
COLLANA «BEN-ESSERE»
Dieci
anni di lavoro nel campo della microbiologia hanno fornito all’Autrice il
rigore, il metodo d’indagine e di analisi necessari
per questa ricerca, durata a sua volta dodici anni. L’esperienza personale
della malattia (cancro, mal di schiena cronico, depressione nervosa e una
quantità di operazioni) e l’autoguarigione completa
che ne seguita l’hanno condotta a testare con altri la sua convinzione: VI
È UNA CORRELAZIONE fra sintomo e causa profonda, confermata dal vissuto personale
di migliaia di uomini e donne che si sono rivolti a Claudia Rainville.
Se
siete fra coloro che s’interrogano sul senso profondo della loro malattia,
questo libro potrebbe condurvi alle cause profonde e dare il via ad un vero
processo di autoguarigione.
Leggere i sintomi come
messaggi
del
corpo: una chiave semplice fondata su
un'enorme casistica, per comprendere cosa
c'è dietro
una malattia e guarire.
Claudia Rainville
Metamedicina
Ogni sintomo
è un messaggio
La guarigione a portata di
mano
Traduzione e copertina di Daniela Muggia
Edizioni
AMRITA
Prologo
1
Prima
parte - Svegliare la propria coscienza
Cap.
Ι -Assumersi la responsabilità della propria salute e della
Cosa sono le frequenze vibratorie? 19
Cosa accade dunque al momento della morte? 22
Cap.
II - Il cervello e il suo ruolo nelle manifestazioni di equilibrio
e squilibrio 29
La neocorteccia ο materia grigia
30
Il cervello limbico 31
L'ipotalamo, ovvero il cervello rettiliano:
la voce del
corpo nel cervello 39
Cap.
ΙΙΙ - Come non farsi influenzare
47
Cap.
IV - Come usare bene le programmazioni 65
Cap.
V - L'origine della malattia ovvero "cosa ti dice il male"
77
Seconda
parte - Le chiavi dell'autoguarigione
Cap.
VI - Il disagio di vivere e come liberarsene 93
Come liberarsi del disagio di vivere 107
Cap. VII - Il senso di colpa e le sue
ripercussioni: come liberarsene 109
Da dove viene il senso di colpa? 109
Ι quattro sensi di colpa principali da
cui derivano tutti
gli altri 115
Ι nostri sensi di colpa
danno luogo a una grande varietà
Come liberarsi dei sensi di
colpa?
124
Cap.
VIII - Le paure e le loro ripercussioni: come liberarsene 133
Come liberarsi dalle paure e dalle fobie 144
Come liberarsi dell'ansia, dell'angosica e
delle fobie 147
Cap.
ΙΧ - La collera e come superarla 151
Come nasce un'emozione di collera 151
Come gestire un'emozione di collera 154
Cap.
Χ - La vergogna e le sue manifestazioni: come superarla 161
Provi un senso di vergogna? 161
Come liberarsi dal senso di vergogna? 165
Cap. XI - Come ricostruire la storia del
proprio disagio ο della propria malattia 171
Prima tappa: che cosa rappresenta l'organo
ο la
parte del corpo colpita? 171
Seconda tappa: qual è il significato della
tua malattia? 171
Terza tappa: localizza l'affezione 174
Quarta tappa: rintracciare la comparsa dei
primi sintomi
tenendo conto di fattori d'ordine fisico 175
Quinta tappa: ricostruisci la frequenza 175
Sesta tappa: quali sono i vantaggi che ti
derivano dal tuo disturbo 177
Settima tappa: questo disturbo, questa
malattia,
cosa ti impediscono di fare? 177
Ottava tappa: a quale atteggiamento mentale
può assimilarsi
il tuo disturbo ο la malattia? 178
Nona tappa: questo disturbo, questa
malattia, cosa
vogliono farti capire? 178
Decima tappa: una volta portata alla luce
la causa del tuo disturbo
ο della tua malattia, quale azione,
quale decisione ti si profila? 178
Undicesima tappa: quali sono le osservazioni
ο il miglioramento
che hai notato dopo questa azione ο
decisione? 179
Dodicesima tappa: se hai compreso,
ringrazia per la
lezione che il disturbo ο la malattia ti
hanno permesso
di integrare nella tua evoluzione 179
Terza
parte - Imparare a leggere e a interpretare la
simbologia del corpo
Cap.
XII - La struttura portante e il sistema locomotorio 187
Le ossa 187
Le articolazioni 189
Ι muscoli 193
La schiena e la colonna vertebrale, con le
trentatre vertebre 205
Cap.
XII - La testa e gli organi sensoriali 225
Cap.
XIV - La pelle e i suoi derivati 243
La pelle 243
Cap.
XV - Gli organi della respirazione
259
Il naso 259
La faringe (ο gola) 264
La laringe 265
I polmoni 269
Ι bronchi 271
Cap.
XVI - L'apparato circolatorio 275
Il cuore 275
Il sangue e le sue manifestazioni di
squilibrio 282
La milza 283
La linfa
284
Cap.
XVII - L'apparato digerente
285
Labbra e bocca 286
Mascelle, denti e gengive 287
La lingua e la saliva 290
Il palato 291
Esofago 291
Diaframma 293
Lo stomaco 293
Il fegato 296
Il pancreas 297
L'intestino 299
L'ano 304
Cap.
XVIII - L'apparato genitale 307
al femminile 307
al maschile 321
Cap.
XIX - L'apparato escretorio e il sistema ghiandolare. 333
L'apparato urinario 333
Sistema ghiandolare 338
Cap.
XX - Le chiavi della salute e del benessere 351
Respirare bene
351
Alimentarsi bene
353
Fare esercizio e riposarsi 356
Sapersi rilassare 357
Come stare in buona salute, come star
meglio 358
Epilogo 359
Note
sull'autrice 361
Bibliografia
dell'edizione canadese 363
Indice
analitico
365
«Ciò che chiamiamo
malattia è la fase terminale di un disturbo molto più profondo
e
perché un trattamento possa avere davvero successo
è
evidente che non basterà curare la sola conseguenza
senza
risalire alla causa fondamentale che andrà eliminata».
Dottor Edward Bach
CHE
COS'Ε' LA METAMEDICINA?
Il
termine "metamedicina" è formato dal prefisso greco meta, che significa "al di là"
e dal sostantivo "medicina", che significa "l'insieme dei mezzi
messi in atto per prevenire, guarire e alleviare le malattie".
La
metamedicina va al di là della semplice cancellazione
del dolore ο della scomparsa dei sintomi, incentrandosi sulla ricerca del
fattore responsabile dei disturbi.
In
metamedicina, il dolore, il malessere ο l'affezione sono
considerati segni precursori dell'incrinarsi dell'armonia in una parte
dell'organismo, e far scomparire questi segnali senza ricercare l'informazione
di cui sono forieri sarebbe come disinserire l'allarme antifumo dopo che ha
rilevato un focolaio d'incendio. Ignorando l'allarme, rischiamo di trovarci nel
bel mezzo delle fiamme, ed è precisamente quanto fanno coloro
che inghiottono una medicina senza cercare di capire quale sia l'origine
del segnale. Questo non implica automaticamente che sia necessario rifiutare
una medicina che potrebbe darci sollievo: significa invece non limitarsi a
voler cancellare il dolore ο a voler far scomparire i sintomi, ma voler
eliminare anche ciò che ha potuto originarli.
a titolo d'esempio vi racconto un'esperienza personale, vissuta
all'età di undici anni: avevo un orzaiolo dopo l'altro e una compagna di classe
mi suggerì di rivolgermi a una sua zia guaritrice, che avrebbe potuto
liberarmene. Andai a trovarla, e la donna si limitò ad appoggiare il suo anello
d'oro nel punto in cui stava spuntando un nuovo foruncolo dolorosissimo; mi
disse: «Vai e non ringraziarmi», cosa che io feci. Da quel giorno, non ho mai
avuto un altro orzaiolo.
Claudia
Rainville
Mi
aveva guarita? L'interrogativo è tutto qui.
Far
scomparire un sintomo, un dolore ο una manifestazione non significa
necessariamente guarigione perché la causa che gli ha dato origine può
ripresentarsi dopo un certo tempo, in modo più ampio oppure sotto una nuova
forma. Fu proprio ciò che accadde a me: la mia fiducia nelle qualità
terapeutiche della donna era stata sufficiente per annullare del tutto quel
"segnale" del mio organismo, ma la causa che l'aveva originato non era
stata eliminata sicché, in seguito, ebbi una tonsillite dietro l'altra. Questa
volta mi rivolsi al medico di famiglia che mi prescrisse in un primo tempo
delle compresse di iodio, che mi diedero ben poco sollievo. Poi passò agli
antibiotici, i cui risultati furono piuttosto effimeri; la soluzione definitiva
era di farmi operare di tonsille. L'intervento chirurgico ebbe luogo, ma la
causa del problema era ancora lì sicché, in seguito, si manifestarono faringiti
e laringiti.
Le cartelle cliniche sono piene di storie di
questo genere; per esempio, c'è il caso di una donna a cui trovano un piccolo
nodulo al seno, durante un esame di routine: il medico le raccomanda di fare
una mammografia, poi una biopsia; diagnosi: una massa lipomatosa, ovvero un
ammasso di tessuto grasso di natura benigna. La paziente si sente rassicurata.
Qualche
anno dopo la stessa donna scopre un'altra protuberanza sul seno: non si
preoccupa, pensando che si tratti probabilmente di un'altra cisti di grasso ma,
questa volta, il seno le fa male; inoltre compaiono gangli ascellari, il che la
spinge a recarsi nuovamente dal medico. Dopo gli esami adeguati, la diagnosi è:
cancro.
a questo punto, interviene il chirurgo eliminando il tessuto
anomalo dal seno. La paziente viene sottoposta per un
anno a trattamenti di radioterapia e chemioterapia, dopo di che sembra si possa
cantar vittoria. La paziente conduce una vita normale. Poi compaiono dolori
alle anche, e sì scopre che si tratta di un cancro alle ossa: pochi anni più
tardi, la donna muore per un cancro generalizzato.
Ben
inteso, non tutte le storie vanno così: non è che tutti quelli che hanno gli
orzaioli finiscono necessariamente per avere in seguito
tonsilliti ο laringiti, e chi ha una cisti al seno non
necessariamente svilupperà un cancro. L'evoluzione della manifestazione è
determinata dalla causa stessa che può essere temporanea ο prolungata:
sono le cause di grande intensità ο che vengono
alimentate a dar luogo a una serie di manifestazioni ο a malattie gravi
come il cancro, la sclerosi, eccetera.
Fintantoché
si interviene sull'effetto ο sulle manifestazioni
che, sempre nel caso del nostro esempio, sono l'estrazione del lipoma (ciste di
grasso), l'asportazione del seno, i trattamenti di radioterapia e
chemioterapia, la causa continua a lavorare e a propagarsi proprio come
un'erbaccia che viene tagliata senza estirparne le radici.
3
Teniamo a mente che non vi è alcuna manifestazione (dolore, indurimento,
sanguinamento, eccetera) priva di causa; ogni causa produce effetti che a loro
volta generano nuove cause e ancora più numerosi effetti.
Cosa avrebbe potuto fare quella guaritrice che avevo consultato
quando avevo undici anni per condurmi verso una vera guarigione? Avrebbe potuto
certamente usare l'anello d'oro che aveva posato sul miο orzaiolo ma, in
seguito, avrebbe dovuto farmi delle domande, aiutarmi a scoprire e poi a eliminare il fattore responsabile di questi orzaioli.
Queste ultime due tappe corrispondono all'approccio tipico della metamedicina,
che può essere usato da medici, infermieri, terapeuti,
guaritori, pranoterapeuti e così via per guidare la persona che si è rivolta a
loro nel processo di recupero della salute. Volutamente uso il verbo
"guidare", perché l'unica guarigione vera è l'autoguarigione. Non si
può guarire nessuno contro la sua volontà, e soltanto la volontà sincera di
guarire può motivare una persona a operare i mutamenti
necessari nei suoi atteggiamenti, nel suo sentire e nelle emozioni responsabili
della sua sofferenza.
Come
può intervenire la metamedicina in un processo di guarigione? La metamedicina
aiuta a ricostruire la storia di un disturbo, di una malattia ο di un
mal-essere profondo risalendo per quanto possibile alla comparsa dei primi
sintomi; a questo scopo si usano le chiavi che orientano il "colloquio
pertinente", necessario per scoprire la ο le cause del male.
Quale
"colloquio pertinente" avrebbe potuto mettere in atto la guaritrice
se fosse stata al corrente della metamedicina? Servendosi della simbologia del corpo e delle sue manifestazioni,
avrebbe saputo che, giacché il disturbo mi colpiva gli occhi, la causa aveva a
che fare con qualcosa che vedevo; inoltre avevo continue infezioni e spesso le
infezioni sono collegate alla collera che fermenta dentro di noi; di
conseguenza mi avrebbe chiesto se c'era qualcosa che vedevo e che mi mandava in
collera. Era proprio questo il mio caso: verso l'età di
undici anni, assistevo continuamente a scene di violenza in famiglia, e
quando vedevo mia sorella con il sangue al naso per ore perché era stata
picchiata, provavo una collera furibonda nei confronti di mio fratello che
esprimeva la propria sofferenza attraverso la violenza. Ε tuttavia avevo troppa paura di lui per osare dire anche solo
una parola: la collera nel vedere quelle scene si manifestava dunque attraverso
gli orzaioli, e la mia impotenza nell'esprimerla si traduceva in tonsilliti,
faringiti, laringiti. Non appena quel fratello si allontanò dalla famiglia,
tutto cessò.
In
un primo tempo, la guaritrice avrebbe potuto dunque farmi prendere coscienza di questa collera che ribolliva in me e, in una seconda
fase, avrebbe potuto aiutarmi a liberarmene facendomi capire quale fosse la
ragione del comportamento aggressivo di mio fratello: non era forse stato
picchiato anche lui? Non portava forse in sé una grande
sofferenza, che esprimeva attraverso la violenza perché si sentiva incapace
di liberare le lacrime? In tal modo, invece di giudicare mio fratello, avrei
potuto comprenderlo... Chissà?! Se
si fosse sentito compreso e amato, forse questo l'avrebbe aiutato, e avrebbe
aiutato anche noi...
È
notevole come l'aiuto che si può dare a una persona
tramite la metamedicina spesso finisca per avere ricadute positive sulle
persone che la circondano. Non bisogna però credere che la metamedicina sia un
approccio semplicistico, anzi: non si limita a una
causa che produce un effetto, perché un sintomo, un dolore ο una malattia
possono risultare da un insieme di fattori riuniti.
Una
storia molto simile, infatti, può produrre manifestazioni molto diverse a seconda della persona: ad esempio, lo stress emotivo
dovuto alla perdita di un figlio in un incidente può, per una madre, dar luogo
a un cancro al seno e, per un'altra, provocare un fibroma uterino; per un'altra
ancora, interverrà una depressione nervosa. Nel primo di questi casi, è
possibile che la madre si sia sentita responsabile se non addirittura colpevole
dell'incidente accaduto al figlio; nel secondo caso la donna forse si è sentita
impotente di fronte alla sofferenza del figlio e ne ha conservato un dolore profondo;
infine, nel terzo caso, forse quel figlio era la sua ragione di vita e la morte
del bambino può averle tolto il gusto di vivere, da
cui è derivata la depressione.
Una
stessa malattia può a sua volta avere cause molto diverse; ad esempio l'asma
può esprimere, in una persona, un senso di oppressione
perché si sente limitata nel suo spazio; questo spazio può riguardare tanto un
bisogno di libertà quanto il bisogno di essere riconosciuto, ο di avere un
posto tutto per sé. In un'altra persona, può essere collegata a un senso di colpa profondo relativo alla propria nascita
(se questa persona per esempio si è creduta responsabile della sofferenza di
sua madre): a causa di questo senso di colpa, la persona si vieta di vivere
appieno, e lo fa impedendosi di respirare bene. In ultimo, in un altro caso,
potrà trattarsi del bisogno di ottenere attenzione.
Per
questo non possiamo affermare, partendo da un disturbo ο da una malattia,
che la ragione, la causa è precisamente "questa": ci serviremo della
simbologia del corpo e delle sue manifestazioni solo per orientare il
colloquio, che è l'unico a consentirci di ricostruire la storia per scoprire la
causa inerente.
Quando
si vuole sfuggire ad una situazione che comporta una
lezione importante per la nostra evoluzione, la
malattia può
obbligarci ad affrontarla.
segue -->
--> --> da pag. 5
«La perfetta salute e il
pieno risveglio
sono
in realtà la stessa cosa».
Tarthang
Tulku
CAPITOLO Ι
Assumersi la responsabilità
della
propria salute e della propria felicità
«La sofferenza è un
correttivo che mette in luce la lezione che
non
avremmo compreso con altri mezzi, e non può essere
eliminata
fino a quando quella lezione non è stata imparata».
Dottor Edward Bach
Non
possiamo parlare di metamedicina senza tener conto della legge di responsabilità, giacché essa costituisce la condizione di
base per una vera guarigione.
Quando
studiavo microbiologia, interrogavo i miei professori per sapere da dove provenissero i microbi (batteri, virus, parassiti,
eccetera), e mi rispondevano che questi agenti patogeni provenivano da
contaminazioni. Accettavo la cosa continuando però a chiedermi dove la prima
persona avesse potuto contrarre il microbo. Mi
adeguai, paga della massa di conoscenze che esploravo nel mondo affascinante
dei microorganismi, ma i miei interrogativi erano latenti; quando cominciai a
lavorare in ospedale, ricominciai a chiedermi perché il tale si ripresentasse
di continuo con infezioni urinarie, e la tal altra con vaginiti a ripetizione.
Ricordo
in particolare un uomo anziano, con la tubercolosi, che praticamente
non usciva mai di casa; i pochi visitatori che riceveva non avevano il bacillo
di Koch a cui si attribuiva la sua malattia: dove mai aveva potuto contrarre
quell'infezione?
Intuitivamente,
sapevo che gli esseri umani possiedono la capacità di
sviluppare la malattia sia attirando l'agente infettivo mediante la frequenza
vibratoria, sia destabilizzando le molecole delle proprie cellule, consentendo
in tal modo lo sviluppo di una patologia. Ma quando mi azzardavo a proporre questa ipotesi, tutti mi deridevano.
Il
Mahatma Gandhi diceva: «L'errore non diventa verità solo perché si propaga e si
moltiplica. Ε la verità non diventa errore solo perché nessuno la vede».
Assumere
la responsabilità di ciò che viviamo significa riconoscere e accettare che i
nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri atteggiamenti - proprio come le
lezioni che bisogna imparare nella nostra evoluzione - abbiano
dato luogo sia alle situazioni felici e infelici in cui ci siamo
imbattuti sia alle difficoltà ο alle gioie che viviamo attualmente.
Quando nei seminari e nelle conferenze tocco questo tasto, spesso la
gente ribatte: «Sarei io che mi sono attirato un padre violento?!», «Se un bambino nasce malato, non sarà mica colpa sua», «Se mio marito ha perso il lavoro, è perché l'azienda in
cui lavorava ha chiuso: non ha nulla a che vedere con lui»,
«Come a dire che, se ho mal di schiena, sarebbe colpa mia!»,
«Non pensavo che uno potesse fabbricarsi una malattia», « È
davvero ingiusto. Mio figlio, che non ha fatto male a nessuno, sarà handicappato tutta la vita, mentre ci sono dei criminali che
stanno benissimo».
Il
mio secondo padre diceva: «C'è un'unica giustizia sulla terra, ed è la morte».
Tutte
queste riflessioni traducono un'incomprensione della legge fondamentale della
responsabilità, molto spesso confusa con il senso di colpa: è questa confusione
a renderla difficile da accettare agli occhi di molte persone, che la leggono
così: «Se questa situazione ο questa malattia me
la sono creata io, allora sarebbe colpa mia se sto male».
Questa
chiave di lettura è sbagliata, ed è - per molti di noi - dovuta al tipo di educazione religiosa in cui siamo cresciuti. La cultura
giudaico-cristiana ci ha insegnato ad affidarci a un
potere superiore, Dio, e che se agiamo secondo i suoi comandamenti e
pratichiamo azioni meritorie, veniamo ricompensati in questa stessa vita ο
dopo la morte; se invece non obbediamo ai suoi comandamenti ο a quelli
della Chiesa ci attende una punizione! Con questa base alla prima difficoltà
inattesa e inspiegabile automaticamente ci viene da pensare: «Cos'ho fatto di male perché debba capitare questo proprio a me?»
Oppure cerchiamo un responsabile esterno, ci dev'essere per forza un
"colpevole".
Così,
quando una situazione ci fa soffrire, abbiamo preso l'abitudine di
colpevolizzarci (credendo di essercela meritata) oppure ne accusiamo
altri, ο addirittura Dio.
Quando
dico che essere responsabile della situazione significa che mi riconosco quale
creatore di ciò che vivo, non intendo insinuare che ho creato deliberatamente
una situazione gradevole ο sgradevole, ma che bisogna accettare e
riconoscere che i nostri pensieri, il nostro sentire, i nostri atteggiamenti
ο le lezioni che è necessario integrare nella
nostra evoluzione, hanno generato le situazioni felici ο infelici che ora
stiamo vivendo. La legge della responsabilità, di conseguenza, non ha nulla a
che fare con il merito ο la punizione, con la fortuna ο la sfortuna,
con la giustizia ο l'ingiustizia, oppure con la colpa: riguarda solo il
concatenarsi delle cause e degli effetti.
Non siamo forse liberi di accettare una credenza ο
rifiutarla? Di scegliere le parole di cui ci serviamo? Di interpretare una
parola o una situazione?
Non siamo forse liberi di amare ο di odiare? Di accusare
ο comprendere? Di dire del male ο del bene?
Non siamo forse liberi di guardare la verità in faccia ο di
mentre a noi stessi? Di reagire ο di agire? Di alimentare la paura ο
di avere fiducia?
Sì, siamo liberi dei nostri pensieri, dei nostri
sentimenti, delle nostre credenze, dei nostri atteggiamenti, delle nostre
scelte.
Sebbene abbiamo, tutti quanti, questa libertà
intera, non possiamo sfuggire alle conseguenze di ciò che scegliamo di dire,
fare, credere. Forse sei pronto a riconoscere il peso delle tue scelte e delle
loro conseguenze, ma forse penserai: «Se una persona è
al volante e un'altra la investe in pieno, non avrà mica scelto lei di avere un
incidente?» No, certamente. Ε tuttavia, che cosa è accaduto prima dell'incidente
perché questa persona si trovi in quel contesto?
Vediamo
una situazione che è capitata a me, quando avevo undici anni: un bel giorno
d'estate, mia sorella mi dice che va a fare una gita in bicicletta con un'amica
un po' più grande. Io vado dalla mamma a chiederle il permesso di poterle
accompagnare, e mia madre risponde: «Non se ne parla neppure,
sei troppo piccola, tu resti qui». Per me la cosa non aveva alcun senso,
dal momento che mia sorella aveva solo un anno più di me.
Presi
dunque la bicicletta all'insaputa di mia madre e le raggiunsi.
Tutto, all'andata, andò bene, ma sulla via del ritorno cominciò a piovere.
All'improvviso la catena della mia bici uscì fuori dalla
ruota dentata, e l'amica di mia sorella, Luce, per non perder tempo mi passò la
sua bici nuova di zecca, dicendomi: «Adesso aggiusto la catena della tua e poi
vi raggiungo».
Procedevamo
in fila indiana lungo l'autostrada. Sull'asfalto viscido, una macchina uscì di
strada e mi investì. Feci un salto acrobatico di alcuni metri e atterrai sull'asfalto: ebbi una lieve
commozione cerebrale, mi ruppi il tendine della caviglia sinistra e mi feci uno
strappo al muscolo della natica. Ne ebbi per una
settimana abbondante di ospedale.
Perché quella macchina non aveva investito mia sorella ο la
nostra amica Luce? Perché io? Perché
furono colpiti questi organi, invece di altri? Prendendo le distanze, oggi
posso fare il collegamento fra il senso di colpa di aver disobbedito a mia
madre e l'incidente. Avevo voluto fare di testa mia, e avevo avuto una
commozione cerebrale; mi ero sentita in colpa per essere andata in spiaggia
sfidando l'autorità materna, e mi si era rotto il tendine della caviglia, e
inoltre temevo le sculacciate di mio fratello. Mi diedi dunque la sculacciata
da sola, con il senso di colpa: da cui la lacerazione del muscolo della natica
sinistra.
Perché la caviglia e la natica sinistra? Come vedremo in seguito, il
lato sinistro del corpo è legato all'aspetto emozionale; mi sentivo colpevole e
avevo paura che il mio crimine venisse scoperto.
Ci
si può anche chiedere perché la catena della bicicletta fosse
uscita dalla ruota dentata: era forse una prima manifestazione del senso
di colpa, giacché mi impediva di avanzare?
In
questo ordine di idee, perché fu la bicicletta di Luce
a essere danneggiata, invece della mia? Forse che Luce si sentiva a sua volta
colpevole di andarsene in giro con una bicicletta costosa, nuova di zecca,
mentre le nostre erano vecchie? Sebbene oggi non possa
verificare la cosa, sono portata a crederlo.
Nulla
è frutto del caso.
Questa
verità fondamentale è a volte manipolata, per esempio da
certi leader che, per far leva sui loro adepti, dicono: «Il caso non
esiste, e se sei venuto qui è perché hai bisogno di
noi». È giusto dire che non esiste il caso, e tuttavia l'interpretazione che si
può dare di questa affermazione non è necessariamente
quella giusta. Può darsi che una persona si trovi in
un gruppo per imparare a dire di no oppure per impiegare il proprio
discernimento.
Lo
stesso Buddha diceva: «Non credete a me,
verificate, sperimentate, e quando saprete da voi stessi che qualcosa vi è
favorevole, allora seguitelo; e quando saprete da voi stessi che qualcosa non
vi è favorevole, allora rinunciatevi».
Un
senso di colpa può essere la causa di incidenti,
problemi ο altre forme di autopunizione? Osserva, e trai le tue
conclusioni. Puoi verificare, se hai già avuto un incidente, che cosa stavi vivendo prima di esso? Un incidente a
un piede ο alle gambe può essere facilmente collegato a un senso di colpa,
per il fatto di precedere qualcuno che invece fa da freno, magari perché a sua
volta si rifiuta di avanzare. Un incidente a un dito
può essere collegato a un certo perfezionismo; ci si può sentire colpevoli per
aver eseguito un lavoro troppo in fretta ο senza troppa cura.
La
simbologia del corpo può aiutarci a stabilire questo collegamento fra un
incidente e ciò di cui ci sentivamo colpevoli.
D'ora
in poi, se ti capita un incidente, piccolo ο grande che sia, chiediti se
ti sentivi colpevole di qualcosa: possiamo sentirci
colpevoli nel concederci un piacere, perché i nostri genitori ci hanno detto
che si sono sacrificati tutta la vita per noi... Ι sensi di colpa non si
manifestano soltanto con gli incidenti; possono avvelenarci la vita,
distruggerci la salute, le occasioni per avere successo, e condurci a vivere
perdite e fallimenti, impedendoci di essere felici. Approfondiremo l'argomento
nel capitolo "Il senso di colpa e le sue ripercussioni: come
liberarsene". Ora, forse sei pronto ad accettare le conseguenze delle tue
scelte; può darsi che tu ti sia convinto che nulla è frutto del caso per quanto
riguarda gli eventi che incontriamo nella vita, per
esempio gli incidenti. Puoi accettare l'idea che un senso di colpa sia in grado
di generare una forma di autopunizione che si
manifesta con perdite, con il rompersi di oggetti che possediamo ο con
certe malattie? Puoi ammettere che altri atteggiamenti mentali, sentimenti
ο emozioni possano a loro volta avere ripercussioni sulla nostra vita?
Questo mi conduce a parlarti delle frequenze vibratorie.
segue -->
--> --> da pag. 19
……………………………………………………………………………………………
Ε se
l'equivalenza HIV-AIDS fosse sbagliata?
Ε
se i responsabili della distruzione del sistema
immunitario fossero lo stato d'ansia alimentato insieme alle cure
farmaceutiche, e non la presenza del virus HIV? Ecco la conclusione a cui sono giunti diversi specialisti in materia, tra cui un
eminente scienziato americano, Peter Duesberg.
Duesberg
è professore di biologia molecolare all'Università di Berkeley, e membro
dell'Accademia Nazionale della Scienze. È un
ricercatore di fama internazionale, e la sua specializzazione
in virologia lo ha condotto a partecipare alla decifrazione chimica dell'HIV.
La patologia virale e i retrovirus in particolare non hanno
segreti per lui, e prende seriamente in considerazione le lacune e le
incoerenze legate a ciò che considera essere diventato un dogma cieco, ossia
che l'AIDS sia generato da questo retrovirus. Sottolinea
ancora altri fatti:
-
l'HIV colpisce meno linfociti di quanto non faccia il tasso naturale di
rinnovamento di queste cellule;
-
l'assenza di malattia negli scimpanzé infettati artificialmente;
-
la quantità proporzionalmente molto maggiore di sieropositivi che, in
Occidente, rispetto all'Africa, passano allo stadio conclamato; - i molti casi di AIDS diagnosticati clinicamente che si sviluppano senza
la presenza del virus HIV, tantomeno di anticorpi. Questo fenomeno contraddice
la dottrina eziologica specifica secondo la quale per poter stabilire un legame
di causalità fra un batterio e una malattia infettiva è indispensabile che il
100%ο degli individui colpiti da tale malattia siano contaminati dal
batterio responsabile.
Peter
Duesberg ne conclude che l'equivalenza HIV=AIDS è
sbagliata, che il virus è probabilmente antichissimo, descritto in termini
nuovi ma in sé inoffensivo. Di tradizione ortodossa, continua a credere che si
tratti di un problema immunitario, che tuttavia egli attribuisce a fattori
diversi, soprattutto alla frequenza con cui vengono
usate le droghe dagli omosessuali, alle varie forme di tossicodipendenza e alla
malnutrizione. Le affermazioni seguenti sono ancora più gravi: il principale
prodotto anti-AIDS, l'AΖΤ, provocherebbe enormi danni all'organismo,
soprattutto al sistema immunitario, trattandosi di un prodotto chemioterapico
ciclostatico (una famiglia di sostanze inibitrici della divisione cellulare)
che parteciperebbe direttamente alla propagazione dell'AIDS. Ed è precisamente il
prodotto che viene somministrato ai sieropositivi. Le
ripercussioni sono gravide di conseguenze, giacché significa che l'AIDS non è
una malattia infettiva e non ha nulla a che fare con la sessualità; quanto al
trattamento abitualmente consigliato, sembrerebbe più che altro un genocidio
terapeutico[1].
«Non
riesco a trovare un solo virologo in grado di fornirmi dei dati che dimostrino che l'HIV è la causa probabile dell'AIDS» (Dottor
Kary Mullis, inventore della reazione a catena polimerasi, usata in tutto il
mondo nell'ingegneria genetica).
«Se
la nostre critiche si rivelano fondate - dichiarano i
ricercatori alternativi che hanno costituito il gruppo per la rivalutazione
scientifica dell'ipotesi HIV=AIDS - il legame HIV-AIDS verrà considerato come
la massima cantonata medica di questo secolo».
«L'AIDS
non porta inevitabilmente alla morte, soprattutto se si sta attenti a eliminare i co-fattori che aggravano la malattia; è
importantissimo dirlo alle persone che l'hanno contratto. Ι fattori
psicologici hanno un'importanza essenziale per mantenere la funzione
immunitaria. Se si elimina il sostegno psicologico a
una persona annunciandole che è condannata a morte, queste sole parole possono
rappresentare la sua condanna» (Professor Luc Montagnier, scopritore ufficiale
del virus HIV). (nota
di Gandalf: l’evidenziamento “tipografico” è mio.)
Ε se l'HIV fosse in
definitiva solo una vestigia di un vecchio vaccino?
L'HIV
fu ufficialmente "scoperto" nel 1983 all'Istituto Pasteur di Parigi
dal professor Luc Montagnier. Alcuni hanno riflettuto sulla questione facendo
sorprendenti scoperte, che li hanno condotti a dedurre
che l'HIV fosse una pura invenzione di laboratorio, e non la scoperta di un
virus già esistente[2].
Robert
Strecker, medico gastroenterologo e dottore in farmacologia, ne ha concluso che «l'AIDS è stato provocato deliberatamente, in
modo voluto ο non voluto, da prove di vaccinazione contro l'epatite Β
sugli omosessuali». È inoltre convinto che il continente africano sia stato
contaminato allo stesso modo, in occasione delle campagne di vaccinazione
contro il vaiolo per studiare, su richiesta
dell'O.M.S.[3], gli effetti di certi batteri e di certi
virus. Spiega che l'HIV non può provenire dalla natura, tanto è diverso dagli
altri virus noti; sarebbe dunque il risultato di una clonazione da virus
provenienti da animali.
(nota di Gandalf: l’evidenziamento “tipografico” è mio.)
Eva
Lee Snead, pediatra, autrice di diverse comunicazioni scientifiche e dei volumi
intitolati Some Call it AIDS.... Ι call it Murder e The Connection between Cancer, AIDS, Immunizations and Genocide, da
diversi anni ha intrapreso una serie di ricerche mediche sulla crescita del
tasso di cancro e leucemia nei bambini; ha dimostrato la somiglianza fra le
sindromi cliniche dell'HIV e quelle dello SV40 delle scimmie verdi africane. In
alcuni individui è stato rintracciato l'SV40, ma
l'unico modo per un umano di avere l'SV40 della scimmia è di ingerirne la carne
ο farselo inoculare contemporaneamente al vaccino. Questo SV40 è stato
trovato contemporaneamente nel vaccino Sabin contro la poliomielite ("la
zuppa di scimmia" Sabin) con cui sono stati
vaccinati milioni di bambini per anni. Ora, si è constatato
che il virus SV40 causa anomalie congenite, leucemie, cancri e una grave
immunodeficienza, sintomi simili a quelli dell'AIDS. La pediatra dimostra la
responsabilità dei vaccini nella comparsa dell'AIDS e nell'aumento di leucemie
e cancri.
«Essex
e un altro ricercatore, Abroy, si chiedono se la contaminazione non avrebbe potuto aver luogo per via medica, ovvero tramite
prodotti realizzati con l'uso di sangue di macachi, come il vaccino antipolio
(Sabin) orale e altri componenti di medicine»[4].
Ricordiamo
tuttavia, come diceva il biologo Claude Bernard, che "il microbo non è
nulla, il terreno è tutto": chi di noi non è stato
infatti vaccinato con il vaccino Sabin antipolio?
Sono
certa che, se sottoponessimo a dei test di diagnosi
precoce dell'HIV una popolazione sana, che nessuno sospetta di sieropositività,
troveremmo una sorprendente quantità di persone sieropositive. Sieropositivo
non vuol dire nient'altro che essere stato in contatto con il retrovirus HIV.
Ε se questo contatto, contrariamente a ciò che hanno voluto farci credere,
fosse solo il rimasuglio di una vaccinazione a cui siamo
stati sottoposti? Che sollievo per la persona che non
vive più da quando le hanno annunciato che è sieropositiva! Eppure, è proprio
questa la conclusione a cui arrivano eminenti
professori, ricercatori e medici che si cerca di zittire: il professor Peter
Duesberger è stato messo al bando dai suoi pari, è stato tenuto alla larga dai
dibattiti e dai media, gli sono state tolte le sovvenzioni per la ricerca sul
cancro.
Il dottor Ryde Geerd Hamer[5], un medico tedesco il cui procedimento è
molto diverso dallo studio scientifico abituale, nella misura in cui prende in
considerazione la sfera psichica dell'individuo e il funzionamento del suo
cervello senza limitarsi ai puri aspetti organici e sintomatici della malattia,
è stato radiato a vita nel 1986 dall'Ordine dei Medici. Dunque, gli è stato proibito di
praticare; è inoltre stato minacciato a più riprese di venire internato in un
manicomio, e ignorato dai media.
Possiamo
chiederci perché ci sia questo desiderio di mettere a tacere
chi tenta solo di risvegliare i fratelli e le sorelle della Terra perché
tornino sani: non sarà che la malattia è un lucroso affare?
Possiamo
essere sieropositivi e dormircene tranquillamente fra due guanciali. L'HIV da
solo non causa l'AIDS: se non c'è deficienza immunitaria, non c'è l'AIDS.
L'AIDS è una malattia autodistruttiva collegata quasi sempre
al senso di colpa nei confronti della nostra stessa esistenza, e approfondiremo
l'argomento nel capitolo "Il disagio di vivere e come liberarsene".
Tutto
questo ci conduce a rivedere la diagnosi e la vaccinazione: da anni assistiamo
a molte campagne pubblicitarie che hanno influenzato e che ancora influenzano
intere popolazioni perché ci si faccia vaccinare, perché ci si renda
disponibili alla diagnosi precoce. Ma è davvero per il
nostro bene? Dipende dal punto di vista che vogliamo assumere.
Dal
punto di vista medico, si tratta di una prassi logica quando si pensa che la
maggioranza dei tumori resta a lungo senza manifestazione clinica, e che un
tumore definito canceroso che non può fermarsi da solo va estirpato dal corpo
se vogliamo dare al malato un'occasione di guarigione.
Ma
se guardiamo la faccenda da un punto di vista fondato sulle leggi biologiche,
scopriamo un'altra realtà, ovvero che il
cancro è perfettamente reversibile non appena la causa che lo ha scatenato viene risolta. Può allora trasformarsi in un tumore
inoffensivo e inattivo.
Facciamo
l'esempio di una persona che ha dovuto attraversare un periodo molto difficile
nella vita, difficoltà che, a sua insaputa, hanno generato un cancro. Dato che
questa persona è riuscita a sormontare le proprie difficoltà, il cancro si è
bloccato allo stadio di tumore senza conseguenze.
La
scoperta di questo tumore mediante una diagnosi precoce può immergere la
persona brutalmente in un incubo di ansia, talvolta di
mutilazioni e terapie durissime. Il tumore che si evolve in fase emozionale
causa sofferenza, e vi è modo di intervenire sia per dare sollievo alla persona
che per aiutarla a liberare la causa creatrice di questo tumore.
Ricordo
una situazione che vissi ai miei esordi nell'ambito ospedaliero, quand'ero di
guardia la notte per le emergenze nei reparti di biochimica ed ematologia. Una
donna era stata operata per asportarle un grosso tumore al fegato, e aveva trascorso
molte ore sul tavolo operatorio. In quel periodo aveva avuto un'enorme
trasfusione e non riuscivo più a trovare del sangue compatibile per lei.
Avvertii il medico che continuava a chiedermi altro sangue e gli feci notare
quali erano i rischi; lui mi rispose: «In tutti i casi, morirà». La donna
effettivamente morì. Il suo tumore venne inviato a
Washington per uno studio più approfondito, e più tardi tornarono i risultati:
si trattava di un tumore congenito, inoffensivo. Il problema che l'aveva spinta a recarsi dal medico era un'ulcera al duodeno ma il
dottore, impressionato dal tumore che aveva visto in radiografia, si era
dimenticato dell'ulcera al duodeno e se l'era presa con il tumore. La diagnosi
precoce va bene, ma non va più bene se non si tiene conto di un insieme di
fattori vissuti dalla persona.
Ι
due estremi sono quello di tenersi costantemente sotto controllo e fare una
batteria di esami tutte le volte che ce ne viene
richiesto uno, oppure di non tener conto affatto dei propri dolori, dei propri
malesseri; l'equilibrio consiste nel prestare attenzione a ciò che sentiamo,
nel cercare la correlazione fra questo e ciò che viviamo, e nell'andare dal
medico se necessario. Questo non vuol dire che non bisogna più fare un esame
del seno quando se ne ha l'occasione, e neppure che non abbia senso fare un
check-up generale ogni anno ο ogni due anni.
Ε la vaccinazione?
«L'organismo
deve rimanere vergine da ogni inquinamento quanto e il più a lungo possibile, e
la sua vitalità va mantenuta con la fisioterapia. Attualmente ci creiamo da noi le malattie, e ci muoviamo
verso una cancerizzazione generalizzata, verso disturbi mentali da encefalite,
da uso di medicamenti, da vaccini e da altri abusi chemioterapici» (Professor
Leon Grigoraki, dottore in Scienze alla Facoltà di Medicina di Atene).
Ecco
la dichiarazione di un eminente pediatra americano, il dottor Robert S.
Mendelsohn, a proposito dei vaccini: «La vaccinazione è stata introdotta in
modo tanto abile e rapido che quasi tutti i genitori credono che sia il
miracolo che farà scomparire molte malattie terrificanti del passato. Io stesso
ho impiegato i vaccini nei primi anni della mia pratica. Sono poi diventato un
oppositore irriducibile della vaccinazione di massa a causa dei
numerosi pericoli che ne conseguono. Il soggetto è così vasto e complesso che
meriterebbe un libro intero; posso darvi soltanto la conclusione alla quale
sono giunto: la vaccinazione di massa rappresenta, per la sua inutilità, la più
grande minaccia per la salute dei bambini».
Da
Pasteur in poi, le colture indebolite ο morte di agenti
patogeni sono state considerate come la base dell'immunità. La credenza voleva
che una malattia inoculata da un vaccino in forma debole provocasse
nell'organismo la formazione di anticorpi capaci di
opporsi vittoriosamente alle forme attive della malattia. Ora, accade che i
lavori dello scienziato russo Bochian sul polimorfismo della materia vivente e
sull'importanza del terreno riducano a zero
quest'ipotesi...
Bochian
è riuscito a produrre, partendo da vaccini uccisi, colture vive di agenti patogeni. Il fatto di ottenere microbi vivi e
virus partendo da sostrati diversi, comprese le preparazione
che fin qui erano considerate sterili, conferma che i limiti della vita degli
organismi, come i microbi, sono molto al di là dei limiti stabiliti dalla
scienza ai tempi di Pasteur.
Il
dottor Vanoli si esprime in termini crudi: «Per quel che riguarda i vaccini
imposti ai bambini, sono la causa dell'aumento dei cancri». Il numero di
decessi provocati dal cancro è aumentato di più del 70%ο in Francia dal
1950 al 1982 (Le Monde, 27 giugno
1985).
Più
vicino a noi, vi sono medici che continuano comunque a
metterci la pulce nell'orecchio: il dottor Doux dichiara: «a mio avviso, il
grosso problema che soltanto gli omeopati hanno messo in evidenza è quello
delle conseguenze a lungo termine delle vaccinazioni. Il disordine cellulare
generato dalle aggressioni microbiche costituisce
la base del cancro e spiega in parte il lento e inesorabile sviluppo di
questo flagello così come oggi lo constatiamo.
Virus
che, separatamente, non presentano alcuna patogenicità, possono provocare
cancri quando si trovano in presenza l'uno dell'altro.
Ricombinando
un virus inoffensivo del babbuino e un virus inoffensivo del topo, un gruppo di
biologi ha creato un ibrido che scatena il cancro non soltanto nei babbuini e
nei topi ma anche nei cani, negli scimpanzé e in culture di cellule umane» (Science & Vie, giugno 1979).
«Ι
medici riconoscono ormai che il virus Vaccinia può attivare altri virus, ma si
dividono quanto al dichiararlo il principale catalizzatore dell'epidemia
dell'AIDS» (Τ. Wright, The Times,
11 maggio 1987).
«Queste
scoperte tenderebbero a dimostrare che il capitale immunologico si trova
sostanzialmente ridotto in molti bambini sottoposti ai correnti programmi di
vaccinazioni» (dottori Kalokerinos e Dettman, Biological Research Institute,
Australia, in The Dangers of Immunization,
1979).
In
molti paesi la vaccinazione è richiesta per accedere
alla scuola dell'obbligo; è d'altronde questo il motivo per la maggior parte
dei genitori fa vaccinare i propri figli. Altri lo fanno sistematicamente,
senza riflettere, credendo alla falsa propaganda per cui
i vaccini proteggono.
Il
vaccino è un corpo estraneo che aggredisce il nostro sistema immunitario. Se la
frequenza vibratoria sulla quale ci sintonizziamo fa
sì che non abbiamo più la forza di lottare perché attraversiamo un periodo di
scoraggiamento, questo aggressore che eravamo riusciti a neutralizzare può
riprendere vigore e aggredire con maggior forza il nostro sistema immunitario.
Senza
questa frequenza vibratoria, il virus resta inoffensivo. Allora, perché
assumere un tale rischio inutilmente? Fintantoché agiremo come le pecore di
Panurgo[6], lasceremo fra le
mani delle autorità il diritto di decidere del nostro capitale in fatto di
salute, e di quello dei nostri figli.
Il
dottor Bernie Siegel suddivideva i suoi pazienti in tre categorie e la mia
esperienza conferma che aveva ragione:
-
la prima categoria, che comprende il 15-20% del totale, non ha nessuna voglia
di guarire. Consciamente ο inconsciamente, costoro si
auspicano di morire per sfuggire a problemi che ritengono insormontabili.
La malattia, l'incapacità ο la morte sono per
loro un pretesto;
-
la seconda categoria riguarda la maggioranza, ovvero il 60-70%. Sono coloro che
si mettono completamente nelle mani del medico, pensando che sarà lui a
guarirli con il suo arsenale di farmaci. In realtà credono alla pillola che fa
miracoli o all'operazione che finalmente risolverà la loro situazione. Ci si
può davvero stupire, allora, che la medicina sia diventata un'industria tanto
prospera? Nessuna impresa commerciale può sopravvivere senza acquirenti.
Il
dottor Siegel diceva di questa categoria che, se costoro avessero
dovuto scegliere tra subire un'operazione e trasformare il loro modo di
vivere, di pensare e di reagire, per guarire, quasi tutti avrebbero scelto
l'operazione;
-
nella terza categoria troviamo, secondo il dottor Siegel, dal 15 al 20%
dell'insieme ma, secondo me, la percentuale sta aumentando: sono quelli che
rinunciano a fare le vittime, che decidono di prendere in mano le redini della
propria salute. Cercano di capire che cosa ha potuto condurli a sviluppare il
tal disturbo, la tal malattia, il tal malessere. Sono persone aperte, che
vogliono imparare, che non temono di guardarsi in faccia. Sono pronte ad effettuare le trasformazioni necessarie per ritrovare salute
e benessere; hanno capito che la scomparsa di una manifestazione non è la
guarigione, e che la sola vera guarigione sta nell'autoguarigione.
Le
persone che fanno parte di questa terza categoria non
considerano onnisciente il proprio medico ο l'operatore sanitario, ma li
vedono come compagni di squadra nel processo di guarigione personalmente
intrapreso.
Se abbiamo in noi la capacità di creare la malattia, abbiamo
anche il potenziale di liberarcene.
La
medicina tiene conto delle statistiche che riguardano l'evoluzione e i decessi
in questa e quest'altra malattia, ma non ha dati sull'autoguarigione, per la
semplice ragione che, quando si guarisce, non si va più dal medico. Se si tenessero statistiche sull'autoguarigione, le peggiori
prognosi perderebbero molto del terrore che incutono.
Secondo
il dottor Hamer, che ha rivoluzionato la medicina con un concetto del tutto
nuovo dell'approccio terapeutico, non un cancro su centomila ma almeno il 70%
dei cancri guariscono spontaneamente, ed è spesso proprio la medicina ad
aggravare la situazione: «È un fatto che la maggior parte delle persone colpite
dal cancro oggi muoiono per il panico. Ora, questo
panico del tutto superfluo è di origine iatrogena,
ovvero viene provocato dai medici le cui prognosi pessimistiche scatenano
ulteriori traumi emotivi, altri cancri, immediatamente battezzati
"metastasi" dalla medicina classica. Presto ο tardi, ogni medico
dovrebbe intuire che non vi sono altre spiegazioni a
un fatto per altro noto a tutti, ovvero che è estremamente raro trovare un
cancro secondario in un animale» (dottor Hamer).
Ciò
di cui ha più bisogno un ammalato è di sentirsi
rassicurato, e in seguito guidato verso il processo di autoguarigione. Ciò di
cui certamente non ha bisogno è di venire spaventato e condannato da diagnosi
funeste.
Il
mio augurio è che si possa dar prova di un minimo di saggezza scegliendo, nella
gamma di medici e terapeuti, quelli che sapranno rassicurarci e indicarci la
via dell'autoguarigione pur accompagnandoci con i mezzi di cui dispongono.
Inoltre,
sarebbe nostro interesse fare attenzione anche a
un'altra fonte molto influente: i "futurologi", coloro che ci
predicono eventi che riguardano il nostro futuro. Fra queste predizioni ve ne
sono di gradevoli, e altre che possono creare in noi un'ansia devastante sul
piano della salute. Ricordiamoci che nessuna predizione può mai essere
certezza, che si tratta solo di probabilità che possiamo evitare ο
trasformare.
Sandra
ha sviluppato delle cisti ovariche in seguito all'incontro con un medium:
all'epoca era sposata con Paolo, che amava moltissimo, e il suo più grande desiderio era di avere bambini. Tuttavia
Paolo non era ancora pronto ad assumere il ruolo di padre, e rinviava il
momento del concepimento. Sandra chiese a quel medium quanti bambini avrebbe avuto da Paolo, ed egli le rispose che non ne
avrebbe avuti mai, giacché Paolo aveva una missione troppo importante per
assumersi un ruolo paterno. Per lei fu un vero trauma emotivo, che le causò un
immenso dolore. Più Paolo si dedicava al mondo degli affari, più Sandra
ripensava a ciò che il medium le aveva detto, ma
teneva il dolore per sé senza mai farne parola con il marito.
Le
suggerii di scrivere su un foglio di carta ciò che il medium le aveva detto, e di aggiungere un'affermazione di questo genere:
«Chiedo alla mia mente conscia e inconscia di rifiutare totalmente e
immediatamente qualsiasi affermazione udita che non mi sia favorevole,
sostituendola con ciò che può contribuire alla mia felicità e al mio benessere.
Se questo è in accordo con il mio piano evolutivo, chiedo di poter accogliere
anime luminose che potrò guidare sulla via della loro
evoluzione. Per questo mi affido alla Saggezza divina, e possa
manifestarsi la situazione ideale». Sandra guarì dalle cisti. Sei mesi più
tardi mi annunciò la sua gravidanza; mise al mondo un bel bambino, seguito due
anni dopo da un'adorabile bambina.
Dunque,
attenzione all'influsso delle persone a cui diamo
fiducia. Quanto a noi, facciamo attenzione ai suggerimenti che a nostra volta diamo agli altri: penso soprattutto ai genitori e agli
operatori nel campo della salute. È bene sorvegliare i suggerimenti, e le
osservazioni che facciamo alle persone a cui intendiamo fare del bene; siano
sempre positive e incoraggianti perché, in un modo
ο nell'altro, faranno la loro strada fino in fondo.
L'ignoranza
delle leggi non ci risparmia i suoi effetti, e la conoscenza li amplifica.
«Ogni uomo costruisce ad ogni
istante il proprio avvenire,
quello
planetario, quello di tutto l'universo! Più si eleva
il
livello
di coscienza, più salgono le vibrazioni dell'ambiente
circostante,
più la Terra si armonizza, si "divinizza "».
André Harvey
segue -->
--> --> da pag. 65
CAPITOLO V
L' origine della malattia
ovvero "cosa ti dice il male"
[7]
«Se sei malato,
scopri prima di tutto che cos'hai fatto per
diventarlo».
Ippocrate
Nessuna
manifestazione di disarmonia a cui possiamo dare il
nome di dolore, malattia, intorpidimento, tumefazione, incistamento, emorragia,
psicosi ο quello che vogliamo, è priva di una ragione; ogni manifestazione
ha una ο più cause che l'hanno originata, sebbene le origini possano
essere molto diverse.
La causa può essere di breve
durata
Quando
la causa è temporanea, assistiamo a un malessere
passeggero; qualsiasi forma di eccesso, come una sovraesposizione al sole, un
abuso di cibo ο alcol, mancanza di sonno, sforzi fisici eccessivi, può dar
luogo a indisposizioni che scompariranno nei giorni seguenti la fine di tale
eccesso.
Questa
temporanea disarmonia può essere fisica quanto psichica, ovvero può derivare da
pensieri, sentimenti ο emozioni.
Per
esempio una collera "inghiottita" può dar luogo a
un'angina che scomparirà non appena la collera verrà eliminata. Molti credono
che siano gli antibiotici a guarire il mal di gola, mentre in realtà già
stavano guarendo nel momento in cui hanno incominciato la cura. Le cause
temporanee danno solo raramente origine a
un'amplificazione ο a un'evoluzione secondaria, a meno che non vengano
vissute con forte intensità, ad esempio perché erano inattese (come l'annuncio
del decesso di una persona cara, per un incidente ο per suicidio; un
licenziamento, un'infedeltà coniugale, perdere la casa in un incendio, una
prognosi medica infausta, un litigio in famiglia con minaccia di separazione,
eccetera).
Quando
una persona viene turbata da un'emozione tanto
intensa, questo può generare gravi manifestazioni di disarmonia nell'organismo;
l'evolversi del disturbo, però, sarà determinato dalla soluzione messa in atto
per quella situazione destabilizzante.
Se
l'emozione viene repressa, taciuta ο tenuta
segreta, prima ο poi si manifesterà con un grave disordine organico (quale
un cancro, la sclerosi, il diabete, eccetera) oppure psicologico (sotto forma
di nevrosi, psicosi, depressione nervosa, eccetera).
Se
l'emozione è vissuta intensamente ma è poi gestita
bene, ovvero la persona accetta la situazione, comprende che dall'evento c'è
qualcosa da imparare e ne trae una conclusione favorevole, la manifestazione di
disarmonia creata cessa subito; l'organismo attiva allora le funzioni di
recupero. Ecco perché una delle chiavi dell'autoguarigione sta nell'imparare a
gestire le proprie emozioni.
La causa può essere
intermittente, ο presentarsi occasionalmente
C'era
un tale che si ammalava ogni volta che tornava da sua madre, la quale ancora
viveva nella casa della sua infanzia. Il solo fatto di ritrovarsi in quel
luogo, richiamava a sua insaputa tristi ricordi del passato, che lo
disturbavano.
Un
altro soffriva di raffreddore da fieno tutte le volte che tornava l’estate:
costui abitava in un appartamento nel centro di una grande
città e, d'estate, quel luogo gli diventava insopportabile per la calura
soffocante; avrebbe tanto voluto essere in campagna, che gli ricordava le
estati della sua infanzia.
Una
parrucchiera affetta dallo stesso disturbo non riusciva a capire quale fosse l'origine di questa allergia, che la tormentava da
pochi anni soltanto; lavorava in un negozio situato in un centro commerciale,
illuminato da luci al neon; al ritorno dell'estate avrebbe tanto voluto godersi
il sole, invece di lavorare tutto il giorno senza la luce solare. Quasi tutte
le allergie sono collegate:
-
a una situazione che non si accetta;
-
oppure a un elemento che risveglia uno ο più
ricordi tristi ο che non vogliamo.
Un
giorno una lettrice mi scrisse per farmi sapere come si era liberata di
un'allergia agli occhi che nessuna medicina era riuscita a
eliminare; usando le chiavi offerte dalla metamedicina, si era chiesta se ci
fosse qualcosa di inaccettabile per lei fra quello che vedeva, e aveva preso
coscienza di come la disturbassero i trucioli che il marito lasciava sempre sul
prato, in giardino, dopo essersi dedicato al bricolage; ne parlò con lui ed
egli le disse: «Se sono questi trucioli a disturbarti,
li metterò via». Detto fatto, l'allergia agli occhi scomparve del tutto.
Un
ragazzo soffriva di un'allergia al pelo del cane, eppure adorava i cani.
Quell'allergia era collegata a un triste ricordo: per
anni aveva avuto un cane a cui era stato particolarmente affezionato, e quando
i genitori si erano separati il cane era stato ucciso perché nessuno dei due
poteva tenerlo nel suo nuovo luogo di residenza. Ogni volta
che il ragazzo vedeva un cane, dunque, la tristezza per la perdita del suo
compagno e contemporaneamente per la separazione dei genitori tornava in
superficie, manifestandosi con starnuti e lacrimazioni; è ciò che può essere
chiamato "fenomeno di risonanza".
La malattia può risultare da un insieme di emozioni accumulate
Quando
la malattia si manifesta, accade che la persona che ne è
colpita sia alquanto sorpresa: nella sua vita non c'è stato nessun evento
importante, nessun trauma emotivo; di solito si tratta infatti di un eccesso,
della classica goccia che fa traboccare il vaso.
Fernando
viene da me dopo aver saputo di avere un cancro al polmone. Circa sette mesi prima che il cancro facesse la sua comparsa, gli
avevano diagnosticato un cancro ai bronchi. Risalgo insieme a
lui alle emozioni che ha potuto vivere prima della comparsa del cancro ai
bronchi, ed egli mi dice che non è accaduto niente di speciale, tranne, forse,
un evento che non gli pare per niente legato al cancro. Fernando conviveva per
la seconda volta con una donna; poco prima del comparire del cancro ai bronchi,
aveva condiviso con lei il desiderio di comprarsi una macchina a quattro ruote
motrici, ma la donna si era opposta così tanto che lui aveva abbandonato quel
progetto. Aveva represso quel dispiacere, e inoltre la cosa gli aveva procurato
un senso di scoraggiamento che si sarebbe potuto riassumere così: «Io, le mie
idee e i miei desideri, non contiamo mai».
Da
bambino, Fernando aveva avuto molta paura di sua madre: per evitare rimproveri
e sberle aveva adottato un profilo sottomesso,
soffocando i propri bisogni e i propri desideri per non farle dispiacere. Poi
si era sposato una prima volta con una donna a
immagine e somiglianza di sua madre, che esercitava su di lui un
"controllo"[8] tale che egli si sentiva soffocare; gli ci
era voluto molto coraggio per interrompere quella relazione.
Aveva
vissuto diversi anni da solo, convinto che il fatto di aver lasciato quella
donna avesse risolto tutti i suoi problemi. Poi aveva
incontrato quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie. All'inizio tutto
era andato benissimo, ma il suo atteggiamento sottomesso,
collegato al bisogno di compiacerla, aveva finito, ancora una volta, per
affidare alla donna il "controllo" di tutto. Gradatamente Fernando si
era sentito sempre più soffocare, di nuovo, ma rifiutava di ammetterlo perché
non voleva vivere un'altra separazione. L'evento che aveva riguardato
l'acquisto della macchina a quattro ruote motrici era
stato solo la goccia scatenante di una serie di emozioni lasciate in sospeso,
legate all'impressione di non poter esistere di per sé in un ambiente
affettivo, il che spiegava il cancro ai bronchi. L'evoluzione di questa affezione in cancro al polmone era la conseguenza di
un profondo scoramento, peraltro negato: interiormente Fernando pensava che non
sarebbe mai riuscito a essere amato per se stesso, pensiero che gli toglieva il
gusto di vivere.
Per
guarire, bisognava che Fernando abbandonasse questo atteggiamento
di sottomissione, alimentato dalla paura di non piacere; bisognava insegnarli a
esprimersi, bisognava che smettesse di rimuovere ciò che gli causava
dispiacere, delusione e frustrazione; bisognava anche che smettesse di
aspettare l'approvazione altrui, e che incominciasse a stare in piedi sulle sue
gambe, sentendosi pari agli altri, nel suo ambiente familiare e affettivo. Fu
proprio quello che fece e, con gran sorpresa del suo medico curante, guarì.
La malattia di una persona
può esprimere: «non vedete che soffro?»
Era
questo il caso di Paola: era la prima in una famiglia numerosa; quando lei
aveva dodici anni la mamma era morta di febbre puerperale in seguito a un parto, e a Paola era toccato il ruolo di madre con
tutti i fratelli e le sorelle più piccoli. Tutti facevano appello a lei, anche
per un nonnulla, e lei era cresciuta al servizio degli altri, senza poter
contare a sua volta su nessuno, senza avere qualcuno a cui raccontare le sue
preoccupazioni. Paola reprimeva il proprio dolore perché doveva consolare gli
altri, sicché tutti pensavano che per lei andasse tutto bene; ma un giorno questo accumulo di dolore represso tornò in superficie: dal
momento che Paola non aveva mai imparato a chiedere ad altri di accoglierla con
tutto il dolore di cui era portatrice, la sua malattia esprimeva: «Ma insomma, rendetevi conto che soffro anch'io, che ho
bisogno d'aiuto».
La malattia può essere la
scusa per smettere un'attività ο un lavoro che non ci piace più, ο
dire quel "no" che non riusciamo a dire per paura d'essere respinti
ο non amati
Nicoletta
viene da me per una tendinite al braccio destro; all'inizio era certa che fosse
un problema fisico, ma dopo aver provato diverse cure, pomate, iniezioni e
medicine, accetta l'idea che possa esserci un'altra
causa, ignorata. Non aveva mai fatto il parallelo fra la tendinite di cui
soffriva e il proprio lavoro: a Nicoletta quel lavoro non piace più, e tuttavia
rappresenta la sua sicurezza economica. Inoltre, non ha idea di che altro fare.
Questa tendinite le consente di smettere di lavorare temporaneamente,
lasciandole il tempo per studiare come riorientare la propria carriera senza
essere finanziariamente penalizzata.
Marie-Andrée
è figlia unica: i suoi genitori contano su di lei per ogni loro piccolo
bisogno. Marie-Andrée non ne può più, la sua giornata è fatta di lavoro, figli,
marito e genitori, sicché non ha più tempo per rilassarsi ο per fare
qualcosa per se stessa. Gradatamente sprofonda in un esaurimento professionale:
la malattia le consente di riposare, di fare tutto ciò che aveva voglia di fare
per rilassarsi ma che prima non aveva mai avuto il tempo di fare. Inoltre le
consente di rifiutare le continue richieste dei genitori, senza peraltro
sentirsi colpevole ο rischiare di deluderli. Sicché,
quando la mamma le telefona per chiederle un favore, lei può rispondere: «Ci
andrei volentieri, ma sono così stanca che non ho
neppure la forza di guidare». La mamma risponde: «Oh! Capisco. Curati, vedremo
di organizzarci in altro modo».
La malattia può anche essere
l'occasione di sfuggire a una situazione di cui non
vediamo la soluzione
Alcuni
anni fa andai a trovare un amico all'ospedale. Il vicino di letto mi riconobbe
(mi aveva vista alla televisione) e mi chiese: «Signora Rainville, lei che si
occupa di medicina psicosomatica, mi può spiegare perché le mie piaghe da
decubito non guariscono? È il letto ο sono le
medicine?»
Quest'uomo
era diventato paraplegico a causa di un incidente in cui si era fratturato la
spina dorsale. Gli chiesi se per caso pensava di
essere un fardello per i suoi, ed egli rispose: «Non solo lo penso,
sono davvero un fardello per mia moglie. Per come sono messo, preferirei
morire ma mia moglie e gli amici non vogliono che io
muoia».
Si
vedeva che quell'uomo non aveva davvero più voglia di vivere nella sua
situazione, e tuttavia desiderava restare in vita per rispondere alle aspettative della moglie e degli amici, senza però essere un
fardello per la donna. La soluzione che aveva trovato era di restare
all'ospedale, non guarendo. Inconsciamente rifiutava di guarire, malgrado il letto ad acqua, gli ottimi trattamenti e le
medicine.
Yvan
ha un negozio da diversi anni. Da mesi, però, la sua attività commerciale va
sempre peggio. Yvan non sa che fare, è molto ansioso: se vende l'azienda
perderà molti soldi, ma se la tiene dovrà reinvestire tantissimo, e non ne ha
più i mezzi. Sente il peso della minaccia incombente, e non riesce a prendere
una decisione. Si cristallizza sempre più nelle sue paure e ha un aneurisma. Viene ricoverato e, in azienda, le redini della situazione
passano per forza in altre mani. Soltanto dopo essersi ripreso dall'aneurisma,
riconoscerà di aver avuto paura di prendere una decisione sulle sorti
dell'azienda, sicché la sua malattia era stata la scusa perfetta per trarsi
d'impaccio.
La malattia può essere un
mezzo per carpire l'attenzione delle persone che amiamo
Intorno
ai due anni, mia figlia Karina ebbe degli attacchi di febbre piuttosto gravi,
così allarmanti che dall'asilo nido mi chiamavano sul
lavoro perché andassi a prendere la piccola; mi incuriosiva il fatto che fosse
caldissima, febbricitante, quando arrivavo all'asilo, ma che stesse a
meraviglia non appena oltrepassavamo la porta di casa: la febbre scompariva
allora del tutto. La faccenda andò avanti per settimane, finché all'asilo mi
minacciarono di non accettare più la bambina se non l'avessi
fatta esaminare da un medico. Lo feci. Chiesi allora al pediatra: «Potrebbe
essere che la bambina si faccia venire la febbre da sola?» Ε lui mi
rispose: «Insomma, signora, la febbre è sempre segno di infezione.
Stia attenta e vedrà che fra qualche giorno le usciranno le pustoline». Invece non comparve proprio niente!
Poi
cominciò il vomito: si ripresentava all'incirca ogni tre-quattro
settimane; raramente cominciava prima di mezzanotte, ma continuava poi
fino al primo mattino cosa che conferiva alla piccola il privilegio di dormire
nel mio letto, un evento che non accadeva mai quando stava bene. Aveva per sé
tutta l'attenzione che si concede a un malato, e
inoltre si godeva una giornata di vacanza con la mamma. Da quanti pediatri la
portai! Dicevo loro: «Questa bambina ha pur qualcosa, il
vomito indica un problema di digestione». Quando ebbe tre anni e mezzo
le tolsero le tonsille che si credeva fossero responsabili del vomito, ma il
vomito non cessò dopo l'operazione, e continuò finché
Κarina ebbe cinque anni. Ero agli inizi delle mie
ricerche sulle malattie psicosomatiche e in una delle tante notti bianche
accanto a lei mi azzardai a dirle: «Senti tesoro, voglio che tu sappia
che ti voglio bene, ma non ti darò più questa forma di attenzione.
Aggiustati, tu e il tuo vomito: io vado a letto».
Mi
sentii molto dura dentro, ma fu la fine delle "malattie
dell'attenzione", giacché il suo stratagemma era stato scoperto.
Giulia
e Amelia: Giulia ha tre anni più di sua sorella; è una donnina di otto anni, ed è in cura da quasi quattro, ogni mese per
non dire ogni settimana: ha diversi problemi di salute, sicché la riempiono di
medicine. La madre, un po' scoraggiata, viene da me. Mi parla delle sue due
bambine, di Giulia sempre malata e di Amelia in piena
forma: Giulia è una brunetta cagionevole di salute con piccoli occhi scuri,
mentre Amelia è una vera bambola bionda, con i capelli ricci e grandi occhi azzurri.
Quando i genitori escono con tutte e due, l'attenzione della
gente è tutta per Amelia che è così bella. Allora Giulia incomincia a
star male, e si parla solo più delle malattie di Giulia. Giulia ha recuperato
l'attenzione che ha perso con l'arrivo della sorella. Non appena la madre ne
diventa cosciente esprime il suo amore a Giulia, ma spiegandole che non intende
più rispondere ad una richiesta di attenzione
formulata per mezzo della malattia: Giulia guarisce allora rapidamente e, da quel
giorno in poi, i genitori valorizzano gli altri aspetti di Giulia, affinché
l'attenzione sia ben suddivisa fra le due bambine.
Gianfrancesco
e il suo eczema: Gianfrancesco ha due anni e da quando l'hanno messo all'asilo
soffre di un eczema, grattandosi soprattutto di notte. Se
la mamma, per stanchezza, si rifiuta di rispondere al pianto, il bambino si
gratta fino a farsi sanguinare. Il comportamento cambierà il giorno in cui la
madre gli spiega perché lo ha mandato all'asilo, e perché ha bisogno di sonno;
la mamma gli dice che lo ama moltissimo, ma che non intende più dargli questa
forma di attenzione. Poco per volta l'eczema scompare
del tutto.
Ho
menzionato problemi infantili, ma siccome in ognuno di noi c'è sempre un
bambino, non vi è età per sviluppare questa forma di malattia. Basta pensare
alla mamma che si fa venire un attacco di reuma tutte
le volte che i figli stanno troppo tempo senza andarla a trovare, ο a
quella vicina che continuamente si lamenta dell'emicrania, ma che non vuol far
nulla per liberarsene.
La malattia può essere un
meccanismo di sopravvivenza collegato al disagio di vivere
Questo
è stato il mio caso: per anni ho accumulato una malattia sull'altra, senza
comprenderne la ragione; credevo che fosse perché la mia salute era precaria.
Quando ricostruii la storia delle mie numerose affezioni, scoprii
che erano cominciate all'età di sei anni; in quel periodo morì mio padre, e io
entrai in un collegio tenuto da suore. All'epoca, le allieve interne potevano
lasciare il convento soltanto durante le feste di Natale e le vacanze estive,
ma i genitori potevano andarle a trovare il pomeriggio della domenica, in
parlatorio.
Sicché,
dopo pranzo, la domenica, ce ne stavamo buone buone sedute sul letto, in attesa che qualcuno venisse a chiamarci per l'incontro
con i genitori.
Una
domenica dopo l'altra aspettavo mia madre, che non
veniva. Incominciai a sentirmi abbandonata in collegio, e questo ebbe delle ripercussioni
sulla salute: ebbi una bronchite, e una notte in cui la tosse incessante le
impediva di prender sonno, la suora responsabile del nostro dormitorio mi si
avvicinò e disse: «Spostati nella camera riservata alla bimba malata». Ci
andai, ma scoprii che era già occupata da un'altra bambina. Tornai dalla suora
per chiederle cosa fare, e lei mi disse: «Bene, vai a sederti in classe».
Scesi
la lunga scala che portava al piano delle aule, e mi sentivo come se fossi
stata punita. Dentro di me pensavo: «Sono malata e lei mi punisce, certamente
non mi vuole bene. Neanche mia mamma mi vuole bene, perché non viene mai a
trovarmi».
Questi
pensieri mi scoraggiarono enormemente, mi sentivo
tanto sola nel mio dolore. La conclusione che risultò
dal confronto fra i miei emisferi fu "vivere = soffrire". Di questa
vita ne avevo abbastanza; mi addormentai in lacrime,
con la testa appoggiata sul banco.
Il
mattino seguente mi trovarono febbricitante: avevo la polmonite. Venni condotta all'infermeria. Ι giorni passavano e io
non mi ristabilivo, sicché le suore, temendo seriamente per la mia vita,
telefonarono a mia madre che venne a trovarmi in infermeria. Mi diede tutta la
tenerezza e la sollecitudine che una madre preoccupata di solito concede alla figlia malata, e da questa nuova esperienza
risultò la conclusione "se sono malata = si prendono cura di me". Dunque, per ricevere amore e attenzione, bisogna essere
malati.
La
mia memoria emozionale era depositaria di questi tre assiomi: "vivere = soffrire", "abbandono = non voglio più
vivere", "essere malata = mi danno amore e attenzione".
Dunque, se sono malata, posso vivere.
Fu
così che la malattia divenne per me un meccanismo di sopravvivenza; in seguito,
ogni volta che mi sentivo sola, abbandonata alla mia sorte, mi ammalavo.
Gran
parte delle malattie legate alla manipolazione sono di
fatto meccanismi di sopravvivenza registrati nella memoria emozionale. Nelle
mie relazioni amorose, se l'uomo che amavo si allontanava un po' mi servivo di
questo meccanismo per trattenerlo, per non sentire l'abbandono che tanto
temevo. All'inizio questi uomini rispondevano sempre al mio bisogno,
circondandomi di attenzioni; ma dopo un certo tempo
vedevano in tutto questo soltanto una manipolazione da parte mia, e cessavano
di rispondermi adottando un atteggiamento di indifferenza. Più diffidavano della mia manipolazione, più sprofondavo nella
malattia. Quando non ne potevano più di questi drammi che imponevo
loro, mi lasciavano. Ε a questo punto perdevo del tutto il gusto di
vivere.
Anche
con la migliore volontà, non riuscivo a liberarmi da questa forma di
manipolazione affettiva; ci riuscii quando scoprii il disagio di vivere che era
in me, nonché i meccanismi di sopravvivenza che avevo
adottato. Grazie a questa presa di coscienza potei ricondurre questa esperienza
a un nuovo confronto fra i due emisferi cerebrali,
traendone una nuova conclusione; dovetti però ritrovare la bambina di sei anni
che ancora viveva in me. Andai a trovarla mentre aveva la testa appoggiata sul
banco, e le chiesi: «Non c'è un'altra soluzione, diversa dal lasciarsi morire?»
Improvvisamente,
si accorse di poter scegliere: poteva risalire al piano di sopra, andare dalla
suora e dirle: «Sorella, ho freddo, non sto bene, ha
un'altra soluzione?»; certamente la donna avrebbe chiesto alla piccola che
occupava la camera riservata alla bambina malata di far cambio con me giacché
lei, in dormitorio, non avrebbe disturbato nessuno.
Compresi, attraverso questo processo, che invece di usare la manipolazione
ο di aspettare che qualcuno intuisse le mie esigenze e rispondesse a
queste ultime, sarebbe stato bene esprimere i miei bisogni, i miei sentimenti.
Integrando questa lezione di vita mi liberai delle conclusioni del tipo "vivere = soffrire" e "abbandono =
non voglio più vivere". Vivere diventava "esprimermi". Non avevo
dunque più bisogno di alcun meccanismo di
sopravvivenza giacché potevo vivere per la semplice gioia di vivere.
La malattia può essere un
mezzo per colpevolizzare la persona che riteniamo
responsabile della nostra sofferenza
Lucetta
soffre di un esaurimento nervoso professionale (burn-out) da due anni. Quando la incontro
in terapia, mi dice di aver provato praticamente tutte le vie per liberarsi di
questo esaurimento, ma senza successo. Non riesce a
uscirne. Le chiedo allora che cosa è accaduto di importante
nella sua vita prima che questa malattia si sia manifestata; mi dice che il
marito l'ha lasciata. Le chiedo come ha vissuto questa situazione e la donna
risponde che, all'inizio, quando aveva saputo della decisione del marito, non
ci aveva creduto, e pensava che sarebbe tornato sui
suoi passi. Lucetta aveva fatto tutti i tentativi possibili per trattenerlo,
finendo con il lasciarsi prendere dalla collera e dallo scoramento. Aveva perso
il gusto di vivere; la sofferenza si trasformò in rivolta, e la salute si
deteriorò. Di questo incolpò il marito, nella speranza che egli si sentisse
responsabile di ciò che le accadeva, come se quella sua malattia potesse
dirgli: «Guarda cosa mi hai fatto, mi hai distrutta,
per colpa tua ho perso la salute».
In
terapia ho visto tante persone che si autodistruggevano pur di addossarne la
colpa alla persona che amavano, e che ritenevano fosse
causa della loro sofferenza.
La malattia ο il
decadimento possono essere un modo di nutrire un
rancore per qualcuno che riteniamo responsabile della nostra sofferenza
Roseline
viveva una relazione di coppia senza screzi da quasi dodici anni, quando sua
madre si ammalò gravemente. Per prendersi cura di lei, Roseline dovette
assentarsi da casa, a più riprese, per diversi giorni. Un anno dopo la madre
morì, lasciandole la casa di famiglia. Quando Roseline
ne informò il marito, lui le disse: «Sono contento di questa notizia perché,
vedi, non sapevo come dirtelo, ma da un certo tempo
c'è un'altra donna nella mia vita. Così potrai sistemarti nella casa di tua
madre, e ognuno di noi avrà la propria». Questa notizia fu un trauma emotivo
per Roseline, che si sentì espulsa da casa sua. Inoltre i bambini rifiutarono
di andare con lei, per non perdere gli amici. La donna si trovò
completamente sola, in una casa in cui, inizialmente, non aveva avuto
nessuna voglia di stare.
Qualche
tempo dopo la separazione perse l'appetito e cominciò
a dimagrire. Non aveva più voglia di nulla. Poi ebbe un dolore al seno, il che
la spinse ad andare dal medico: era un cancro. Si fece curare, ma per quanto la
curassero, nulla le restituiva la voglia di vivere. Il cancro si estese all'altro
seno, ed entrambi vennero asportati.
Tutte
queste sofferenze che sopportava non facevano che alimentare il suo rancore;
riteneva il marito responsabile di averle distrutto la
vita e la felicità.
Poi
incontrò un amico che non vedeva da molto tempo; costui la informò che
l'ex-marito nel frattempo stava facendo un viaggio in Europa con la nuova
compagna, proprio il viaggio di cui lei aveva tanto sognato. Uscì da
quell'incontro molto triste, e il giorno dopo si svegliò con una paralisi
facciale. Questo fu l'elemento che la indusse a voler comprendere, e chiese una
consulenza. Scoprì che inconsciamente aveva voluto distruggere la propria
salute per colpevolizzare l'ex-marito di ciò che le accadeva, e per alimentare
il proprio rancore.
Quando l'amico le aveva detto, a modo suo, che l'ex-marito era
felice anche se lei era ammalata, la donna aveva intensificato la malattia che
esprimeva: «Guardate quando male mi hanno fatto».
Per
ritrovare l'armonia e guarire, Roseline ha dovuto perdonare il marito, nonché la donna che riteneva responsabile di aver rovinato
la sua famiglia. Ha dovuto ammettere di aver sempre aspettato che fossero gli altri a darle la felicità, di aver sempre agito
per farsi amare ma che, in tutto questo, non si era mai amata.
Roseline
incominciò a imparare a vivere per sé: non è stato
facile, ma oggi ha riconquistato il suo benessere e il rispetto per se stessa.
Donald
è figlio unico, e suo padre è un alcolizzato. Da
giovanissimo viene affidato a una vecchia zia, e
comincia per lui una lunga serie di aspettative frustrate. Vede i genitori solo
nei fine settimana, quando il padre va a prenderlo. Quante volte Donald aspetta
papà, che non telefona neppure! Passa tutta la settimana a
sperare che, chissà, forse verrà la settimana prossima. Ma continua a riprodursi lo stesso schema, e Donald si sente
abbandonato. Non c'è nessun altro bambino della sue età
con cui giocare, e si sente come un mobile nella casa della zia.
Donald
cresce con un gran vuoto interiore. Poi incontra Mariella, anche lei devastata
dal disagio di vivere. Mariella ha un cancro e muore, e Donald si ritrova da
solo. Cerca allora di colmare il vuoto interiore con il lavoro poi, un giorno,
Donald affitta una casetta con degli amici, che diventano i fratelli che
avrebbe tanto voluto avere; conosce allora la gioia di sentirsi circondato
dagli altri, e sono i più bei momenti della sua vita.
Quando
ritorna nel suo appartamento solitario, incomincia a sentire la stanchezza
profonda (burn-out) che lo induce a
dormire ventitre ore al giorno. Donald non ha più la
forza di sopportare il vuoto esteriore, che lo rimanda al suo vuoto interiore.
Si lascia completamente andare, la vita non lo interessa più; dopo più di tre
mesi passati così, mi sente parlare alla radio e decide di venire da me. Donald
aveva perso il gusto della vita, ma inconsciamente si distruggeva per
addossarne la responsabilità a suo padre.
Il
suo esaurimento non faceva che amplificare il rancore, dicendo: «Se oggi sono così infelice, è colpa tua che mi hai
abbandonato quando avevo tanto bisogno di te». Gli feci capire che era soltanto
lui a pagare il prezzo di quel rancore, e che le situazioni dolorose vissute da
bambino facevano parte di una lezione di distacco che andava integrata. Se avesse voluto, avrebbe potuto costruirsi una vita nuova
di zecca, piena di gioia e di felicità; ma per farlo, bisognava girare la
pagina del passato. Lo fece e, nei giorni che seguirono, andò a trovare il
padre: non per accusarlo ancora, ma solo per dirgli, con questo suo nuovo
atteggiamento, che gli voleva bene. Per la prima volta il padre gli parlò del
suo problema, dell'alcolismo, e gli spiegò che aveva preferito non tenerlo con
sé proprio per non farlo soffrire. Gli disse anche che, quando non andava a
trovarlo, era per non farsi vedere ubriaco: desiderava che il figlio avesse di
lui un'immagine più positiva.
Vedremo
nei prossimi capitoli come liberarsi del disagio di vivere e del senso di colpa
nei confronti della vita.
La malattia può avere origine
in una vita precedente. Ricordiamoci che la vita è continuità, che non muore
mai. Si evolve, si trasforma per ripresentarsi sotto una forma diversa
«Tutti
noi abbiamo attraversato molte vite prima di arrivare a questa
incarnazione... Ciò che chiamiamo nascita è solo l'altra faccia della
morte» (Lama Gowinda).
Come
abbiamo visto nel capitolo "Assumersi la responsabilità della propria
salute e della propria felicità", non vi è nulla che sia frutto del caso.
Un
bambino che nasce con la cataratta, potrebbe essere la continuità di una
persona morta con lo stesso problema, senza aver mai integrato la lezione
corrispondente? Ε chi nasce con problema cardiaci,
non sarà a sua volta la continuità di una persona morta per un attacco di
cuore?
Evidenzio
questi collegamenti solo a titolo di probabilità, giusto per lasciar posto
all'interrogativo.
Tuttavia
ho constatato, a più riprese, che quando una persona
prendeva coscienza di ciò che la sua "anima" aveva vissuto prima di
questa vita, e dunque integrava la lezione, si assisteva alla guarigione ο
alla scomparsa del malessere, ad esclusione, beninteso, dei casi in cui
l'organismo è leso troppo gravemente, come nei casi di cecità, malformazione
delle scheletro, e così via.
Prendiamo
la storia di Filippo. Fin da bambino, Filippo aveva un dolore sotto la scapola
sinistra; quando il dolore si presentava, Filippo lo percepiva come una
pugnalata che gli toglieva il fiato per qualche secondo e a volte più a lungo. a questo proposito era stato visitato da diversi
specialisti, in diversi campi, e alcuni avevano detto che si trattava di uno
spasmo, altri di un nervo pizzicato. Tutti i trattamenti, solitamente efficaci,
non avevano dato alcun risultato.
Durante
una regressione che gli feci fare, Filippo vide un
uomo sulla quarantina, luogotenente nell'esercito tedesco. Un giorno, mentre tornava
a casa dopo un negoziato con il nemico, l'uomo venne
improvvisamente assassinato con una coltellata alla schiena, precisamente là
dove Filippo sentiva dolore.
Verificai
allora se, nella sua vita attuale, Filippo fosse stato vittima di un tradimento:
ricordò diversi eventi in cui si era sentito tradito, il più grave dei quali
era stata l'infedeltà della moglie.
Il
luogotenente che aveva visualizzato era morto con il pensiero di aver fallito
nella sua missione di riconciliazione e Filippo, a sua volta, attribuiva a se
stesso il fallimento della relazione di coppia.
Filippo
ha potuto liberarsi da questo senso di fallimento che egli stesso alimentava, e
ha perdonato all'aggressore del passato; allora il dolore dorsale è diminuito,
si è fatto meno frequente, per sparire poi del tutto.
Germana
soffriva di poliartrite. Seguiva il miο seminario sulla "Liberazione
della memoria emozionale". Quando, in una
regressione, la ricondussi al momento della nascita, la donna vide uscire dal
corpo di sua madre non il neonato che si aspettava di vedere, bensì una suora!
La
cosa le sembrò stranissima, e non ne comprese immediatamente il significato. Da
brava perfezionista, Germana tendeva a sentirsi colpevole per un nonnulla;
lavorammo insieme su questo aspetto, e tuttavia la
poliartrite migliorava ben poco. La donna continuò comunque
la terapia con me e, nel corso di un altro seminario, le feci fare un altro
esercizio: ne emerse che qualcosa, in lei, la rendeva incapace di perdonarsi. Ma di cosa? Qui stava il problema.
Germana
era sempre stata quel genere di persona che dimentica
se stessa per dedicarsi agli altri e non riusciva a rintracciare alcuna
situazione per la quale fosse incapace di perdonarsi. Le suggerii di chiedere
al superconscio, e di aspettare la risposta.
La
notte seguente fece un sogno che le mostrò cos'era accaduto
in una vita precedente: era stata una suora, e dopo aver preso i voti si era
innamorata di un uomo, vivendo con lui un'avventura che non si era mai
perdonata. Sentiva di aver mancato ai voti e, di conseguenza,
si riteneva ormai indegna dell'amore di Cristo.
Era
questa esperienza passata, quella che non riusciva a
perdonarsi; l'aiutai dunque ad accettare il fatto che l'unico voto che non
aveva rispettato era stato quello di castità, e per amore, ma che aveva
rispettato tutti gli altri, e che era quindi stata sempre degna dell'amore del
Cristo, giacché Cristo stesso ha detto: «Vi lascio un solo comandamento:
amatevi l'un l'altro».
Lei
aveva creduto che bisognasse essere infallibili per essere
degni dell'amore di Cristo e si rese conto, inoltre, che la ricerca
della perfezione era proprio ciò che le impediva di vivere pienamente con il
cuore. Comprese che bisogna accettare di essere umani
prima di voler essere divini, si perdonò e promise a se stessa di non
condannarsi più. Il giorno seguente notò che, per la prima volta da molti anni,
le sue articolazioni erano completamente sgonfie.
Di
solito non è necessario sapere che cosa è accaduto nelle vite precedenti,
perché la vita è continuità e viviamo quasi sempre
esperienze simili nel corso dell'esistenza attuale; per questa ragione
raccomando questo genere di ricerca soltanto quando ogni altro tentativo che
riguarda la vita attuale è fallito (nota di Gandalf: questo è
veramente un saggio consiglio, perché molti preferiscono cercare altrove quello
che molto spesso è sotto i loro occhi!). A volte, in questo campo, è difficile verificare ciò che
succede sicché manipolatori e i ciarlatani hanno buon gioco.
L'unico
modo per verificare è sperimentare, osservare i risultati: «Si riconosce un
albero dai suoi frutti»[9].
90
«Vengono
per la guarigione, certamente.
Alla
scoperta di altre vite, in qualsiasi modo... Con le
loro preoccupazioni, aspirazioni, le loro fragili ο perfette verità...
Vedono il filo comune.
Non
si tratta di donne e d'uomini,
non si tratta di giovani e vecchi,
non si tratta di neri e bianchi,
non si tratta di ricchi e poveri,
non si tratta di celebrità e sconosciuti.
Si
tratta invece di questo desiderio profondo, eterno, incessante, ardente, che
abbia luogo la guarigione in ciascuno di noi e fra tutti noi» (Michaël Lally).
segue -->
--> --> da pag. 91
«Non bisogna cercar di guarire il corpo
senza cercar di guarire ['anima».
Platone
…………………………………………………………………………………
Per
concludere, possiamo dire che altri scelgono di
sfuggire alla realtà quotidiana per rifugiarsi in un mondo parallelo che può
essere immaginario, euforico ο chiuso: è il caso di persone che soffrono
di autismo, psicosi, tossicodipendenze (alcol e droghe) e degli anziani che
hanno il morbo di Alzheimer.
L'autismo è caratterizzato da un distacco dalla
realtà che comporta la perdita di scambi con il mondo esterno, e la
predominanza di un mondo interno immaginario. Quando compare nel primo anno di
vita del bambino, bisogna risalire a un trauma durante
il periodo fetale.
L'autismo
nel bambino più grande ο in un adulto è quasi sempre
collegato a una grande sofferenza che lo conduce a ripiegarsi sul suo mondo
interiore per non soffrire più.
L'autismo
sta ai bambini come l'Alzheimer alle
persone anziane; questa malattia colpisce le persone che non si sentono più in
grado di far fronte alle loro difficoltà quotidiane, ο che si trovano in
situazioni senza sbocco. Giacché non sono pronti del tutto a morire, ma non
vogliono più confrontarsi con una situazione che fa loro del male, il morbo di Alzheimer diventa la loro via d'uscita.
Per
tutta la vita un'anziana signora aveva assistito una
figlia, handicappata mentale. Giunta in età avanzata, non si sentiva più forte
abbastanza per prendersi cura di lei ma,
contemporaneamente, era incapace di metterla in istituto. La malattia le
permise di sfuggire a questa situazione difficile, dandole in più la scusa
ideale perché un altro figlio avesse abbastanza pietà di lei per farsi carico
della sorella handicappata.
Altri
scelgono l'alcol ο le droghe per sfuggire una
realtà che li fa soffrire.
L'alcolismo è molto più del fatto di bere: ci sono
bevitori sociali che consumano notevoli quantità di alcol,
che hanno certe ripercussioni sul loro organismo, ma non per questo sono degli
alcolizzati. Questo genere di bevitori può bere per imporsi agli altri. Mi
viene in mente un tale, a cui il padre proibiva di
bere: ogni volta che si portava il bicchiere alle labbra, era come se dicesse:
«Ecco, caro papa, cosa me ne faccio delle tue
proibizioni».
Agiva
allo stesso modo con la moglie. Bere era-diventato il suo modo di far
resistenza al prossimo, ma non aveva il temperamento dell'alcolista. Il vero
alcolista, infatti, anche dopo anni di astinenza, può
avere ancora tutti i comportamenti psicologici collegati all'alcolismo.
L'alcolista
beve per dimenticare, per sfuggire una realtà
deludente, per non provare dolore, il senso di isolamento ο di solitudine.
Beve per trovare il coraggio che non ha, per riuscire a credere di non aver paura
di nulla e di nessuno. Si distrugge gradualmente con l'alcol per nutrire il
proprio rancore nei confronti della persona che ritiene responsabile del
proprio disagio di vivere.
Il
fatto di inebriarsi ο consumare droghe crea uno stato transitorio di esaltazione in cui il mondo esterno scompare e, con esso,
l'impressione di esserne separati. Ma quando
l'esperienza finisce, il bevitore ο il drogato si sente ancor più separato
di prima, più impotente, più incompreso, al punto che ha la tentazione di
ricorrere alla droga ο all'alcol con una frequenza e un'intensità sempre
crescenti.
La tossicodipendenza traduce quasi sempre
un disagio di vivere profondo, legato a un senso di rifiuto, di abbandono
oppure di tradimento da parte di una persona che aveva per noi una grande
importanza.
Gianpiero
è stato affidato all'orfanotrofio fin dalla nascita: non viene
adottato, sicché passa i suoi primi anni di vita nel nido dell'orfanotrofio.
Ribellandosi alla sua situazione di abbandono, diventa
ciò che possiamo chiamare "un bambino difficile"; il suo stato di
rivolta proviene da una grande sensibilità ferita, che si esprime con
esplosioni di aggressività. Nei vari orfanotrofi, così come nei vari centri di accoglienza in cui temporaneamente risiede, Gianpiero
incontra sempre ostilità.
Segnato
da questa profonda carenza affettiva e dal suo senso
di impotenza e di isolamento, scopre l'alcol che riempie il vuoto, che gli procura
contemporaneamente un'impressione di forza e un disprezzo nei confronti di
tutti coloro che non l'hanno compreso ο non lo comprendono. Poi vengono le
droghe, fino al giorno in cui, non potendone più, si
butta a terra e urla: «Mio Dio, aiutami». Per la prima volta osa davvero
chiedere aiuto.
In
passato aveva consultato diversi psicologi e terapeuti ma, quasi
sempre, era stato lui a dirigere la terapia; era il suo meccanismo di
protezione: dirigere la terapia perché non tocchi il mio dolore profondo. Ma questa volta, dopo aver tentato così tante volte di
aiutarsi da solo, accetta che lo faccia qualcun altro.
Si
reca a un incontro di gruppo dedicato agli alcolisti;
qui può esprimere ciò che prova, si sente aiutato e sostenuto nella sua
profonda sofferenza; ammette la sua situazione dicendo: «Sono un alcolizzato».
Questa è la prima tappa.
La
prima tappa è la zattera di salvataggio che lo aiuta a guadagnare la riva. Se
si limita a questa tappa, continuerà a sentire il grande
vuoto, riempiendolo questa volta di caffè, sigarette, gioco, sesso, eccetera
(spesso la sigaretta è il velo di protezione con il quale ci si avvolge: ci si
nasconde dietro la sua nuvola di fumo. Inoltre, inconsciamente, si ritorna a
succhiare, un gesto che significava affetto, calore, sicurezza).
Le
altre tappe sono quelle che gli consentono di lasciare la zattera per
inoltrarsi nella vita, procedendo sulla terraferma. Per riuscirci, Gianpiero ha
dovuto perdonare sua madre che lo aveva affidato all'orfanotrofio, perdonare a
coloro che, per ignoranza, l'hanno fatto soffrire, imparare a chiedere e a
ricevere, governare le proprie emozioni cominciando dal
concedersi di viverle e, per finire, liberarsi di questo disagio di vivere che
creava in lui l'enorme vuoto interiore.
Tutto
questo non è avvenuto in un giorno: per lui è stato un modo nuovo di vivere in
cui, giorno dopo giorno, è andata aumentando la fiducia in se stesso e nella
vita. Oggi Gianpiero può dire: «Ho vinto l'alcolismo».
Ι
movimenti di sostegno reciproco per alcolizzati e tossicodipendenti sono
fantastici, purché non diventino una nuova forma di dipendenza. Sono un ponte
verso la libertà, a condizione che chi vi aderisce voglia davvero percorrere e
superare tutte le tappe invece di limitarsi alle prime, che consistono nel
riconoscere la propria dipendenza dalla droga ο dall'alcol e quanto sia
difficile liberarsene.
Quante
volte ho sentito persone che partecipavano a quegli incontri da anni dire:
«Sono proprio un alcolizzato». Il loro linguaggio non verbale diceva: «Per me
non c'è niente da fare, non ci posso far nulla, è più forte di me».
No,
il disagio di vivere è qualcosa da cui si può guarire. Per liberarsi
dall'alcolismo ο da altri stati di tossicodipendenza, bisogna prima guarire questo disagio di vivere; astenersi dal bere
ο dalla droga, infatti, è solo il risultato di uno sforzo di volontà, non
un criterio di guarigione. Questo è provato dal fatto che, non appena queste
persone sentono di nuovo troppo la loro sofferenza, la loro volontà si flette,
e hanno solo un'idea in testa: bere ο drogarsi.
La presenza di una persona che dia loro conforto può
impedir loro di passare all'azione, come una pomata su una piaga, ma la
guarigione ha bisogno di un intervento che miri al nucleo stesso del disagio di
vivere. Guarire non significa ricominciare a bere: quando la piaga è
cicatrizzata non c'è più bisogno di linimento.
Un'altra
forma di evasione dalla sofferenza può manifestarsi
con le psicosi, le nevrosi, le
depressioni nervose, le idee di suicidio e il suicidio vero e proprio.
Allora
a queste persone si danno farmaci antidepressivi, che avranno l'effetto di
intontirle; è proprio ciò che vogliono: non sentire più
la sofferenza e qualcuno che si prenda cura di loro per non sentirsi più
abbandonate.
Tuttavia
non è così che la persona potrà liberarsi del problema; il trattamento è certo
benefico, ma solo a breve termine. a
lungo termine può anche provocar danni, perché le toglie la forza e la volontà
necessarie per intraprendere la vera guarigione; chi dipende dagli
antidepressivi rischia allora di sprofondare ancor più nella depressione e
nella psicosi.
Jacqueline
ha una PMD (psicosi maniacodepressiva). Da bambina, sua madre assiste un malato
mentale, compito che richiede tutta la sua attenzione; Jacqueline si sente
abbandonata, dimenticata dalla mamma.
Poco
dopo suo fratello viene ricoverato in ospedale, ed
ecco che tutta l'attenzione è per lui. Jacqueline pensa: «Io non conto. Per me
non c'è posto, non le interesso».
Cresce
con questo dolore ben presente in lei; poi si sente abbandonata dal marito che
viene sempre più accaparrato dal lavoro, e Jacqueline sprofonda in una
crescente depressione.
Mi
confida che, quando il marito la porta letteralmente
in braccio in psichiatria, le sembra d'essere una neonata fra le braccia di un
adulto; inconsciamente cerca di sovrappone l'immagine della bimba e quella
della donna che, nella sua malattia, riceve l'attenzione da cui è così
dipendente.
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segue -->
--> --> da pag. 101
Ι NOSTRI SENSI DI COLPA
DANNO LUOGO A UNA GRANDE VARIETA' DI MANIFESTAZIONI
- Piccoli incidenti: bruciarsi, tagliarsi,
prendere un colpo, rompere i vestiti, rigare la macchina, eccetera;
- incidenti di grosso calibro: cadere,
ferirsi seriamente, scontrarsi con una macchina ο perdere il controllo
della propria vettura;
- perdita: fare fallimento, subire un
licenziamento, perdere un oggetto di valore (un gioiello), perdere una grossa
somma di denaro, eccetera;
-
disturbo: indigestione, stitichezza, mal di schiena, eccetera;
- malattia: cancro, sclerosi a placche,
artrite, AIDS e tutte le malattie degenerative;
-
malessere: insonnia, angoscia, senso di stordimento.
Insomma,
i nostri sensi di colpa possono dar luogo a tutto ciò che può distruggere la
gioia, la salute, la felicità e le possibilità di successo; possono addirittura
condurci in prigione.
Un
giorno ho vissuto una bellissima esperienza in un carcere in cui tenevo un
seminario: il gruppo era composto da dieci
ergastolani, fra cui Marco; è interessante constatare che tutti, senza
eccezione, erano alle prese con un senso di colpa. Vediamo dunque il caso di
Marco.
Alla
sua nascita la mamma ha sofferto moltissimo. Il papà di Marco talvolta riserva
gesti violenti a sua moglie, e Marco non può sopportare che qualcuno faccia del male alla mamma, perché questo gli ricorda il suo
stesso senso di colpa (quello di averla fatta soffrire a causa della propria
nascita). Nutre odio per suo padre, e lui stesso, qualsiasi
cosa faccia, ha sempre l'impressione di causare dolore a sua madre.
Marco
beve, si droga, e più ci si immerge e più si sente
colpevole: «Faccio soffrire mia madre». Un giorno, in un bar, un uomo (che gli
ricorda il padre) violenta una donna; senza riflettere Marco pugnala
l'aggressore, così come avrebbe voluto uccidere il padre e come avrebbe voluto
uccidere se stesso per aver fatto soffrire la madre. È proprio il giorno del
compleanno di sua madre e, dopo aver compiuto quel gesto, pensa: «Un regalo
maledettamente bello per mia madre».
Quando comprende e accetta che l'esperienza vissuta dalla madre
faccia parte di ciò che lei aveva da vivere, e di non esserne affatto
responsabile, Marco si libera del profondo senso di colpa che porta in sé. Più tardi mi scriverà: «È come se mi fossi liberato da un
fardello di cento tonnellate; oggi so di non essere più in prigione, ma in attesa di liberazione perché la vera prigione era in me».
COME LIBERARSI
DEI SENSI DI COLPA?
Vi
sono tre tappe fondamentali in un processo di liberazione:
1.
la presa di coscienza;
2.
l'accettazione;
3.
l'azione trasformatrice.
1.
Come prendere coscienza dei nostri sensi
di colpa? Verifica se in passato hai avuto
l'impressione d'essere stato cattivo; d'essere stato responsabile della
sofferenza di una persona cara; di non aver detto la verità facendo sì che un
altro fosse punito al posto tuo, eccetera; di esserti sentito impotente davanti
alla sofferenza di una persona che amavi.
Ο,
se hai già pensato ο detto: "se non mi
avesse avuto"; "se fossi stato presente, forse avrei potuto";
"se avessi saputo, non l'avrei fatto"; "se si potesse
rifare"; "meglio sarebbe stato che non esistessi". Tutte queste
frasi rivelano uno ο più sensi di colpa.
2.
Nel tuo presente, diventa osservatore di
ciò che accade. Ogni volta che, d'ora in poi, ti accadrà un piccolo
incidente, che si tratti di una contravvenzione, di un graffio alla macchina,
della perdita ο della rottura di un oggetto a cui tenevi, chiediti: «Di
che cosa mi sentivo colpevole?»
Mi
ricordo in modo particolare le condizioni dell'ultima multa: mio marito si
lamentava del suo guardaroba sguarnito, rispetto alle sue nuove funzioni. Lo
raggiunsi al centro commerciale in cui lavorava e, passando davanti alla
vetrina di un bellissimo negozio di abbigliamento per
uomo, lo spinsi a entrare, suggerendogli certi abiti. Imbarazzato nel dirmi di
no davanti al commesso comprò quegli abiti ma, uscendo dal negozio, mi disse:
«Ti avevo detto che l'avrei fatto io; vai sempre troppo in fretta». Tornai a
casa e, sebbene facessi tutti i giorni lo stesso percorso, passando in un
tratto con il limite di velocità, non vi feci caso. Sentii la sirena
dell'autopattuglia, e capii immediatamente di che cosa si trattava: avevo
percorso a più di cento all'ora un tratto di strada
con il limite a settanta. La contravvenzione fu pari all'importo della fattura
pagata da mio marito.
Accettai
la lezione, e pensai che se la situazione si fosse ripresentata, avrei avuto piacere di fargli un regalo: in tal modo, non mi
sarei sentita più colpevole.
Ciò
che in tutto questo è straordinario, è constatare la
potenza di materializzazione che abbiamo. Se possiamo
attirarci degli incidenti di questo genere con il pensiero, possiamo crearci
anche una vita meravigliosa. Dunque, da oggi in poi,
ogni volta che ti capiteranno piccoli incidenti, incidenti più gravi, una
perdita ο un fallimento, cerca piuttosto il senso di colpa che può averli
creati. Farai la stessa cosa con tutti i disturbi e le affezioni che ti impediscono di fare ciò che vorresti, ο ciò che ti
renderebbe felice.
In
ultimo, se tutte le condizioni sono presenti affinché tu ti senta felice e
tuttavia non ci riesci, oppure se hai l'impressione di distruggere le tue
opportunità di felicità e di successo, verifica se per caso non ti senti
colpevole di aver ricevuto più degli altri, ο se non stai alimentando un
senso di colpa nei confronti della tua stessa esistenza.
3.
Una volta rintracciati
questi sensi di colpa, verifica se intendevi davvero far del male alla persona
in questione. Siamo veramente colpevoli soltanto quando abbiamo
avuto l'intenzione cosciente di far del male, e siamo poi passati all'azione.
Molto spesso confondiamo l'intenzione con l'occasione.
A
volte siamo stati, per un'altra persona, l'occasione di vivere un'emozione
ο una sofferenza, ma questo faceva parte di ciò
che tale persona aveva da vivere. Ecco un esempio.
Melania
ha sei anni, e un fratellino di nove mesi. a Melania
piace molto correre in bicicletta nel seminterrato della sua casa ma, un
giorno, si dimentica di chiudere la porta che vi conduce. Il fratellino vi si infila, e atterra a faccia in giù sul pavimento di
cemento. Il naso e la bocca sono pieni di sangue, e il piccolo è subito portato
in ospedale. Melania pensa: «È colpa mia. Se avessi chiuso la porta non sarebbe caduto». Si sente enormemente responsabile
e colpevole di ciò che è accaduto al fratellino, ma lo è davvero? La risposta è
no. Melania è stata l'occasione: probabilmente il fratellino aveva a sua volta
un senso di colpa, che ha dato origine all'incidente. Il senso di colpa può
essere stato di aver fatto soffrire la mamma durante il parto, oppure si sente
in colpa per il fatto stesso di vivere.
Non
siamo mai responsabili di ciò che accade agli altri.
Tuttavia
possiamo essere l'occasione che fa loro vivere
una situazione di cui hanno bisogno sulla via
della loro evoluzione.
«Un'idea
è un essere incorporeo che non ha alcuna
esistenza in sé, ma dà figura e forma alla materia
amorfa
diventando causa della manifestazione».
Plutarco
segue -->
--> --> da pag. 126
CAPITOLO XX
Le chiavi della salute e del
benessere
«La
salute ha la sua fonte al di fuori della sfera della
medicina.
Dipende
dall'osservanza di leggi immutabili.
La
malattia è la conseguenza della direzione di queste stesse
leggi».
Madame
Ε. G. White
In
quest'ultimo capitolo desidero presentare ai lettori chiavi semplici ma
efficaci per vivere meglio: non ho la pretesa di credere che la gamma sia
completa, giacché l'argomento è vastissimo, ma credo possa riassumere le regole
da applicare nella nostra vita quotidiana per conservarci in buona salute.
RESPIRARE BENE
L'aria
che respiriamo contiene il combustibile di cui ci serviamo in ogni istante
della vita per portare energia a miliardi di cellule. Inoltre
contiene proprietà chimiche che ripuliscono il nostro corpo e rinnovano le
cellule nervose e organiche. Purtroppo, quasi tutti respiriamo
in modo automatico, superficiale, senza conoscere l'importanza della
respirazione.
Dal
momento che viviamo sempre di più al chiuso, utilizziamo pochissimo la funzione
respiratoria e il risultato è che siamo stanchi, manchiamo di concentrazione e
la memoria diminuisce, soffriamo di stress, nervosismo e a volte anche di angoscia e depressione, perché l'irrorazione sanguigna
del cervello si è ridotta e il sangue non è più abbastanza carico di ossigeno
per eliminare le tossine prodotte dal lavorio cerebrale. Pensiamo a quello che
accade in una classe troppo riscaldata: gli studenti si addormentano. Basterà
aprire le finestre, ed eccoli rinvigoriti.
Pensiamo
anche alle grandi città in cui l'inquinamento impone una riduzione della
funzione respiratoria: si osserva un aumento di stress, nervosismo e
depressione maggiore di quanto avviene nelle zone di campagna ο di
montagna, perché l'aria che respiriamo non contiene soltanto ossigeno, ma anche
l'energia della vita, chiamata forza vitale ο prana. È da questa forza
vitale che dipendono la nostra salute, la resistenza e
il benessere.
Ecco
i vantaggi di una buona respirazione:
-
acquieta il sistema nervoso perché il prana agisce direttamente sul plesso
solare, il centro delle emozioni e dei desideri, conferendoci il governo di emozioni come il timore, la collera, la timidezza, la
fifa; - ci aiuta a sentirci più sicuri di noi stessi, con l'effetto di aumentare
l'autofiducia;
- aumenta la nostra resistenza nei
confronti della malattia; - conserva la vitalità e la giovinezza più a lungo;
-
di conseguenza la pelle e i tessuti invecchiano più lentamente;
-
conferisce una maggiore calma interiore, dischiudendoci le vie della coscienza.
Chi
aspira a diventare padrone di sé,
sarà un adepto della respirazione profonda.
Come
si fa la respirazione profonda?
Avviene in quattro tempi e può essere praticata in piedi, seduti ο
sdraiati.
Primo,
inspiriamo l'aria attraverso le narici riempiendo la parte inferiore dei
polmoni e aprendo il diaframma, poi, gradualmente, lasciamo che l'aria gonfi la parte superiore del polmoni sollevando
lievemente le spalle. Qui facciamo una prima pausa per contenere l'aria alcuni
secondi. Poi espiriamo lentamente, il più a lungo possibile, a cominciare dalla
parte bassa dell'addome (ce ne accorgiamo perché si
affloscia). a questo punto facciamo una seconda pausa
prima di ricominciare con la seconda inspirazione.
Uno
dei miei esercizi respiratori preferiti consiste nel
fare queste respirazioni profonde al mattino, all'aria aperta, dalla parte del
sole (verso est), accompagnando le inspirazioni con pensieri e immagini
positive. Inspiro pensando ο immaginando che la forza, la gioia, l'armonia
penetrano dentro di me, andando a nutrire ogni mia
cellula. Mantengo questo stato per alcuni secondo poi, con l'espirazione, penso
e immagino che tutti i pensieri di disagio da cui desidero
separarne lascino ogni mia cellula. Termino questi respiri
(di solito ne faccio tre) piena di gratitudine, circondandomi di una bella
cupola di luce bianca dalla testa ai piedi, e pensando che soltanto l'amore e
la pace possono penetrare e uscire da questa cupola. In questo stesso
momento invio pensieri di armonia alle persone che ne
hanno bisogno.
Questo
esercizio può essere fatto in qualsiasi istante della giornata: l'importante è
abituarsi a respirare bene sempre. Gradualmente, aumentiamo la nostra capacità
respiratoria in modo automatico. È opportuno respirare correttamente prima di
dedicarci a una mansione fisica (salire una scala,
trasportare oggetti pensanti ο lottare contro il freddo, d'inverno), prima
di intraprendere un compito intellettuale (un esame scritto, rilasciare
un'intervista) ο in qualsiasi situazione che ci faccia paura ο sia
per noi stressante. Queste respirazioni profonde ci conferiscono calma,
energia, forza e benessere.
Il
nostro corpo, la cui struttura è molto complessa (le
varie sostanze che lo costituiscono sono, secondo alcuni calcoli, centomila),
si è formato e sussiste grazie agli elementi chimici introdotti dagli alimenti.
Tutti i giorni muoiono migliaia di cellule che vanno sostituite: il ruolo della
nutrizione è di provvedere alla manutenzione della
vita e al suo metabolismo. Per questo dobbiamo scegliere gli alimenti in modo
da fornire all'organismo tutte le varietà di sostanze
di cui ha bisogno.
L'essere
umano che vive in paesi industrializzati in cui regnano l'abbondanza e la
velocità ha perso l'istinto di scegliersi gli alimenti: mangiamo in fretta
perché abbiamo poco tempo, per soddisfare i sensi, per riempire un vuoto (noia,
carenze affettive, insoddisfazione, frustrazione)...
Il "fast-food" è molto alla moda; sia nel consumo che nella
preparazione, ricorriamo facilmente al forno a micro-onde e i nostri polli
crescono più in fretta dei funghi; a questo ritmo, ci allontaniamo dalle
mammelle nutrici della Terra e impoveriamo il nostro organismo fisico.
È
dunque tempo di riscoprire il nostro istinto, per riconoscere la natura e la qualità
degli alimenti di cui l'organismo ha bisogno. Questi fattori possono variare da
un pasto all'altro, ο da un giorno all'altro; ci sono persone che, a seconda della quantità di energia spesa, hanno bisogno di
pasti più abbondanti, mentre altre, più sedentarie, possono benissimo
"funzionare" con razioni più ridotte. Ciò che importa è che ognuno
impari a conoscere bene le proprie reazioni a una
determinata qualità ο quantità di alimenti, e ne deduca la sua linea di
condotta. Abbiamo visto che l'eccesso ο la mancanza creano
lo squilibrio: allora attenzione agli abusi alimentari ο alle diete troppo
severe!
Mangiare
bene è una cosa, assimilare bene l'energia alimentare è
un'altra. Il buon funzionamento della funzione digestiva è importante quanto il
cibo in sé. Il clima in cui mangiamo influisce sulla
digestione: se è calmo e disteso essa avviene facilmente, ma se mangiamo
immersi in un ambiente teso, carico di ansia e di inquietudine, la digestione
sarà altrettanto tesa, dando luogo talvolta a disturbi digestivi.
Un
fattore che favorisce la digestione è la masticazione appropriata, che consente
agli alimenti di venire triturati e insalivati, per
essere gustati meglio e ingeriti. Il fatto di gustare è molto importante perché
la lingua, organo del gusto, contiene dei ricettori del sistema nervoso
specializzati nel rilevare l'energia biochimica. La sensibilità ai quattro
gusti fondamentali non è la stessa in tutte le zone della lingua.
Se
guardiamo lo schema di questa pagina, ci rendiamo conto che inghiottendo troppo
rapidamente il cibo, gli alimenti vengono gustati più
dalla parte posteriore della lingua, che corrisponde all'amaro. Dal momento che
le papille gustative contengono dei ricettori sensibili al gusto che informano
il sistema nervoso sull'alimento ricevuto, se il sistema nervoso non riconosce
l'informazione giusta può attivare un desiderio corrispondente al gusto di cui
si sente privato. Un modo per ridurre il nostro desiderio di mangiare cose
dolci consiste nel gustare di più gli alimenti con la punta della lingua.
Ι
depressi hanno spesso tendenza a inghiottire in
fretta. a questo punto il sistema nervoso gusta
soltanto l'amaro: c'è allora da stupirsi, che provino tanta amarezza?
Gustare
di più gli alimenti, probabilmente li porterà a gustare e apprezzare di più la
vita.
segue -->
--> --> da pag. 354
*
* * * *
« Un buon maestro deve condurre i suoi discepoli tanto lontano
quanto lui stesso si è spinto».
Osho Rajneesh
[1] N.d.E.:
leggere a questo proposito: Bob Owen, AIDS:
Roger è guarito, Ed. Amrita.
[2] N.d.E.:
leggere a questo proposito: Anne Meurois-Givaudan, Dalla sottomissione alla
libertà, vol. ΙΙ, Edizioni Amrita e dott. Guilaine Lanctôt, La mafia della Sanità, coedizione Amrita
e Macro ed.
[3] Organizzazione Mondiale
della Sanità.
[4] "SIDA, la voie du singe", in Science
& Vie, n. 821, febbraio 1986.
[5] N.d.E.:
leggere a questo proposito: Giorgio Mambretti e Jean Séraphin, La medicina sottosopra: e se Hamer avesse
ragione?, Edizioni Arnrita.
[6] Nel Pantagruel di Rabelais, Panurgo è una persona il cui comportamento
e le cui opinioni si modellano in base alle persone che lo circondano.
[7] N.d.T.:
altro gioco di parole intraducibile fra maladie (= malattia) e mal a dit (il
male ha detto), che si pronunciano esattamente nello stesso modo in francese.
[8] N.d.A.:
per "controllo" si intende quello che è fondato sulla paura, mentre
la padronanza di sé, per esempio, si regge sulla fiducia.
[9] Per
saperne di più a proposito delle malattie karmiche, leggere Rendez-vous dans les Himalayas, tomo II,
della stessa autrice.