In
copertina, Albero dell'assemblea degli dei, Tibet, inizio del XIX secolo.
«Il
fine che ci siamo proposto - scrive Eliade - è quello di mostrare che cosa sono
i fatti religiosi e che cosa rivelano».
Nel
complesso labirinto dei fatti religiosi il lettore penetra a poco a poco,
acquista familiarità con le diversità culturali da cui essi dipendono, prende
contatto con le manifestazioni del sacro che si palesano a vari livelli cosmici
(il Cielo, le Acque, la Terra, le Pietre), nei fenomeni biologici (i cicli
vegetativi, i ritmi lunari, la sessualità), nei miti e nei simboli (il famoso
mito dell'eterno ritorno).
Il
Trattato, che a distanza di mezzo
secolo dalla stesura originale conferma sempre più il suo valore e la sua
permanente attualità, può leggersi da un duplice punto di vista: come
interpretazione fenomenologico-religiosa spesso suggestiva e stimolante, e come
documento del travaglio della cultura moderna, impegnata nella ricerca di un
più ampio e sensibile umanesimo.
Questa
nuova edizione, interamente riveduta e corretta, è preceduta da una Introduzione inedita di Pietro Angelini
e seguita da un'Appendice contenente
testi di Georges Dumézil ed Ernesto de Martino.
Mircea
Eliade (Bucarest 1907 - Chicago 1986) fu uno dei massimi storici delle
religioni del Novecento, professore a Parigi e a Chicago, è autore di una vasta
opera in buona parte tradotta nelle nostre edizioni: Tecniche dello Yoga, Il sacro
e il profano, Arti del metallo e
alchimia e, nella collana «Varianti», India,
Diario d'India e La biblioteca del mahārāja.
Ultimo titolo pubblicato: L'erotica
mistica indiana e altri scritti.
Prima edizione
nell'Universale Bollati Boringhieri 1976
Prima edizione nei «Saggi»
gennaio 1999
© 1976 e 1999 Bollati
Boringhieri editore s.r.l., Torino, corso Vittorio Emanuele 11 86 I diritti di
memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale
con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati
Stampato in Italia dalla Stampatre di Torino
ISBN
88-339-1136-5
Titolo
originale Traité d'histoire des religions
© 1948 Payot-Parigi
Traduzione di Virginia
Vacca, riveduta e corretta da Gaetano Riccardo
Mircea Eliade
Trattato di storia
delle religioni
Nuova
edizione
a cura
di Pietro Angelini
Bollati Boringhieri
IX Introduzione, di Pietro Angelici
XLV Prefazione
LI Nota
Trattato di storia delle religioni
3 1. Approssimazioni: struttura e morfologia del sacro
1. « Sacro »
e « profano », 3 - 2. Difficoltà metodologiche, 6 - 3.
Varietà delle ierofanie, 9 - 4. Molteplicità delle ierofanie,
12 - 5. Dialettica delle ierofanie, 14 - 6. Il Tabù e l'ambivalenza del sacro,
17 - 7. Il Mana, 2 1 - 8. Struttura delle ierofanie, 26 - 9. Rivalorizzazione
delle ierofanie, 29 - 10. Complessità del fenomeno religioso «primitivo»,
32
37 2. Il Cielo: dèi uranici, riti e simboli celesti
11. Il sacro celeste, 37 - 12.
Dèi australiani del Cielo, 40 - 13. Dèi celesti presso gli Andamanesi, gli
Africani ecc., 42 - 14. « Deus otiosus », 45 - 15. Nuove « forme » divine
sostituite agli dèi uranici, 49 - 16. Fusione e sostituzione, 51 - 17.
Antichità degli Esseri Supremi uranici, 53 - 18. Dèi del Cielo presso le popolazioni
artiche e centro-asiatiche, 57 - 19. Mesopotamia, 63 - 20. Dyaus, Varuna, 65 - 21.
Varuna e la sovranità, 68 - 22. Dèi celesti iranici, 71 - 23. Urano, 74 - 24.
Zeus, 76 - 25. Juppiter, Odino, Taranis ecc., 78 - 26. Dèi della tempesta, 81 -
27. I Fecondatori, 85 - 28. Lo Sposo della Grande Madre, 90 - 29. Jahvè, 92 - 30.
I Fecondatori si sostituiscono agli dèi uranici, 94 - 31. Simbolismo celeste,
97 - 32. Miti di ascensione, 100 - 33. Riti di ascensione, 102 - 34. Smbolismo
dell'ascensione, 105 - 35. Conclusione, 107
110 3. Il Sole e i culti
solari
36. Le ierofanie solari e
il razionalismo, 110 - 37. Solarizzazione degli Esseri Supremi, 112 - 38.
Africa, Indonesia, 115 - 39. La solarizzazione presso i Munda, 116 - 40. Culti
solari, 118 - 41. Discendenza solare, 120 - 42. Il Sole ierofanie e psicopompo,
121 - 43. Culti solari egiziani, 124
- 4. Culti solari nell'Oriente classico e nel Mediterraneo, 128 - 45. L'India:
ambivalenza del Sole, 130 - 46. Gli Eroi solari, i Morti, gli Eletti, 134
138 4. La Luna e la
mistica lunare
47. La Luna e il Tempo, 138
- 48. Solidarietà delle epifanie lunari, 140 - 49. La Luna e le Acque, 143 - 50.
La Luna e la Vegetazione, 145 - 51. La Luna e la Fertilità, 148 - 52. La Luna,
la Donna e il Serpente, 151 - 53. Simbolismo lunare, 153 - 54. La Luna e la Morte,
155 - 55. La Luna e Mniziazione, 158 - 56. Simbolismo
del divenire lunare, 160 - 57. Cosmobiologia e
fisiologia mistiche, 162 - 58. La Luna e il Destino, 164 - 59. Metafisica
lunare, 166
169 5. Le Acque e ^1
simbolismo acquatico
60. Le Acque e i Germi, 169
- 61. Cosmogonie acquatiche, 171 - 62. Ilogenie, 173
- 63. L'« Acqua della Vita», 174 - 64. Il simbolismo dell'immersione, 175 - 65.
Il Battesimo, 177 - 66. La sete del morto, 179 - 67. Fonti miracolose e oracolari, 181 - 68. Epifanie acquatiche e divinità delle
acque, 183 - 69. Le Ninfe, 185 - 70. Poseidone, Aegir ecc., 186 - 71. Animali ed emblemi acquatici, 188 -
72. Simbolismo del diluvio, 191 - 73. Sintesi, 193
195 6. Le Pietre sacre:
epifanie, segni e forme
74. Cratofanie
liriche, 195 - 75. Megaliti funerari, 196 - 76. Pietre fecondatrici, 199 - 77.
La «scivolata», 201 - 78. Pietre forate, «pietre del fulmine », 204 - 79.
Meteoriti e betili, 206 - 80. Epifanie e simbolismi lirici,
208 - 81. Pietra sacra, ompbalos, «Centro del Mondo»,
210 - 82. Segni e forme, 212
215
ù 7. La Terra, la
donna, e la fecondità
83. La Terra-Madre, 215 - 84.
La coppia primordiale Cielo-Terra, 216 - 85. Struttura delle ^erofanie telluriche, 218 - 86. Maternità ctonia, 222 - 87. Discendenza tellurica, 223 - 88.
Rigenerazione, 226 - 89. Homo-Humus, 229 - 90. Solidarietà cosmobiologica,
231 - 91. Gleba e Donna, 232 - 92. La donna e l'agricoltura, 233 - 93. Donna e
solco, 235 - 94. Sintesi, 236
239 8. La vegetazione.
Simboli e riti di rinnovamento
95. Saggio di
classificazione, 239 - 96. L'Albero Sacro, 242 - 97. Albero microcosmo, 244 - 98.
Albero-abitazione della divinità, 246 - 99. Albero cosmico,
248 - 100. L'albero «rovesciato», 249 - 101. Yggdrasil,
250 - 102. Epifanie vegetali, 252 - 103. Grandi Dee e vegetazione, 254 - 104.
Simbolismo iconografico, 257 - 105. Grande Dea-Albero della Vita, 258 - 106.
L'albero della Conoscenza, 261 – 107. I custodi dell'Albero della Vita, 262 -
108. Mostri e grifi, 264 - 109. L'Albero e la Croce, 266 - 110. Ringiovanimento
e immortalità, 268 - 111. L'archetipo dei semplici, 270 - 112. Albero - Axis Mundi, 272 - 113. Discendenza mitica da
una specie vegetale, 274 - 114. Trasformazione in pianta, 277 - 115. Relazioni
fra uomo e pianta, 279 - 116. L'albero rigeneratore, 280 - 117. Il matrimonio
degli alberi, 282 - 118. Il Maggio, 283 - 119. Il Re e la Regina, 287 - 120.
Sessualità e vegetazione, 288 - 121. I Rappresentanti della Vegetazione, 290 - 122.
Lotte rituali, 293 - 123. Simbolismo COSMICO, 295 - 124. Sintesi, 298
301 9. L'agricultura e i culti della fertilità
125. Riti agrari, 301 - 126.
Donna, sessualità, agricoltura, 303 - 127. Offerte agrarie, 304 - 128.
«Potenza» del raccolto, 305 - 129. Personificazioni mitiche, 308 - 130.
Sacrifici umani, 311 - 131. Sacrifici umani degli Aztechi
e dei Khond, 313 - 132. Sacrifici e rigenerazione,
316 - 133. Rituali finali, 318 - 134- I Morti e i
Semi, 320 - 135. Divinità agrarie e funebri, 322 - 136. Sessualità e fecondità
agraria, 325 - 137. Funzione rituale dell'orgia, 327 - 138. Orgia e
reintegrazione, 329 - 139. Mistica agraria e sote-riologia, 330
332 10. Lo spazio sacro:
tempio, palazzo, «Centro del Mondo»
140. Ierofanie e
ripetizione, 332 141. Consacrazione
dello spazio, 334 - 142. «Costruzione» dello spazio sacro, 337 - 143. 11
«Centro del Mondo», 340 - 144. Modelli cosmici e riti di costruzione, 344 145. Il simbolismo del «Centro», 345 - 146.
La «nostalgia del Paradiso», 347
351 11. Il tempo sacro e
il mito dell'eterno ricominciare
147. Eterogeneità del
tempo, 351 - 148. Solidarietà e continuità dei tempi ierofanci,
354 - 149. Periodicità, eterno presente, 355 - 150. Restaurazione del tempo
mitico, 358 - 151. Ripetizione non periodica, 360 - 152. Rigenerazione del tempo,
361 - 153. Ripetizione annua della cosmogonia, 363 - 154. Ripetizione contingente
della cosmogonia, 368 - 155. La rigenerazione totale, 370
372 12. Morfologia e
funzioni dei miti
156. I miti cosmogonici-miti esemplari, 372 - 157. L'uovo cosmico, 375
- 158. Che cosa rivelano i miti, 379 - 159. Coincidentia
oppositorum-modello mitico, 381 - 160. Il mito dell'androginia divina, 383 - 161. Il mito dell'androginia umana, 385 - 162. Miti di rinnovamento, di
costruzione, d'iniziazione ecc., 388 - 163. La struttura di un mito: Varuna e Vrtra, 391 - 164.
Mito-«storia esemplare», 392 - 165. Degradazione del miti, 394
398 13. La struttura dei simboli
166. Pietre simboliche, 398
- 167. Degradazione dei simboli, 401 - 168. In-fantilismo, 405 / 169. Simboli e
ierofanie, 407 - 170. Coerenza del simbolo, 409 - 171. Funzione dei simboli,
413 - 172. Logica dei simboli, 415
419 Conclusioni
APPENDICE
429 Prefazione
alla prima edizione francese, di Georges Dumézil (1948)
437 Mircea
Eliade a Raffaele Pettazzoni (10 febbraio 1949)
439 Prefazione alla prima edizione italiana, di Ernesto de Martino (1954)
443 Bibliografia
465 Indice degli autori
Pietro Angelini
Questo
libro è l'unico che Eliade non ha scritto « di getto »; paradossalmente è anche
l'unico in cui è ravvisabile una certa fretta nell'esecuzione: una «fretta» che
può, in egual misura, irritare o fascinare. Concepito a trent'anni, nel 1937,
iniziato nel 1940, il Traité fu
portato a termine solo all'inizio del 1948: undici anni abissali, quasi un'era,
per uno scrittore che prima della guerra procedeva al ritmo di dieci articoli
al mese e un libro all'anno. Eppure, come il lettore avrà modo di rendersi
conto, la lavorazione - nonostante due grosse e forzate soste - non subì alcun
rallentamento di ordine intellettuale (raramente il tormento e il dubbio hanno
intralciato la produzione scientifica di questo autore), registrando anzi negli
ultimi mesi un'accelerazione che lasciò alla fine lo scrittore stremato e che
oggi ancora provoca nel lettore una sorta di vertigine. Un libro, in altre
parole, meditato a lungo e costruito con arte, che supera indenne il cerchio di
fuoco degli anni più neri (per l'Europa e per l'uomo Eliade) ma che proprio
alle ultime battute si scompone un poco, nella morsa dei tempi editoriali: sono
gli ultimi capitoli - i più teorici - a risentire maggiormente dell'affrettata
confezione (e su questi puntualmente si attesteranno le sparute obiezioni
critiche che l'opera provocherà). A godere dei vantaggi di questa stesura trafelata
fu viceversa il lettore non addetto ai lavori: Eliade, come scrittore, dava il
meglio di sé quando era chiamato a esprimersi a tamburo battente, e anche in
questo caso la sua prosa anziché aggrovigliarsi nella furia si srotola e
avvince come un liscio serpente. E così abbiamo un libro bifronte, lento e
rapido, che appaga e stimola. Il caso è interessante, giacché paradossi del
genere sono frequenti nella storia dell'editoria e nella storia della
letteratura, ma non nella storia delle scienze. Vediamo prima le ragioni della
lentezza - relativa del resto, considerato che abbiamo davanti lo spartito di
una ouverture in cui è già concentrato tutto il pensiero di Eliade - e
cominciamo, come i lenti fanno, dall'inizio.
Il
1937 - quando il libro viene progettato, sia pure in termini vaghissimi - è
l'ultimo anno di moderata libertà per il popolo rumeno regnante Carol II, ed è
anche l'ultimo anno di pace per Eliade che è ancora libero di vivere ed
esprimersi all'ombra dei due protettivi alberi che la situazione politica e lo
status gli offrono: di giorno lavora al riparo delle istituzioni regie e del
prestigio che ha ormai acquisito con la fama d'indianista e il successo dei
romanzi, mentre di notte - senza dover cambiare abito - può abbandonarsi al
sogno che il visionario e determinatissimo Codreanu sta propagando tra i
giovani e gli intellettuali: un sogno che ha radici profonde nella cultura
rumena e che si avvale della diffusa nostalgia per la vita austera e cristiana
dell'antica comunità rurale oltre che di un clima di tenace resistenza al
timido processo di modernizzazione in atto nel paese. Eliade vive intensamente,
e senza contraddizioni, questo periodo di transizione e di crisi che gli
permette di godere dei favori della Corte e della simpatia della piazza. Anche
sul piano professionale, la sua posizione riflette i vantaggi della doppia
scelta: è docente incaricato di Storia della metafisica all'Università di
Bucarest e il suo «capo», il titolare della cattedra nonché maestro, è Nae
Ionescu, da molti ritenuto il massimo - o più propriamente l'unico - ideologo
della Guardia di Ferro. Un momento così propizio difficilmente poteva
ripresentarsi, ed Eliade, più o meno consapevolmente, aveva già deciso di
sfruttarlo. Forse avvertiva nella Destra che montava l'assenza di una teoria di
largo respiro, di una filosofia della cultura meno frammentaria e fragile di
quella abbozzata dal Maestro. Di fatto compie un passo che non gli sarà
perdonato dai colleghi d'università: insieme e accanto al lavoro più
strettamente specialistico comincia a coltivare progetti a carattere
«generalistico». Dopo quattro anni d'insegnamento prudente, circoscritto agli
argomenti che conosceva da solido esperto, d'un tratto cambia stile e annunzia
agli studenti che terrà un corso - per il successivo anno accademico - sul
«simbolismo religioso».
Non
è solo un programma, è una svolta: infatti - lo veniamo a sapere dalle sue
Memorie -[1] Eliade aveva messo in cantiere per il
1938, «un libro teorico sulla struttura dei miti e del simbolo», ovvero l'embrione
del trattato che abbiamo di fronte.
«Ma
il destino doveva decidere altrimenti»..., il corso fu sospeso e il progetto
del libro precipitosamente finì in un cassetto. L'acrobatica passeggiata di
Eliade sul filo teso della Storia, durata fin troppo, doveva bruscamente
interrompersi, e non per un piede in fallo, ma per l'arrivo di una tromba
d'aria. Com'è noto, quel che avvenne non è noto: si sa che Eliade ha preferito
tacere sulle vicende del versante «notturno» del suo passato rumeno, e si sa
anche fino a che punto estremo il suo silenzio è stato rispettato dai suoi
adepti e dai suoi protettori. Da una decina d'anni, tuttavia, anche questo muro
- d'insipienza forse più che di omertà - è crollato[2], e sia pure faticosamente e lacunosamente
il percorso compiuto da Eliade prima e durante la guerra è ricostruibile,
almeno per quel che ci interessa qui.
Il
1937 è l'anno in cui la Guardia di Codreanu esce dalla semiclandestinità e si
presenta alle elezioni sotto la sigla Totul
Pentru Tără («Tutto Per La Patria», ossia il nome che ha assunto
da qualche anno): il successo che ottiene - 66 deputati eletti, tra cui lo
stesso Eliade[3] - allarma e scompone il governo: il primo
ministro Calinescu proclama nullo il voto e dà il via (con il consenso del re)
a una disordinata «caccia al legionario». Sono giorni difficili per Eliade, che
negli ultimi tempi si era alquanto esposto, scrivendo cose grottesche sui fogli
del partito[4], e che si salva (fisicamente) solo grazie
al prestigio e al doppio binario su cui ha viaggiato. Dalla bufera tuttavia non
esce completamente illeso: perde il posto all'università (Ionescu è stato
arrestato), è costretto a subire imbarazzanti interrogatori e viene in tutti i
modi invitato a dissociarsi dal movimento, cosa che fa e non fa[5]: alla fine è «trasferito» nel campo di
concentramento di Miercurea Ciuc, dove lo attende con presumibile impazienza il
«capo». Si trattò comunque di una esperienza moderatamente drammatica, come
egli stesso ci riferirà: dopo sei mesi di « soggiorno obbligato » più che di
vera e propria prigionia, Eliade era di nuovo libero. Ma non libero di
riprendere, come se nulla fosse, la doppia e asprodolce vita di un tempo: ora,
dall'una e dall'altra parte ha qualche nemico (e qualche amico in meno). Il clima
rumeno, forse, non fa più per lui.
Segue
un periodo di stallo, i mesi passano e il progetto del grande libro resta
chiuso nel cassetto: Eliade sembra aver perso lo smalto e l'entusiasmo, si
impantana in un paio di lavori che non riesce a concludere, è indeciso se tornare
alla letteratura a tempo pieno... Confusamente capisce che è tempo di morire,
di cambiar pelle: ma questa morte iniziatica non può venire che dal superamento
di altre prove, di altri strappi dolorosi e necessari; deve, senza più indugi,
rinunciare al passato e al presente, vale a dire al suo Maestro e al suo Paese.
Solo a queste condizioni Eliade poteva - doveva - «diventare» l'autore del Trattato e del grappolo di opere che
immediatamente seguiranno.
Il
destino stavolta fu cavaliere, e crudelmente generoso: ridusse i problemi a uno
e lo risolse. Il 15 marzo 1940 Nae Ionescu, appena cinquantenne, muore per un
attacco cardiaco, lasciando un prezioso vuoto: nel senso che apre un varco
all'«uscita» di Eliade sia dal labirinto ideologico in cui si era evidentemente
perso sia - fisicamente - dalla Romania. Pochissimi giorni passano e già Eliade
è convocato da Rossetti, il più autorevole dei suoi protettori a corte, che lo
invita - «adesso che è morto Ionescu, niente la trattiene più in Romania... » -
a non lasciarsi sfuggire l'irripetibile occasione che gli verrà offerta: di
essere inviato a Londra come addetto culturale presso la legazione reale
rumena. Orfano spiritualmente (e politicamente) e per di più disoccupato,
Eliade coglie in effetti al volo l'opportunità e il 10 aprile è già in viaggio
per Londra, con il presentimento - nemmeno troppo vago - di lasciarsi per
sempre Bucarest alle spalle.
Anche
un'altra occasione Eliade - forse inconsciamente, certo opportunamente - colse
al volo, nel terremoto che s'avvisava: dimenticò tutto. Quei tre-quattro anni
che vanno dall'adesione al partito legionario fino alla partenza da Bucarest
scomparvero dalla sua vita, inghiottiti in un buco nero. Perché
meravigliarsene? Eliade non era un moralista, era un mistico; e come tale
impermeabile (almeno teoricamente) alle trafitture della memoria intesa come
ricerca autonoma di valori. Il problema semmai è un altro, e di ordine più
generale: per quali vie si è diffuso il contagio (specialmente nel mondo accademico
e tra gli addetti al lavoro editoriale) di questa greve forma di amnesia? Per decenni, i profili biografici e i
questionari degli intervistatori hanno rispettato, con sconcertante fissità,
questo mandato (apprezzato ma - a quanto risulta - non imposto dall'autore),
rafforzando con il pretesto della «discrezione » la legittimità e a suo modo il
fascino di questo buco nero.`[6] E se tutto ciò ha favorito
l'inostacolabile ascesa di Eliade, non ha altrettanto giovato alla sua
immagine: il silenzio, alla lunga, ha finito con l'insospettire - forse
oltremisura - anche i critici più disattenti e soprattutto ha esasperato i
migliori discepoli, la cui posizione si faceva ogni giorno più imbarazzante e
culturalmente difficile. È grazie a loro che Eliade, negli ultimi anni di vita,[7] ha recuperato una rata di memoria.
Una
rata, una soltanto, può sembrare poca cosa per lo storico, ma per l'adepto i
messaggi cifrati contenuti nel secondo volume delle Memorie (uscito peraltro postumo) costituirono un vero pacchetto di
rivelazioni ed indicazioni, utili in particolare alla ricostruzione della
genesi del Trattato e del Mito dell'eterno ritorno. Nei primi tre,
aggrovigliatissimi, capitoli di queste memorie - che si riferiscono appunto
agli anni in questione - Eliade ammette di aver compiuto un «errore», fatale e
tuttavia imprecisabile, perché su questo punto l'amnesia è ancora totale e il
processo di anamnesi é appena agli inizi (come sembra dirci, molto in codice,
il romanzo autobiografico Diciannove rose
uscito nel 1982). E aggiunge: se non avessi compiuto questo errore, forse il Trattato non avrebbe mai visto la
luce... Ora, è chiaro che Eliade non considera «un errore» le speranze che ha
nutrito nel programma della Guardia di Ferro; considera «un errore» la
«militanza» (eventuale!) in un movimento paramilitare come il legionario che si
era già macchiato di diversi crimini. Per entrambi i motivi, nel corso degli
interrogatori subiti nel '38, si era rifiutato di firmare una dichiarazione di
dissociazione dal movimento: l'unica, pesante responsabilità che egli si
addossa è quella di aver seguito fin troppo a lungo e ciecamente il suo Capo e
la sua politica. Di Ionescu dirà infatti nel succitato volume di memorie:
Direttamente
o indirettamente, tutti noi, suoi discepoli e suoi collaboratori, eravamo
solidali con le concezioni e con le opzioni politiche del Professore. La morte
di Nae Ionescu mi aveva profondamente colpito: (.... ) tuttavia, in un certo
senso, mi «liberava» dal nostro passato immediato, vale a dire dalle idee, dalle
speranze e dalle decisioni del Professore negli ultimi anni, con le quali, per
spirito di devozione, mi ero dichiarato solidale.[8]
Era
impossibile, per Eliade, scrivere il Trattato
e i suoi complementi all'ombra di Ionescu e della Guardia, nelle strettoie di
una visione del mondo che lasciava spazio soltanto alle fanfare assordanti e ai
colpi di mano e di coltello. Ed era impossibile scrivere questi libri in
Romania, in un paese culturalmente isolatissimo e povero di biblioteche e
d'interlocutori, che stava rotolando comunque verso la dittatura e sotto il
tallone nazista: un paese in cui non c'era spazio per la «storia delle
religioni».[9] Restava, certo, il dolore del doppio
strappo: ma da questo sfinimento - che toccò il punto più fondo ai funerali di
Ionescu [10]-, come accade ai rumeni di tante leggende,
Eliade trasse la materia e la spinta di una morte iniziatica.
L'idea-base
del Trattato, ci dice l'autore,
«balenò» chiarissima nella notte del 9 settembre 1940: la notte in cui Londra
subì il più spaventoso bombardamento della sua storia. Eliade era lì già da
qualche mese e aveva impiegato bene il molto tempo libero che l'incarico di
addetto culturale - in quei tempi una sinecura - gli lasciava, recandosi spesso
al British Museum e raccogliendo in quella straordinaria biblioteca gran parte
del materiale documentario che gli serviva per il libro e che non era riuscito
a procurarsi in Romania. Per gettarsi a capofitto nell'impresa, tuttavia,
occorreva evidentemente ancora una «scossa»; che arrivò, inattesa e tremenda
per tutti, come una morte collettiva, in quella notte del 9 settembre. Eliade
si trovava a cena a casa di un collega della legazione, quando l'allarme
scattato con le sirene lo costringe a scendere a precipizio in un rifugio
antiaereo. E qui, mentre si scatena l'apocalisse e la testa sembra scoppiargli,
rivede e rivive, come in un lacerato brevissimo film muto, le vicende decisive
degli ultimi anni - come sappiamo oscuramente rimosse - e insieme, nel preciso
momento, ha anche una «folgorante rivelazione » del libro da scrivere. Ma
lasciamo a lui la parola:
Annoto,
per il momento, l'idea fondamentale: le ierofanie, cioè la manifestazione del
sacro nelle realtà cosmiche (oggetti o processi che appartengono al mondo
profano), hanno una struttura paradossale, perché mostrano e camuffano allo
stesso tempo la sacralità. Seguendo questa dialettica delle ierofanie fino alle
sue ultime conseguenze (il sacro rivelato e nel contempo occultato nel Cosmo,
in un essere umano - esempio supremo: l'incarnazione -, in una «Storia santa»),
si potrebbe identificare un nuovo camuffamento nelle pratiche, nelle
istituzioni e nelle creazioni «culturali» moderne. Evidentemente, si sapeva che
le funzioni biologiche importanti (l’alimentazione, la sessualità, la
fertilità), le arti (la danza, la musica, la poesia, le arti plastiche), i
lavori e i mestieri (la caccia, l'agricoltura, le costruzioni di ogni genere
ecc.), le tecniche e le scienze (la metallurgia, la medicina, l'astronomia, la
matematica, la chimica) avevano avuto all'origine una funzione e un valore
magico-religioso. Ma io volevo mostrare che, anche sotto le sue forme
radicalmente desacralizzate, la cultura occidentale camuffava dei significati
magico-religiosi che i nostri contemporanei (con l'eccezione di alcuni poeti e
artisti) non sospettavano...[11]
Londra,
dopo quella notte, viene evacuata, ed Eliade si rifugia a Oxford, insieme alla
moglie e a molti sfollati: anche qui può disporre di una famosa biblioteca e di
ancora maggiore tempo libero. Quando l'anno finisce - e alla radio si ascoltano
notizie degli eccidi della risorta Guardia di Ferro - un capitolo del libro è
già stato steso e il disegno complessivo è già quello che leggiamo. Sarà - ha
deciso - «una vasta sintesi di morfologia e storia delle religioni», in due
volumi, e si intitolerà Prolegomeni alla
storia comparata delle religioni (e con questo nome, difeso da Eliade fino
all'ultimo, è il caso di chiamarlo anche qui, almeno per qualche pagina, nella
forma abbreviata: Prolegomeni). Ma a
questo punto dobbiamo fermarci, per cercare di vedere in che cosa consiste la
«folgorazione» del 9 settembre 1940.
Consiste
anzitutto in tre parole-chiave: ierofania, cosmo e storia santa. Sono concetti
che ora Eliade ha ben netti e che reggeranno l'intelaiatura dei Prolegomeni, la cui materia - è vero -
si avvarrà della descrizione di temi mitici già individuati in precedenti
opere,[12] ma si organizzerà anche lungo l'asse di
una visione globale e unitaria. Esito a definire invece parola-chiave il
termine «struttura», che è presente solo sulla carta e che Eliade non riuscirà
mai a convertire in nitido strumento euristico: resterà uno pseudo-concetto,
largamente parassitario e non utilizzabile a livello operativo. Al contrario
dei primi tre, che godono fin dalla formulazione di una autonomia sufficiente a
consentirci una piccola serie di considerazioni preliminari.
Il
termine ierofania è ormai entrato a
far parte - anche grazie alle opere di Eliade - del lessico delle scienze
religiose e perfino del lessico delle persone mediamente colte; e come succede,
l'uso troppo frequente e disinvolto ha appiattito e polverizzato il senso
specifico della locuzione eliadiana. La ierofania intesa come «una
manifestazione del sacro» riflette un uso improprio e teologico del termine
che, preso alla lettera, rischia di sottintendere una separazione tra lo studio
del «sacro in sé» e lo studio delle sue manifestazioni; e tra l'altro non
giustifica l'importanza che Eliade attribuisce alla introduzione di questa
parola-chiave nell'ambito della storia delle religioni. Nei Prolegomeni le ierofanie servono alla intuizione della «struttura
paradossale del sacro» che non solo si manifesta ma anche si camuffa nel
profano: e con ciò Eliade si crea le condizioni per portarsi al di là delle
concezioni del sacro elaborate sia dalla Scuola sociologica francese sia dalla
Scuola fenomenologica, e di partecipare (sia pure a distanza) al lavoro di
scavo iniziato qualche anno prima da Caillois e dal Collège de sociologie. Il
sacro cioè come paradosso, come il prodotto del corto circuito attivato da ogni
forma di coincidentia oppositorum. E
qui però Eliade si ferma: non va oltre. Lo «sfondamento» nel sincronico rischia
di compromettere il suo modo, nostalgico, di essere nel mondo, rischia di «sradicarlo»
definitivamente. Nel 1940 ha rinunciato praticamente a tutto: ma non al Tutto
delle origini.
Da
questa evidente impasse Eliade esce
facilmente, ma facendo marcia indietro per quanto riguarda il rigore
metodologico: «diacronizza» l'opposizione tra sacro e profano, spostandola sull'asse
dell'opposizione tra il «prima» e il «dopo». Il risultato (che può essere
compreso solo da chi è impegnato nell'esperienza del sacro) è un'adialettica
opposizione tra un sacro «assoluto» e un sacro «relativo» o misto e cioè degradato. A questo punto viene da
chiedersi come mai Eliade continui a parlarci di «strutture»: l'impressione
(non solo mia) è che usi il termine, dai Prolegomeni
in poi, nell'accezione fenomenologica, e precisamente rifacendosi alla definizione
già di per sé sommaria di Van der Leeuw: «(...) possiamo descriverla come il
tracciato di un piano entro quel groviglio di linee caotiche detto realtà. Tale
piano si chiama struttura, e la struttura è una coesione, né unicamente
sperimentata, né unicamente astratta per via logica o causale, bensì capita»[13]; dove l'ultima parola va intesa
naturalmente nel senso diltheyano, «afferrata, compresa con partecipazione».
Comunque è anche vero che col tempo Eliade si è reso conto degli equivoci che
il termine poteva generare e lo ha sostituito con quello - appena più
appropriato - di «forma» con esplicito riferimento alla Urpflanze di Goethe, il vegetale primigenio riesumato anche dal
Propp.[14] Una forma «sospirata», più che presa a
modello, che fa scivolare l'autore indietro, all'antropologia religiosa
«degenerazionista» di Frobenius e padre Schmidt, senza con ciò dividerne le
chiusure ideologiche.
Ma
allora: perché Eliade definisce «storica» e non fenomenologica (o tipologica,
come dirà De Martino) l'indagine che compie nei Prolegomeni? Scorrendo i titoli dei primi capitoli - che sono anche
quelli che Eliade scrive più speditamente - sembra di trovarsi di fronte a un
rifacimento «popolare» (meno articolato, meno denso) del trattato di Van der
Leeuw, la Phänomenologie der Religion, uscito sette anni prima[15]; ma la somiglianza si limita alla scelta e
alla disposizione delle costellazioni tematiche e nemmeno dell'intero arco,
mentre all'interno il discorso procede con taglio e intento diversi se non
opposti: l'argomentazione di Van der Leeuw segue un tracciato « a ventaglio»,
dove le cratofanie si succedono secondo una progressione che riflette il grado
d'intensità del rapporto uomo-potenza, mentre Eliade traccia una successione di
«stalattiti» che illustrano la storia «discendente» di ciascuna ierofania, il
passaggio da un sacro assoluto a un sacro che si imbeve di profano. Se il primo
offre un panorama di vertiginosa coerenza, il secondo «narra» come fossero miti
le metamorfosi del sacro: perché per Eliade la storia del sacro non può essere
che una storia sacra.
«Un
fenomeno religioso - ci dice - risulterà tale soltanto a condizione di essere
inteso nel proprio modo di essere, vale a dire studiato su scala religiosa »,[16] e va bene: la storia delle religioni
secondo questo più che legittimo principio, non si può limitare a uno studio
delle religioni «nella storia», perché si svolge in un ambito liminale che sfugge all'osservazione
storica. Il problema è che Eliade non prende tale principio come un punto di
partenza per nuove escursioni, ma come punto di arrivo: in esso si «accomoda»,
e la ricerca si converte in un «ribadimento», spesso solenne, di ciò che è
stato già trovato, scoperto, in illo
tempore. Quella che noi chiamiamo metastoria o storia mitica, altro non è
che la storia stessa delle religioni. Sicché lo storico del XX secolo dovrebbe
- a rigore - limitarsi a ricostruire la storia esemplare elaborata dai popoli e
le culture che sono oggetto del suo studio, una storia che «si riduce
esclusivamente agli avvenimenti mitici accaduti in illo tempore e che non hanno mai cessato di ripetersi fino ai
nostri giorni»[17]. È così, ad esempio, che Eliade «spiega»
il simbolismo dell'axis mundi:
ricorrendo al mito guaranì della perfezione originaria; ed è così che spiega il
fenomeno del passaggio da una forma di religione a un'altra: evocando «la
possibilità, posseduta da ogni forma religiosa, di accrescersi, purificarsi e
nobilitarsi; possibilità per un dio tribale, ad esempio, di farsi, mediante
nuova epifania, il dio di un monoteismo (...)»[18]. Questo modo di procedere favorisce - è
vero - la germinazione quasi incessante di nuovi orizzonti e interessanti
associazioni, e qua e là di brillanti intuizioni - laddove, ad esempio, dice
che
si
scopre nella «storia» degli Esseri Supremi e delle divinità celesti un fenomeno
rivelatore al massimo grado per l'esperienza religiosa dell'umanità: queste
figure tendono a scomparire dal culto. In nessun luogo rappresentano una parte
dominante, perché altre forze religiose le hanno allontanate e sostituite:
culto degli antenati, spiriti e dèi della natura, demoni della fecondità,
Grandi Dee ecc. È notevole che la sostituzione avvenga quasi sempre a beneficio
di una divinità o forza religiosa più concreta, più dinamica, più feconda[19]
-
ma è anche un modo di procedere sottrattivo e assertivo, che tende a disanimare
ogni sorta di dubbio.
In
questa prospettiva, la storia delle religioni si autoconsacra non solo come una
storia sui generis, ma anche e
soprattutto come una «disciplina dello spirito», una campana di vetro entro cui
rifugiarsi, al riparo degli artigli della storia «umana», imprevedibile e
irripetibile, che fuori preme. Come in un gioco di specchi, la disciplina
finisce col funzionare come i dispositivi mitico-rituali che studia...
Un
ultimo punto, prima di passare al merito e alla confezione del libro.
Correttamente non ci parla di «religione» al maiuscolo (anche se la sua nozione
di homo religiosus è alquanto
totalitaria), ma di «religioni», al plurale; e altrettanto opportunamente non
si interessa a tutte le religioni (e
anche in ciò si distingue da Van der Leeuw e i suoi predecessori). Opera subito
- fin dal progetto iniziale - una netta distinzione tra le religioni cosmiche e le religioni storiche, e opta per le prime. Alle
seconde - vale a dire: l'ebraismo, il cristianesimo, l'islamismo - riserva uno
spazio minimo o qualche riferimento isolato (con una dovuta eccezione, come
vedremo fra poco), perché non rientrano nel quadro teorico che ha costruito sul
suo concetto di sacro: sono religioni «degradate», che hanno perduto il contatto
con l'idea di Cosmo, «cadendo» nella storia e rassegnandosi alla sua
razionalità. Al contrario delle altre e più antiche religioni - e qui l'elenco
sarebbe troppo lungo - che sono rimaste fedeli al mito delle proprie origini
ripetendolo e riattualizzandolo mediante il simbolismo rituale. A queste ultime
Eliade riconosce uno statuto «autentico», fondante, e ad esse affida il
«messaggio» che intende lanciare con i Prolegomeni.
Con
una importante eccezione, abbiamo detto: che riguarda il cristianesimo. In esso
Eliade ravvisa - con indubbia coerenza date le premesse sopra enunciate - due
anime: una cosmico-mistica, l'altra storico-razionale. La prima si manifesta
nel cristianesimo precostantiniano, nello gnosticismo, in alcune eresie
medievali e ancora nella religiosità popolare; la seconda ha pure lontane
radici, ma si rivela compiutamente solo a partire dalla Riforma: è il
cristianesimo che «con la sua polemica antipagana ha dissacrato il Cosmo»[20] e che resta fuori non solo dai Prolegomeni, ma dall'insieme degli
interessi di Eliade. A differenza del primo - il cristianesimo «cosmico» - che
ha un posto centrale nella sua opera e una presenza nei Prolegomeni che stranamente è stata poco notata.
La
nozione di cristianesimo cosmico, già prevista da Eliade - vedi il brano della
«folgorazione» - come la più alta espressione del concetto di ierofania, entra
con discrezione nella materia dei Prolegomeni,
spesso dietro i riferimenti alle credenze e alle pratiche «pagane» tanto
avversate o manipolate dalla Chiesa cattolica; ma è soprattutto attraverso il
ricorso costante a un ricco materiale folclorico (maneggiato dall'autore con
grande disinvoltura) che la nozione prende quasi di soppiatto il sopravvento
sulle altre. Il cristianesimo cosmico è per Eliade il cristianesimo primitivo
che sopravvive in vasta misura nelle campagne d'Europa e in special modo
dell'Europa orientale: a questo folclore religioso egli dà un'importanza che
oggi può apparire eccessiva dato il contesto, ma che il lettore del tempo -
ancora in parte influenzato dall'opera di Frazer e dei congeneri - giustificava
pienamente e il lettore di oggi comunque gradisce. Ma c'è di più: risondando
questo terreno oltremodo familiare, Eliade può «recuperare» il paese perduto e
in qualche misura il groppo ideologico che si porta ancora dentro e che «deve »
sublimare nel lavoro culturale. Da qui il passaggio successivo: è il contadino moldavo il principale testimone vivente
di questo cristianesimo allo stato puro, è lui che meglio di altri impersona «il
vecchio contadino dell'Europa orientale, con le radici che affondano ancora
nella Terra-Madre, eppure vicinissimo al Cielo».[21] In questo modo Eliade «salva» e depura
dalle scorie di ferro il sogno di Codreanu e al tempo stesso riesuma un tema
caro ai tradizionalisti rumeni e in primo luogo a Lucian Blaga «che vedeva
nella "cultura popolare folcloristica" - "più particolarmente
nelle creazioni anonime nate dallo spirito cristiano come in quelle provenienti
dalle eresie" - la fonte della creatività rumena».[22]
Come
padre Schmidt, Van der Leeuw e la maggior parte degli storici occidentali delle
religioni, anche Eliade considera il cristianesimo - sia pure limitatamente
all'espressione cosmica - il vertice del pensiero religioso dell'umanità: ma
giustamente non si spinge oltre quella che possiamo chiamare una
«constatazione». È possibile - ma non abbiamo le prove per affermarlo - che
all'inizio della compilazione dei Prolegomeni la pensasse diversamente: di
fatto c'è un passo, quasi in apertura di libro, che sembra più un appunto di
lavoro che un programma, in cui dice:
Si
potrebbe tentare di salvare, nella prospettiva del Cristianesimo, le ierofanie
che precedettero il miracolo dell'Incarnazione, valorizzandole in quanto serie
di prefigurazioni dell'Incarnazione stessa. Ne conseguirebbe che - lungi dal
considerare le modalità «pagane» del sacro (feticci, idoli ecc.) come tappe
aberranti e degenerate del sentimento religioso di un'umanità decaduta in
conseguenza del peccato - si potrebbero interpretare come tentativi disperati di
prefigurare il mistero dell'Incarnazione. Tutta la vita religiosa dell'umanità
- vita religiosa espressa con la dialettica delle ierofanie - sarebbe, da
questo punto di vista, null'altro che l'attesa di Cristo.[23]
Si
potrebbe...: ma non si può. In quel condizionale c'è il passato e il futuro di
Eliade, che è libero ora di decidere, se fare un monumento al vecchio contadino
moldavo o scrivere un buon libro, traducibile in molte lingue. E in fondo sa
che «il destino» ha già deciso per lui, in quell'anno zero che è stato il 1940.
Avevamo
lasciato Eliade in Inghilterra: è il 1941 e la sua posizione si è rifatta
scomoda e poco limpida. Il suo governo (presieduto dopo l'abdicazione di Carol
II dal generale Antonescu) si è schierato a fianco della Germania, per cui
Eliade si trova a rappresentare sia pure «a livello prettamente culturale» un
paese filonazista, e non è ben visto. Per sua fortuna il governo britannico
decide finalmente di rompere le relazioni diplomatiche con la sua Romania e la
legazione viene trasferita in un paese «neutrale»: il Portogallo di Salazar,
notoriamente amico dei rumeni.
Lisbona
è un soffice limbo, a confronto di Bucarest e di Londra: qui Eliade trova buona
accoglienza e potenziali interlocutori (conoscerà Ortega y Gasset, Eugenio
d'Ors, Carl Schmitt e il bizzarro Ghica, già incontrato a Londra), le migliori
condizioni per riprendere il lavoro dei Prolegomeni
e impostare Cosmo e Storia.[24] Non rinuncia però a rispolverare il suo
abito (poi dismesso) di opportunista in buona fede e trova anche il tempo per
scrivere una imbarazzante apologia di Salazar e della sua «rivoluzione ».[25] Qualche nube grigia torna ad addensarsi
dopo l'attacco a Pearl Harbor: nel 1942 fa un breve ritorno a Bucarest che si
rivela subito inopportuno; si rintana per una settimana in famiglia, evitando
di rivedere i vecchi e compromessi amici, e al momento di ripartire per Lisbona
compie una serie di gesti simbolici[26] che segnano il suo definitivo distacco
dalla patria. E un altro distacco si prepara: la moglie Nina, ammalata di
cancro, gli muore quietamente accanto, lasciandolo nello sconcerto. Dal lutto
Eliade esce a fatica, ma «esce» interpretando anche questa come una morte
simbolica, una nuova prova iniziatica nel labirintico cammino verso la
risolutiva resurrezione... E proprio nei mesi a cavallo tra il 1944 e il 1945
che, imponendosi ritmi e tempi «balzachiani», lo scrittore compie il massimo
sforzo di concentrazione sui Prolegomeni;
tanto che alla vigilia della partenza per Parigi - dove ha deciso di
trasferirsi su consiglio di Cioran e di Herescu - il libro sembra quasi finito.
Invece
non è finito, anzi deve essere riscritto da capo: in francese. E il primo e
oneroso lavoro che Eliade, appena arrivato a Parigi (nell'autunno del 1945), si
trova a dover affrontare. La richiesta gli viene da Dumézil, che da quando ha
conosciuto Eliade (due anni prima) si è assunto l'impegno di «lanciarlo» in
Francia. Come quasi tutti gli ammiratori di Eliade, anche Dumézil subisce il
suo fascino in modo acritico: è la «persona», con le sue sette vite, a sedurlo,
non l'opera (per la quale mostra più entusiasmo che interesse scientifico). Del
resto, non sono i confronti, le battaglie che cerca Eliade, specialmente ora
che è «un esule».
La
traduzione in francese dei Prolegomeni
si rivela meno estraniante e disutile del previsto: costringe Eliade a
escogitare uno stile più limpido e diretto, anche più soffice, che col tempo si
imporrà come una delle ragioni del suo successo. Inoltre la traduzione ha uno
scopo pratico, in quanto Dumézil ha deciso di affidare a Eliade un ciclo di
lezioni per la prestigiosa École des Hautes Études e l'argomento concordato
concerne il contenuto dei capitoli già stesi dei Prolegomeni. Fu un rito di passaggio questo, per l'autore e il
libro che stava crescendo, la cui fase liminale si aggrumò nella lezione
d'apertura, tenuta l'8 febbraio 1946. A ben altro pubblico - e livello - Eliade
era avvezzo in Romania, come ci racconta lui stesso, in un divertente passo
delle sue memorie, che si riferisce probabilmente al 1934:
Il
mio corso su «Il problema del male e della redenzione» continuava ad attirare
un pubblico considerevole. Avevo dedicato alcune lezioni al buddhismo, e mi
ricordo che una volta, dopo essere salito sulla cattedra e aver annunciato:
«Oggi esporrò la Legge delle dodici cause», la sala ebbe per un attimo un
fremito e poi piombò in un silenzio tanto innaturale ed estatico che esitai per
qualche istante, non sapendo come cominciare. Molti dei miei amici, ma anche
dei miei nemici, venivano ad ascoltarmi. Una volta, dopo una lezione sulle Upanişad, Emil Cioran venne nella
sala dei professori e mi disse che avevo parlato con una tale passione e un
tale ritmo che, se avessi continuato ancora dieci minuti, sarebbe esploso o si sarebbe
suicidato sul posto!...[27]
Il
1946 è anche l'anno in cui la compilazione dei Prolegomeni incontra qualche intoppo: è la prima e forse l'ultima
volta che vediamo Eliade in palese difficoltà[28] specialmente nella ristesura dell'attuale
terzo capitolo, quello sulle ierofanie solari. Ma sono difficoltà che Eliade
supera - sia pure in tempi per lui inconsueti - grazie al suo sistema
d'immersione, che consiste soprattutto in «orge di letture»: paradossalmente,
più il piano si allarga e il materiale documentario si moltiplica, più riesce a
padroneggiarlo.
E
alla fine dell'anno arriva il premio. Alla vigilia di Natale, Dumézil si
presenta all'Hotel de Suède, dove lo scrittore vive con la figliastra, con due
regali sottobraccio: ha letto (e corretto) la traduzione francese dei primi
nove capitoli del libro e ne è entusiasta, dice che è un libro che sarà presto
imitato, plagiato e derubato[29]; ne ha già parlato con Payot, che pare sia
disposto a pubblicarlo, magari con una prefazione dello stesso Dumézil. I due
doni sono carichi di potenza e prospettiva: l'anno che si apre, il 1947, sarà
effettivamente un anno fausto per i Prolegomeni:
mancano «solo» da scrivere tre capitoli (che diventeranno quattro),
l'introduzione e le conclusioni...
Ma
ormai Eliade viaggia a velocità di crociera: superati gli scogli (a noi ignoti)
del terzo capitolo, può procedere alla stesura dei capitoli che ha più chiari
in mente, sullo spazio e il tempo sacri. Tenendo presente che l'autore sta
contemporaneamente lavorando a due opere impegnative come il lungo articolo
sullo sciamanismo per la «Revue de l'Histoire des Religions»[30] e Le
Mythe de l'éternel retour, l'andatura si può dire sostenuta: il 9 dicembre
il dattiloscritto è sul tavolo di Payot, anche se mancano (ma l'editore non lo
sa) ancora due capitoli da scrivere. Il giro di due giorni e il libro è
accettato, sarà pubblicato subito, ma a due condizioni: il titolo va cambiato,
è troppo vago e severo (sarà Payot in persona a trovare e imporre quello
definitivo), inoltre la data di consegna della parte ancora «da rivedere» è
improcrastinabile, il 15 del mese successivo al più tardi. Eliade non ha
scelta, e con la promessa di un congruo anticipo sui diritti accetta, a denti
stretti, entrambe le condizioni.
Cinque
settimane per completare un libro fin lì meditato e costruito nel corso di
otto, dieci lunghissimi anni! Una follia, ma anche una esperienza irripetibile,
un'altra sfiaccante «prova» che Eliade non si fece sfuggire... Cinque settimane
di lavoro frenetico, di notti insonni, di continui e inevitabili rimandi a un
volume «complementare» da far seguire, per scrivere proprio i capitoli più
teorici, nonché le pagine introduttive e conclusive, e rileggere e rivedere il
tutto, cinque o seicento cartelle, le note: un tour de force memorabile e stravolgente (per l'autore e per il
libro), che si concluse in data 24 gennaio 1948, con le seguenti parole sul Giornale: «Finalmente ho terminato
l'ultimo capitolo dei Prolegomeni»[31]. Il sollievo è tale, che Eliade può
digerire con relativa calma la notizia che gli giunge qualche tempo dopo, e
cioè che Payot è costretto - per la mancanza di carta - a far ritardare di
alcuni mesi l'uscita del Trattato.
Ora,
sono tre gli interrogativi - che pure il lettore certamente si pone - a cui
dobbiamo in qualche modo rispondere. Intanto: come esce il libro da questo
lungo e «tragittoso» viaggio, da Bucarest a Parigi? Secondo: l'opera
scientifica è uscita indenne dalla lotta finale con il tempo? Terzo: il nucleo
concettuale è rimasto lo stesso, rispetto alla folgorazione tanto enfatizzata (a posteriori) da Eliade?
Il
disegno dell'opera non ha tratto particolari vantaggi dalla estensione dei
tempi di lavorazione: ha la legnosità di tutte le ordinate classificazioni, e
se non fosse per la grande leggibilità delle rubriche, questo modo di procedere
un po' «vecchiotto» alla lunga potrebbe disturbare. L'ordine in cui si
succedono le ierofanie - uraniche, solari, lunari, acquatiche, litiche,
telluriche, biologiche, spaziali e temporali - non è tuttavia casuale e nemmeno
ci troviamo di fronte, come è stato detto,[32] a «un asse grossolanamente orientato dall'alto
in basso»: è semmai uno schema che sembra ricalcare modelli letterari, un descensus ad inferos descritto con lo
stupore degli esploratori di Jules Verne, che parte dalla più «pura» esperienza
del sacro (la sbigottita contemplazione del cielo stellato) per calare alla
fine nella terra intrisa di sangue. Uno schema tardo-ottocentesco, comunque,
non privo - per il lettore di oggi - di un vago effetto d'antan. Mancano degli anelli, questo sì: sorprende il non-risalto
di un tema «forte» come quello della regalità sacra, come invano cercheremo
nelle pieghe del discorso il suo «rovescio» e cioè il tema della rivolta contro
l'ordine cosmico. Sono esclusioni che Eliade non motiva, e nemmeno dichiara,
che rischiano di passare come implicite scelte ideologiche.
Maggiori
problemi pone allo studioso il modo con cui Eliade esegue il gigantesco lavoro
comparativo. Non si può tirare in ballo a questo riguardo la «fretta» - come è
stato fatto [33]- che pure c'è, ma non è la fretta delle
ultime settimane, è la fretta del generalista che deve per isolare una
«struttura» disporre del maggior numero possibile di esempi. Il metodo di
Eliade - se di metodo si può parlare - in questo senso è senz'altro «antiquato
», era già antiquato negli anni quaranta, perché non si discosta - se non nella
qualità - dal metodo dei grandi comparatisti di fine e d'inizio secolo. È lui
stesso del resto a ribadire nel 1951 che
lo
storico delle religioni giunge alla comprensione di un fenomeno solo dopo
averlo adeguatamente confrontato con migliaia
di fenomeni simili o differenti, solo dopo averlo situato fra di essi; e queste
migliaia di fenomeni sono separati gli uni dagli altri tanto nello spazio che
nel tempo.[34]
La
quantità degli esempi, in altre
parole, non è un'opzione, ma è insita
nella natura stessa dell'oggetto di studio, perché
la
stessa dialettica del sacro tende a ripetere indefinitivamente una serie di
archetipi, tanto che una ierofania realizzatasi in un certo «momento storico»
spesso si sovrappone, quanto a struttura, a una ierofania più antica - o più
giovane - di un millennio. E in base a questa tendenza del processo ierofanico
a riprendere all'infinito una stessa paradossale sacralizzazione della realtà
che noi possiamo comprendere un fenomeno religioso e scriverne la «storia».[35]
E
perciò, anche se Eliade ha effettivamente la tendenza che gli è stata
riconosciuta a risalire alle fonti principali, alle traduzioni migliori, e «a
privilegiare due categorie di elementi: le grandi religioni dell'Asia e le
tradizioni orali dei popoli senza scrittura»[36], tuttavia è costretto, come Frazer, a far
ampio ricorso ai testi delle letterature classiche e delle letterature popolari
o semicolte, che «sbaragliano» il lettore, più che informarlo. A ciò si
aggiunga che Eliade spesso si concede delle associazioni
che il lettore si vede consegnare «al posto» delle comparazioni: associazioni
che alludono e non indicano (vedi la frequenza con cui Eliade ci dice,
testualmente, che un certo uso «compare un po' dappertutto», o che un certo
fatto «ricorda» una serie di altri fatti ecc.), oppure associazioni che
indicano troppo e niente, lanciate come sono «a raffica» (un esempio, tra i
tanti: «In certi luoghi si fa alla dea tellurica l'offerta di bambini
seppelliti vivi; così in Groenlandia, se il padre è gravemente ammalato, si
seppellisce il bambino; in Svezia furono sepolti vivi due bambini durante
un'epidemia di peste; presso i Maya si facevano questi sacrifici quando
imperversava la siccità»)[37]. Ed è facile, ma anche inutile, insistere
su questo punto, che evidentemente nulla ha a che vedere con i tempi di
lavorazione.
Il
che non può dirsi a proposito della trasparente debolezza degli ultimi due
capitoli: è qui che la fretta non ha pagato. Il lettore esigente, che per il
lungo corso del libro ha pazientemente atteso lo sbocco o il quaglio della
misteriosa sostanza liquida che ha «sentito» scorrere e serpeggiare nel testo,
può rimanere deluso: la chiarificatrice teoria del mito e del simbolo che
Eliade gli ha promesso a partire dal primo capitolo (paragrafo 3) è ancora una
volta elusa, o meglio rimandata ad altra occasione (l'autore si impegna a far
seguire un «volume complementare»). Sicché i due capitoli, non aggiungendo
sostanzialmente alcunché di nuovo a quanto precedentemente esposto e più volte
ribadito, finiscono col risultare o di troppo o d'«insostenibile leggerezza».
Eliade - è vero - mette molta carne al fuoco in queste pagine d'interessanti
appunti, ma evita in tutti i modi di confrontarsi con gli apporti teorici dei
suoi contemporanei, che pure ben conosce. Così che il lettore può presumere di
trovarsi su un terreno insondato dai mitologi o su un terreno già delimitato
una volta per tutte che esclude a priori l'esistenza di un simbolismo non
religioso, con la conseguenza pratica di non poter disporre degli strumenti
necessari a una ricezione controllata e critica. Al lettore insoddisfatto si
può consigliare ora - visto che il promesso «volume complementare »[38] non è mai uscito - di integrare il Trattato con alcuni dei brevi saggi che
l'autore ha successivamente pubblicato[39], mantenendo in certa misura la promessa
del '48. Ma è giusto che sappia - il lettore - fin d'ora che la teoria
eliadiana del mito come modello archetipale non è del tutto originale: sembra
anzi largamente debitrice, almeno nei confronti dei concetti kerényiani di Gründung e Begründung, come aveva notato già nel 1953 Ernesto de Martino[40]. Scrive infatti il Kerényi in un famoso
saggio del 1941 (che Eliade nel Trattato
cita appena di sfuggita):
A
giusta ragione si è parlato della «vita per citazioni» dell'uomo dell'età
mitologica e a giusta ragione si è cercato di rendere chiara questa idea a
mezzo di immagini di cui non si potrebbe trovare nulla di meglio. Prima di
agire, l'uomo antico avrebbe sempre fatto un passo indietro, alla maniera del
torero che si prepara al colpo mortale. Egli avrebbe cercato nel passato un
modello in cui immergersi come in una campana di palombaro, per affrontare
così, protetto e in pari tempo trasfigurato, il problema del presente.[41]
Passo
che risuona nelle parole di Eliade scritte tra il 1945 e il 1947:
nel
particolare suo comportamento cosciente il «primitivo», l'uomo arcaico, non
conosce atto che non sia stato posto e vissuto anteriormente da un altro, da un altro che non era un uomo. Ciò che
egli fa, è già stato fatto; la sua
vita è la ripetizione ininterrotta di gesti inaugurati da altri. Questa
ripetizione cosciente di gesti paradigmatici determinati tradisce un'ontologia
originale...[42]
E
con ciò siamo già nel vivo del problema che ci aspetta da ultimo: la comparsa
nell'orizzonte eliadiano della figura del «primitivo». Assente dal quadro
balenato nel 1940, e sostanzialmente estraneo agli interessi dell'Eliade degli
anni rumeni, il «primitivo» assume nella scena definitiva del Trattato un inatteso ruolo di primo
piano (inatteso dico relativamente ai tempi, ma coerente rispetto alle
innovazioni in atto nelle scienze religiose). Il «primitivo» di Eliade,
tuttavia, è un primitivo sui generis:
non è soltanto quello riscoperto nel corso dell'immersione del 1940 nelle biblioteche
britanniche (determinante comunque per un trentenne che aveva letto
sull'argomento Frazer o poco più) e nemmeno è il soggetto storico[43] che sta emergendo dal processo di
decolonizzazione (che Eliade segue con occhio attento all'indipendenza dell'India);
è invece, più che altri, la terza incarnazione, dopo l'eremita orientale e il
contadino rumeno, dell'homo religiosus.
Il «mondo» dei primitivi, in tale prospettiva, è diverso dal nostro, è un
«cosmo»; e il pensiero dei primitivi è non altro che un pensiero religioso. Da
questo momento, Eliade tende anche a unificare le tre versioni
storico-geografiche dell'homo religiosus,
la triade anzidetta, in un solo concetto a cui dà il nome di arcaico; lanciando così - o meglio
rilanciando - un termine fino ad allora custodito come un tesoro dai dotti
tedeschi, ma destinato a espandersi, anche grazie a Eliade, nel vocabolario
medio-colto dei francesi e degli italiani. Il termine ricorre spesso nel Trattato, e dato che Eliade non si
preoccupa di definirlo, dobbiamo noi compiere un sforzo per cercar di intendere
quest'altra parola-chiave del suo pensiero.
A
prima vista il termine sembra scelto e usato con molta approssimazione, come la
risultante di un doppio gioco di sinonimi e contrari; si presenta cioè come un
aggettivo riferito a «uomo»: l'uomo « molto antico », che vive lontano
anni-luce dall'uomo « moderno », o l'uomo «pagano», che esiste libero in natura
e che - pur in una prospettiva paradossalmente cristocentrica - non si è fatto
incatenare come l'uomo della «tradizione giudaico-cristiana» sulla nave della
«storia ». Ma non è in queste dicotomie che si esaurisce il concetto: si vede
presto che Eliade con questo termine vuole scalare le cime abissali che il
pensiero tedesco ha racchiuso nel prefisso -ur.
Ossia quel filo invisibile, teso già da Goethe con il suo Urphänomen («il fenomeno originario»), che passa attraverso le dottrine
del simbolo elaborate da George Klages, per annodarsi all'etnologia e alla
storia delle religioni con la mediazione del concetto di Ursprung di Frobenius:[44] un filo che probabilmente Eliade individua
e raccoglie nelle pieghe del pensiero di Jung, autore tra l'altro nel 1930 di
un breve saggio su L'uomo arcaico.[45] Tuttavia, dal concetto junghiano di
archetipo prende subito le distanze: a Eliade interessa poco la «fondamentale»
unità dell'inconscio collettivo, per lui è fondamentale solo l'unità delle
esperienze religiose, che non è di ordine psichico, ma ontologico; E qui il passo ulteriore (e finale) diventa arduo: con
l'equazione arcaico = ontico, già presente nel Trattato, Eliade si trova faccia a faccia con Heidegger, e non
regge. I limiti della sua formazione filosofica[46] balzano spietati a impedirgli il passo, e
Eliade non può far altro che girare rigido intorno all'«ontico» come il fedele
gira intorno al tempio, definendolo e ridefinendolo con aggettivi (vero,
autentico, reale ecc.) sempre diversi e sempre uguali.
Altre
strade si aprivano, più praticabili, che pure non escludevano il ricorso al
concetto irrinunciabile (per Eliade) di «arcaico»... La più evidente l'autore
l'aveva già imboccata, seguendo - non pedissequamente - il solco tracciato da
Lévy-Bruhl e gettandovi nuovi semi. Eliade conosceva bene l'opera del filosofo
francese[47] e pur non amandola se ne servì spesso, in
particolar modo nel Trattato e più di
quanto non appaia dalle parche citazioni: dal nostro libro di fatto emerge,
senza la precisa volontà dell'autore, una nozione di «mentalità arcaica», che
non è solo complementare a quella di «mentalità primitiva», ma è anche più
spessa e articolabile. In altre parole, il Trattato
può essere letto come un radicale ripensamento, in chiave non naturalistica ma
fenomenologica, del mondo prelogico, che ne esce trasformato in «sistema». Un
sistema alternativo, in quanto frutto di un lavoro ermeneutico, al sistema che
di lì a poco avrebbe proposto Lévi-Strauss con il suo Pensiero selvaggio. Non era questa, sicuramente, l'intenzione di
Eliade, che comunque a differenza di Lévy-Bruhl si pone il problema dell'unità
ed estende all'umanità tutta il «tema» della scelta delle diverse
rappresentazioni dello spazio e del tempo: il quadro che viene a sovrapporsi
alla scala delle ierofanie si presta - per prospettiva e per respiro - a un
gran numero di applicazioni, superiore senza dubbio a quelle che offre il
lavoro pionieristico ma imbalsamatorio di Lévy-Bruhl. Senza contare che il
concetto eliadiano di «arcaico» finisce per risultare - quasi paradossalmente -
più preciso e forse più adeguato del concetto di «primitivo» di Lévy-Bruhl, che
lo usa ancora come un equivalente d'«inferiore»; mentre Eliade può (lo ha fatto
raramente, ma lo ha fatto) identificare il suo uomo arcaico con l'uomo neolitico.
È
questo un punto che il Trattato tocca
più volte, ma non sviluppa: ossia la religiosità cosmica come un prodotto
specifico della cultura del neolitico. È anche un punto d'inconsueta (anche se
sempre relativa) «solidità», che lascia di solito perplessi gli abituali
lettori di Eliade; ma è l'autore stesso che a molti anni di distanza ha
ripigliato l'argomento: «È grazie all'agricoltura che l'uomo ha afferrato
l'idea di ciclo - nascita, vita, morte, rinascita - che ha valorizzato la sua
stessa esistenza integrandola in questo ciclo cosmico».[48] Si tratta di una «scoperta» che risale - a
quanto ci dice l'autore - agli anni del suo soggiorno in India:
Ho
avuto la fortuna di trascorrere, poco prima della mia partenza, alcune
settimane in India centrale - fu in occasione (...) di una specie di caccia al
coccodrillo - tra gli aborigeni, dei Santali, ovvero dei preariani. E sono
rimasto colpito nel vedere che l'India affonda ancora radici profondissime non
soltanto nell'eredità ariana o dravidica, ma altresì nell'humus asiatico, nella cultura aborigena. Era una civiltà neolitica,
fondata sull'agricoltura, ovvero sulla religione e la cultura che
accompagnarono la scoperta dell'agricoltura, in particolare la visione del
mondo della natura in quanto ciclo ininterrotto di vita, morte, resurrezione:
ciclo specifico della vegetazione, ma che governa altresì la vita umana e
costituisce al tempo stesso un modello per la vita spirituale... Ho
riconosciuto quindi l'importanza della cultura popolare rumena e balcanica. Al
pari di quella dell'India era una cultura folclorica, fondata sul mistero
dell'agricoltura. Evidentemente, in Europa orientale le espressioni di ciò
erano cristiane; si credeva, ad esempio, che il grano fosse nato dalle gocce di
sangue di Cristo. Ma tutti questi simboli hanno un fondo molto arcaico,
neolitico. In effetti, ancora trent'anni fa, c'era, dalla Cina al Portogallo,
un'unità di base, l'unità spirituale solidale all'agricoltura e assicurata da
questa, e quindi dall'eredità del neolitico. Questa unità di cultura, per me,
fu una rivelazione.[49]
Una
rivelazione che trova la sua prima - non compiuta - espressione nel Trattato, e che deve aver posto l'autore
di fronte al classico bivio: gli si era aperta davanti una delle strade (forse la più impervia) per la comprensione della genesi storica delle ierofanie.[50] Non l'ha rifiutata del tutto, ma nemmeno
l'ha imboccata, a ennesima dimostrazione del suo non dogmatico antistoricismo:
e comunque ha voluto lasciarci un «segno» di questa liminale esitazione.
Il
libro comparve nelle vetrine dei librai parigini il 18 gennaio 1949: lo stesso
giorno editore e autore lo presentavano alla stampa.
Mi
rendevo conto - ricorda Eliade - dell'interesse e del valore di questo libro.
L'apprezzamento entusiasta di Dumézil e, in seguito, le lettere ricevute da
tanti studiosi che ammiravo, come pure le prime recensioni, estremamente favorevoli,
confermarono la mia fiducia nel destino del libro. Il Trattato andò esaurito, fu rapidamente ristampato e, alcuni mesi
dopo la sua uscita, la casa editrice Einaudi acquistava già i diritti per la
traduzione italiana. (Ma né io, né Gustave Payot potevamo immaginare, allora,
il successo che avrebbe incontrato presso i lettori e i critici, né il numero
delle lingue nelle quali sarebbe stato tradotto).[51]
Comincia
subito, dal febbraio dello stesso anno, la storia tutta in discesa della
fortuna del Trattato, che proseguirà
inarrestabile fino agli anni sessanta.
A
parte il caso Italia, che esamineremo tra poco, il consenso è unanime:
l'applauso più lungo viene da H. Corbin, H. C. Peuch, J. Wach , G. Bachelard e
P. Ricoeur; ma sono solo questi due ultimi - mi pare - a utilizzare il libro in
concreto.[52] Chi ha probabilmente argomenti validi da
avanzare a sfavore, tace. Ancora oggi non finisce di sorprendere il pesante
silenzio (diplomatico?) di un Kerényi[53] o di un Lévi-Strauss[54] Per leggere, a livello internazionale, una
esplicita e autorevole presa di distanza dal Trattato, bisogna attendere il 1968, quando la fama di Eliade è
ormai più che consolidata. Mi riferisco all'articolo per la IESS (Religion: Anthropological Study) redatto
da C. Geertz, che a proposito delle nuove tendenze relative all'analisi delle
forme simboliche osserva:
Forse
la strategia più diretta - certo la più disarmante - consiste semplicemente
nell'accettare le innumerevoli espressioni del sacro nelle società primitive,
nel considerarle come intrusioni reali del divino nel mondo e nell'individuare
le forme che queste espressioni hanno preso su tutta la Terra e nel tempo. Il
risultato consisterebbe nell'isolare le principali classi di fenomeni religiosi
considerati come autentiche manifestazioni del sacro - quelle che Eliade,
l'esponente principale di questo approccio, chiama ierofame - e seguire
l'ascesa, il predominio, il declino e la scomparsa di tali classi nei mutevoli
contesti della vita umana. Il significato dell'attività religiosa, il peso del
suo contenuto, viene scoperto attraverso una indagine scrupolosa, interamente
induttiva delle modalità naturali di tale comportamento (culto del Sole,
simbolismo dell'acqua, culti della fertilità, miti di rinnovamento ecc.) e
dello stesso Figlio di Dio, nel flusso della storia.
A
parte le questioni metafisiche (qui oltremodo intrusive), le debolezze di
questo approccio nascono proprio da ciò che ne fa la forza: una drastica
limitazione delle interpretazioni della religione al tipo che può essere prodotto
da una metodologia decisamente baconiana. Da una parte, questo approccio ha
portato, specialmente nel caso di uno studioso erudito e instancabile come
Eliade, alla scoperta di alcune estremamente suggestive combinazioni di certi
schemi religiosi con particolari condizioni storiche (...). Ma dall'altra
parte, ha posto al di là dell'ambito dell'analisi scientifica tutto quel che
non è la storia e la morfologia delle forme fenomeniche di espressione
religiosa. Lo studio delle credenze e delle pratiche tribali è ridotto a una
sorta di paleontologia culturale il cui solo scopo è la ricostruzione, a
partire da frammenti sparsi e deteriorati, dell'«universo mentale dell'uomo
arcaico ».[55]
Da
ciò si potrebbe dedurre che solo negli anni sessanta e solo nel settore
angloamericano degli studi di antropologia religiosa s'inizi a leggere in modo
più disincantato il Trattato, che dal
1958 ha cominciato a circolare anche in traduzione inglese. Il che non è vero:
perché c'è il caso Italia, troppo spesso ignorato. Di fatto già negli anni
cinquanta il Trattato era stato
sottoposto - in condizioni di relativa serenità - a un esame critico; in
particolare all'interno (forse troppo all'interno) del dibattito sul metodo
delle scienze religiose instaurato dalla cosiddetta Scuola romana.[56] Ma dobbiamo - per inquadrarlo - fare
qualche passo indietro nel tempo.
Eliade
si era fatto «scoprire» in Italia molto per tempo: negli anni trenta già godeva
della stima di Buonaiuti, Macchioro, Tucci, Pettazzoni, e perfino di Evola;[57] ma un giudizio esplicito sulla sua opera
non viene avanzato, almeno fino al 1948, quando è de Martino a rompere il
ghiaccio recensendo le Techniques du Yoga.[58] Da questo momento l'autore viene letto con
più attenzione ed entra a far parte dei riferimenti culturali di una vasta
cerchia di studiosi e non soltanto di specialisti dei singoli settori di
pertinenza. Questo soprattutto a partire dalla pubblicazione del Traité, che fin dai primi mesi del 1949
circola nelle sedi più appropriate e in quelle più disparate. Tra i primi a
riceverlo è Giovanni Papini, che lo consulta a lungo per il suo lavoro sul Diavolo, e che per lettera dirà
all'autore: «Ho seguito la Sua carriera. Nel mio studio, tra i libri di prima
qualità, tengo a portata di mano il Suo mirabile Traité d'histoire des religions e aspetto con impazienza il Suo Mythe de l'éternel retour. (...) Lei è,
oggi, ciò che Frazer è stato per la generazione più vecchia»;[59] formulando con ciò - forse
involontariamente - un giudizio non privo di sale.
Di
altro spessore, ma sempre per lettera e più che mai «a caldo» (datato 4
febbraio 1949) è il giudizio di Pettazzoni, che saluta il libro scrivendo:
Ecco
finalmente un Trattato di storia delle
religioni scritto da un punto di vista religioso! È quel che ci mancava,
anche dopo la Fenomenologia di Van
der Leeuw. Sin d'ora ci si può render conto dell'importanza della vostra opera,
mentre si aspetta il volume complementare, che si annuncia ancora più
interessante, da un punto di vista come il mio, più strettamente storico che
fenomenologico.[60]
E
si tratta, a ben vedere, di un giudizio già impeccabile e a suo modo completo:
nella stessa espressione gratulatoria il Pettazzoni da un lato dimostra una
volta di più la sua estrema tolleranza teoretica, dall'altro fissa subito
quello che è per lui il principale limite del libro, che va valutato per quello
che è, e cioè una «introduzione», largamente fenomenologica e sostanzialmente
provvisoria, priva di una propria autonomia, a cui deve far seguito una
trattazione storiografica. A questo «deve», Pettazzoni si abbarbica - facendoci
oggi sorridere - anche nella recensione al libro che scriverà poco tempo dopo.
Qui ovviamente il tono è diverso e qualche riserva si fa strada, pur tra i
molti (ma talvolta generici) apprezzamenti. Intanto, in attesa di quel Godot
che è il secondo tomo del Trattato,
ogni suo sforzo è concentrato sul reperimento dei «segni» che lo annunciano e
magari lo anticipano, e facendo esplicitamente ampio credito all'autore cerca
nel libro ogni possibile riferimento alla «storia» come lui (Pettazzoni) la
intende. Ad esempio nota che «già in questo primo volume la storia preme da
ogni parte, e l'Eliade non si limita allo studio fenomenologico delle
ierofanie, anzi traccia per ciascuna di esse una più o meno consistente linea
di sviluppo».[61] Più o meno consistente: ma a chi sta
parlando Pettazzoni? Non certo all'avveduto lettore della sua rivista, che sa
bene quale sia il suo concetto laico di storia. O a Pettazzoni sfugge (ma è
possibile?) che la storia eliadiana che si svolge per entro le ierofanie è
storia sacra o meglio - come suggerisce lo stesso Eliade - mito tout court? Prendiamolo come un
incidente di percorso, provocato dalle nebbie della diplomazia, e passiamo
oltre: sono nebbie destinate subito a diradarsi. C'è infatti un passo sui culti
solari che fa sobbalzare Pettazzoni: «Queste valenze [ctonio-funerarie] sono
evidenti nell'altra variante vedica del dio solare, Sàvitri, spesso
identificato con Sūrya; è psicopompo e conduce le anime alla sede dei
giusti. In certi testi, Sāvitrī conferisce l'immortalità agli dèi e
agli uomini; è lui che rende immortale Tvaştrī. Psicopompo o
ierofante (= colui che conferisce l'immortalità), la sua missione ci trasmette
un'eco indubitabile dei prestigi che appartenevano al dio solare nelle società
primitive».[62]
L'estrema
approssimazione di questo accenno comparativo è evidente, ma è la sua
perentorietà che disturba Pettazzoni. Tanto più che Eliade, quasi anticipando
la possibile reazione del «maestro », si affretta a precisare, in nota, che sta
parlando
beninteso,
di simmetrie tipologiche, non di relazioni "storiche". Prima della
storia, l'evoluzione, la diffusione, le alterazioni della ierofania, c'è una
struttura della ierofania. Data la scarsezza di documenti, è difficile - e per
il nostro assunto è superfluo - precisare in qual misura la struttura di una
ierofania fu in principio afferrata nel suo insieme e da tutti i membri di una
società data. Ci basta distinguere qui quel che una ierofania poteva significare, o non poteva
significare.
Candore
o iattanza? Accademicamente, Pettazzoni non calca la mano, ma nemmeno può fare
a meno di osservare che «portata così l'interpretazione sul piano delle
possibilità, essa si risolve in una scelta fra possibilità diverse, tutte
virtualmente opinabili, alcune più o meno autorevolmente opinate, ma senza un
criterio oggettivo che dia ragione dell'opzione».[63] La recensione si chiude con il
proponimento di Pettazzoni di ritornare in seguito sull'argomento; ma anche se
qualche occasione non mancò,[64] è solo negli ultimi mesi di vita che lo
storico riprende in esame il Trattato,
in quelli che usiamo chiamare Gli ultimi
appunti[65] e che risalgono all'autunno del 1959. I
tempi sono mutati, anche Pettazzoni è cambiato: quello che è rimasto lo stesso
- a dispetto delle aspettative - è Eliade, che nel frattempo non ha scritto il
secondo tomo del Trattato, ma ha
continuato ad approfondire i temi della seconda metà del libro in una serie di
articoli e volumi che ha largamente sconcertato Pettazzoni. Il vecchio storico,
con grande coraggio intellettuale, riprende il discorso interrotto e lo azzera:
Eliade ormai sta sulla sponda opposta alla sua, e il tono e gli argomenti sono
quelli di una battaglia culturale (che l'autore probabilmente ancora non voleva
render pubblica). Dato che pochi e saltuari sono, a questo punto di rottura, i
riferimenti al Trattato, non entro
nel merito di questi appunti, il cui spessore teorico ci costringerebbe a
toccare questioni di fondo che esulano dal quadro che mi sono prefisso. Va
comunque segnalato il contesto in cui viene ora, nel 1959, inserita l'opera di
Eliade: in una schematica storia della «sacrologia» della prima metà del
secolo, non accanto ai nomi di Kerényi e Van der Leeuw, ma a conclusione della
linea inaugurata da Frazer e che passa per Lévy-Bruhl, padre Schmidt e Jung. Il
che ci dice che Pettazzoni intendeva sì combattere le teorie di Eliade, ma non
certo «ridimensionare» l'autore.
Nel
frattempo, il Traité era stato
tradotto in italiano ed era uscito nella «collana viola» di Einaudi, ma solo a
termine di una lunga peripezia politico-editoriale. Cesare Pavese, direttore
per il 51 per cento della collana,[66] si era «innamorato» - pure lui - di
Eliade, e aveva fatto acquistare con gran tempismo i diritti del libro, come
abbiamo già visto pagine addietro. Ernesto de Martino - che funge da direttore
esterno - invece cerca di temporeggiare: preferirebbe puntare sul Mythe de l'éternel retour (che anche
Pavese ritiene migliore del Traité) o
meglio sul libro sullo sciamanismo che Eliade sta già preparando. Ma Pavese
finisce per avere la meglio, perché ha dalla sua l'argomento decisivo: ha
infatti fiutato subito che il libro «dato il titolo e l'impostazione, promette
di riuscire un gran successo editoriale. Dobbiamo pensare anche a queste cose».[67] Per cui de Martino cede, a patto che il
titolo esca senza la sciapa prefazione di Dumézil e con una sua prefazione: l'ormai collaudato
compromesso su cui si era innestata fin dall'inizio la collana. Il libro fu
affidato, per la traduzione, a Virginia Vacca[68] e, per la supervisione, allo stesso de
Martino. Il lavoro si annunciava di non facile esecuzione («non è difficile
come testo - osserva Pavese - ma è rognosissimo per il suo regime bibliografico
e per il modo delle citazioni») eppure fu condotto a tempo di record: alla fine
del 1949 era praticamente già pronto. Pavese accolse però la notizia con un
sorriso a denti stretti: perché proprio in quei mesi era scoppiato il «caso
Eliade».
È
un episodio più grigio che oscuro delle cronache politico-culturali del nostro
dopoguerra, nel momento in cui si apre la famelica doppia caccia alle streghe.
Nessuno sapeva fino ad allora chi era - cosa era stato - Eliade: tranne
Ambrogio Donini, lo storico del cristianesimo dirigente del PCI, assai dentro
al mondo diplomatico, e naturalmente i funzionari dell'ambasciata rumena in
Italia. Bastò un soggiorno a Roma di Eliade, nell'estate del '49, per far
accendere la miccia: trapelò subito la notizia del delicato incarico svolto a
Lisbona dallo studioso, in rappresentanza del governo filonazista di Antonescu,
e del suo poco chiaro passato rumeno. Era il minimo e il massimo che si poteva
dire su di lui, in quelle circostanze, ma più che sufficiente per mettere nei
pasticci la casa editrice: Pavese e de Martino - in questo caso solidali - si
trovarono a dover prendere pateticamente le difese di Eliade, per salvaguardare
la linea aconfessionale della collana dagli attacchi esterni e interni (C.
Muscetta e A. Giolitti avevano addirittura chiesto di far uscire dal catalogo
Einaudi tutte le opere del reprobo) e anche dalle intromissioni d'inopportuni
«soccorritori» (sul Traité avevano
messo gli occhi J. Evola e il suo editore Bocca, di Torino). Con il suicidio di
Pavese e l'inevitabile sbandamento della collana, i tempi naturalmente si
allungarono; ma il tempo giocò a favore di de Martino che alla fine l'ebbe
vinta. In piena estate 1954, come dire quasi clandestinamente, il libro uscì:
accompagnato, come previsto, da una succinta introduzione di de Martino.
Succinta,
ma non succosa. Delle tante prefazioni redatte da de Martino, è questa
certamente la più deludente e la più datata: quindi non ci chiederemo qui per
qual motivo l'editore abbia deciso di sopprimerla nelle successive ristampe.[69] Ha però il pregio indiscutibile - a
differenza delle «presentazioni» di cui godrà Eliade in Italia - di essere
scritta con l'inchiostro, e non con l'incenso. È vero: i riferimenti al Trattato in sé sono quasi inesistenti, a
de Martino interessa prima di tutto (e qui solamente) «inquadrare» l'opera
nella storia culturale recente e «avvertire» il lettore che il metodo di Eliade
non è filosoficamente fondato; per cui la prefazione assolve solo in parte il
compito che le è proprio, di offrire uno o più stimoli alla lettura. La mia
impressione è che de Martino abbia sostanzialmente «snobbato» il Trattato per molti anni[70] e che lo abbia preso in seria
considerazione soltanto alla fine della sua vita, nel corso delle letture
critiche eseguite per La fine del mondo.
È qui che il Trattato viene dato come
un testo esemplare, che deve molto alla Fenomenologia
di Van der Leeuw, e che più di quest'ultima è indicativo del modo di procedere
dei fenomenologi, che tende sempre a eludere ogni tentativo di ricostruzione
ierogenetica:
Dire
che per il primitivo sono significativi solo gli eventi che hanno un modello
metastorico (mitico), e che un evento è per il primitivo insignificante perché
non ha un precedente mitico, è un enunciare che le cose stanno così perché
stanno così, e un descrivere la coscienza mitica primitiva nella sua
limitazione: ma il vero problema ierogenetico è di far risultare in modo
necessario tale limitazione, comprendendone la funzione esistenziale, la
qualità culturale ».[71]
Sulla
scia dell'ultimo Pettazzoni e di de Martino, e cioè con estrema cautela se non
con diffidenza, si muoveranno in seguito gli altri storici delle religioni
nell'uso scientifico del Trattato:
dal tacito dissenso di A. Brelich alla netta ripulsa di V. Lanternari,[72] dal progressivo distacco di A. di Nola
alle avare aperture di U. Bianchi. La fortuna del libro in Italia ha messo
radici in altri campi del sapere: negli anni sessanta e settanta il Trattato troneggia incontrastato - tra
le opere di vario stimolo - nelle biblioteche dei teologi e degli filosofi,
degli psicologi e dei sociologi, dei demologi e perfino degli storici
dell'arte. Solo alla fine degli anni settanta il vento cambia, e cambia di
colpo: ma non sono i nodi teorici che vengono al pettine, è soltanto la
parrucca del «guru degli hippies» a volar via, con indispettito e spropositato
scandalo.
Il
dibattito - se così si può chiamare - che si accese in Italia vent'anni fa,[73] man mano che sempre più trapelavano le
informazioni sul passato rumeno di Eliade, non ha certo giovato alla già
sommaria valutazione dell'apporto scientifico della sua opera, e ha rischiato
più volte di aggrovigliarsi nella irrisolvente cultura del sospetto, quando non
è decaduto nella rissa tra vecchi fiancheggiatori e figli traditi. Ex eliadiani
confessi erano infatti Alfonso di Nola e Furio Jesi, da cui partirono i primi
sassi: ma se il primo ebbe il senso di non accanirsi sopra un corpo ormai
inerte, limitandosi a liquidare il Trattato
con un giudizio pesante ma legittimo,[74] il secondo arrivò a «smontare» lo stesso
libro per cercarvi (e naturalmente trovarvi) un nascosto messaggio
«antisemita». Dimenticava Jesi - per l'occasione tratto in inganno da un brano
del Journal[75] - una cosa che pure sapeva benissimo: che
in un libro-mondo quale è il Trattato
si può trovare di tutto, dall'elogio del martirio alla rivalutazione
dell'infanticidio, e che certamente alcuni di questi temi facevano parte anche della mistica legionaria, ma non
per questo esulano dalla storia delle religioni. Più in generale: la differenza
che esiste tra le concezioni non occidentali del tempo e il concetto di storia
che è proprio della tradizione giudaico-cristiana è un dato di fatto, non è
un'invenzione di Eliade (anche se è stato forse il primo a enfatizzarla); se poi
l'autore conferisce alle prime uno statuto ontologico e al secondo un
fondamento storico, si può al massimo rimproverargli di non essere un buon
filosofo o di essere un primitivista un po' indocentrico, non certo di essere
un filo-occidentale (sarebbe troppo).
Il
resto è storia recente, e non la tocco, perché un punto di particolare
importanza non mi è chiaro: siamo oggi effettivamente capaci di leggere Eliade
senza miti? Segni incoraggianti in questo senso, anche se timidi, non mancano,[76] e talvolta provengono da settori un tempo
fortemente impregnati di eliadismo magico. Ma viene anche da chiedersi se è
possibile - e se è davvero proficua - una lettura «demitizzata» di Eliade.
Questo autore è un pianeta immenso, per metà ancora sconosciuto (nel senso che poco
«studiate» sono ancora le sue ricerche sulle vie di salvezza - alchimia, yoga,
sciamanismo - il meglio forse che ci ha dato), e che misterioso resterà fino in
fondo; perché è uno storico di sé, della sua religione (se così si può
chiamare). Proprio per non ridurre Eliade a un Delvaux della storia delle
religioni, è forse venuto il momento di far saldare le sue due anime, il
«narratore» e l'erudito, e di riconoscere nella disposizione mistica l'elemento
che le infuoca. L'operazione, che in fondo è semplicissima ma evidentemente
poco rassicurante, potrebbe restituirci un Eliade nudo e «novo»: un grande
scrittore religioso senza toga, un testimone colto e prezioso di esperienze che
non possiamo continuare a «fissare» a distanza, nel documento etnografico.
La
scienza moderna ha riabilitato un principio gravemente compromesso da certe
confusioni del XIX secolo: la scala crea
il fenomeno. Henri Poincaré si domandava, non senza ironia: «Un naturalista
che avesse studiato l'elefante esclusivamente al microscopio, potrebbe
affermare di conoscerlo in modo sufficiente?» Il microscopio rivela la
struttura e il meccanismo delle cellule, che sono identici in tutti gli
organismi pluricellulari, e l'elefante è sicuramente un organismo
pluricellulare. Ma è soltanto questo? Su scala microscopica, si può ammettere
una risposta dubbiosa. Su scala visuale umana, che per lo meno ha il merito di
presentare l'elefante come un fenomeno zoologico, l'esitazione non è più
possibile. Allo stesso modo, un fenomeno religioso risulterà tale soltanto a
condizione di essere inteso nel proprio modo di essere, vale a dire studiato su
scala religiosa. Girare intorno al fenomeno religioso per mezzo della
fisiologia, della psicologia, della sociologia, dell'economia, della linguistica,
dell'arte ecc., significa tradirlo e lasciarsi sfuggire appunto il quid unico e irriducibile che contiene:
il suo carattere sacro. Certamente non esistono fenomeni religiosi «puri»; non
vi sono fenomeni unicamente ed esclusivamente religiosi. In quanto cosa umana,
la religione è insieme qualcosa di sociale, linguistico ed economico, non
essendo concepibile l'uomo all'infuori del linguaggio e della vita collettiva.
Ma sarebbe vano proporsi di spiegare la religione con una di queste funzioni
fondamentali che definiscono, in ultima analisi, l'uomo. Sarebbe vana pretesa
render conto di Madame Bovary con
tutta una serie di fatti - sociali, economici, politici -, reali, senza dubbio,
ma privi di conseguenza per l'opera letteraria in sé.
Volendo
rimanere nel nostro argomento, non neghiamo che il fenomeno religioso si possa
utilmente accostare da punti di vista diversi; ma importa anzitutto
considerarlo in sé, in quel che ha di irriducibile e di originale. L'impresa
non è facile, perché si tratta, se non di definire il fenomeno religioso,
almeno di circoscriverlo e di collocarlo entro il complesso degli altri oggetti
dello spirito. E, come ha osservato Roger Caillois all'inizio del suo brillante
volumetto su L'Homme et le sacré: «In
fondo, la sola cosa che si possa validamente affermare intorno al sacro in
generale, è contenuta nella definizione stessa della parola: sacro è ciò che si
oppone al profano. Appena si tenta di precisare la natura, la modalità di
questa opposizione, si incontrano grandissimi ostacoli. Per quanto elementare,
nessuna formula risulta applicabile alla complessità labirintica dei fatti».
Ora, nelle nostre ricerche, sono anzitutto i fatti che interessano, quella
complessità labirintica dei fatti che sfugge a qualsiasi formula e a qualsiasi definizione.
Un tabù, un rituale, un simbolo, un mito, un demone, un dio ecc., ecco alcuni
di questi fatti religiosi. Ma presentare i documenti in modo così lineare,
sarebbe semplificazione abusiva. In realtà, ci troviamo di fronte a una massa
polimorfa, e spesso anche caotica, di gesti, credenze e teorie, che formano
quanto potrebbe chiamarsi il fenomeno religioso.
Questo
libro tratta un duplice problema: 1) Che
cosa è la religione? 2) In che misura si può parlare di storia delle religioni? Essendo scettici
quanto all'utilità di una definizione preliminare del fenomeno religioso, ci
siamo contentati di discutere le ierofanie nel senso più ampio della parola
(ierofania = qualche cosa che
manifesta il sacro). Di conseguenza, potremo porci il problema della storia delle forme religiose soltanto
dopo averne studiato un buon numero. Un'esposizione dei fenomeni religiosi che
vada dal semplice al complesso, che parta cioè dalle ierofanie più elementari
(il mana, l'insolito ecc.) per
passare poi al totemismo, al feticismo, al culto della Natura o degli spiriti,
e quindi agli dèi e ai demoni, terminando infine con la nozione monoteistica di
Dio, non ci sembra per nulla adatta, se teniamo presenti i fini della nostra
ricerca. Simile esposizione sarebbe arbitraria, perché implica un'evoluzione
del fenomeno religioso, «dal semplice al complesso», e questa ipotesi non è
dimostrabile: non si trova in nessun posto una religione semplice, ridotta alle
ierofanie elementari. D'altra parte, tale esposizione sarebbe contraria al fine
stesso che ci siamo proposti: quello di mostrare che cosa sono i fatti
religiosi, e cosa essi rivelano. La strada che abbiamo seguito, se non è più
semplice, è almeno più sicura. Abbiamo cominciato la nostra ricerca illustrando
alcune ierofanie cosmiche attraverso la sacralità che rivelano, a diversi
livelli cosmici, il Cielo, le Acque, la Terra, le Pietre. Abbiamo scelto queste
classi di ierofanie non perché le riteniamo le più antiche (non poniamo ancora
il problema storico), ma perché la loro descrizione spiega, da una parte, la
dialettica del sacro, dall'altra, le strutture entro le quali esso si
costituisce. Per esempio, l'esame delle ierofanie acquatiche o celesti ci
fornirà del materiale documentario atto a arci capire: 1) il senso preciso
della manifestazione del sacro a quei livelli cosmici (il Cielo e le Acque); 2)
in quale misura le ierofanie uraniche o acquatiche costituiscano strutture
autonome, rivelino cioè una serie di modi complementari e integrabili del
sacro. Passeremo poi alle ierofanie biologiche (i ritmi lunari, il Sole, la
vegetazione e l'agricoltura, la sessualità ecc.), quindi alle ierofanie topiche
(luoghi consacrati, templi ecc.), infine ai miti e ai simboli Dopo aver passato
in rassegna una quantità sufficiente di tali documenti, saremo in grado di
affrontare, in un futuro lavoro, gli altri problemi della storia delle
religioni: le «forme divine», le relazioni fra l'uomo e il sacro, la
manipolazione del sacro (riti ecc.), la magia e la religione, le idee circa
l'anima e la morte, le persone sacre (il sacerdote, il mago, il re, l'iniziato
ecc.), le relazioni. che vi sono fra il mito, il simbolo e l'ideogramma, la
possibilità di fondare una storia delle religioni ecc.
Questo
non significa che esporremo ogni argomento separatamente, come si fa nelle voci
delle enciclopedie, evitando, per esempio, di trattare il mito o il simbolo nel
capitolo delle ierofanie acquatiche o lunari; tanto meno intendiamo impegnarci
a discutere le figure divine esclusivamente nel capitolo «Dèi» ecc. Al contrario,
il lettore sarà forse sorpreso di incontrare nel capitolo delle ierofanie
uraniche numerosi documenti relativi agli dèi celesti e atmosferici, o di
notarvi allusioni, perfino commenti, a simboli, riti, miti e ideogrammi.
L'argomento stesso ci ha imposto tale osmosi, costringendoci a interferenze
continue fra i contenuti dei diversi capitoli. Era impossibile parlare di
sacralità celeste tacendo delle figure divine che riflettono tale sacralità o
vi partecipano, tacendo di certi miti uranici o dei riti connessi col sacro
celeste, o dei simboli e degli ideogrammi che li ipostatizzano . Ogni documento
ci rivela, a suo modo, una modalità della sacralità celeste e della sua storia.
Ma, poiché ciascun problema viene discusso nel capitolo che ne tratta, non esiteremo
a riferirci al senso esatto del mito, del rito o della «figura divina» nel
capitolo riservato al Cielo. Parimenti, nelle pagine dedicate allo studio delle
ierofanie telluriche, vegetali e agrarie, interesseranno le manifestazioni del
sacro a detti livelli biocosmici, e l'analisi della struttura degli dèi della
vegetazione o dell'agricoltura sarà rimandata al capitolo che tratta delle
«forme divine». Questo però non ci impedirà affatto di alludere agli dèi, ai
miti, ai riti o ai simboli della vegetazione o dell'agricoltura nelle ricerche
preliminari. Questi primi capitoli si propongono di mettere in chiaro, per
quanto è possibile, la struttura delle ierofanie cosmiche, mostrare cioè che
cosa ci rivela il sacro, manifestato attraverso il Cielo, le Acque o la
Vegetazione ecc.
Facendo
il bilancio dei vantaggi e degli svantaggi del nostro metodo, credo che i primi
prevalgano notevolmente, per molte ragioni: 1) possiamo fare a meno di definire
a priori il fenomeno religioso;
tuttavia il lettore, scorrendo i vari capitoli del libro, potrà riflettere
sulla morfologia del sacro; 2) l'analisi di ciascun gruppo di ierofanie (Cielo,
Acque, Vegetazione ecc.), mettendo in chiaro in modo naturale le modalità del
sacro e facendo capire come si integrano in un sistema coerente, sgombrerà
contemporaneamente il terreno, preparandolo alle discussioni finali
sull'essenza della religione; 3) l'esame simultaneo delle forme religiose
«inferiori» e «superiori» farà risaltare i loro elementi comuni; eviteremo così
certi errori dovuti a un'ottica «evoluzionista» od «occidentalista»; 4) i
complessi religiosi non saranno troppo sminuzzati, ogni classe di ierofanie
(acquatiche, celesti, vegetali ecc.) formerà, a suo modo, un tutto, sia dal
punto di vista morfologico (si tratta infatti di dèi, miti, simboli ecc.) sia
da quello storico (la ricerca dovrà spesso estendersi a numerosi cicli
culturali, distinti nel tempo e nello spazio); 5) ogni capitolo metterà in
rilievo una modalità del sacro, una serie di relazioni fra l'uomo e il sacro,
e, interni a queste relazioni, una serie di «momenti storici».
In
questo senso, e soltanto in questo, il nostro libro può intitolarsi Trattato di storia delle religioni, cioè
nella misura in cui fa penetrare il lettore nella complessità labirintica dei
fatti religiosi, gli rende familiari le loro strutture fondamentali e la
diversità dei cicli culturali da cui dipendono. Ci siamo studiati di dare a
ciascun capitolo un'architettura speciale, talvolta anche uno «stile» suo
proprio, per evitare la monotonia che insidia ogni esposizione didattica. La
distribuzione in paragrafi mira anzitutto a semplificare i rinvii. La portata
del libro si può afferrare soltanto a prezzo di una lettura integrale, poiché
questo non è affatto un manuale di consultazione. Le bibliografie furono
concepite per stimolare le prime ricerche e non sono mai esaurienti, anzi
potranno essere talvolta insufficienti. Tuttavia abbiamo voluto ricordare i
rappresentanti del maggior numero possibile di concetti e di metodi.
Buona
parte delle analisi morfologiche e delle conclusioni metodologiche di questo
volume fu argomento dei nostri corsi di storia delle religioni all'Università
di Bucarest e delle nostre due serie di lezioni all'École des Hautes Études di
Parigi (Recherches sur la morphologie du
sacré, 1946; Recherches sur la structure des mythes, 1948). Solo una
piccola parte del testo è stata scritta direttamente in francese. La traduzione
dal rumeno è stata interamente riveduta e corretta dal mio dotto amico e
collega Georges Dumézil. Desidero esprimergli qui la mia profonda riconoscenza
per l'interessamento dimostrato a questo lavoro.
M. E.
Oxford,
1940
Parigi,
1948
Per le citazioni da lingue antiche diverse dal greco e dal latino si è seguita
nel presente libro una grafia semplificata.
th (iranico, antico scandinavo)
dh (iranico, antico scandinavo)
kh (iranico)
gh (iranico)
c e j
(sanscrito)
d, n, t (sanscrito)
h (sanscrito)
m (sanscrito)
r (sanscrito, avestico, indoeuropeo)
ś (sanscrito)
s (sanscrito)
š (iranico)
sh
th aspirato aspro dell'inglese
th aspirato dolce dell'inglese
gutturale
aspirata aspra (ach-laut tedesco)
gutturale
aspirata dolce (g berlinese)
c e g palatali
sono
cacuminali
è
il visarga (soffio)
è
l'anusvrira (nasalizzazione della
vocale precedente)
l vocalico
r vocalico
s aspro
Le
vocali lunghe sono state indicate sopralineandole.
L'asterisco
precede ogni forma ricostituita.
delle
religioni
1
Approssimazioni: struttura e morfologia del sacro
1.
«Sacro» e «profano»
Tutte
le definizioni del fenomeno religioso date fino ad oggi hanno un tratto comune:
ciascuna contrappone, a suo modo, il sacro e la vita religiosa al profano e
alla vita secolare. Le difficoltà cominciano quando si vuol delimitare la sfera
della nozione di «sacro». Difficoltà di carattere teorico, ma anche pratiche,
perché prima di tentare una definizione del fenomeno religioso, occorre sapere
da che parte bisogna ricercare i fatti
religiosi, e, soprattutto, quali sono, fra questi fatti, quelli che si lasciano
osservare «allo stato puro», cioè che sono «semplici» e il più possibile vicini
alla loro origine. Simili fatti, purtroppo, non sono in alcun luogo a nostra
disposizione: né nelle società di cui possiamo seguire la storia, né fra i
«primitivi», i meno civilizzati. Quasi dappertutto, ci troviamo di fronte a
fenomeni religiosi complessi, che presuppongono una lunga evoluzione storica.
D'altra
parte, anche la raccolta della documentazione presenta notevoli difficoltà pratiche,
per due ragioni: 1) anche se ci contentassimo di studiare una sola religione,
la vita di un uomo sarebbe appena sufficiente per condurre a termine le
ricerche; 2) a chi si propone lo studio comparato delle religioni, non
basterebbero parecchie esistenze. Ora a noi interessa appunto lo studio
comparato, il solo capace di rivelarci la mutevole morfologia del sacro, da una
parte, e il suo divenire storico, dall'altra. Per iniziare questo studio, siamo
dunque obbligati a prescegliere alcune religioni, fra quelle registrate dalla
storia o rivelate dall'etnologia, e anche certuni fra i loro aspetti e le loro
fasi.
Tale
scelta, per quanto sommaria, è sempre operazione delicata. Infatti, volendo
delimitare e definire il sacro, è necessario avere a disposizione una quantità
sufficiente di «sacralità», cioè di fatti sacri. L'eterogeneità di questi
«fatti sacri», disturbante all'inizio, diventa a poco a poco paralizzante.
Perché si tratta di riti, miti, forme divine, oggetti sacri e venerati,
simboli, cosmologie, teologumeni, uomini consacrati, animali, piante, luoghi
sacri ecc. E ogni categoria ha una morfologia propria, densa, ricca e
lussureggiante. Ci troviamo così di fronte a un materiale documentario immenso
ed eteroclito; un mito cosmogonico melanesiano o un sacrificio brahmanico hanno
diritto alla nostra considerazione non meno che i testi mistici di santa Teresa
o di Nichiren, un totem australiano, un rito primitivo d'iniziazione, il
simbolismo del tempio di Barabudur, il costume cerimoniale e la danza di uno
sciamano siberiano, le pietre sacre che incontriamo un po' dappertutto, le
cerimonie agrarie, i miti e i riti della Magna
Dea, l'insediamento di un re arcaico o le superstizioni legate alle gemme
ecc. Ogni documento può considerarsi una ierofania, nella misura in cui esprime
a modo suo una modalità del sacro e un momento della sua storia, vale a dire
un'esperienza del sacro fra le innumerevoli varietà esistenti. Ogni documento è
prezioso per noi, in virtù della duplice rivelazione che realizza: 1) rivela
una modalità del sacro in quanto
ierofania; 2) rivela, in quanto momento storico, una posizione dell'uomo rispetto al sacro. Ecco, per esempio, un testo
vedico diretto al morto: « Striscia verso la terra, tua genitrice! Possa ella
salvarti dal nulla! »[77]. Esso ci rivela la struttura della
sacralità tellurica; la Terra è considerata come una madre, Tellus Mater. Ma ci rivela
contemporaneamente un certo momento nella storia delle religioni indiane: il
momento in cui questa Tellus Mater
era valorizzata - almeno da un certo gruppo di individui - come protettrice
contro il nulla; valorizzazione che la riforma upanisadica e la predicazione
del Buddha renderanno caduca.
Per
tornare al punto di partenza, ogni categoria di documenti (miti, riti, dèi,
superstizioni ecc.) è per noi, in definitiva, egualmente preziosa, se vogliamo
arrivare a capire il fenomeno religioso. La comprensione si realizza
costantemente entro la cornice della storia: il semplice fatto di essere in
presenza di ierofanie significa che siamo in presenza di documenti storici; il
sacro si manifesta sempre in una certa situazione storica; le esperienze
mistiche, anche quelle più personali e più trascendenti, subiscono l'influenza
del momento storico. I profeti ebraici sono debitori degli avvenimenti storici
che giustificavano e sostenevano il loro messaggio, e anche della storia
religiosa ebraica, che consentì loro di formulare certe esperienze ecc. Come
fenomeno storico - e non come esperienza personale - il nichilismo e
l'ontologismo di certi mistici mahāyānici non sarebbe stato possibile
senza la speculazione upanisadica, senza l'evoluzione della lingua sanscrita
ecc. Questo non significa affatto che qualsiasi ierofania e qualsiasi
esperienza religiosa siano un momento unico, irripetibile, nell'economia dello
spirito. Le grandi esperienze si somigliano, non soltanto nel contenuto, ma
spesso anche nell'espressione. Rudolf Otto ha rilevato somiglianze
impressionanti fra il lessico e le formule di Meister Eckardt e quelli di Śankara.
Il
fatto che una ierofania è sempre storica (vale a dire, che si produce sempre in
situazioni determinate) non inficia necessariamente la sua ecumenicità. Certe
ierofanie hanno un destino locale; altre hanno, o acquistano, valenza
universale. Gli Indiani, ad esempio, venerano un albero chiamato Aśvattha; la manifestazione del
sacro in questa specie vegetale è chiara soltanto per loro, perché soltanto
essi vedono nell'Aśvattha una ierofania e non soltanto un albero. Di conseguenza questa ierofania
non è soltanto storica (come, del
resto, tutte le ierofanie), ma è anche locale.
Gli Indiani, tuttavia, conoscono anche il simbolo di un Albero Cosmico (Axis Mundi), e questa ierofania
mitico-simbolica è universale, poiché gli Alberi Cosmici si trovano ovunque
nelle antiche civiltà. Occorre precisare che l'Aśvattha è venerato in quanto incorpora la sacralità
dell'Universo in continua rigenerazione; è venerato, cioè, perché incorpora,
partecipa o simboleggia l'Universo rappresentato dagli Alberi Cosmici delle
varie mitologie (cfr. § 99). Ma, quantunque l'Aśvattha si giustifichi con lo stesso simbolismo che compare
anche nell'Albero Cosmico, la ierofania che tramuta una specie vegetale in un
albero sacro è chiara soltanto per i membri della società indiana.
Per
citare un altro esempio - stavolta di una ierofania superata dalla storia
stessa del popolo presso il quale si è prodotta -, i Semiti, in un certo
momento della loro storia, hanno adorato una coppia divina, il dio dell'uragano
e della fecondità, Ba'al, e la dea della fertilità (specialmente della
fertilità agraria), Bëlit. I profeti ebraici consideravano sacrileghi questi
culti. Dal loro punto di vista - quello di Semiti che, attraverso la riforma
mosaica, avevano raggiunto un concetto più elevato, più puro e più completo
della divinità - la critica era pienamente giustificata. Tuttavia il culto
paleosemitico di Ba'al e Bëlit era pur sempre, anch'esso, una ierofania:
rivelava - fino all'esasperazione e alla mostruosità - la sacralità della vita
organica, le forze elementari del sangue, della sessualità e della fecondità.
Una simile rivelazione ha conservato il suo valore, se non per millenni, almeno
per molti secoli. Questa ierofania cessò di essere valorizzata soltanto quando
fu sostituita da un'altra ierofania che - avutasi entro l'esperienza religiosa
di una élite - si affermava più perfetta e più consolante. La «forma divina» di
Jahvè ebbe il sopravvento sulla «forma divina» di Ba'al; rivelava la sacralità
in modo più integrale, santificava la vita senza scatenare le forze elementari
concentrate nel culto di Ba'al, rivelava un'economia spirituale nella quale
alla vita dell'uomo e al suo destino si conferivano nuovi valori; nello stesso
tempo, favoriva un'esperienza religiosa più ricca, una comunione col divino
insieme più «pura» e più completa. Alla fine la ierofania jahvista
trionfò; e, in quanto rappresentava una modalità universale del sacro, divenne,
per la sua stessa natura, accessibile alle altre culture; attraverso il
cristianesimo, diventò un valore religioso mondiale. Ne consegue che certe
ierofanie (riti, culti, forme divine, simboli ecc.) sono o diventano in questo
modo multivalenti o universali; ve ne sono poi altre che restano locali e
«storiche»: inaccessibili alle altre culture, esse caddero in disuso nel corso
stesso della storia delle società entro cui trovarono realizzazione.
Ma
torniamo alla grande difficoltà materiale già segnalata: l'estrema eterogeneità
dei documenti religiosi. Il campo pressoché sconfinato, ove i documenti furono
raccolti a centinaia di migliaia, ha aggravato l'eterogeneità. Da una parte
(come avviene del resto per tutti i documenti storici), quelli di cui
disponiamo si sono conservati più o meno a caso (parliamo non soltanto di
testi, ma di monumenti, iscrizioni, tradizioni orali, costumanze). Dall'altra,
questi documenti conservati per caso provengono da ambienti molto diversi. Se,
per ricostruire la storia- arcaica della religione greca, ad esempio, dobbiamo
contentarci dei testi in numero limitato che si sono conservati, di alcune
iscrizioni, di alcuni monumenti mutilati e di qualche oggetto votivo, per
ricostruire le religioni germaniche o slave, per esempio, siamo obbligati a
ricorrere ai documenti folclorici, accettando gli inevitabili rischi connessi
al loro uso e alla loro interpretazione. Una iscrizione runica, un mito
raccolto quando già da molti secoli non è più compreso, qualche graffito
simbolico, alcuni monumenti protostorici, una quantità di riti e leggende
popolari del secolo scorso: c'è cosa più eteroclita del materiale documentario
a disposizione dello storico delle religioni germaniche o slave? Accettabile
per lo studio di una religione sola, tale eterogeneità diventa grave quando si
deve metter mano allo studio comparato delle religioni, mirando a conoscere un
gran numero di modalità del sacro.
Siamo
precisamente nella situazione di un critico che dovesse scrivere la storia
della letteratura francese disponendo soltanto dei frammenti di Racine, di una
traduzione spagnola di La Bruyère, di qualche testo citato da un critico straniero,
delle memorie letterarie di alcuni viaggiatori e diplomatici, del catalogo di
una libreria di provincia, dei sunti e dei componimenti di un collegiale e di
altre indicazioni dello stesso genere. È questa, in breve, la documentazione
che può utilizzare lo storico delle religioni: alcuni frammenti di una vasta
letteratura sacerdotale orale (creazione esclusiva di una certa classe
sociale), qualche allusione rinvenuta fra gli appunti di viaggiatori, materiali
raccolti da missionari stranieri, riflessioni tratte dalla letteratura profana,
alcuni monumenti, alcune iscrizioni, e i ricordi conservati dalle tradizioni
popolari. Evidentemente, anche le scienze storiche sono costrette a contentarsi
di una documentazione dello stesso genere, frammentaria e contingente. Ma il
compito dello storico delle religioni è assai più audace di quello dello
storico che debba ricostruire un avvenimento o una serie di avvenimenti con
l'aiuto dei magri documenti superstiti: infatti lo storico delle religioni deve
non soltanto tracciare ex novo la storia di una certa ierofania (rito,
mito, dio o culto), ma deve anzitutto comprendere e rendere comprensibile la
modalità del sacro rivelata attraverso quella ierofania. Ora, l'eterogeneità e
il carattere fortuito dei documenti a disposizione aggravano la difficoltà, che
sempre esiste, di interpretare correttamente il senso di una ierofania.
Immaginiamoci le difficoltà di un buddhista che, per
capire il cristianesimo, disponesse soltanto di qualche frammento dei Vangeli,
di un breviario cattolico e di materiale iconografico disparato (icone
bizantine, statue barocche di santi, paramenti di un prete greco- scismatico)
ma che, in compenso, avesse la possibilità di studiare la vita religiosa di un
villaggio europeo. L'osservatore buddhista noterebbe
indubbiamente una netta distinzione fra la vita religiosa dei contadini e i
concetti teologici, morali e mistici del parroco. Ma, pur avendo ragione di
rilevare questa distinzione, avrebbe torto a non giudicare il cristianesimo
secondo le tradizioni conservate da un singolo individuo, il parroco,
considerando «vera» soltanto l'esperienza rappresentata dalla comunità del
villaggio. Tutto sommato, le modalità del sacro rivelate dal cristianesimo sono
meglio conservate nella tradizione rappresentata dal prete (anche se questa
tradizione ha ricevuto un suo spiccato colore dalla storia e dalla teologia).
Ora, quel che interessa l'osservatore non è di conoscere un certo momento della
storia del cristianesimo, in un certo settore della cristianità, ma piuttosto
il cristianesimo stesso. Che una sola persona, in tutto il villaggio, conosca
il rituale, il dogma e la mistica cristiani, mentre tutti gli altri membri
della comunità li ignorano e praticano un culto elementare infarcito di
superstizioni (cioè resti di ierofanie superate), è un fatto di nessuna
importanza, almeno in questa sede. L'importante è capire che quell'unico individuo conserva in modo più completo, se non
l'esperienza originaria del cristianesimo, almeno i suoi elementi fondamentali
e il suo valore mistico, teologico e rituale.
Questo
errore di metodo è piuttosto frequente nell'etnologia. Paul
Radin si crede in diritto di respingere le
conclusioni delle ricerche del missionario Gusinde
perché relative a un solo individuo. Tale atteggiamento si giustificherebbe
soltanto se la ricerca avesse avuto un fine esclusivamente sociologico: la vita
religiosa di una comunità della Terra del Fuoco in un dato momento storico; ma,
se si tratta di conoscere la capacità dei Fuegini di
sperimentare la sacralità, il caso è del tutto diverso. Ora, uno dei problemi
più importanti della storia delle religioni e appunto la capacità di conoscere
le diverse modalità del sacro presso i primitivi. Infatti, se potessimo
dimostrare (come del resto si è fatto in questi ultimi decenni) che la vita
religiosa dei popoli più primitivi è realmente complessa, che non la si può
ridurre all'« animismo », al «totemismo» o al culto
degli antenati, in quanto conosce anche Esseri Supremi dotati di tutto il
prestigio del Dio creatore e onnipotente, allora l'ipotesi evoluzionistica, che
vieta ai primitivi l'accesso alle sedicenti «ierofanie superiori», si
troverebbe con ciò confutata.
Naturalmente,
i paragoni che abbiamo adoperato per far capire quanto siano precari i
documenti a disposizione dello storico delle religioni sono soltanto esempi
immaginari, e come tali vanno considerati. Giustificare il metodo cui si ispira
questo libro è il nostro primo pensiero. In che misura abbiamo il diritto -
considerando l'eterogeneità e la precarietà del materiale documentario - di
parlare di «modalità del sacro»? Ad attestarci la reale esistenza di queste
modalità è il fatto che una ierofania sia vissuta e interpretata dalle élites religiose
diversamente che dal resto della comunità. Per il popolino che, al principio
dell'autunno, visita il tempio Kālighat di
Calcutta, Durgā è una dea terrificante, alla
quale bisogna sacrificare capri; invece, per alcuni Sākta
iniziati, Durga è l'epifania della vita cosmica in
continua e violenta palingenesi. Ε molto probabile che fra gli adoratori
del liʼnga
di Śiva, moltissimi vedano soltanto l'archetipo
dell'organo generatore; ma vi sono altri che lo considerano un segno, un eikon della
creazione e della distruzione ritmiche dell'Universo, il quale si manifesta per
mezzo di forme e si reintegra periodicamente nell'unità primordiale, per
rigenerarsi. Qual è l'autentica ierofania di Durgā
e di Śiva: quella decifrata dagli «iniziati» o
quella sentita dalla massa dei «credenti»? Cercheremo di mostrare, nelle pagine
che seguono, che sono ambedue egualmente valide, che il senso attribuito dalle
masse, allo stesso titolo dell'interpretazione iniziatica,
rappresenta una modalità reale, autentica del sacro manifestato da Durgā e da Śiva. Ε
dimostreremo che le due ierofanie sono coerenti, vale a dire che le modalità
del sacro rivelate per loro mezzo non sono affatto contraddittorie, sono anzi
integrabili e complementari. Siamo perciò in diritto di riconoscere uguale
«validità» al documento che registra un'esperienza popolare e al documento che
rispecchia l'esperienza di un'élite.
Le due categorie di documenti sono indispensabili, non soltanto per ricostruire
la storia di una ierofania, ma
anzitutto perché concorrono a costituire le modalità dei sacro rivelate
attraverso questa ierofania.
Tali
osservazioni, ampiamente illustrate nel corso di questo libro, vanno applicate
all'eterogeneità delle ierofanie di cui abbiamo parlato, poiché, come si è
detto, quei documenti non soltanto sono eterogenei riguardo all'origine
(provenendo alcuni da sacerdoti o da iniziati, altri dalle masse; gli uni
presentando soltanto allusioni, frammenti e dicerie, gli altri, testi originali
ecc.), ma sono eterogenei anche nella loro stessa struttura. Ad esempio, le
ierofanie vegetali (cioè il sacro rivelato per mezzo della vegetazione) si
ritrovano tanto nei simboli (Albero Cosmico) o nei miti metafisici (Albero
della Vita), quanto nei riti popolari (la «Passeggiata del Maggio», la
combustione del ciocco, i riti agrari), nelle credenze collegate all'idea di
origine vegetale del genere umano, nelle relazioni mistiche fra certi alberi e
certe persone o società umane, nelle superstizioni intorno alla fecondazione
per mezzo di frutti o di fiori, nei racconti ove gli eroi uccisi a tradimento
si trasformano in piante, nei miti e nei riti delle divinità della vegetazione
e dell'agricoltura ecc. Questi documenti non differiscono soltanto nella loro storia (si confronti, ad esempio, il
simbolo dell'Albero Cosmico presso gli Indiani e presso gli Altaici
con le credenze di certe popolazioni primitive circa la discendenza del genere
umano da una specie vegetale), differiscono anche per la loro stessa struttura.
Quali documenti dobbiamo prendere a modello, per capire le ierofanie vegetali?
Ι simboli, i miti, i riti, o le «forme divine »?
Il
metodo più sicuro, evidentemente, è quello che considera e utilizza tutti
questi documenti eterogenei, senza escluderne alcun tipo importante, e nello
stesso tempo pone la questione dei contenuti
rivelati da tutte le ierofanie. Otterremo così un insieme coerente di
tratti comuni, che, come vedremo più oltre, permettono di organizzare un
sistema coerente di modalità della sacralità vegetale. Potremo così osservare
che ciascuna ierofania presuppone tale sistema; che un'usanza popolare in
relazione con la «Passeggiata cerimoniale del Maggio » implica la sacralità
vegetale formulata nell'ideogramma dell'Albero Cosmico; che certe ierofanie non
sono abbastanza «aperte», sono quasi «criptiche», nel senso che rivelano
soltanto in parte e in modo più o meno cifrato la sacralità incorporata o
simboleggiata dalla vegetazione, mentre altre ierofanie realmente « faniche » lasciano trasparire, nel loro insieme, le
modalità del sacro. Per esempio, potremmo considerare come ierofania criptica,
non sufficientemente «aperta», o «locale», l'usanza di portare in giro cerimonialmente un ramo verde all'inizio della primavera; e
come ierofania « trasparente » il simbolo dell'Albero Cosmico. Ma l'una e
l'altra rivelano la stessa modalità del sacro incorporato nella vegetazione: la
rigenerazione ritmica, la vita inesauribile concentrata nella vegetazione, la realtà manifestata in una creazione
periodica ecc. (§ 124). Il fatto da porre fin d'ora in rilievo è che tutte le
ierofanie conducono a un sistema di affermazioni coerenti, a una teoria della
sacralità vegetale, e che questa teoria è implicita nelle ierofanie
insufficientemente «aperte» non meno che nelle altre.
Le
conseguenze teoriche di queste osservazioni saranno discusse alla fine del
libro, quando avremo esaminato un numero sufficiente di fatti. Per ora ci
contentiamo di mostrare che l'intelligenza di una ierofania non è ostacolata né
dall'eterogeneità storica dei documenti (alcuni dei quali provengono da élites religiose,
altri da masse incolte, gli uni frutto di civiltà raffinate, gli altri
creazioni di società primitive ecc.), né dalla loro eterogeneità strutturale
(miti, riti, forme divine, superstizioni ecc.). Nonostante le difficoltà
pratiche, questa eterogeneità è anzi la sola cosa capace di rivelarci tutte le
modalità del sacro, perché un simbolo o un mito lasciano trasparire nettamente
le modalità che un rito non può manifestare, che nel rito sono soltanto
implicite. La differenza, per esempio, fra il livello di un simbolo e quello di
un rito, è di tal natura, che il rito non potrà mai rivelare tutto quel che
rivela il simbolo. Ma, lo ripetiamo, la ierofania attiva in un rito agrario
presuppone la presenza dell'intero sistema, cioè l'insieme delle modalità della
sacralità vegetale, rivelata in modo più o meno globale dalle altre ierofanie
agrarie.
Queste
osservazioni preliminari saranno meglio comprese quando riprenderemo in esame
il problema da un diverso punto di vista. Il fatto che la strega bruci
un'immagine di cera contenente una ciocca dei capelli della «vittima» senza rendersi
conto in modo soddisfacente della teoria
presupposta dall'atto magico, non ha nessuna importanza per la comprensione
della magia simpatica. L'importante, per capire questa magia, è sapere che
simili atti furono possibili soltanto dal momento in cui certe persone si
convinsero (sperimentalmente) o affermarono (teoricamente) che le unghie, i
capelli o gli oggetti di un qualsiasi individuo intrattengono con lui una
stretta relazione anche dopo esserne stati separati. Tale credenza presuppone
uno « spazio reticolato » che colleghi gli oggetti più distanti, legandoli gli
uni agli altri per mezzo di una simpatia retta da leggi specifiche (coesistenza
organica, analogia formale o simbolica, simmetrie funzionali). Lo stregone
(colui che agisce da mago) può credere all'efficacia della propria azione solo
in quanto esiste un siffatto « spazio-rete ». Che conosca o no questo « spazio-rete
», che sia o no a conoscenza della «simpatia » che lega i capelli
all'individuo, non ha alcuna importanza. È probabilissimo
che molte fattucchiere odierne non abbiano una rappresentazione del mondo in
armonia con le pratiche magiche da loro esercitate. Però, considerate in sé,
queste pratiche possono rivelarci il mondo dal quale provengono, anche se chi
se ne serve non vi accede teoricamente. L'universo mentale dei mondi arcaici
non è giunto fino a noi in modo dialettico, nelle credenze esplicite delle
persone, si è invece conservato nei miti, nei simboli, nelle costumanze che,
malgrado degradazioni di ogni specie, lasciano ancora vedere chiaramente il
loro senso originario. Essi rappresentano, in un certo senso, dei «fossili
viventi», e qualche volta basta uno solo di essi per ricostruire il complesso
organico di cui è residuo.
4. Molteplicità
delle ierofanie
Gli
esempi che abbiamo qui citato saranno ripresi e approfonditi nel corso del
libro: sono serviti finora a una prima approssimazione, non a delimitare la
nozione di sacro, ma a familiarizzare con i documenti di cui disponiamo. Questi
documenti li abbiamo chiamati ierofanie, perché ciascuno rivela una modalità
del sacro. Le modalità di questa rivelazione, come pure il valore ontologico
che le diamo, sono due questioni che potremo discutere soltanto alla fine della
nostra ricerca. Consideriamo per ora ciascun documento - rito, mito, cosmogonia
o dio - come formante una ierofania; in altri termini, cerchiamo di
considerarlo come una manifestazione del sacro nell'universo mentale di coloro
che lo hanno accolto.
Certo,
l'esercizio che ci proponiamo non è sempre facile. L'occidentale è avvezzo a
riferire spontaneamente le nozioni del sacro, della religione, e perfino della
magia, a certe forme storiche della vita religiosa giudeo-cristiana, e quindi
le ierofanie straniere gli sembrano in gran parte aberranti. Anche se fosse disposto
a considerare con simpatia certi aspetti delle religioni esotiche - anzitutto
delle religioni orientali - soltanto con difficoltà riuscirà a capire la
sacralità delle pietre, per esempio, o l'erotica mistica. Ε anche
supponendo che tali ierofanie eccentriche possano in qualche modo giustificarsi
(per esempio considerandole «feticismi »), è quasi sicuro che un uomo moderno
sarà refrattario alle altre ierofanie, ed esiterà a riconoscere il loro valore
di ierofanie, cioè di modalità del sacro. Walter Otto osservava nel suo Die Götter Griechenlands che riesce molto ostico all'uomo moderno
afferrare la sacralità delle «forme perfette», una delle categorie del divino
che erano di uso corrente presso gli antichi Greci. La difficoltà diventerà più
grave quando si dovrà considerare un simbolo come manifestazione del sacro, o
quando si tratterà di sentire che le stagioni, i ritmi, o la pienezza delle
forme (di qualsiasi forma) sono altrettanti modi della sacralità. Tenteremo di
mostrare, nelle pagine che seguono, che gli uomini delle culture arcaiche li
consideravano tali. Ε quando ci saremo disfatti dei pregiudizi didattici,
quando avremo dimenticato che questi atteggiamenti furono talvolta tacciati di panteismo,
feticismo, infantilismo ecc., allora, nella stessa misura, saremo in grado di
intendere meglio il senso passato o presente del sacro nelle culture arcaiche,
e insieme aumenterà per noi la probabilità di capire egualmente i modi e la
storia della sacralità.
Dobbiamo
abituarci ad accettare le ierofanie in qualsiasi luogo, in qualsiasi settore
della vita fisiologica, economica, spirituale e sociale. In conclusione, non
sappiamo se esista qualche cosa - og-
segue ...... da pag. 14
Se
è vero, come affermavamo all'inizio del nostro lavoro (§ 1), che il modo più
semplice di definire il sacro è
ancora quello di contrapporlo al profano,
i capitoli successivi hanno costantemente evidenziato la tendenza della
dialettica ierofanica a ridurre progressivamente le
aree profane e, in definitiva, ad abolirle. Certe esperienze religiose
superiori identificano il sacro con l'intero Universo. Per molti mistici, il
Cosmo, nella sua integrità, forma una ierofania. «L'Universo intero, da Brahmā sino al filo d'erba, è le forme di Lui» esclama
il Mahānirvāna Tantra (II, 46), riprendendo una formula indiana antichissima e
alquanto diffusa. Questo «Lui»[78], ātman-Brahman, si manifesta in ogni dove: « Hāmsa » ha sede nel puro (Cielo); (dio) splendente ha sede
nell'etere; officiante, la sua sede è l'altare; ospite, siede nella dimora. Sua
sede è l'uomo, sua sede è il voto, la Legge, il firmamento[79]. Che questo sia cosa diversa da una
semplice concezione definita, a torto o a ragione, «panteistica», ce lo dimostra
il passo ove Léon Bloy
parla del «...mistero della Vita, che è Gesù: Ego sum Vita. Che la vita sia negli
uomini, negli animali o nelle piante, è sempre la Vita; e quando viene il
momento, il punto inafferrabile che chiamiamo morte, è sempre Gesù che si ritira,
sia da un albero come da un essere umano ».[80]
È
evidente che qui abbiamo di fronte non il «panteismo» nel senso corrente della
parola, ma quel che si potrebbe chiamare un «panontismo».
Il Gesù di Léon Bloy, come
l'ātman-Brakman
della tradizione indiana, si trova in tutto quel che è, cioè in tutto
quanto esiste in modo assoluto.
Ε come abbiamo potuto tante volte constatare, per l'ontologia arcaica il reale si identifica anzitutto con una
«forza», una «Vita», una fecondità, un'opulenza, ma si identifica anche con
quel che è strano, singolare ecc.; in altri termini, con tutto quanto esiste
con pienezza o manifesta un modo di esistenza eccezionale. La sacralità è
anzitutto reale. Più l'uomo è religioso, più è reale, più si sottrae
all'irrealtà di un divenire senza significato. Onde la tendenza dell'uomo a
«consacrare» la vita intera. Le ierofanie sacralizzano
il Cosmo; i riti sacralizzano la Vita. Questa sacralizzazione si può parimenti ottenere in modo
indiretto, trasformando cioè la vita in rituale. «La fame, la sete, la
continenza sono nell'uomo (quel che è) la consacrazione (nel sacrificio), dīkşā. Ι cibi, le
bevande, il piacere corrispondono per lui alle (cerimonie dette) upasada; le risa,
la buona tavola, l'amore corrispondono ai cantici e alle recitazioni (stuta-śāstra).
La mortificazione (tapas),
l'elemosina, l'onestà, il rispetto della vita (ahimsā) e della verità sono per lui donazioni (ai sacerdoti
officianti)».[81] Quando tratteremo, nel volume
complementare, le articolazioni e la funzione dei riti, esporremo mediante
quale meccanismo le attività fisiologiche e psicologiche possano trasformarsi
in atti rituali. L'ideale dell'uomo religioso, evidentemente, è di compiere
ogni sua azione in maniera rituale, di farne, in altri termini, un sacrificio. In ogni società arcaica o
tradizionale, esercitare la propria vocazione significa, per ciascun uomo,
compiere un sacrificio di questo genere. Da questo punto di vista, ogni atto si presta a diventare un atto religioso, come ogni oggetto cosmico si
presta a diventare ierofania. Come a dire che qualsiasi istante può inserirsi
nel Grande Tempo e proiettare l'uomo in piena eternità. L'esistenza umana si
realizza dunque simultaneamente su due piani paralleli: quello temporale, del
divenire, dell'illusione, e quello dell'eternità, della sostanza, della realtà.
Emerge,
d'altra parte, una tendenza contraria: la resistenza al sacro, che avviene al
centro stesso dell'esperienza religiosa. L'atteggiamento ambivalente dell'uomo
di fronte a un sacro che è insieme attraente e repellente, benefico e
pericoloso, si spiega non soltanto con la struttura ambivalente del sacro in se
stesso, ma anche con le reazioni naturali manifestate dall'uomo di fronte a
questa realtà trascendente che lo attrae e lo spaventa con pari violenza. La
resistenza si afferma più recisamente quando l'uomo si trova di fronte a una sollecitazione totale del sacro, quando
è chiamato a prendere la decisione suprema: abbracciare completamente e irrevocabilmente
i valori sacri, oppure mantenere rispetto a essi un atteggiamento equivoco.
Questa
resistenza al sacro ha come riflesso, nella prospettiva della metafisica
esistenziale, la fuga dall'autenticità.
Al profano, all'illusione, all'insignificante, corrisponde - sempre nella
stessa prospettiva - il piano del «generale». Il simbolo del «cammino verso il
centro » si tradurrebbe, nel vocabolario della metafisica di oggi, in un
cammino verso il centro della propria essenza e nell'uscita dall'inautenticità. Questa resistenza a un accaparramento
radicale di tutta la vita da parte del sacro può manifestarsi perfino entro le
Chiese: non è raro che esse debbano difendere l'uomo contro gli eccessi delle
esperienze religiose, specialmente di quelle mistiche, e contro il rischio che
la vita laica venga abolita. Questi casi di resistenza, che analizzeremo nel
volume complementare, tradiscono in certa misura l'attrazione esercitata dalla
«storia», l'importanza crescente che tendono ad acquistare, specialmente nelle
religioni «evolute», i valori della vita umana e, in primissimo luogo,
l'attitudine della vita umana a essere
nella storia e a fare la storia. Abbiamo osservato l'importanza che
assumono i valori vitali fin nelle fasi più antiche della religione; ricordiamo
il passaggio in primo piano delle divinità dinamiche, organizzatrici e
fecondatrici ecc. (§§ 26 sgg.). Col passare del tempo, l'attrazione esercitata
dai valori vitali cresce ininterrottamente, specie sotto forma di un
interessamento sempre più vivo per i valori umani come tali, e, in ultima
analisi, per la storia. L'esistenza dell'uomo, in quanto esistenza storica,
assume un valore - se non immediatamente religioso - almeno «transumano».
Esamineremo nel volume complementare fino a che punto la «storia» è
suscettibile di venir sacralizzata, e in che misura i
valori religiosi sono stati storicizzati. Ma possiamo rilevare fin d'ora che la
«nostalgia del Paradiso» e i «doppioni facili» delle esperienze e dei simboli
religiosi principali già ci annunciano in quale direzione si potrebbe trovare
la soluzione del problema. Perché «nostalgia» e «doppioni facili» dimostrano
sia la fondamentale ripugnanza dell'uomo storico ad abbandonarsi totalmente
all'esperienza sacra, sia la sua impotenza a rinunciarvi definitivamente.
In
questo volume abbiamo evitato di studiare i fenomeni religiosi nella loro
prospettiva storica, e ci siamo limitati a trattarli in sé, cioè in quanto
ierofanie. Così, per illuminare la struttura delle ierofanie acquatiche, ci
siamo permessi di presentare, l'uno accanto all'altro, da una parte il
battesimo cristiano e dall'altra i miti e i riti dell'Oceania, dell'America e
dell'antichità greco-orientale, facendo astrazione da
tutto quel che li separa, cioè, in una parola, dalla storia. L'ignoranza della
prospettiva storica si giustificava da sé, nella misura in cui la nostra
attenzione era rivolta direttamente al problema religioso. Indubbiamente, e
l'abbiamo riconosciuto fin dalle prime pagine di questo libro (§ 1), non esiste
una ierofania che non sia «storica», dal momento in cui si manifesta come
ierofania. Per il semplice fatto che l'uomo prende conoscenza di una
rivelazione del sacro, questa rivelazione diventa storica, quale che sia il
piano sul quale si compie. La storia interviene non appena l'uomo fa
l'esperienza del sacro, seguendo l'ispirazione dei propri bisogni. La
manipolazione e la trasmissione delle ierofanie ne accentuano ancor più la «storicizzazione». Tuttavia, la loro struttura permane
identica, ed è appunto tale permanenza che ci permette di conoscerle. Gli dèi
del cielo possono aver subito innumerevoli trasformazioni: la loro struttura
celeste rimane nondimeno il loro elemento permanente, la costante della loro
personalità. Le fusioni e le interpolazioni sopravvenute in una figura divina
della fecondità sono forse innumerevoli: non intaccano però affatto la sua
struttura tellurica e vegetale. Non basta osservare che non esiste forma
religiosa che non tenti di avvicinarsi il più possibile al proprio archetipo,
cioè a purificarsi dai suoi rivolgimenti e sedimenti « storici ». Ogni dea
tende a diventare una Grande Dea, incorporando tutti gli attributi e le
funzioni che comporta l'archetipo della Grande Dea. Cosicché possiamo già
registrare, nella storia dei fatti religiosi, un doppio processo: da una parte,
apparizione continua e folgorante di ierofanie, e di conseguenza un'eccessiva
frammentazione della manifestazione del sacro nel Cosmo; dall'altra,
unificazione delle ierofanie in seguito all'innata loro tendenza a incarnare
gli archetipi quanto più perfettamente è possibile, realizzando così pienamente
la loro propria struttura.
Sarebbe
errato considerare il sincretismo come semplice fenomeno religioso tardivo, che
può risultare soltanto dal contatto fra varie religioni evolute. Il cosiddetto
sincretismo si osserva ininterrottamente nell'intero corso della vita
religiosa. Non esiste demone agrario rurale o dio tribale che non sia il
risultato di un lungo processo di assimilazione e di identificazione con le
forme divine circostanti. Occorre insistervi fin da ora: tali assimilazioni e
fusioni non sono da attribuire esclusivamente alle circostanze storiche
(interpenetrazione di due tribù vicine, conquista di un territorio ecc.); il
processo dipende dalla dialettica stessa delle ierofanie: che prenda o non
prenda contatto con una forma religiosa analoga o diversa, la ierofania tende,
nella coscienza religiosa di coloro cui si rivela, a manifestarsi il più
pienamente e totalmente possibile. Si spiega così un fenomeno presente in tutta
la storia delle religioni: la possibilità, propria di ogni forma religiosa, di
accrescersi, purificarsi e nobilitarsi; possibilità per un dio tribale, ad
esempio, di trasformarsi, mediante nuova epifania, nel dio di un monoteismo, o
per l'umile dea rurale di trasformarsi in Madre dell'Universo.
Tutti
questi movimenti, contraddittori in apparenza, di unificazione e
frammentazione, identificazione e separazione, di attrazione e di resistenza o
di repulsione ecc., potranno essere compresi più chiaramente quando, esaminate
le diverse tecniche di contatto col sacro e la sua manipolazione (preghiere,
offerte, riti ecc.), potremo affrontare il problema della storia dei fenomeni religiosi. Abbiamo riservato tale studio al
volume complementare. Per ora, giunti al termine di questo, ci limitiamo ad
affermare che quasi tutte le posizioni religiose dell'uomo gli furono date sin
dai tempi primitivi. Da un certo punto di vista, non v'è soluzione di
continuità fra i «primitivi» e il cristianesimo. Eppure la dialettica della
ierofania si rivela identica, nel caso di un churinga australiano come in
quello dell'incarnazione del Logos.
In ambedue siamo di fronte a una manifestazione del sacro in un frammento del
Cosmo, e in ambedue vi troviamo implicitamente posto il problema della «personalità»
e dell'«impersonalità» della epifania. Abbiamo visto (§ 8) che nel caso di
ierofanie elementari (mana
ecc.) non sempre era possibile precisare se la rivelazione del sacro avesse una
struttura personale o impersonale: le due strutture quasi sempre coesistono,
perché il «primitivo» si preoccupa non tanto dell'opposizione
«personale-impersonale» quanto dell'opposizione «reale (potente ecc.) - irreale».
Ritroveremo questa medesima polarità, sotto innumerevoli formule, nelle
religioni e nelle mistiche più «evolute».
Se
le principali posizioni religiose furono date una volta per sempre, fin dal
momento in cui l'uomo prese conoscenza della propria condizione esistenziale
entro l'Universo, ciò non significa che la «storia» non abbia conseguenze per
l'esperienza religiosa in sé. Tutt'altro; tutto quel
che avviene nella vita dell'uomo, anche nella sua vita materiale, trova un'eco
nella sua esperienza religiosa. La scoperta delle tecniche della caccia,
dell'agricoltura, del metallo ecc. non ha modificato soltanto la vita materiale
dell'uomo, ha anche fecondato - forse in misura ancor maggiore - la
spiritualità umana. Così l'agricoltura ha permesso tutta una serie di
rivelazioni che non potevano prodursi nelle società preagricole.
È inteso che le modificazioni economiche e sociali e, in ultima analisi, gli
avvenimenti storici non sono capaci di spiegare da soli i fenomeni religiosi in
quanto tali; ma le trasformazioni sopravvenute nel mondo materiale
(agricoltura, metallurgia ecc.) hanno offerto allo spirito nuovi modi di
abbracciare la realtà. Ε si può dire che se la storia ha influito
sull'esperienza religiosa, ciò è avvenuto nel senso che gli avvenimenti hanno
offerto all'uomo modi inediti e diversi di essere, di scoprire se stesso e di
dare un valore magico-religioso all'Universo.
Citeremo un esempio solo: uno degli elementi fondamentali della rivoluzione
religiosa compiuta da Zarathustra fu la sua
opposizione ai sacrifici cruenti di animali.[82] È evidente che da questo atteggiamento
traspare, fra l'altro, l'interesse economico di una società che si evolve dalla
vita pastorale verso l'agricoltura. Ma l'avvenimento storico fu valorizzato da Zarathustra in senso religioso: l'abolizione dei sacrifici
cruenti divenne, grazie a lui, strumento di disciplina e di elevazione spirituale;
la rinuncia a quel tipo di riti aprì alla contemplazione nuove prospettive; in
breve, l'evento storico permise un'esperienza religiosa inedita e la scoperta
di nuovi valori spirituali. Inutile dire che l'evoluzione può anche seguire un
percorso inverso: molte nobili esperienze religiose delle società primitive
sono diventate di sempre più difficile riproduzione a seguito dei cambiamenti
portati dalla «storia» nelle società. In certi casi si può parlare addirittura
di vere catastrofi spirituali (si veda, ad esempio, l'integrazione delle
società arcaiche nel circuito economico di società colonialiste, semi-industriali
ecc.).
Ma
se la storia è in grado di promuovere o di paralizzare nuove esperienze
religiose, non riesce mai ad abolire definitivamente la necessità di
un'esperienza religiosa. La dialettica delle ierofanie permette di riscoprire spontaneamente e
integralmente tutti i valori religiosi, senza distinzione, quale che sia il
livello storico in cui si trova la società o l'individuo che compie la
scoperta. La storia delle religioni viene così ricondotta, in ultima analisi,
al dramma che sorge dalla perdita e dalla riscoperta di quei valori, perdita e
riscoperta che non sono mai, e anzi mai
potrebbero essere, definitive.
APPENDICE
Prefazione alla prima edizione
francese*
* Da Μ.
Eliade, Traité d'histoire des religions,
Payot, Paris 1949, pp. 5-10. La Prefazione è
datata «Novembre 1948». Traduzione di Gaetano Riccardo.
Georges Dumézil
Non
si può dire che le scienze, nel nostro secolo, invecchino
presto, visto che hanno il privilegio di non correre verso la morte. Eppure
come cambiano facilmente aspetto! La scienza delle religioni è come quella dei
numeri o degli astri.
Meno
ancora di una cinquantina di anni fa si pensava di spiegare i fenomeni
religiosi riducendoli a un elemento comune, dissolvendoli in una nozione comune
cui si dava un nome pescato nei Mari del Sud: dalle più selvagge alle più
razionali, le religioni non sarebbero che una diversa espressione della nozione
di marra. Questa forza mistica diffusa e pronta ad assumere ogni forma,
indefinibile ma caratterizzata proprio da questa impotenza del discorso ad essa
riferito, è presente ovunque si parli di religione, e termini importanti come sacer e numera, hagnos e thambos, brahman e tao, persino
la «Grazia» del cristianesimo, ne sarebbero variazioni o derivati. Una
generazione di ricercatori si è consacrata a stabilire questa uniformità. Forse
a ragione. Ma in seguito si è scoperto che essi non avevano guadagnato molto:
avevano dato un nome barbaro a questo non si sa che per cui, da sempre,
viaggiatori ed esploratori avevano riconosciuto, senza tema di errore sul loro
carattere specifico, i fatti religiosi che incontravano. Ε ciò che sembra
oggi colpire, che richiede studio, non è più questa forza diffusa e confusa di
cui si incontra in effetti ovunque la nozione, benché non sia sempre la stessa
dal momento che nulla se ne può dire;
16
sono
al contrario le strutture, i meccanismi, gli equilibri costitutivi di ogni
religione, definiti discorsivamente o simbolicamente in ogni teologia,
mitologia o liturgia. Si è tornati - o ritornati - all'idea che una religione è
un sistema, diverso dalla miriade dei suoi elementi; che è un pensiero
articolato, una spiegazione del mondo. In breve, è sotto il segno del lógos, e non sotto quello del marra, che si colloca oggi la
ricerca.
Meno
ancora di una cinquantina di anni fa gli antropologi inglesi e i sociologi
francesi si ponevano, in modo solidale, due ambiziosi problemi: quello
dell'origine dei fatti religiosi e quello della genealogia delle forme
religiose. Memorabili battaglie furono combattute intorno al Grande Dio e ad
alcuni totem. Agli Australiani, che certe scuole citano come gli ultimi
testimoni delle forme elementari della vita religiosa, altri oppongono i
Pigmei: se i primi sono, in parte, dei paleolitici, i secondi non sono forse
ancora più arcaici, visto che non si staccano dalla loro condizione embrionale?
Si è discusso sulla genesi dell'idea di Dio: è indipendente da quella di anima o
ne è scaturità? il culto dei morti ha preceduto
quello delle forze della natura? Gravi e vane questioni. Queste polemiche,
spesso infuocate, hanno ispirato libri ammirevoli e, ciò che più conta,
alimentato osservazioni e repertori. Ma non sono terminate. Oggi i ricercatori
ne prendono le distanze. La scienza delle religioni abbandona ai filosofi la
questione delle origini, come un po' prima aveva fatto la scienza del
linguaggio, e come ormai fanno tutte le scienze. Essa rinuncia persino a
prescrivere a posteriori, se così si può dire, una evoluzione tipo, un percorso
obbligato, alle forme religiose del passato. Che ci si collochi nel χχ secolo o seimila anni prima, non si risale
troppo lontano nella vita di nessuna parte dell'umanità; si è sempre di fronte
ai risultati di una maturazione e di eventi occorsi in decine di secoli; e si
ammette che i Polinesiani e gli Indoeuropei, i Semiti e i Cinesi, poterono
pervenire alle loro nozioni religiose, alle loro figure divine, per strade
diverse, benché si osservino somiglianze nei punti di arrivo.
Insomma,
la tendenza attuale è di «provare», come diceva Henri
Hubert, di registrare, nella loro originalità e
complessità, i sistemi religiosi che sono o sono stati praticati nel mondo. Ma
come si esprime questa tendenza? Quale tipo di studi avvalora?
Ι.
Innanzitutto descrizioni sempre più particolareggiate. Etno
grafi
o storici, a seconda del caso, accumulano osservazioni e documenti di ogni
sorta, in ogni campo, per ogni periodo, cercando di comprendere ciò che li
unisce, quale sia il carattere organico di questo inventario. A dire il vero,
più o meno bene, spesso molto bene, tale sforzo è stato perseguito in tutte le
epoche.
il.
In secondo luogo, se questioni relative a origini e genealogie, in assoluto,
sono state abbandonate, esse permangono, più modeste e sicure, a proposito di
ciascuna delle descrizioni geograficamente e storicamente circoscritte di cui
si intende trattare. In materia di religione, come in materia di linguaggio,
ogni stato si spiega e non si spiega se non mediante una evoluzione, a partire
da uno stato anteriore, con o senza l'intervento d'influenze esterne. Da ciò la
diversità di ambiti di ricerca e di tipi di metodo egualmente necessari:
τ)
Per le società che dispongono da più o meno lungo tempo di una letteratura o,
almeno, di documenti scritti, lo studio della storia religiosa non è che un
caso particolare della storia della civiltà, o della storia tout court, e,
nella critica come nella elaborazione costruttiva, non si impiegano altri
procedimenti. Le «grandi religioni», buddhismo,
cristianesimo, manicheismo, islamismo rappresentano questo caso al massimo
livello, poiché la letteratura che ci informa su di esse risale pressappoco
agli inizi dell'evoluzione. A partire da un certo punto del loro sviluppo,
tutte le religioni un po' antiche dipendono d'altronde dagli stessi metodi,
benché in misura minore e a condizione che si sia riusciti a interpretare le
prime forme attestate.
2)
Ma questa condizione preliminare è difficile da assolvere, e la stessa
difficoltà si ritrova a proposito delle religioni troppo tardivamente, troppo
recentemente osservate: per ragioni diverse, il lettore di Strehlow
e il lettore dei Veda mancano egualmente di distacco, entrambi si trovano
davanti una struttura religiosa complessa, nonché una letteratura religiosa, ma
mancano di ogni strumento di spiegazione storica, cioè di spiegazione mediante
il prima. Ora, è questo il caso più generale, quello di tutte le religioni
esotiche descritte dagli esploratori dal χντ al χχ secolo; quello di tutte le religioni pagane
d'Europa, ivi comprese quelle di Roma e della Grecia; è il caso delle religioni
degli antichi popoli semitici e della Cina. Su questo terreno e su questo punto
la scienza delle religioni ha un compito molteplice da svolgere:
a)
Innanzitutto, un servizio di ripulitura, per il quale bisogna mettersi
all'opera. Le generazioni precedenti ci hanno ovunque lasciato spiegazioni che,
bislacche o ragionevoli, sono in generale da respingere. L'inclinazione
naturale di ogni storico specializzato, nel momento in cui, risalendo il corso
dei secoli, arriva alla penombra, poi alle tenebre, è di immaginare una breve
preistoria che prolunghi, con risparmio di fatica, i primi documenti fino a un
ipotetico inizio assoluto, ex nihilo. Ι latinisti spiegano la formazione
della religione romana a partire da lontani rumina (centri di marra), alcuni
dei quali solamente, beneficiando di circostanze storiche, si sarebbero
trasformati in divinità personali. Molti indianisti
fanno ancora fatica a liberarsi dei miraggi di Max Müller
e ritengono che i cantori vedici esprimano le reazioni naturali dell'uomo
primitivo di fronte ai grandi fenomeni della natura; e gli altri non sono
lontani dal vedere negli inni puri esercizi mentali e di stile, altra forma
della creazione ex nihilo. Tutto ciò è artificiale, e l'artificio va
riconosciuto e fatto riconoscere.
b)
Un compito positivo, quindi, che porta, mediante procedimenti comparativi, a
prolungare oggettivamente la storia, a guadagnare alcuni secoli sulla
preistoria. Confrontando il totemismo degli Arunta e
le forme analoghe e tuttavia differenti che praticano gli altri indigeni
dell'Australia, si è potuta definire una probabile direzione evolutiva a
partire da uno stato antico (non primitivo, certo) e comune: sia per comunità
d'origine, sia per interazioni secolari, gli Australiani formano in effetti un
«ciclo culturale», e possiamo, mutatis mutandis, applicare alle loro religioni, alle loro civiltà,
i procedimenti comparativi che permettono al linguista, quando dispone di un
gruppo di lingue geneticamente imparentate o avvicinate da un intenso gioco di
prestiti, di inferire dati precisi e certi sul loro passato. La Polinesia,
diverse aree dell'Africa nera e dell'America consentono ampiamente l'utilizzo
di questo metodo.
Analogamente,
comparando le più antiche forme di religione attestate presso popoli che non si
sapevano né si sentivano più imparentati dall'inizio della loro storia, ma di
cui sappiamo oggi, proprio in considerazione della loro lingua, che derivano
dalla dispersione di uno stesso popolo preistorico, si possono fare delle
supposizioni probabili sulla religione di tale popolo preistorico e, di
conseguenza,
sulle diverse evoluzioni che, a partire da questo punto fisso, ricostruito ma
non arbitrario, hanno condotto i popoli derivati fino alle loro rispettive
soglie storiche, fino ai primi equilibri conosciuti delle loro religioni. È
così che, per i popoli semitici, e oggi per quelli indoeuropei, sono stati
recuperati uno o due millenni sui tempora incognita. Guadagno piccolo, se paragonato
alle ambizioni di un Tylor o di un Durkheim; tuttavia guadagno certo, e di cui si intravede
che servirà enormemente a costruire infine una storia naturale dello spirito
umano.
3)
Un terzo genere di ricerche interferisce con le precedenti. Come accanto alla
linguistica descrittiva, alla linguistica storica (con le sue varietà, la
linguistica comparata per ciascuna famiglia), vi è posto per una linguistica
generale, così, senza ricadere negli errori di cui sopra, occorre - non più genealogicamente ma tipologicamente
- comparare, nelle strutture e nelle evoluzioni più diverse, ciò che sembra
comparabile, le funzioni rituali o concettuali che si ritrovano ovunque; le
rappresentazioni che si impongono all'uomo chiunque egli sia; quelle che,
quando coesistono, agiscono e reagiscono ordinariamente l'una sull'altra.
Bisogna studiare, per determinarvi costanti e variabili, il meccanismo del
pensiero mitico, i rapporti fra mito e altre componenti della religione; le
comunicazioni del mito, del racconto, della storia, della filosofia, dell'arte,
del sogno. Bisogna fare affidamento su tutti gli «osservatori di sintesi» che
si presentano - sono in numero infinito - e, dall'alto di ciascuno di essi,
costruire un repertorio che il più delle volte non sfocerà in un problema
preciso e meno ancora in una soluzione, che sarà in genere provvisoria,
incompleta come ogni vocabolario, ma che faciliterà, chiarirà, ispirerà i
ricercatori impegnati negli studi storici, analitici o comparativi
precedentemente definiti. Simili imprese hanno già arricchito una importante
biblioteca, poiché dopo un certo tempo esse passano in secondo piano, mentre
altre teorie più eclatanti occupano necessariamente l'attenzione. Tali sono le
raccolte dei fatti « agrari » di Mannhardt e di Frazer, le monografie - cito a caso - sul santuario,
sull'altare, sul sacrificio, sulla soglia, sulla danza, sul blood-covenant,
sul culto degli alberi, o su quello delle alture, delle acque, sul malocchio,
sulle cosmogonie, sugli animali più disparati in quanto elementi di
rappresentazioni mitiche, sulla mistica dei numeri, sulle
pratiche
sessuali, e centinaia d'altre monografie, redatte da autori non appartenenti ad
alcuna scuola. Certo il materiale di scarso valore è enorme, probabilmente
superiore a quello attendibile: studi del genere tentano costantemente autori
mal preparati, o troppo frettolosi, o poco coscienziosi, ed è qui che la
ciarlataneria, quale che ne sia l'etichetta, « sociologica » o altra, si annida,
dogmatizza e talvolta pontifica facilmente. Poco importa: spetta al professore
di «storia delle religioni», come impropriamente si dice, trattenere quanto vi
è di buono e mettere in guardia gli studenti.
Questi
sono i tre campi, o punti di vista, che dividono la scienza delle religioni. Si
può coltivare la speranza che essi si uniscano, un giorno lontano, in una
sintesi armoniosa, formante il quadro comodo di un sapere incontestabile.
Ι nostri pronipoti non vedranno questo tempo fortunato. Per molto ancora,
ciascuno lavorerà in uno dei tre cantieri, nel proprio angolo, gli storici
specialisti come i comparativisti dei due tipi
(genealogisti, tipologisti), spesso ignorandosi,
talvolta accusandosi, calpestando a vicenda gli altrui diritti. Ma non è così
che si sviluppa ogni scienza, e non conformandosi a un «piano» che dovrebbe
essere secolare?
Motivo
in più per fare di tanto in tanto il punto. È ciò a cui servirà, per
cominciare, il Trattato che pubblica Mircea Eliade.
Professore di storia delle religioni all'Università di Bucarest, l'autore ha
presto sentito la necessità di un «corso d'iniziazione» a queste materie in cui
ciascuno si vuole maestro, nonostante la difficoltà. Proseguito per sette anni,
il corso ha prodotto il libro. Ardimentoso, intraprendente, armato d'immense
letture e d'una specifica formazione di indianista,
Eliade ha già fatto molto per i nostri studi: penso al suo Yoga, ai tre bei
volumi della rivista rumena di storia delle religioni « Zalmoxis
» e, più di recente, alla magistrale messa a punto dei problemi dello sciamanismo che ha fornito alla nostra « Revue de l'Histoire des Religions ».
a
scorrere i titoli dei capitoli, a vedere così in risalto le Acque, il Cielo, il
Sole, alcuni penseranno probabilmente a Max Müller, e
tale ricordo tornerà loro utile: passando dai titoli al testo, essi vedranno
come, dopo una reazione eccessiva contro gli eccessi del naturalismo,la scienza
delle religioni riconosce oggi l'importanza di queste rappresentazioni, che
sono la materia prima più generale del pensiero mitico. Ma vedranno anche che
l'interpretazione
è
assai diversa: queste ierofanie cosmiche, come dice Eliade, non sono che il
rivestimento di un discorso più profondo; la morfologia del sacro traduce
simbolicamente una dialettica del sacro di cui la natura non è che il supporto.
È tutta una «filosofia prima della filosofia» che appare, non appena si osservi
la più umile delle religioni, e che risulta da uno sforzo di spiegazione e
unificazione, da uno sforzo verso la teoria in tutti i sensi della parola. Il
presente libro ne farà sentire la coerenza e la nobiltà, e anche, da un
continente all'altro (compresa la nostra Europa), l'uniformità; una uniformità
che non bisogna certo esagerare, ma che riduce felicemente la vertigine di cui
soffrono talvolta i principianti perduti nel labirinto dei fatti.
Beninteso,
Eliade sa meglio di chiunque che ogni sintesi di questo genere comporta dei
partiti presi, dei postulati che la loro efficacia giustifica, ma che sono
personali, dunque provvisori, quantomeno perfettibili. Quest'armatura
non è d'altronde l'aspetto meno avvincente del libro: sulla struttura e il
funzionamento, sulle nozioni, care all'autore, di archetipo e di ripetizione,
si troveranno idee chiare e illuminanti alle quali si augura non una lunga vita
(il che è senza importanza), ma una pronta e ricca fecondità.
Infine
questo libro ci rende oggi, a Parigi, in Francia, un servizio particolare,
perché bisogna riconoscere che, se gli storici del cristianesimo, del buddhismo e in genere delle diverse religioni umane sono
tra noi numerosi, e validi, pochissimi ricercatori (intendo ricercatori
autentici) si consacrano agli studi comparativi e generali, sia perché questi
richiedono una preparazione più faticosa, sia perché i dilettanti, alcuni molto
ufficiali, li hanno screditati. La Sorbona conferisce
certo ogni anno un certificat d'histoire
des religions, con diverse
opzioni; ma, per un divertente paradosso, non prevede insegnamenti di questa
materia. Praticamente, il suo certificat si riduce a
degli esami di filologia, che essa richiede e rende assai duri; per il resto,
per la «scienza delle religioni » propriamente detta, è assai povera, e non
sono sicuro che Frazer, il quale, insieme
all'inglese, al francese e al tedesco, non disponeva che del greco e del
latino, sarebbe stato promosso al facoltativo religion
des peuples non civilisés. Sarebbe stato un peccato!
Mircea Eliade a Raffaele Pettazzoni*
* Da Μ.
Eliade e R. Pettazzoni, L'Histoire des religions a-t-elle un sens? Correspondance 1929-1959, a cura di Ν.
Spineto, Cerf, Paris 1994, pp. 200 sg. Traduzione di
Gaetano Riccardo.
Parigi,
10 febbraio 1949
Caro
Maestro,
Riuscite
a immaginare la gioia con cui ho accolto la vostra lettera?...
Ricevuto
da voi, anche il minimo apprezzamento equivale a una brillante ricompensa. Fin
dall'iηizio dei miei studi storico-religiosi
vi ho considerato come mio unico Maestro, e se il Trattato non vi è parso
troppo deplorevole, sono soddisfatto. Purtroppo, la vita che ho condotto dopo
la guerra mi ha impedito di pubblicare il lavoro in un solo volume. Ι
capitoli più importanti e - mi spingerei a dire! - personali troveranno
collocazione del secondo tomo. Ε Dio solo sa quando esso vedrà la luce!...
Ad ogni modo, spero che il saggio conservi un'utilità anche nella sua forma
attuale, così fastidiosamente frammentata. Anzitutto, come voi stesso avete
sottolineato, mi sforzo di mostrare tutto ciò che vi è di religioso nella
sedicente storia delle religioni; inoltre, cerco di fare un passo in avanti
nella comprensione dei fenomeni religiosi senza ricorrere né alla
fenomenologia, né alla filosofia in generale. Un libro concepito in 15 anni e
approntato in 8 conserva troppe ineguaglianze e imperfezioni, e sono io il
primo a rendermene conto. Ε per questo che preferisco gli ultimi capitoli,
meno scolastici e più densi. È stato l'editore Payot
a scegliere il titolo! Personalmente
avevo
pensato a qualcosa come: Prolegomeni..., oppure: Princìpi
di storia delle religioni. Non essendo mia ambizione quella di presentare
didatticamente una materia così fuggevole e sfumata, ho soltanto voluto
invitare il lettore a riflettere su dei fatti religiosi presentati non fenomenologicamente, bensì nel loro contesto storico. Non
sorridete! So bene che, ai vostri occhi, la « storia » comporta responsabilità
tali che, per esempio, paragonare un rito battesimale europeo a un mito o
simbolo acquatico equivale a impedirsi la pretesa di pensare storicamente.
Quanto a me, dopo aver studiato i maestri dello storicismo successivo a Hegel e fino a Ortega, sono
diventato più scettico e tollerante. Ho scoperto che, persino nell'uomo più
condizionato storicamente, esiste una enorme volontà antistorica, una tendenza
verso l'archetipo, il metastorico; e sono rimasto
colpito nel constatare come un qualsiasi atto religioso aiuti l'uomo (qualsiasi
uomo!) a oltrepassare la storia. Il secondo tomo del Trattato e, in parte, Il
mito dell'eterno ritorno, evidenziano tale meccanismo. Di conseguenza non
considero un attentato alla storia la comparazione di realtà religiose in
apparenza eterogenee...
Ma
mi sono lasciato trascinare in una discussione che un intero libro non
basterebbe ad avviare! Spero di incontrarvi prossimamente a Parigi, per esporvi
a grandi linee la mia posizione teorica. Per intanto vi ringrazio, e vi prego
di leggere gli ultimi quattro capitoli, poiché è a partire da essi che
riprenderà l'argomentazione del secondo tomo. [...]
Ι
miei ringraziamenti e la mia ammirazione.
Prefazione alla prima edizione
italiana
* Da Μ. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Einaudi,
Torino 1954, pp. VII-X.
Ernesto
de Martinco
o
Die Religion in Geschicbte and Gegenwart) o i
manuali che allineavano in monografie di vari specialisti le varie religioni
della terra (come il Lebrbuch der
Religionsgeschicbte dello Chantepie
de la Saussaγe), ma si abbandonò come
impossibile per il suo stesso assunto un'opera che abbracciasse in un unico
processo unitario dispiegantesi nel tempo la
sterminata varietà delle religioni umane. Non già che questa impossibilità
fosse ragionata teoreticamente, come potremmo fare noi in Italia per la nostra
familiarità con la critica storicistica della stessa
pretesa di una storia universale delle religioni: l'abbandono di fatto di una
genealogia temporale di tutte le religioni della storia umana si accompagnò
piuttosto alla constatazione della fragilità di tutte le varie ricostruzioni
genealogiche e soprattutto alla acquistata persuasione (per merito della scuola
storico-culturale in etnologia) che gli stessi dati
di fatto smentiscono il presupposto di una serie di fasi di vita religiosa
attraverso le quali tutta l'umanità sarebbe solidalmente passata.
Da
questa crisi - che è ancora in corso - è nato da una parte un rinnovato impulso
alle ricerche monografiche su singole religioni nel quadro di determinate
civiltà umane, e dall'altra un tentativo di dar nuova vita alla tipologia delle
forme religiose. L'indirizzo tipologico ha accompagnato quasi fin dal suo
inizio lo studio scientifico della vita religiosa, cercando di guadagnare un
suo proprio posto nel quadro delle cosiddette «scienze religiose». Ma questa
più antica tipologia, malgrado la sua pretesa di costituirsi come scienza
autonoma, era in sostanza una classificazione delle manifestazioni del sacro, e
come tale aveva il valore didattico e pratico di tutte le classificazioni. Un
ben più complesso significato culturale spetta invece alla nuova tipologia,
nella quale confluiscono vari temi dell'inquieto irrazionalismo moderno: come,
per esempio, la insoddisfazione per il mero filologismo
della storiografia positivistica, il bisogno di capire
la vita religiosa, l'accentuazione del carattere sostanzialmente irrazionale
della esperienza del sacro, il tentativo di rivendicare a questa esperienza la
sua autonomia nel quadro della vita spirituale, il riflesso della problematica
esistenzialistica più religiosamente impegnata, e infine la psicologia del
profondo dello Jung.
Il
Traité d'histoire des religions di Mircea Eliade appartiene senza dubbio a questo nuovo
indirizzo tipologico così sensibile ai temi
culturali
dell'irrazionalismo contemporaneo: e perciò meglio gli converrebbe il titolo di
tipologia (a di fenomenologia) piuttosto che quello di storia. Secondo l'Eliade
lo storico delle religioni si occupa di fatti che, per quanto inseritϋ nel flusso del divenire, manifestano un
comportamento che trascende in larga misura il comportamento storico
dell'essere umano. Al fondo delle varie religioni operano sempre gli stessi
«archetipi», cioè le stesse immagini e gli stessi simboli fondamentali, nei
quali si esprime la condizione umana come tale, al di là di tutte le epoche e
di tutte le civiltà. In tal modo, secondo l'Eliade,la pretesa religiosa di
evadere dalla storia, e di risolverla nella ripetizione rituale degli
archetipi, ha in certo senso un valore ontologico effettivo: lo storico e il fenomenologo della religione almeno in un punto si
confondono con l'uomo religioso in atto, nel senso che confermano l'aspirazione
religiosa fondamentale, cioè la evasione dalla storia. Dal punto di vista dello
storicismo (nel significato che questa parola ha assunto da noi) è facile
muovere a questa impostazione dell'Eliade la obiezione radicale che tutte le
pretese di evadere dalla storia, e in particolare quelle connesse con
l'esperienza del sacro, sono appunto mere pretese, destituite di valore
ontologico, e pertanto lo storico delle religioni ha il compito di rigenerare
mentalmente quelle pretese, risolvendole senza residuo nella loro reale genesi
storica e nel significato e nella funzione che spetta loro nel quadro della
storia umana. È senza dubbio vero che l'uomo impegnato nella esperienza del
sacro crede di ripetere modelli mitici, ma lo storico non può reduplicare tale esperienza appellandosi alla teoria degli
archetipi, ma al contrario ha il compito di narrarci come e perché siano nati
nella storia umana certi archetipi o immagini o simboli, che si sono via via depositati nel cosiddetto subconscio.
Tuttavia,
per quanto lo storicismo più conseguente possa sollevare queste e altre
obiezioni alle tesi dell'Eliade, è certo che l'incontro e il dialogo con lavori
d'indirizzo fenomenologico nel campo della vita
religiosa può giovare a precisare la polemica antinaturalistica, e soprattutto
a impegnare l'orientamento storicistico della nostra
cultura nazionale in una dimensione nella quale esso non si è esercitato ancora
abbastanza, cioè nel mondo suggestivo dei fenomeni religiosi e della storia del
sacro. Se non vogliamo correre il rischio di lasciar irrigidire la polemica storicistica nella sem-
plice conservazione e amministrazione dei risultati ottenuti e
nella semplice esegesi rabbinica della «filosofia dello spirito», è necessario
entrare in intenso rapporto polemico con tutte le istanze antistoricistiche
e irrazionalistiche della cultura contemporanea, facendo subire allo storicismo
la prova salutare di questo rapporto. L'indirizzo fenomenologico-religioso
in generale, e il Traité di Mircea
Eliade in particolare, ci offrono una opportunità di questo genere: ed è in
questo senso che la sua lettura può giovare non solo agli specialisti ma anche
a tutti coloro che sono interessati alla difesa e all'incremento del nostro
patrimonio umanistico.
F i n e
[1] M. Eliade, Memorie, II: Le messi del solstizio (1937-1960),
Jaca Book, Milano 1995, p. 17 (ed. orig. 1988).
[2] In Italia, come vedremo,
le notizie erano filtrate già da tempo, ma a «chiudere» il caso sono giunti i
volumi di Mac Linscott Ricketts (Mircea Eliade. The Romanian Roots, II, Columbia
University Press, New York-Boulder 1988) e di C. Mutti (Mircea Eliade e la
Guardia di Ferro, Il Veltro, Parma 1989 e Le penne dell'Arcangelo. Intellettuali e Guardia di Ferro, Barbarossa, Milano
1994). Per altre informazioni bibliografiche cfr. la Prefazione al sopracitato
vol. di Memorie redatta, con visibile
sofferenza, da Roberto Scagno, il più infaticabile (e anche più serio) curatore
delle opere di Eliade in Italia.
[3] Mutti,
Mircea Eliade cit.,
p. 23. Qualche accenno alla vicenda elettorale si trova nei contributi di A. Deac (in Storia del
popolo romeno, a cura di A. Otetea, Editori
Riuniti, Roma 1971; ed. orig. 1970) e di Z. Barbu (in Il fascismo in Europa, a cura di J. S. Woolf, Laterza, Bari 1968).
[4] Ringrazio V. Lanternari per avermi messo a disposizione gli articoli di
Eliade apparsi tra il 1933 e il 1938 su «Vremea» e su
«Cuvantul», e M. Lorinzki
per avermeli coraggiosamente tradotti, sette anni fa.
[5] Eliade, Memorie, II cit., p. 26 e passim.
Firmando una dichiarazione di dissociazione dal movimento, Eliade non avrebbe
poi potuto sostenere la sua totale estraneità alla Guardia di Ferro e al tempo
stesso avrebbe tradito N. Ionescu, a cui era
intimamente legato. Saggiamente, non firmò.
[6] L'episodio più sgradevole
si è verificato nella rinomata intervista concessa a C. H. Rocquet
e pubblicata in volume a sé (La prova del
labirinto, Jaca Book, Milano 1980; ed. orig. 1978), dove si ripercorrono le vicende della
giovinezza di Eliade saltando a piè pari ed elegantemente i cinque anni in
questione. Il sortilegio si ripete in occasione della seconda edizione italiana
del libro (1990) che si presenta «aggiornata» da un minuzioso profilo biobibliografico, redatto da I. P. Culianu,
il noto e sfortunato allievo di Eliade, per il quale gli anni tra il 1935 e il '40 sono tutti dedicati al lavoro scientifico, ai viaggi
all'estero e ai corsi universitari.
[7] Fino al 1979 (stando a
quanto ci dice il Journal - vol. 3, Gallimard, Paris 1991 - in data 17 agosto) Eliade pare
intenzionato a non voler parlare degli anni a ridosso della partenza da
Bucarest: gli sembra di aver « già detto tutto » nei meandri del romanzo (La foresta proibita) che ha pubblicato
nel lontano 1955. Confusamente muta poi avviso: il secondo volume delle Memorie, rimasto interrotto per la morte
dell'autore e uscito postumo, dedica le prime cinquanta pagine agli anni fino
ad allora «proibiti». Una metafora in positivo di questo «ritorno di memoria»
si può cogliere - ipotizza C. Mutti nei suoi lavori -
nel racconto Diciannove rose, uscito
in Francia nel 1982 e in Italia (Jaca Book, Milano)
nel 1987; che forse - non è un caso - è anche l'esito più debole della
narrativa di Eliade.
[8] Eliade, Memorie, II cit., p. 14. Dopo la morte di Ionescu,
l'autore prenderà le distanze dagli «eccessi» del movimento legionario, in
particolare quelli perpetrati nella notte del 29 novembre 1940 in cui fu
trucidato N. Iorga, l'enciclopedico e famoso
scrittore e uomo politico che tanto aveva fatto sognare l'«adolescente miope».
Crimini che secondo Eliade «annullavano il senso religioso,
"sacrificale", delle esecuzioni dei legionari sotto Carol e compromettevano irrimediabilmente la Guardia di
Ferro, considerata da quel momento
come un movimento terrorista e filonazista» (Memorie, II cit., p. 49: corsivo mio).
[9] Che Eliade sentisse
«stretta» l'amata Romania mi pare non ci siano dubbi: a parte la frequenza dei
suoi viaggi di studio e lo stimolo intellettuale che ogni volta ne trae, un
segno forte è rappresentato dalla scarsa considerazione in cui erano tenute,
nell'ambiente accademico rumeno, le sue opere a carattere storico-religioso
(l'autore era maggiormente stimato come narratore e viaggiatore). Sulle
resistenze incontrate in patria, numerosi sono gli accenni nel Giornale e nelle Memorie, nonostante la reticenza di Eliade a parlare dei rilievi
mossi alle sue opere.
[10] «Mi viene in mente con
inquietante precisione il momento in cui, mentre portavo con altri tre amici la
bara di Nae Ionescu alla
tomba, inciampai e con grande sforzo riuscii ad appoggiarmi su un ginocchio
fino a che qualcuno si precipitò verso di me e mi aiutò a rialzarmi. Conoscevo
la superstizione popolare: chi cade portando un morto alla fossa è destinato a
morire nel corso dello stesso anno... » (Memorie,
II cit., p. 12).
[11] Ibid, p. 48.
[12] In particolare nel
fondamentale Cosmologia e alchimia
babilonesi, Sansoni, Firenze 1992 (ed. orig. 1937); ma anche in Fragmentarium, L'Herne, Paris 1989 (ed. orig.
1939).
[13] G. Van
der Leeuw, Fenomenologia della religione, Boringhieri, Torino 1960, p. 530 (ed. orig.
1933). Cfr. Anche la recensione di Eliade alla
traduzione francese dell'opera, pubblicata su «Critique»,
n° 39, 1949, e compresa ora nella raccolta Spezzare
il tetto della casa, Jaca Book, Milano 1988 (ed. orig. 1986).
[14] Cfr.
la citata intervista di C. H. Rocquet, p. 130.
L'omaggio di Propp a Goethe
si trova a p. 98 dell'edizione italiana della Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 1966).
[15] Mi riferisco all'edizione
(Mohr, Tübingen 1933)
utilizzata da Eliade nel Traité,
non alla Einfübrung
che risale al 1925. Nella ricordata recensione all'ed. francese della Fenomenologia, Eliade avanza qualche
riserva sull'uso del concetto di «potenza», che sembra derivare da quello di mana.
[16] Questo ormai famoso
assioma si trova a p. XLV della presente edizione.
[17] Cfr.
infra, p.
360.
[18] Cfr.
infra, p.
423.
[19] Cfr.
infra, pp.
107 sg.
[20] M. Eliade, Giornale, Boringhieri,
Torino 1976, p. 247 (ed. orig. 1973).
[21] Eliade, La prova del labirinto cit., p. 148.
[22] Eliade, Giornale cit.,
p. 377.
[23] Cfr.
infra, p.
32, nota 39.
[24] È il titolo originale di Le Mythe de l'éternel retour (titolo quest'ultimo imposto da Gallimard).
[25] Si tratta, a mio avviso,
dell'episodio più grigio dell'intera vicenda politico-culturale dell'autore: ce
ne parla lui stesso - senza un filo di autoironia -
nel secondo volume delle Memorie cit.
(specialmente pp. 64 sg.). In precedenza, anche questo « particolare » sfuggiva
regolarmente ai compilatori delle note biobibliografiche
e agli intervistatori. Eppure il libro (Salazar si revolutia in Portugalia) era
stato pubblicato dalle edizioni Gorjan di Bucarest
nel 1942.
[26] Due segni premonitori:
«lascia» a Bucarest l'originale del suo Diario,
tenuto ininterrottamente (a quanto ci dice) dal 1928 al 1940, che andrà poi
perduto; e rinuncia a partecipare a un facile concorso universitario in cui è
in palio una cattedra di Filosofia della cultura, creata apposta per lui da N.
I. Herescu.
[27] M. Eliade, Memorie, I: Le promesse dell'equinozio (1907-1937), Jaca Book, Milano 1995, p. 288 (ed. orig.
1980).
[28] I tempi di lavorazione dei
Prolegomeni, relativamente agli anni 1945-48, sono puntualmente registrati nel Journal, per cui
da questo momento mi limito a segnalare le fasi salienti.
[29] Eliade, Giornale cit.,
p. 40; Cfr. Anche Memorie,
II cit., p. 87.
[30] Le problème du chamanisme («Revue de l'Histoire des Religions», n° 81, 1946) uscì
nell'estate del 1947.
[31] Eliade, Giornale cit.,
p. 67.
[32] D. Dubuisson,
Mitologie del XX
secolo. Dumézil, Lévi-Strauss,
Eliade, Dedalo, Bari 1995, p. 240 (ed. orig.
1993).
[33] E. Leach,
recensendo Mefistofele e l'androgino («The New York Review of Books», 20 ottobre
1966), accusa Eliade di essere un erudito piuttosto superficiale e di
«rovistare frettolosamente negli schedari » (riportato da Mac
Linscott Ricketts, In difesa di Eliade, in « I quaderni di Avallon», n° 13, 1987; ed. orig.
1973).
[34] M. Eliade, Lo sciamanismo e
le tecniche dell'estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, p. II (ed. orig. 1951).
[35] Ibid., p. 13.
[36] J. Ries,
Scienze delle religioni e scienze umane. L'opera di M. Eliade, in « I quaderni
di Avallon » cit., p. 120.
[37] Cfr.
infra, p.
227.
[38] Sul contenuto di questo
annunciato «volume complementare» si veda la lettera del 10 febbraio 1949 a
Raffaele Pettazzoni edita da N. Spineto in M. Eliade
e R. Pettazzoni, L'Histoire des religions
a-t-elle un sens? Correspondance 1926-1959, Cerf, Paris 1994, pp. 200 sg.,
che riproduciamo tradotta in appendice alla presente edizione, pp. 437 sg.
[39] Mi riferisco alle raccolte Images et
symboles (Gallimard, Paris 1952) e Mytbes, réves et mystères (idem,
1957), entrambe tradotte in
Italia.
[40] Nel saggio Etnologia e
cultura nazionale negli ultimi dieci anni («Società», n° 9, 1953).
[41] Origine e fondazione nella
mitologia, in C. G. Jung e K. Kerényi, Prolegomeni
allo studio scientifico della mitologia, Einaudi,
Torino 1948, p. 18 (ed. orig. 1941).
[42] Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, Borla, Bologna 1968, p. 17 (ed. orig.
1949).
[43] « Il mondo intero era sul punto di
trasformarsi e almeno una delle trasformazioni importanti non poteva che
rendermi felice (...). L'India si trovava alle soglie dell'indipendenza e,
inevitabilmente, l'Asia rientrava nella Storia. Per me, questo avvenimento non
aveva soltanto un significato politico. Ben presto sarebbe diventato possibile
un nuovo confronto - su un piano di uguaglianza - tra la spiritualità orientale
e quella occidentale. Ma il dialogo sarebbe stato possibile solo se la vera
spiritualità orientale - cioè, la sua matrice religiosa - fosse stata
correttamente conosciuta e compresa in Occidente. La Fenomenologia e la Storia
delle religioni, come le praticavo io, mi sembravano essere la preparazione più
adeguata a questo dialogo imminente. D'altra parte, il mondo arcaico - i
"primitivi" che gli antropologi studiavano da un secolo - non poteva
conservare ancora a lungo la sua presentazione
coloniale. Ma, per gli occidentali, comprendere la spiritualità arcaica era
ancor più difficile, perché ciò presupponeva un minimo di comprensione del
pensiero mitico» (Memorie, II cit., pp. 72 sg.; corsivo mio).
[44] Sul filone in questione
sono da vedere le sottili - anche se un po' tortuose - ricerche di F. Jesi, a partire da Germania segreta. Miti nella cultura tedesca
del '900,
Silva, Milano 1967.
[45] Ristampato in Seelenprobleme der Gegenwart, Rascher, Zúrich
1930 (trad. it. Il problema dell'inconscio
nella psicologia moderna, Einaudi, Torino 1967, pp. 146-71).
[46] Sulla fragilità non solo
terminologica del lessico filosofico eliadiano, cfr. la dura - e fin troppo accalorata - requisitoria di Dubuisson, Mitologie
del XX secolo cit., pp.
229-52, che entra pure nel merito del «rapporto» con Heidegger (pp. 279-90).
[47] All'epoca dei Prolegomeni, Eliade utilizza
praticamente tutte le opere principali di Lévy-Bruhl,
a eccezione dei Carnets
(non ancora resi pubblici). Un breve accenno alla «mentalità prelogica» si trova in The
History of Religions in Retrospect: 1912-1962,
pubblicato sul « Journal of Bible and Religion», n° 31, 1963 (ora in La nostalgia delle origini, Morcelliana,
Brescia 1972, p. 29).
[48] Eliade, La prova del labirinto cit., P. 56.
[49] Ibid., pp. 54 sg.
[50] Già A. Brelich,
recensendo Images et symboles aveva notato questa «apertura» nel pensiero di
Eliade, e aveva anzi aggiunto: «mi sembra che il punto centrale in cui tra le
posizioni dell'Eliade e quelle dello storicismo potrebbe instaurarsi un dialogo
fecondo, non sia stato sfiorato ancora» (in «Studi e Materiali di Storia delle
Religioni», nn. 24-25, 1953-54).
[51] Eliade, Memorie, II cit., p. 103.
[52] «Bachelard
aveva letto, con grande interesse, mi disse, il Trattato e ne ha parlato molto nei suoi corsi, in quanto in esso ci
sono una quantità di immagini per analizzare il simbolismo della terra,
dell'acqua, del sole, della Terra-Madre... » dice Eliade in La prova del labirinto cit., p. 91. Quanto a Ricoeur,
filosofo poco amato per il suo freudismo, viene letto
con interesse improvviso il 15 ottobre 1959: «Appassionante articolo di Paul Ricoeur: Le symbole donne à
penser (« Esprit », luglio-agosto 1959). Ricoeur si chiede come si possa pensare partendo dai
simboli religiosi. Trae i suoi esempi dal mio Trattato. La prima loro esegesi è quella da me stesso tentata. Ricoeur, in quanto filosofo, ricorre a un'ermeneutica che, da
parte mia, non ho osato impiegare nel Trattato.
Dovevo prima di tutto convincere i "dotti" - orientalisti, sociologi,
filosofi - che avevo ragione di basare le mie argomentazioni su documenti e non
su "speculazioni". In seguito, in alcuni articoli (l'ultimo uscirà
questo stesso mese nel volume preparato con Kitagawa
per la Chicago University Press, in memoria di Wach),
ho tentato di sistemare le mie idee sul simbolo. Ma ancora non ho avuto il
tempo di esprimere a mio agio tutto il mio pensiero su questo problema, che è
nel contempo la chiave grazie alla quale l'uomo moderno può ancora penetrare il
fenomeno religioso. E anche il cammino attraverso il quale si può arrivare a
rinnovare la problematica della filosofia contemporanea » (Giornale cit., p. 225). L'articolo che
Eliade aveva appena finito di scrivere è Osservazioni
sul simbolo religioso, che ora si può leggere nella raccolta Mefistofele e l'androgino cit.,
pp. 177-99).
[53] Del sussiego e del
fastidio con cui Kerényi guardò l'opera di Eliade,
colpevole di aver banalizzato i presupposti del suo pensiero, ci parlano A. Magris (in Carlo Kerényi e la ricerca fenomenologica
della religione, Mursia, Milano 1975) e F. Jesi (nei saggi su Kerényi in Materiali
mitologici, Einaudi, Torino 1979). Lo stesso
Eliade ne parla, con un certo imbarazzo (alle pp. 95 e 143 del Giornale cit.,
e a p. 136 delle Memorie, II cit.).
[54] Secondo Dubuisson (Mitologie
del XX secolo cit., p. 220)
esiste un velato accenno a Eliade nell'opera di Lévi-Strauss,
ma risale a L'Homme
nu, che è del 1971. Dice: «Dietro il falso
rimprovero [che mi si muove] di avere impoverito i miti, si nasconde un larvato
misticismo, alimentato dalla vana speranza che un senso riposto si riveli
dietro il significato apparente, un senso che giustifichi o almeno scusi tutte
le aspirazioni confuse e nostalgiche che non osano esprimersi direttamente» (L'uomo nudo, Il Saggiatore, Milano 1974,
p. 602).
[55] C. Geertz, Religion. Anthropological Study, in Intemational Encyclopaedia of the Social Sciences, MacMillan Press,
[56] Con questa dizione si è
soliti indicare il gruppo di studiosi d'ispirazione laica che si formò nel
dopoguerra dentro o a fianco della rivista fondata da Raffaele Pettazzoni, « Studi e Materiali di Storia delle Religioni».
[57] Il primo scritto di Eliade
in Italia (Il male e la liberazione nella
filosofia Samkhya-Yoga) comparve su «Ricerche
religiose» (n° 6, 1930), la nota rivista diretta da Ernesto Buonaiuti;
a questo fece seguito un secondo articolo (Il
rituale hindu e la vita interiore, ibid., n° 6,
1932) che il Buonaiuti giudicò «dotto e suggestivo ».
Per il resto, il rapporto tra Eliade e il mistico modernista non si spinse mai
al di là del reciproco affetto. Più complesso forse il rapporto con Vittorio Macchioro, l'anticrociano
interprete dei misteri orfici, che fu tra i primi in Italia a leggere e
apprezzare il libro sullo Yoga del '36, senza
peraltro poi utilizzarlo (imitato in ciò da Eliade che si innamorò per breve
tempo della sua interpretazione dell'orfismo). Di Pettazzoni ed Evola si dirà più
avanti: quanto a Tucci - il principe incontrastato
degli orientalisti italiani - oltre che a pubblicare sulla sua rivista
(«Asiatica») due articoli inviatigli da Eliade, ebbe un ruolo decisivo per
quanto riguarda l'inserimento dell'autore nel mondo accademico, insieme a Pettazzoni, ma non mi sembra che sul piano scientifico vi
sia stato tra i due un grande scambio di idee (è comunque un punto che lascio
in sospeso). Con tutti questi studiosi (tranne forse Evola)
Eliade era entrato in contatto per sua iniziativa, fin dagli anni venti,
creando anche - per eccesso di entusiasmo - qualche incidente «politico», come
ci racconta candidamente lui stesso a più riprese; ne fecero le spese i più
«esposti» politicamente: Buonaiuti e Macchioro.
[58] In «Studi e Materiali di
Storia delle Religioni», n° 21, 1947-48.
[59] Cfr.
la lettera del 13 maggio 1952 pubblicata da M. Mincu
e R. Scagno nel prezioso Mircea Eliade e l'Italia Jaca
Book, Milano 1987, p. 233), dove si possono seguire le fasi del lungo rapporto
(1927-56) epistolare e dal vivo con Giovanni Papini, l'autore prediletto dall'«adolescente miope».
[60] La lettera (in francese
nell'originale) è stata pubblicata in Francia da N. Spineto (Eliade e Pettazzoni, L'Histoire des religions
cit., pp. 197-99) che ha
esaurientemente documentato il percorso, anch'esso lungo (1926-59)
e curiosamente «liscio», di questo rapporto.
[61] «Studi e Materiali di
Storia delle Religioni», n° 22, 1950.
[62] Alle pp. 130 sg. della
presente edizione.
[63] Pettazzoni,
rec. cit., p. 166.
[64] Ad esempio nell'articolo Manuali di storia delle religioni,
redatto per «Numen», n° 1, 1954.
[65] Raccolti, pubblicati e
presentati da A. Brelich nel n° 31 (1960) di «Studi e
Materiali di Storia delle Religioni».
[66] Per maggiori informazioni cfr. E. de Martino e C. Pavese, La collana viola, a cura di P. Angelini,
Bollati Boringhieri, Torino 1991.
[67] Ibid., p. 131. Ma cfr. Anche la lettera del 30 aprile 1949.
[68] V. Vacca aveva già
tradotto parte delle Mille e una notte
per la collana dei « Millenni » (1948) e tradurrà anche la Fenomenologia della religione di G. Van der Leeuw (Boringhieri,
Torino 1960).
[69] Questo a partire dal 1976,
da quando cioè il volume è entrato a far parte della «Universale Scientifica ».
Viene ripristinata, insieme alla disprezzata prefazione di Dumézil,
in appendice alla presente edizione (cfr.
rispettivamente pp. 439-42 e 429-35)
[70] Scarsissimi e ininfluenti
(prefazione a parte) i riferimenti al Trattato,
forse l'opera di Eliade meno citata da de Martino: per la valutazione
dell'insieme rimando invece al mio contributo apparso in Ernesto de Martino nella cultura europea, a cura di C. Gallini e M. Massenzio, Liguori,
Napoli 1997, intitolato appunto Il
rapporto tra E. de Martino e M. Eliade.
[71] E. de Martino, La fine del mondo, a cura di C. Gallini, Einaudi, Torino 1977, p.
247.
[72] Nella Grande festa, che è
del '59, Lanternari scrive
tra l'altro, con esplicito riferimento al Trattato
(oltre che al Mito dell'eterno ritorno):
« (...) la rifondazione religiosa del ciclo vitale (che non è una rigenerazione
"paradisiaca", essendo legata a prementi esigenze esistenziali) ha
una sua precisa funzionalità, in quanto vale a riaprire il corso normale della
vita profana. Pertanto è in funzione della vita profana che va vista operare la
festa, con la sua provvisoria evasione dal mondo. L'errore dell'Eliade sta in
ciò, che sottovalutando l'immensa portata positiva, il fecondo valore storico-dinamico del momento profano entro le civiltà
religiose, egli finisce precisamente con l'invertire i reali rapporti esistenti
fra sacro e profano all'interno di ciascuna cultura» (La grande festa, Dedalo, Bari 1976, 2ª ed., p. 541). Sul preteso barrage operato da de Martino e da Lanternari nei confronti di Eliade, è intervenuto V.
Bottone con «Verità» del mito, «verità»
della storia: l'etnologia storicistica italiana e la
fenomenologia religiosa di M. Eliade, in «Prospettive Settanta», n° 2,
1982.
[73] La storia del dibattito è
stata riassunta da A. di Nola in Mircea Eliade tra
scienza delle religioni e ideologia «guardista», in
«Marxismo oggi», nn. 5-6,
1989, dove il lettore troverà le indicazioni bibliografiche essenziali.
Naturalmente, il Trattato è stato
raramente preso in considerazione, nella foga degli interventi; comunque sono da segnalare: I. P. Culianu,
Mircea Eliade, Cittadella Editrice, Assisi
1978 (che ha in certo modo provocato il dibattito, più con i suoi silenzi che
con la ricostruzione - peraltro buona - dell'apparato teorico); F. Jesi, Cultura di destra e religione della morte, in «Comunità», n° 179,
1978; R. Scagno, Libertà e terrore della
storia. Genesi e significato dell'antistoricismo di M. Eliade, Print Centro Copyrid, Torino
1982; C. Fiore, Storia sacra e storia
profana in Mircea Eliade, Bulzoni,
Roma 1986.
[74] Per di Nola il Trattato, a differenza delle opere di
Eliade sullo Yoga e sullo sciamanismo, resta al di
fuori della storia delle religioni: «inesorabilmente distante da ogni criterio
metodologico proprio della storia delle religioni [il Trattato], resta un esempio di letteratura fenomenologica
aggravata dagli intenti mistico-missionari ricordati»
(Mircea Eliade cit.,
p. 71).
[75] Il brano è il seguente:
«Sfoglio oggi il mio Trattato di storia
delle religioni soffermandomi soprattutto sul lungo capitolo sugli dei del
cielo; mi chiedo se il messaggio segreto del libro sia stato capito, la
"teologia" implicata nella storia delle religioni così come viene da
me decifrata e interpretata. Nondimeno il senso ne risulta abbastanza chiaro: i
miti e le "religioni", in tutta la loro varietà, sono il risultato
del vuoto lasciato nel mondo per essersi Dio ritirato, trasformato in deus otiosus e
scomparso, dall'attualità religiosa. (...) Si sarà capito che la
"vera" religione inizia solo dopo che Dio si è ritirato dal mondo? »
(Eliade, Giornale cit.,
p. 230). Ora, mi sembra che Jesi interpreti quel
«vera» nel significato di «autentica» (in ciò ingannato dall'uso che spesso ne
fa Eliade). Invece è proprio il contrario: l'autore intende dire «la religione
come noi l'intendiamo», basata sul culto,
su quell'insieme organizzato di credenze e di
pratiche che siamo soliti definire religione tout court, e che effettivamente «inizia» dopo che il dio creatore
si è allontanato dal mondo e l'attenzione si sposta dal passato mitico al
presente regolato dal regime dei riti, e cioè sul culto di esseri
soprannaturali esistenti nel presente. Eliade, in questa nota di diario, non fa
che ribadire la natura del suo trattato, che non è una storia delle religioni,
ma una «storia del sacro»: del sacro che fonda,
non il sacro che si «depaupera» nelle religioni storiche.
[76] Mi riferisco ad alcuni
interventi (di P. Pisi, di A. Faivre,
di I. Chirassi Colombo, ecc.) che hanno vivificato il
Convegno di Bergamo del 1996 e che ora si possono leggere nel volume Confronto con Mircea
Eliade a cura di L. Arcella,
P. Pisi e R. Scagno, (Jaca
Book, Milano 1998).
[77] Rgveda, X, 18, 10.
[78] In francese «lui», che
significa anche «sé». Si giustifica in questo modo l'identificazione, oltre che
con il Brahman,
con l'ātman,
che indica appunto il Sé più profondo [NdR].
[79] Κātha-Upanisad, V, 2.
[80] Βloγ, Le Mendiant ingrat, II, p. 196.
[81] Chāndogya-Up.,
ΙΙΙ, 17, 1-4.
[82] Cfr.
l'elogio del Bove primordiale, Yasna, 29; il rispetto dei bovini, Yasna, 12, I ecc.