Il
ritratto in copertina stato eseguito dal pittore Johfra
su precise indicazioni degli autori,
e
riproduce fedelmente il volto di Gesù così come appare negli Annali dell'Akasha.
Pertanto
esso viene proposto al lettore
non
come oggetto di venerazione o di polarizzazione della coscienza,
ma unicamente
quale documento.
La scoperta dei Manoscritti del Mar Morto
ha riportato alla ribalta gli Esseni.
Chi erano?
Chi era Gesù?
In questo libro si tenta di rispondere a
questi interrogativi attraverso una testimonianza vissuta. Gli autori ci
propongono infatti il risultato della consultazione degli Annali dell'Akasha. ovvero la prodigiosa Memoria dell'Universo a cui
hanno attinto durante due anni di viaggi astrali.
Questa insolita testimonianza non
soltanto permette al lettore di partecipare alla vita quotidiana d’una comunità
essena dei tempi di Gesù, ma getta nuova luce sugli
incredibili eventi che da 2.000 anni sono tenuti nascosti.
È certamente un libro sorprendente, e
anche se capovolge molti preconcetti, anche se non tutti saranno convinti della
sua veridicità, ha il merito incontestabile di farci riflettere sull’importanza
del contributo esseno alla preparazione della Missione del Cristo nell'ambito
dello schema dell'Evoluzione.
L’opera è corredata da una tabella per l’interpretazione
dei colori dell'aura, a completamento d'uno degli insegnamenti esseni rivelati
nel testo: la lettura di quel "campo d’energia animato da molteplici
vibrazioni" che emana da ciascuno di noi. Si tratta d’un metodo ricco di
conoscenza, messo finalmente alla portata dei lettori
pag. 360 - L.
20.000 (IVA INCLUSA)
Anne e Daniel Meurois-Givaudan
L' altro volto di Gesù
Memorie d'un
Esseno
traduzione di Daniela Muggia
EDIZIONI ARISTA s.a.s.
(Nota Bene:
da qualche tempo le edizioni hanno mutato il nome in
EDIZIONI AMRITA)
NELLA COLLEZIONE ARISTA:
degli stessi autori: NELLA COLLEZIONE ARISTA:
-
VIAGGIO Α SHAMBHALLA
-
VESTI DI LUCE (in preparazione)
©
Edizioni Arista s.a.s.
Casella
Postale
10094
GIAVENO
Febbraio
1988
Dedichiamo il nostro libro
a tutti gli Esseni di oggi,
qui e altrove,
e a tutti voi, amici e famiglie
che, a modo vostro,
ci avete accompagnati.
Indice
LIBRO Ι
Capitolo Ι. - Zerah 15
Capitolo ΙΙ. - Il Purím 23
Capitolo ΙΙΙ. - La partenza
30
Capitolo IV. -
Al Krmel
40
Capitolo V. -
La parola di ieri e di domani 49
Capitolo VI. -
L'aura 61
Capitolo VII. -
La voce lattea
79
Capitolo VIII. - Con il vecchio Jacob
87
Capitolo ΙΧ. - Il labirinto
98
Capitolo Χ. - Gerusalemme 115
Capitolo XI. -
Solleverete pietre 126
Capitolo XII. -
Tra gli Zelati 144
Capitolo XIII. - Una nube di pace 152
Capitolo XIV. -
Nel paese della terra rossa 159
Capitolo XV. -
Ai piedi del guardiano silenzioso 170
LIBRO II
Capitolo Ι. - Il Battesimo 179
Capitolo ΙΙ. - Ι diciassette anni 188
Capitolo ΙΙΙ. - Le vere armi 197
Capitolo IV. -
Nutrimento e tabernacoli 208
Capitolo V. -
L'albero dalle sette radici 217
Capitolo VI. -
Sulla strada per Gerico 225
Capitolo VII. -
I centoventi 237
Capitolo VIII. - Sotto il sole di Magdala 246
Capitolo ΙΧ. - La via della Trasmutazione 256
Capitolo Χ. - Ε gli costruirono un trono di pietra 265
Capitolo XI. -
La notte dei Getsemani 273
Capitolo XII. -
Ι fratelli di Heliopolis 284
Capitolo XIII. - Golgota 297
Capitolo XIV. -
Il mistero 311
Capitolo XV. -
Incontri 319
LIBRO ΙΙΙ
Capitolo Ι. - Ι ventidue 329
Capitolo ΙΙ. - Verso l'oro del tempo, Myriam 336
Capitolo ΙΙΙ. - Ι giardini d'Iesse
346
- Interpretazione dei colori
dell'aura 355
Prefazione
all'Edizione Italiana
Viaggiare
a ritroso nel tempo e rivivere il passato in maniera reale è stato, credo, il
sogno di molti. Questo libro ne è la testimonianza unica e soprattutto presenta
un quadro significativo e libero da ogni aggiunta fantastica di quella che era la
vita in Palestina 2000 anni fa.
Gli
autori, Anne e Daniel Meurois-Givaudan,
hanno superato le frontiere dell'impossibile e tramite un metodo conosciuto
dagli Iniziati a partire da epoche ormai lontanissime, ma giunto sino a noi
tramite una catena ininterrotta, si sono, per così dire,
"impadroniti" della memoria dell'Universo, "leggendo" gli
Annali dell'Akasha, di cui il lettore potrà meglio
capire il meccanismo attraverso le spiegazioni contenute nell'introduzione
redatta dagli autori stessi. Tutti questi "flash-back" raccolti nel
corso di due anni costituiscono la trama del racconto che si snoda con un
crescendo di situazioni, di descrizioni meticolose sino all'estremo, di
personaggi che sembrano balzare fuori dalle pagine del libro: basta allungare la
mano e...
Anne e Daniel, con le loro quattro pubblicazioni (questa è la
prima che viene tradotta per il lettore italiano, e ci auguriamo che anche le
altre tre possano tra breve approdare sul nostro mercato) si sono imposti con un
programma ben preciso, destinato a spaziare dagli Esseni ai mistici di Shambala, per testimoniare un messaggio che uomini d'altri
tempi e d'altri luoghi hanno immerso nella fluttuante ed inattaccabile memoria
del tempo, perché, a loro volta, altri potessero recepirlo e farlo conoscere;
l'universo l'ha mantenuto intatto e gli autori, con la loro trascrizione
letterale, ci hanno permesso di conoscerne ogni particolare.
Giaveno, 31 ottobre 1986 Bruno Portigliatti
Il
nome "Esseni" è tornato alla ribalta in modo inquietante alla scoperta
dei manoscritti del Mar Morto, suscitando ovunque più interrogativi che
risposte; tant'è che, malgrado il lavoro degli
archeologi e dei ricercatori, la storia ufficiale è ancora povera di
informazioni al loro riguardo.
C'è
chi li ritiene una setta mistica, a cui talvolta si associa il nome di Gesù: ma
chi furono esattamente?
Ci
proponiamo solo di incominciare a rispondere al quesito in quanto la vastità
dell'argomento richiederebbe ben altro per una trattazione esauriente; inoltre
non siamo degli storici: il nostro libro è solo il racconto delle nostre
esperienze vissute, e quindi non ci siamo valsi di nessun documento.
Non
abbiamo elaborato nessuna tecnica di lavoro rivoluzionaria per ottenere i
nostri risultati, ma applicato un metodo le cui origini si perdono nella notte
dei tempi.
Se,
da un lato, la cultura razionale non ammette altro modo di investigare il
passato se non mediante i metodi tradizionali, dall'altro bisogna riconoscere
che non è nemmeno razionale porre dei limiti all'orizzonte umano proprio quando
le frontiere dell'impossibile arretrano di giorno in giorno.
Questo
libro è il frutto di una lunga lettura degli Annali della Akasha,
secondo una tecnica nota agli antichi Egizi ed ai mistici dell'Himalaya; dire
che questi Annali costituiscono la Memoria Universale è piuttosto vago, per cui
partiamo dal significato del termine sanscrito Akasha,
che designa un elemento base della natura, diverso dall'acqua, dal fuoco,
dall'aria.
Secondo
gli Antichi si tratta di una sostanza infinitamente sottile, una forma di
energia in cui è immerso l'Universo e che ha la proprietà di registrare la
memoria visiva ed acustica di ogni forma di vita: una specie di "lastra
fotosensibile" dell'Universo, un gigantesco "nastro magnetico"
naturale in grado di rivelarci il passato a determinate condizioni.
Infatti
gli Annali sono stati consultati al di là del mondo fisico, nel corso di viaggi
astrali fuori dal corpo. È un genere di lettura che non ha nulla a che fare con
i cosiddetti "fenomeni spontanei di visione", essendo il risultato di
una tecnica acquisita con un lungo, personale lavoro spirituale, una purificazione
dei vari corpi fondata sull'amore e quindi non sostituibile con una semplice
"ricetta": la tecnica, da sola non basta.
D'altronde
la lettura è fattibile solo se permessa dagli Esseri spirituali posti a guardia
degli Annali, che vagliano la purezza interiore e le capacità di assimilazione
dei "viaggiatori", le cui ricerche non dovranno mai avere uno scopo
personale.
Il
racconto che leggerete vi porterà in Palestina, circa duemila anni fa, tra gli
Esseni: rivivere il passato non è facile, e non sempre è stato piacevole
parlare delle nostre persone, che d'altronde rivestono un'importanza marginale.
Descrivendo
la Fratellanza Essena e i suoi insegnamenti si parlerà
spesso della personalità e del pensiero di Gesù, di particolari della sua vita,
di coloro che gli vissero accanto: siamo perfettamente consci della
responsabilità che queste divulgazioni comportano, e sappiamo che sono talvolta
scioccanti, ma è ora di sollevare certi veli.
Non
vogliamo far colpo né con l'inedito, né pretendendo di svelare tutti i misteri,
bensì apporre un'altra pietra ad un edificio che si va costruendo, senza che
siano fatte rivelazioni prima del dovuto.
Nulla
è stato romanzato o deformato, e lo diciamo per il lettore che si sorprenderà
nell'incontrare dettagli di paesaggi, di ritratti, di discorsi... la memoria
astrale è ad alta fedeltà e gli occhi dell'anima hanno percezioni più intense
degli occhi fisici.
Ci
siamo sforzati di essere fedeli al vissuto, cercando di ricordare addirittura
parola per parola.
Come
avviene la lettura degli Annali?
Si
rivivono le scene con assoluta nettezza, udendo le parole nella lingua
dell'epoca, ma comprendendole immediatamente; per noi la sensazione è stata
tale da farci rivivere emozioni e sensazioni estranee alla nostra personalità
attuale.
Per
alcuni, questo libro sarà un romanzo, per altri un delirio mistico... pazienza!
Noi
l'abbiamo scritto col cuore nel corso di due anni di lettura, e lo affidiamo agli
uomini di cuore.
Certi
sanno già di che si tratta, e col tempo si vedrà... se ci sarà tempo!
Sebbene alcune parti siano state scritte
personalmente dall'uno o dall'altro di noi, quasi tutte le scene sono state
rivissute da entrambi.
____________________________________________________________
CAPITOLO Ι
Zerah
Avevo
appena compiuto quattro anni. Abitavo con i miei genitori in un piccolo
villaggio della Galilea, a due giorni di cammino da Jappa. Spesso, in piedi sul
muretto della cinta della nostra modesta casa, restavo a guardare la lunga fila
di carovane di cammelli che andavano a lenti passi verso Jappa, la
"città", l'avventura.
Uno
dei miei giochi preferiti era immaginare i mercanti che mettevano in mostra sulla
piazza il contenuto delle loro ceste: uno spettacolo che avevo potuto gustare
solo una volta, ma che mi era rimasto impresso e aveva eccitato la mia
immaginazione. La vita insolita dei vicoli soffocati dal calore, le botteghe di
artigiani e mercanti, gli odori forti delle spezie, i versi delle bestie,
l'agitazione al porto, tutto era talmente in contrasto con la vita calma e
regolata del nostro villaggio...
Mio
padre faceva il vasaio e anche quelle rare volte che si recava a Jappa si
faceva pregare per andarci, preferendo il ritmo tormentoso del tornio alle
esortazioni dei mercanti.
Inconsciamente
gliene facevo una colpa: possibile che a Jappa non ci fosse nient'altro da fare
che comprare le sementi una volta all'anno?
Mia
madre, anch'essa pienamente avvezza alla vita dura e semplice della campagna,
cercava di farmi ragionare: come mio padre era sempre vissuta lì, con gli altri
del "villaggio dei fratelli", come dicevano a Jappa.
Di
chi o di cosa fossimo fratelli non sapevo, ma mia madre e i vicini parlavano
spesso di questa fratellanza che andava rispettata; le mie domande non si
spingevano mai oltre perché, a parte quei momenti di curiosità inquieta tipica
dei bambini, la nostra piccola comunità mi infondeva una calorosa sicurezza.
Eravamo 150 o 200, in quelle casette di pietra e malta raggruppate su un poggio
scosceso.
Intorno
al villaggio c'era un semplice muretto di pietra grigia che però a me pareva una
fortificazione, pur non superando il metro di altezza se non in pochi punti:
mio padre mi ripeteva spesso, perché mi fosse ben chiaro, che quella era la
"cinta sacra" e che tutto ciò che esisteva e cresceva all'ombra di
essa era protetto e benedetto.
Ogni
casetta aveva intorno un piccolo appezzamento di terra bastante alle necessità
quotidiane; sotto, ai due lati della strada per Jappa, vi erano i campi comuni,
più grandi, dove lavoravamo insieme senza che mai qualcuno dicesse "qui è
terra mia, la tua è quella".
Tutti
dicevano "la nostra terra".
Le
discordie erano rare, perché ogni raccolto veniva subito equamente spartito: il
villaggio era dunque molto pacifico ed era per questo che lo amavo quanto amavo
i Fratelli, fin dalla mia prima infanzia.
Mi
pareva che tra noi vigesse una legge sconosciuta ai mercanti e agli abitanti
della città: era una sensazione confusa che non sapevo spiegarmi.
Quando
scendevo con mia madre lungo lo stretto sentiero che serpeggiava fra gli arbusti,
allontanandomi dal villaggio di poche centinaia di metri per riempire le
brocche d'acqua, perdevo di vista le case; se ne indovinavano solo più le forme
cubiche grigie ed ocra dietro al verde delle quercie
e dei melograni. Un tempo c'era stata una sorgente proprio in mezzo al
villaggio, ma poi pareva che la natura avesse cambiato idea e più volte al
giorno dovevamo allontanarci dalla cinta sacra; accompagnare mia madre era una
specie di gioco e ne approfittavo per gironzolare nella vigna o sotto i fichi, a
seconda delle stagioni.
Più
in basso, vicino alla strada maestra, si aggrovigliavano le vaste fasce blu e
oro dei campi di lino e grano, verso i quali spesso lanciavo i sassi, come per
provare la mia forza ed il mio desiderio di poterci andare a seminare e a
mietere. Così andare all'acqua si trasformava in gioco senza che neppure
sospettassi, allora, che qualche anno dopo sarei stato io a portare la brocca invece
di mia madre, giacché mio padre aveva sempre un gran bisogno d'acqua per il suo
lavoro e gli asini del villaggio erano pochi.
Guardarlo
creare le sue forme con così poca terra e così tanta abilità era un altro
gioco, un gioco che mi incuriosiva perché nei gesti abituali dei piedi e delle
mani vedevo una sorta di magia, mentre il sorriso e la vivacità del suo sguardo
mi dicevano che ce la stava mettendo tutta per eseguire alla perfezione anche il
più piccolo dei pezzi che andavano nascendogli fra le mani: erano oggetti
semplici, nobili e di uso corrente, come le ciotole del cibo, le giare per la
fermentazione del mosto e mille altre cose ancora.
Provvedeva
così al fabbisogno della nostra piccola comunità, e di tanto in tanto un
mercante si fermava da noi a comprare qualche scodella o qualche brocca.
Se
accadeva che a un Fratello del villaggio mancasse uno di questi oggetti mio
padre glielo forniva subito: l'altro, allora, andava ad occuparsi della nostra
vigna o ci faceva qualche lavoro di muratura o falegnameria: era uno scambio
continuo di gentilezze che giovava a tutti, come mi insegnavano allora i miei
genitori. Mi dicevano che quella era la regola, e che anche da essa derivava la
nostra forza; anche questo contribuiva a risvegliare la vaga ma potente
sensazione della nostra "diversità".
Andando
in giro con i miei coetanei per quei sentieri polverosi che erano le stradine
del villaggio, spesso vedevo gruppi di uomini e donne dal passo greve e dallo
sguardo curiosamente profondo, i cui volti però non mi erano tutti familiari;
ne dedussi ben presto che la nostra comunità doveva avere una qualche funzione
di collegamento, accogliendo Fratelli che venivano da fuori e che avevano
viaggiato molto.
Il
loro arrivo sul nostro fazzoletto di terra mi divertiva e mi incuriosiva
sempre, ed era diventato per me una piacevole abitudine, un rito che non volevo
perdermi; eravamo noi bambini ad accorrere per primi non appena un forestiero
si presentava alle soglie del villaggio con la fronte bruciata dal sole e la
schiena curva su per la salita sassosa, ma c'erano sempre una o due donne a
disperderci per poter condurre lo sconosciuto in un cortile ombreggiato da un muro
di malta o da una vite vergine: gli toglievano allora i sandali e gli lavavano
i piedi con una pezza, poi gli offrivano un frutto in silenzio. Α volte
erano gli uomini ad occuparsene, perché nessun compito veniva considerato subalterno
o prettamente maschile o femminile, come compresi subito.
Una
volta rinfrescatosi, il nuovo venuto spesso si prosternava a terra, con le
braccia incrociate, e pareva baciare più volte il suolo; poi, alzatosi, con il
capo coperto da un'ampia pezza di tela bianca, veniva scortato alla casa dei suoi
ospiti.
Ai
bambini era raramente consentito assistere alle conversazioni che seguivano
l'arrivo di un forestiero al villaggio: era una regola più che una proibizione,
una faccenda scontata che aveva le sue buone ragioni di essere e non andava
discussa; ma siccome il frutto proibito si gusta sempre con piacere, ricordo di
essere riuscito a sgusciare nell'ombra di una porta, dietro ad uno di quegli
eterni viaggiatori che venivano da noi, e d'aver visto una volta mio padre con un
ginocchio a terra davanti a lui, con il braccio destro incrociato sul sinistro
sul petto, e il capo basso sul quale lo sconosciuto imponeva a lungo una mano.
Questo
spettacolo mi aveva talmente colpito da farmi scappare via quasi subito, e
maldestro com'ero, se ne accorsero.
Quella
sera mio padre venne a cercarmi al muretto, nel mio cantuccio privato, mentre un
vento fresco soffiava tra gli alberi di fico e faceva fremere le rare luci
delle lampade ad olio accese qua e là.
Ce
la misi tutta a camminare adagio perché non mi andava di parlare con mio padre
che avevo colto, o così mi pareva confusamente, in un atteggiamento
d'inferiorità, ma giunti a casa mi issò su un enorme cofano di legno e
fissandomi dritto negli occhi mi disse:
-
Ascolta Simone: tra servo e padrone, secondo te, chi è più importante?
Non
capivo dove volesse arrivare.
-
Entrambi, - riprese sottolineando le sillabe - entrambi, come le mani di uno
stesso corpo o gli occhi di un volto, come il vento e la vela, la spada e lo scudo:
ognuno è solo la metà di se stesso se l'altro non esiste.
Ancora
non capivo e dovette accorgersene perché mi abbracciò, prima di continuare con
voce più calda:
-
Simone, è ora che tu impari a vivere. Domani ti porterò da Zerah, quello con la
barba lunga che abita vicino al vecchio pozzo: avrà molto da dirti e vedrai che
resterai con la bocca aperta.
Al
di sopra della sua spalla vidi mia madre che mi guardava, accoccolata nella
penombra su una piccola stuoia, mentre preparava meccanicamente il pasto del
giorno dopo: una focaccia e poche olive.
Dunque
qualcosa sarebbe accaduto ed avrebbe forse scosso il mio "tran-tran"
che aveva tutta l'aria di tendere alla monotonia, tra il desiderio di seminare il
lino e quello di correre dietro alle carovane di Jappa: ebbi la sensazione furtiva
di non aver mai capito ciò che avevo visto, o che mi avessero nascosto tutto,
prendendomi per un bambino mentre avevo tutto il diritto di sapere...
Il
giorno seguente, quando il ronzio caldo ed acuto delle prime api mi svegliò,
mia madre era già scesa a riempire le brocche e si stava lavando in cortile
mentre il cigolio del tornio rivelava che mio padre era già al lavoro.
Impaziente
com'ero, non potei più aspettare, e poco dopo saltavo e correvo tra i cespugli
e gli ulivi per andare alla "casa del vecchio del pozzo".
Zerah
era un vecchio con una lunga barba grigia che il sole e gli anni avevano sfumato
di rosso; l'avevo visto spesso quando giocavo, e sapevo che era ammirato e
rispettato.
Aveva
un volto incartapecorito e scavato da solchi profondi, con uno sguardo dolce e
penetrante allo stesso tempo, e le sue parole erano a volte enigmatiche ed a
volte limpide; era, insomma, uno di quei venerabili vecchi di cui raccontavano i
mercanti.
-
Pace a te, Joshé - disse a mio padre che mi spingeva
avanti. Sapevo che non avresti tardato a portarmelo, questo ragazzo. Avvolto in
una lunga veste di lino d'un bianco sbiadito, Zerah era in piedi sulla soglia e
mi tendeva le braccia. Quando mi prese per mano fui tanto colpito da quella sua
grossa stretta callosa da non accorgermi neppure che mio padre non era entrato
nella casa fresca e ombrosa: sembrava essere ancora più povera della nostra,
dove tuttavia c'era solo il minimo indispensabile. Quell'unica
stanza, illuminata dalla luce calda e polverosa di una finestrella, conteneva
solo due o tre stuoie e pochi utensili posati sulla terra battuta; Zerah mi
fece cenno di sedermi, e prese posto davanti a me accoccolato su una stuoia.
Scorsi
nella penombra in fondo alla stanza una specie di stella a otto punte eguali, e
non me ne stupii perché ce l'avevamo anche noi.
-
Simone, ormai sei abbastanza grande per sapere cosa fai qui e chi siamo; dimmi:
hai già guardato le nostre vesti?
-
Si, - risposi - sono bianche, non come quelle della gente di città, e poi pungono,
ma mio padre dice che va bene così e che passerà.
-
Se pungono, pazienza! rispose il vecchio con un leggero sorriso. Il fatto è che
sono diverse da quelle degli uomini e delle donne che seguono la legge della
città e che ne indossano di blu, di gialle, di rosse, di tutti i colori. È bene
che tu l'abbia notato, ma sai perché è così? Perché la gente di Jappa non parla
la nostra stessa lingua, la lingua dolce...
-
Ma se li capisco! replicai con violenza.
-
Capisci le loro parole, ma non il loro cuore, e per raggiungerli dovrai penare,
come scoprirai presto. Ma non sei venuto per sentire parole amare, Simone,
bensì per imparare a guardare e a pensare.
Già
da tempo sai che non viviamo come la gente di città e i mercanti delle
carovane, ed è ora che tu sappia il perché: immagina un enorme campo di lino
diviso fra i membri di una famiglia, ognuno dei quali si sposa ed ha molti
bambini: ci sono quelli di Giuseppe, quelli di Saul, quelli di Giacobbe e così
via e sono così tanti che ad un certo punto non si riconoscono più e cominciano
a picchiarsi, cosicché quelli che perdono il loro pezzetto di terra, per
sopravvivere, devono chiedere asilo agli altri che li sopportano appena.
La
Terra, vedi, è quel campo di lino, e noi di questo e di pochi altri villaggi
siamo come i sopravvissuti ad una antica guerra in cui abbiamo perso i beni
materiali datici da nostro padre, e siamo ora in esilio presso dei parenti
dimentichi delle nostre comuni origini; siamo i sopravvissuti di un tempo in cui
il sole si vedeva meno ma riscaldava di più i cuori; siamo la spina nel tallone
del gigante, e non guardarmi con quella faccia: presto te ne renderai conto.
Zerah
si interruppe un momento e, vista la mia perplessità, mi pose le sue manone sulle spalle prima di continuare.
-
Noi non siamo della stirpe di Abramo e di Giacobbe, Simone. Ι nostri padri
si sono ammazzati a vicenda tantissime lune fa, più di quante tu ne possa
immaginare; guarda bene quella stella, là in fondo: è un simbolo del nostro
popolo e la troverai ovunque, da tutti quelli che parlano con la mano sul cuore.
È un segno che devi conoscere e ve ne sono molti altri che imparerai più tardi.
Tra
le molte genti che vivono in questo paese non voglio dire che siamo i migliori,
ma il nostro Padre spirituale ci ha dato una parola che abbiamo conservato
intatta, senza aggiungere o togliere una virgola. Per la gloria Sua e dei
fratelli umani, dovrai saperla ascoltare e ripetere: allora, come gli altri del
villaggio potrai indossare la veste bianca e parlerai la lingua dolce ...e per
mezzo di essa guarirai.
-
Guarirò?
-
Si, come molti di noi che hanno prestato giuramento. Ma non ti limiterai a guarire
i corpi che soffrono, vorrai guarire le anime...
-
Le anime? Cosa sono?
-
L'anima, Simone, è...è una grande forza che abita in te e che ti fa dire ogni
giorno cose come "io sono io", e "mi chiamo Simone"; è una
fiamma che ogni notte esce da te per percorrere un paese dal quale ti porterà i
sogni e non soltanto. È il paese senza frontiere, dove...
-
Io non l'ho mai vista, questa fiamma!
-
Imparerai a vederla e, ti assicuro, persino a toccarla.
Sebbene
capissi a malapena quanto mi stava dicendo Zerah con voce calda e ovattata,
avevo l'impressione confusa che mi si stessero aprendo molte e molte porte...
Fu
come rimuovere le ceneri per rianimare la fiammella dimenticata di cui parlava.
-
Ma, Zerah, come fa una fiammella ad ammalarsi? Chiesi spalancando gli occhi.
-
Si ammala quando si allontana un po' troppo dal fuoco che l'ha generata,
ricordalo, Simone. Allora non scalda più, ma brucia tutto ciò che tocca. È una
cosa molto semplice, siamo noi che complichiamo tutto.
Poi,
con gesti infinitamente precisi, il vecchio mi annodò al polso sinistro una
sottile cordicella nera, segno di quanto mi era stato affidato, prima pietra di
un futuro edificio.
segue da pag. 23
Il Purím*
Trascorsero
i mesi, scanditi da frequenti visite a Zerah.
Il
vecchio della "casa del pozzo" sembrava avermi preso sotto la sua
protezione e non mi parlava più da maestro ma come un nonno; incontrarlo era
diventata una necessità e la sua umile stanza era per me come una seconda casa.
Ι
miei mi vedevano entrare da lontano, ma non me ne parlavano mai; dai loro sguardi
sapevo però che ne erano contenti.
Mio
padre prese ad intrattenermi meno del lavoro dei campi ma insistette perché
andassi spesso a vederlo modellare e plasmare la terra a cui dava vita; mia
madre invece decise che non sarei più entrato in casa senza essermi lavato mani
e piedi con l'acqua della brocca appositamente messa in cortile.
Non
recalcitrai davanti a questa esigenza che trovai anzi lusinghiera, dal momento
che mio padre, i suoi amici, i forestieri, il vecchio Zerah e tutti coloro che
indossavano la lunga veste bianca lo facevano sempre. Con quel nuovo obbligo mi
pareva di essere stato ammesso tra gli adulti e di condividere un vero e
proprio segreto, cosicché non ne parlai mai ai miei compagni di gioco.
Per
anni dunque il mio tempo trascorse tra Zerah, il tornio di mio padre ed i
mandorli che crescevano e fiorivano da una stagione all'altra sotto i miei
occhi.
Non
so per quale ragione partecipai sempre meno ai giochi dei miei coetanei; solo
Myriam, la figlia del tessitore, divideva i miei sogni ad occhi aperti sotto una
pianta di limoni che prediligevo ………………………
segue da pag. 24
ultimo capitolo,
Ι
giardini d'Ιesse
Un
profondo torpore seguì la dipartita di Myriam per diverse settimane, durante le
quali cercai d'isolarmi completamente. Combattevo contro me stesso, contro quella
parte di me che me la faceva cercare egoisticamente, benché sapessi che ora era
felice. Mi rivedo solo, come nell'oscuro labirinto del Krmel,
in cerca d'una sorgente d'aria e di luce.
La
scomparsa di Myriam era la mia trappola e lo sapevo, era come uno spesso velo
per mezzo del quale una forza insidiosa cercava di soffocare ciò che era stato
risvegliato.
Rimasi
dunque in meditazione vicino alla capanna per qualche settimana; avrei anche
potuto chiamarla o proiettare il mio corpo fino a lei, ma sapevo che non
bisognava: ognuno ha il suo ruolo e se questo non ci piace non è la Fortuna che
deve essere accusata. Siamo noi il nostro proprio Destino.
Nella
mia mente ancora confusa non riuscivo più a riordinare le idee, e mi ricordo
che allora chiesi un segno con tutta la forza del mio corpo. Chiamai il
Maestro, chiamai tutte le energie che sentivo presenti e crudelmente mute,
finché un mattino, per tutta risposta, un grido risuonò in montagna: era
proprio come se puntasse su di me a tutta forza. Mi stavano chiamando.
Scorsi
allora alcuni uomini in cima a una roccia grigiastra che si sbracciavano
venendo verso di me. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi parve proprio che il
mio nome risuonasse di nuovo tra le colline, e avanzai un poco. Intanto, quattro
uomini con larghi calzoni e lunghe tuniche strette in vita emersero lentamente
da un avvallamento del terreno.
-
Sei proprio Simone, Fratello di Iesus?
Il
Fratello di Iesus? Α momenti dicevo di no tanto quell'appellativo mi sembrava strano. Non mi avevano mai
chiamato così, e senz'altro non avevo mai meritato così poco quel titolo! Un
Fratello in Iesus non poteva dormire così, vicino a un
sepolcro e a una capanna, qualcosa non andava più, e il titolo di cui mi
gratificavano mi turbò profondamente per un corto ma terribile momento. Mi
servì da balsamo e da salutare schiaffone.
-
Sei Simone? Riprese uno degli uomini, uno che aveva un volto noto. Ti abbiamo
cercato dappertutto, per giorni e giorni, non speravamo più di trovarti. Vieni,
ci sono troppi ammalati da noi, i nostri sacerdoti hanno detto che dovresti
venire con colei che ti accompagna.
Era
una domanda autoritaria, che non ammetteva tentennamenti, pronunciata con voce
rauca e melodiosa ad un tempo. Ci scambiammo rapidamente un'occhiata e nei suoi
occhi vidi la risposta al mio appello. Era un ordine, il segno della mia
partenza. Non dissi parola, e mi accontentai di sorridere. Presi ciò che
rimaneva della mia sacca e feci cenno di sì con il capo.
Quel
giorno fu segnato da un'altra partenza, un nuovo sole... non ero più andato
verso gli altri e gli altri erano venuti da me. Rimuginavo quel pensiero tra me
e me, che venne presto chiarito da una riflessione di Kristos:
"Gli altri? Come potete parlare degli altri? Dovete parlare di voi in
altri luoghi, con altri volti! Non vedete come siete legati? La chiarezza del
vostro cuore completa quella di colui che chiamate “altro”. Siate “gli altri” e
sarete ovunque ad un tempo. In tutte le menti voi sarete ciò che Io Sono,
ovvero voi stessi!"
Quel
giorno mi sentii scaturire una fiamma ardente nel petto, simile ad un verde
raggio fresco e acquietante in cui vedevo la forza di Myriam aggiungersi alla
mia, operando anche nei miei minimi gesti e con assoluta precisione.
Dovetti
dunque ripercorrere quella contrada ancora una volta, di borgata in borgata, unendo
il mio sapere a quello dei sacerdoti locali. Α volte mi parlavano di un
altro Fratello visto a qualche miglio da lì, però non sentivo la necessità di
andarci; mi bastava sapere che lavorava anche lui per la Grande Coscienza
Cosmica ancora addormentata su questa Terra.
Α
quell'epoca tentai vari contatti con quelli di Mosé
che si erano stabiliti da tempo in quella regione, ma non ebbi successo, anzi i
cuori e le vite di quegli uomini mi parvero stranamente chiusi. Il loro Mosé
non era quello che conoscevo e mi sembrò che in essi vibrasse soltanto la
Lettera: temevano il Padre più di quelli del Gran Tempio di Gerusalemme...
Timorosi, chiusero dunque la porta alle parole del Maestro che aveva bandito il
timore dal nostro cuore. Comprendo oggi che la loro reazione, la loro storia
non era quella di un popolo, di una casta definita, ma quella di qualsiasi uomo
che rifiuta di guardare altro che non sia ciò che gli è sempre stato mostrato o
insegnato.
"La
mente immobile ha l'aspetto della mente sonnolenta, mentre la mente in
movimento passa spesso per la scomodità e talvolta per lo scandalo, ma bisogna
scegliere: La Forza del Due appartiene a colui che calpesta e martella il suolo
con passo duale", aveva detto il Maestro... "Quella del Tre si
proietta in avanti attraverso tutti i rischi, è in cerca dell'onnipresenza e si
identifica con l'energia dell'Uno".
Giuseppe
mi aveva affidato un manoscritto della Fratellanza da consegnare a quegli uomini,
ma non lo feci. Il mio sforzo e quello di tutti i miei compagni si concentrò
allora nello scegliere ed istruire uomini e donne la cui fronte fosse già
ornata dalla fiamma di Kristos: non dovetti andare a
cercarli, né percorrere le folle per sondare gli sguardi, perché vennero a noi
senza che fosse necessario scambiare profonde e gravi parole... Il vocabolario
dell'amore è sempre semplice, e fa fuggire coloro che non lo sono e temono di
manifestare la gioia; infatti i Fratelli esseni non furono mai tristi nel loro
modo di esprimersi, perché lo Spirito vero e in espansione non appartiene ai
reclusi.
Molti
degli uomini che vennero da me e, come seppi, dagli altri Fratelli,
appartenevano a famiglie di guerrieri, possedevano delle tenute e avevano
domestici al loro servizio, vivevano in una relativa intesa con Roma e si erano
abituati a vedere i suoi eserciti controllare la regione. Le loro personalità, la
loro posizione sociale all'inizio mi disorientarono: quegli uomini si
presentavano sempre bardati di cuoio, di pelli e di metalli con costosi
coltellacci appesi alla cintura. Ne rivedo alcuni offrirmi ospitalità nelle
loro grandi dimore di legno fortificate... Ascoltavano parole che per me erano
di libertà e di pace, e i loro cuori mi seguivano rapidamente, senza che
capissi come avessi fatto! Doveva pur esserci un filo conduttore che li
portasse lì in un dato momento... perché ascoltassero!
Contro
tutte le mie speranze non abbandonarono le armi, né il potere che esercitavano
sui loro possedimenti, che per me era eccessivo, tuttavia capii che avevano
ragione, le loro ragioni.
Nessuno
di noi poteva formare dei Fratelli completi: esseni si nasceva, e questo era un
insegnamento ancestrale; ma il ceppo era destinato ad estinguersi per
trasformarsi in un altro di cui ignoravamo il volto.
Forse
che quei rudi guerrieri che ora maneggiavano concetti di pace e d'amore
sarebbero stati i nostri successori sulla terra di Κal? Questa domanda mi
tormentò il cuore per intere sere... potevo mettere tutto nelle mani di quegli uomini?
Giuseppe e gli altri, stavano facendo la stessa cosa? Il cuore diceva di sì, ma
la ragione si rifiutava di dargli ascolto.
Una
sera, nella ricca dimora di legno scolpito di un guerriero che mi ospitava,
decisi di fare ricorso ad un vecchio metodo della nostra gente. La stanza che
mi avevano messo a disposizione era vasta, con i tramezzi e il soffitto di
tronchi di piccole conifere, alcuni dei quali, abilmente lavorati,
rappresentavano dei volti che facevano pensare alle forze della Natura. Mi
avevano dato una sedia larga, un oggetto che per me era inusuale, e un letto
basso con dei cuscini, e avevo fatto togliere tutte le pelli che ornavano il
pavimento e il muro al mio arrivo, perché il loro irradiamento eterico nuoce
alla purezza di un lavoro psichico, a parte certi casi ben precisi.
Per
fortuna il mio ospite aveva delle resine che potevano sostituire l'incenso; ne
bruciai qualche presa ai quattro angoli della stanza e disposi su di un vassoio
di metallo un po' della terra sabbiosa dei dintorni. Alla luce di una torcia,
vi disegnai col dito una croce con le braccia uguali ed una spirale regolare
che partiva dal centro della croce verso la periferia del vassoio, dopo di che
mi immersi nella pronuncia del suono Μ tipica della Fratellanza, e mi
sdraiai con la mente vuota.
Il
mattino seguente, al mio risveglio, mi attendeva la desiderata risposta: la
spirale tracciata il giorno prima era scomparsa, accuratamente cancellata da una
sorta di alito che aveva risparmiato
la
croce. Secondo il codice definito dalla Fratellanza al Krmel,
questo significava "Sì".
Sì,
dovevo dunque dare fiducia ai rudi capi di quella terra; potevo affidar loro il
contenuto del mio cuore. La risposta era netta, tanto più chiara in quanto non
c'era niente di magico in essa: gli Esseni non amavano manipolare forze esterne
ad essi e al Grande Agente Universale... Ero stato io, a proiettare il mio
corpo luminoso sulla terra del vassoio. Non ci sono interrogativi di cui non
conosciamo la risposta inconsciamente e saremmo molto meno ciechi se
comprendessimo che ogni notte ci abbeveriamo ad una chiara fonte. Dobbiamo tutti
ricollegarci a ciò che siamo, alla nostra forza prima se vogliamo sapere e
potere...
È
così semplice... La nostra mancanza di fede distrugge tutto! Così affidai
l'intera parola di Kristos, la vita del Maestro, i
metodi esseni, l'esistenza dei Fratelli delle stelle, ad alcuni fieri signori
di Κal, e così fecero i nostri altrove. Come aveva detto Giuseppe,
stringemmo con loro un patto simbolico, e i capi iniziati al nostro
insegnamento si impegnarono a portare i capelli lunghi, in memoria di un altro
patto molto più antico...*
Dopo,
tutto avvenne con molta rapidità, e mi scorrono ancora davanti agli occhi
dell'anima le immagini di quegli uomini rudi, aureolati di un fuoco argenteo,
che parlavano ai loro gruppetti di guerrieri e di servitori di un grande
Maestro di Giustizia, vissuto al di là dei mari, raccontando la vita di colui
che aveva albergato Kristos provando dunque che tutti
erano atti a riceverlo a loro volta... Ι sacerdoti che conoscevano il
cammino dei cicli ben presto si associarono al loro movimento, e vidi formarsi
delle assemblee sulle piazze dei villaggi, nei mercati. Si parlò di abbandonare
le catene, di indipendenza e dell'unione di tutti gli esseri.
Ma
per Roma gli esseri erano solo corpi, volontà da spezzare! Le riunioni pubbliche
furono viste come una minaccia, e ancora una volta rividi le stesse immagini di
bancarelle rovesciate, di folle disperse, con la legione romana armata di
lancia che imponeva la sua legge diffidando di tutti...
Venne
infine il giorno in cui avrei dovuto girare una delle grandi pagine del mio
libro. Dovevo parlare ad una folla eterogenea, sul mercato di un piccolo
villaggio della costa. Quella gente mi conosceva perché mi avevano visto tante
volte insieme ai loro signori, e ancora le immagini di quei momenti mi
riempiono di emozione, di una strana sensazione. Mi avevano fatto posto su un
tavolo di legno e uomini e donne cominciavano a riunirsi rumorosamente sotto un
sole pallido, ma prima ancora che potessi aprir bocca, un gruppo d'uomini
armati fece irruzione all'angolo della strada... Erano legionari romani, e
avanzavano a passo di carica con la lancia appoggiata al fianco destro,
sollevando nuvole di polvere. La loro rapida e silenziosa avanzata sul suolo
sabbioso scatenò il panico, e i presenti furono dispersi senza troppi
complimenti in un batter d'occhio. Rivedo ancora le ceste rovesciate, le giare
in frantumi, le bancarelle con il loro carico di pesci calpestato o
abbandonato. Non so perché restai lì senza reagire... era forse il ricordo del
Maestro a Magdala? Non avevo paura, nemmeno un po' di timore. Semplicemente ero
fiducioso o forse avevo una certa prescienza!
Mi
trovai con venti lance puntate al petto in attesa che qualcuno desse un ordine,
poi un centurione venne a dire poche brevi frasi con voce calma, mi legarono i
polsi e mi portarono fuori dal villaggio. Non sapevo dove mi stessero conducendo,
nessuno mi aveva chiesto niente e neppure rivolto la parola. Camminavo dunque
in silenzio, con le catene strettamente legate al collo di un cavallo.
Percorremmo qualche miglio nella campagna piatta e paludosa, mentre in
lontananza emergeva dalla calda bruma la linea delle basse montagne azzurrine:
le contemplai pensando a una capanna, forse ancora spazzata dal vento...
Ad
un tratto la mia scorta si fermò vicino ad un gruppo d'alberi esili, dai
tronchi nodosi, sulla nostra sinistra. Fui rudemente spinto da due legionari e una
profonda sensazione di freddo si impadronì di me, senza alcuna ragione. Non
ebbi neppure il tempo di chiedermi cosa stesse accadendo e mi girai d'un tratto
verso i soldati. Allora vidi qualcosa come un braccio lanciarmisi
contro, e un lampo lacerante... sentii come un rumore sordo, un colpo in mezzo al
petto. Poi più niente... più niente per un attimo; fuggevole sensazione di
vertigine... Scaturì un'immagine immersa in uno strano chiarore, e mi riconobbi
infine disteso sotto ad un albero, con una pesante e corta lancia piantata nel
torace. Non vi fu né terrore né dolore, e tutto si cancellò.
Lentamente
l'immagine del mio corpo senza vita venne soffiata via da una brezza bianca, e
dissolta in quel dolce alito; mi abbandonai ad una forma di torpore, preso
dalla freschezza di una miriade di lingue di fuoco turbinanti.
Rividi
ancora il mio corpo come tra i due lembi di una tenda scostata: i soldati lo
avevano spostato e lo stavano rapidamente ricoprendo di rami e pietre.
Fu
una breve visione, poi mi sentii aspirare verso una forza, verso un'energia che
non riuscivo a localizzare. Come descrivere ciò che avvenne allora? Come non
trovare ridicole le parole di fronte a ciò che ho vissuto?
Vidi
un mondo bianco, più bianco ancora di tutte le nevi dei nostri sogni, vidi il suo
biancore prender vita ed emanare tutti i colori dell'arcobaleno, vidi montagne
e foreste, alberi e calici multicolori, e mari e rive di diamante, vidi la
Pace, la Pace che non era quella degli uomini.
Fu
così che i giardini d'Iesse mi aprirono le porte. Mi
svegliavo e le immagini della mia vita sulla terra si precipitavano in me con tutta
la forza dell'amore che avevo ricercato. Erano le case del mio villaggio, le
rive di Cafarnao, gli occhi del Maestro, il sorriso
di Myriam, i miei errori, le mie gioie...
Guardai
la goccia d'acqua che avevamo tentato di aggiungere al grande Oceano che tutti
i cuori cercano. Pensavo ... poi sentii sotto i piedi un'erba rugiadosa: la
terra delle anime! Allora una voce cristallina mi colmò, più gaia di tutte quelle
che avevo conosciuto.
Non
so oggi da dove venisse esattamente, e cosa mi abbia a lungo istillato, ma so
che non era di nessuno. La forza che l'abitava apparteneva al Tanto Desiderato,
era quella che non scrive mai la parola fine da nessuna parte. Aveva un nome, uno
solo, simile a mille soli: AMORE.
*
Il Maestro Gesù continuò ad
insegnare in segreto al Krmel fino a tarda età, quando
giunse !a sua ora, lasciò il corpo di sua propria volontà e i suoi discepoli
videro !a sua forma di luce risplendente e di una densità tale da parere un
corpo fisico elevarsi lentamente al di sopra del Krmel.
Invece il suo corpo di carne,
in perfetto stato di incorruttibilità, restò nel monastero per molti secoli
ancora, e poi venne trasportato con l'aiuto dei Fratelli delle stelle... più a
Est.
Così ci disse la memoria del
Tempo.
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