro
di distanza da chi professa di possedere tutte le risposte. Ma sono certo della
mia ricerca.
Non
accetto il fatto che i precedenti studiosi e scrittori fossero nel giusto, come
molti che lavorano in questo campo fanno. Non ho mai cominciato con dei
preconcetti, né ho dichiarato di spiegare una teoria preferita e selezionato le
prove perché calzassero. Non ho mai insistito nell‘aver ragione“.
Per
enfatizzare il concetto, nella nuova edizione de Il Mistero di Sirio, Temple
sfida i tradizionalisti e i revisionisti sull‘origine e lo scopo del più
enigmatico degli antichi monumenti, la Sfinge. Recenti ricerche dell‘egittologo
indipendente John Anthony West e del geologo Robert Schoch suggeriscono che la
Sfinge sia probabilmente un artefatto di una civilizzazione precedente
all‘Egitto dinastico e che fu scolpita con il volto di leone, non di un faraone
come gli egittologi sostengono. La controversia di West sul fatto che la Sfinge
sia più antica della data ufficiale del 2.400 a.C., sembra scaturire dalla
scoperta di Schoch che il monumento mostra tutti i segni di un’erosione da
parte dell‘acqua, ridatando in tal modo la costruzione ad un ‘epoca in cui
l‘area era quasi tropicale, più probabilmente tra il 7.000 e il 5.000 a.C.
“Potrebbe
essere esatto, ma nel loro incomprensibile entusiasmo di rigettare la visione
ortodossa hanno accettato l‘elemento speculativo insieme alle prove scientifiche.
Sono affascinato dal fatto che molta gente accetti ciecamente la conclusione
che la Sfinge può aver posseduto in origine il corpo e la testa di un leone,
mentre i loro occhi direbbero sicuramente che non ha affatto caratteristiche
leonine! Anche tenendo conto dell‘opera di restauro del faraone Kephren nel
2.500 a.C., non v‘è traccia alcuna di fattezze feline.
Non
esistono una coda di leone col ciuffo, caratteristiche tipiche dell‘animale o
traccia di dove possa esser stata la criniera. Più significativamente ha una
schiena perfettamente dritta che non è propria del leone, ma è compatibile con
il corpo di un cane.
Il mio
assunto è che la Sfinge fosse in origine Anubi accucciato - Dio dei Morti dalla
testa di sciacallo e figlio di Osiride.
È
generalmente accettato che le tre piramidi erano parte del culto di Anubi ed è
più probabile che la Sfinge abbia preso la forma di Anubi come guardiano del
sacro sito“.
Una
specie psicopatica
Se fosse vero che abbiamo avuto un contatto con
un’avanzata razza extraterrestre nell’antichità, perché la loro influenza è
stata cosi debole? Perché l’uomo moderno è cosi riluttante ad accettare l’esistenza
di una realtà più grande? “Questo solleva
una questione seria circa la natura della nostra specie. Dobbiamo solo ricordare
a noi stessi che in questi tempi cosi illuminati abbiamo avuto due guerre
mondiali e milioni di morti causati da un cosiddetto popolo civilizzato.
Forse un
contatto extraterrestre su larga scala non è avvenuto perché siamo considerati
da altre razze come una specie psicopatica e ci hanno relegato in una sorta di
quarantena cosmica. Noi potremmo essere un‘aberrazione, non loro.
Non
sarebbe sorprendente che altre razze siano caute nello stabilire un contatto
più ampio. Esistono all‘incirca cinque miliardi di persone su questo pianeta,
tutti dotati di un cervello ma che pochi sanno usare.
Questo
equivale ad avere nella testa chip di un computer Pentium ma di aver
dimenticato come metterli in funzione. Naturalmente, abbiamo la capacità di
elevare la nostra coscienza, ma la maggior parte di noi sceglie di dormire in
piedi nella vita“.
La
stella della Decima Luna
Un atterraggio su larga scala è quello di cui abbiamo
bisogno per svegliarci? Temple ne è convinto “Sono molto speranzoso sul ritorno di coloro che ci visitarono nei
tempi antichi. Gli extraterrestri dovevano padroneggiare l‘animazione sospesa
come elemento fondamentale dei viaggi interstellari.
È
improbabile che abbiano pianificato la loro visita alla Terra come un viaggio
di sola andata. Li immagino che ancora stiano orbitando là fuori in animazione
sospesa. Le mie speranze sono imperniate sul fatto che i Dogon dicono che la
nuova stella ha lasciato il cielo quando i visitatori sono ripartiti ed essa si
trasformò in quella che chiamano la stella della Decima Luna.
Tutte le
culture che ho esaminato ci rivelano che i visitatori si ritirarono verso le regioni
esterne del Sistema Solare. Con questa affermazione ci si può riferire
solamente a Phoebe - una delle lune di Saturno - la quale è l‘unica fra i suoi
satelliti ad apparire perfettamente rotonda e liscia come una struttura artificiale,
piuttosto che un corpo planetario. Questo mi fu confermato da uno scienziato
della NASA. Phoebe, inoltre, ha un ‘orbita altamente retrograda ed è la decima
in termini di grandezza. In tal modo Phoebe può assurgere letteralmente a
Stella della Decima Luna.
Non è
una coincidenza che la NASA abbia di recente inviato la sonda Cassini per
studiare le anomalie intorno Saturno. Quando giungerà nel 2004, è in apparenza
programmata per compiere ogni genere di manovre contrarie alle procedure
standard. Curiosamente, la natura della sonda Cassini non è stata mai
completamente rivelata.
La NASA
afferma di non aver deciso ancora come programmarla, cosa ridicola considerando
l‘enorme dispendio di soldi e pianficazione profuso in tale missione. Nel 2004
la NASA saprà la verità ma state pur certi che il pubblico non ne verrà mai a
conoscenza. Dovete solo osservare quanto sta accadendo con Marte e la
possibilità che un tempo sia esistita su di esso una forma di vita“.
Sembrerebbe
quindi che l‘unica cosa da temere sia la nostra reazione e non i visitatori
stessi. Dopotutto, la tua ricerca suggerisce che sono i fondatori di civiltà
evolute.
“Hanno
investito molto sul nostro pianeta -continua Temple - per
farci procedere sulla giusta strada, per cui è inconcepibile che distruggano il
loro "esperimento".
A spada
tratta
Vi scrivo per esternare il mio stupore ed imbarazzo per
la brutta figura (ed è un pacato eufemismo) offerta a milioni di spettatori da
TMC da Adriano Forgione, in quanto rappresentante di UFO Network. Mi chiedo
come sia potuto accadere.
Sono rimasto deluso (...) non come ufologi in senso
stretto, perché ciò non basta per niente a mettere in dubbio la mole di
materiale alla cui raccolta vi dedicate con passione sincera, ma da voi in
quanto ufologi in senso lato, nel senso di investigatori e verificatori, e in
un secondo tempo divulgatori, di quella realtà non facilmente verificabile
dalla stragrande maggioranza delle persone.
Non riesco a capacitarmi su come il caposervizio della
redazione di uno dei principali periodici nazionali di ufologia possa essere
caduto in modo così clamoroso in una trappola del genere (…). Forse è stata una
operazione di debunking con manipolazione di materiale mostrato, ma francamente
non arrivo a pensare che sia così. Non rimane che pensare alla poca serietà,
alla superficialità con la quale vi esponete.
(…) Spero che abbiate l’umiltà e la pazienza di dare una
risposta alle mie domande.
Roberto De Angelis
Risponde
Forgione:
questa è
una lettera passatami dagli ex colleghi di UFO Network, successiva alla
trasmissione “Stargate linea di confine” del 24.10.99, alla quale ho
partecipato e per la quale sono stato da più parti criticato. Ho risposto alle
prime critiche attraverso il bollettino telematico del CUN “La Rete “, ma
ripropongo la questione in questo contesto poiché ritengo sia un fatto dovuto.
Per
quanto riguarda l‘alieno nella piramide di Saqqara, avevo già prima della
trasmissione comunicato a Roberto Giacobbo che si trattava di una “bufala” nata
su Internet. Preciso che la mia presenza era stata richiesta non per parlare di
UFO ma di Atlantide. Infatti, se qualcuno ha potuto videoregistrarla, non ho
fatto minima menzione alla questione ufologica, limitandomi invece ad esporre
argomentazioni circa l‘esistenza di un terra ponte tra America e Vecchio Mondo,
non necessariamente da localizzarsi nell’Atlantico.
Pertanto
alle argomentazioni dell’egittologo Francesco Tiradritti contro l’aereo di
Saqqara (oggi non più esposto al museo del Cairo, ma “sparito” misteriosamente,
forse occultato perché scomodo) ho risposto avanzando teorie che fondavano il
loro valore su studi specifici e sui reperti “aerodinamici” della cultura
Calima della Colombia del I° secolo d.C. Ho riaffermato l‘esistenza di
Atlantide con queste parole: “questa civiltà fa parte della nostra storia, e come
tale deve essere considerata. Una realtà storica di cui dobbiamo riappropriarci”.
Questo
non vuol dire vedere UFO dappertutto, sebbene sia un sostenitore dell‘ESOGENESI
dell‘Uomo (l‘intervento di intelligenze esterne alla Terra, nel processo di
creazione umana). Se i geroglifici del tempio di SETI I mostrano veri aerei ed
elicotteri, o sono solo il risultato del caso, generati quindi dalla
sovrapposizione di iscrizioni di due periodi successivi (Seti I e Ramses II), è
una questione che non può essere risolta nell‘arco di una trasmissione, ma deve
essere portata avanti con l‘aiuto degli egittologi, in quanto studiosi in grado
di interpretare il geroglifico.
Tiradritti
in quell‘occasione presentò uno studio analogo a quello pubblicato in precedenza
da Zaki Hawass, e ripreso anche da diversi siti ufologici italiani ed
internazionali.
La mia
risposta finale di soddisfazione non era una dimostrazione di sottomissione ma
solo la disponibilità “in quanto giornalista” a prendere seriamente in considerazione
lo studio e presentarlo anche attraverso le riviste che devono occuparsi anche
di derimere un mistero e non solo alimentarlo.
Altrimenti,
nella ricerca dell’eccesso si rischi il ridicolo. Lo studio di Tiradritti è
solo una delle spiegazioni per quei bassorilievi, la risposta dell‘egittologia
ufficiale, se così si può dire, che deve essere valutata e considerata.
Questo
non vuol dire accettare ciecamente ogni risposta, ma continuare a studiare
attraverso una metodologia interdisciplinare, ogni indizio o reperto che non si
accorda con il paradigma corrente.
Ed è
quello che continuerò a fare attraverso questa rivista, sostenendo le opinioni
di chi voglia ricercare in questi campi. Difendo a spada tratta l‘interazione
tra uomini di questa Terra e altre intelligenze provenienti da “Oltre” (lo avrà
visto dagli articoli di questo numero), e sono convinto che questa interazione
abbia interessato anche le civiltà che ci hanno preceduto, ma attenzione, gli
UFO non sono dappertutto e soprattutto non in quei bassorilievi.
Mi
dispiace solo che il mio intento, motivato da uno slancio costruttivo, non sia
stato capito appieno.
Sperando
che “Hera” possa aiutare nella ricerca della verità, invito tutti a scrivere ed
aprire un costruttivo dibattito
sull’affascinante storia umana
Indirizzate te vostre lettere
a:
Hera
Via Monte Vettore 10
00012 Guidonia
Montecelio
(ROMA)